Sulla giustizia si gioca una partita decisiva

Il sistema giudiziario italiano versa in una grave crisi di efficienza e di funzionalità. Le parole chiave sono semplificare, sburocratizzare, digitalizzare. 

Paola Cavallero: gli interventi della riforma della giustizia

Gli interventi in cui si snoda la riforma del settore giustizia civile: processi più brevi, procedure alternative, tagli ai tempi ed alle formalità.

Giustizia ritardata è giustizia negata”, esordisce il capitolo del PNRR dedicato al tema, per focalizzarsi subito sul “fattore tempo”: per ottenere questa rapidità, “la riforma della giustizia interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari”.

“La riforma della giustizia ha l’obiettivo di affrontare i nodi strutturali del processo civile e penale”, scrive Draghi “e rivedere l’organizzazione degli uffici giudiziari. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale, in primo grado e in appello, e si implementa definitivamente il processo telematico”, mentre per alleggerire il peso degli arretrati giudiziari e per la completa digitalizzazione degli archivi sono previste assunzioni mirate e temporanee. Si snoda in alcuni ambiti di intervento prioritari: interventi sull’organizzazione: ufficio del processo; riforma del processo civile e Alternative Dispute Resolution (Adr); riforma della giustizia tributaria; riforma del processo penale; riforma dell’Ordinamento giudiziario, nell’intento dichiarato di riportare il processo italiano a un modello di efficienza e competitività.

Occorre potenziare le risorse umane e le dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario per consentire la trasparenza e la prevedibilità della durata dei procedimenti civili e penali. Rendere efficiente l’amministrazione della giustizia consente di assicurare “rimedi giurisdizionali effettivi” per la tutela dei diritti, specie dei soggetti più deboli.

Nel campo della giustizia civile si prevede la semplificazione del processo, in primo grado e in appello, attraverso la limitazione di udienze superflue e decisioni collegiali, l’implementazione del processo telematico e l’incentivazione delle procedure di mediazione. Tra gli elementi di novità il cd. Ufficio del processo, composto da personale qualificato che non solo coadiuverà il magistrato nello studio e nella preparazione della causa ma svolgerà altresì attività di ricerca, studio e redazione di bozze e provvedimenti, al fine di meglio ripartire la mole di lavoro tra più persone e ridurre così gli arretrati.

Il Piano, inoltre, predispone interventi volti a ridurre il contenzioso tributario e i tempi della sua definizione; in materia penale, il Governo intende riformare la fase delle indagini e dell’udienza preliminare; ampliare il ricorso a riti alternativi; rendere più selettivo l’esercizio dell’azione penale e l’accesso al dibattimento; definire termini di durata dei processi, con tempi più certi e stringenti per lo svolgimento delle indagini preliminari, una maggior scorrevolezza nel dibattimento e l’ampliamento delle possibilità di ricorso a riti alternativi.

Quanto all’Ordinamento Giudiziario, l’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza e la gestione complessiva delle risorse umane responsabilizzando maggiormente i dirigenti, che dovranno monitorare l’andamento dei ritardi processuali e delle pendenze innanzi ai singoli magistrati, intervenendo opportunamente al fine di limitarne il più possibile gli effetti pregiudizievoli.
Questo complesso di interventi garantirà, secondo le previsioni di Draghi, entro il 2024, di ridurre del 40% i tempi del processo civile e del 25% i tempi del processo penale: in altre parole, basterebbero 5 anni per una sentenza civile definitiva e circa tre anni per una sentenza penale definitiva.

Il “fattore tempo” al centro della riforma della giustizia

L’attuale sistema del processo deve essere migliorato riportando al centro degli interessi generali l’effettività della tutela giurisdizionale: in questo senso il PNRR può essere risolutivo.

Al centro il “fattore tempo”:

  • dimezzare la durata dei procedimenti civili così da consentire di accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere del 10%;
  • ridurre da 9 a 5 anni i tempi di definizione delle procedure fallimentari per consentire di generare un incremento di produttività dell’economia dell’1,6%, perché l’efficienza del settore giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato.

Insomma, conclude la nota del Ministro Cartabia, richiamando i contenuti del Piano “Le prospettive di rilancio del nostro Paese sono fortemente condizionate dall’approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della Giustizia”.

Questo è l’auspicio del governo ma anche quello che ci chiede l’Unione Europea.

Ed è a partire da quest’assunto, prosegue il Ministro, che si sviluppano gli interventi indicati nel PNRR per “riportare il processo italiano a un modello di efficienza e di competitività”. E lo fa partendo proprio dall’impatto sul PIL di un corretto funzionamento del processo: “Il sistema giudiziario sostiene il funzionamento dell’intera economia. L’efficienza del settore Giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato”.

Che una riforma sia necessaria per far funzionare meglio la Giustizia è evidente a tutti, addetti ai lavori e non: si deve però trovare una convergenza ed è fondamentale, dal punto di vista tecnico, riuscire a fare una riforma realmente efficace, strutturale e complessiva per evitare di rincorrere un “efficientismo” sprovvisto di misure in grado di garantire gli equilibri del giusto processo, con ricadute inaccettabili in termini di compressione dei diritti dei cittadini.

E servono significativi investimenti: senza un considerevole e convinto impegno economico, ogni riforma, seppur sulla carta pregevole, potrebbe risultare inadeguata e inefficace. Le riforme che incidono sul processo, civile o penale, o sugli assetti ordinamentali o, ancora, sulla crisi d’impresa, dovranno, quindi, essere accompagnate da interventi complessi e articolati che prevedano riforme imprescindibili sulle risorse umane e materiali da destinare al servizio giustizia.

Qual è l’obiettivo della riforma della giustizia?

La riforma della giustizia viene definita come una delle riforme di contesto del PNRR e, come tale, una “riforma orizzontale” che viene trattata congiuntamente a quella della pubblica amministrazione.

Come sottolineato dal Presidente Draghi, le raccomandazioni UE (Country Specific Recommendations del 2019 e anche del 2020) in tema di giustizia si concentrano, in particolare, sulla riduzione della durata dei processi civili in tutti i gradi. Tra gli interventi previsti dal PNRR quello di rivedere i nodi strutturali del processo civile e penale, ottimizzare gli uffici, rinforzando le risorse umane e potenziando le infrastrutture digitali. Le raccomandazioni, in particolare, hanno ad oggetto richieste di intervento sui seguenti aspetti del nostro sistema giudiziario: i) riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio; ii) riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione; iii) necessità di semplificazione delle procedure; iv) eliminazione della disomogeneità territoriali nella gestione dei processi; v) repressione della corruzione; iv) attuazione tempestiva dei decreti di riforma in materia di insolvenza; vii) promozione di soluzioni sostenibili per i debitori solvibili colpiti dalla crisi.

Ed ecco che il PNRR interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari, prevedendo assunzioni mirate e temporanee per eliminare il carico di casi pendenti e rafforza l’Ufficio del Processo ed interventi di revisione del quadro normativo e procedurale. Sono previste riforme di revisione del quadro normativo e procedurale, ad esempio un aumento del ricorso a procedure di mediazione e interventi di semplificazione sui diversi gradi del processo, volte ad accelerare lo svolgimento dei processi, e lo stanziamento di 2,3 miliardi, per la digitalizzazione dei procedimenti giudiziari e la gestione del carico pregresso di cause civili e penali, e di 0,41 miliardi per l’efficientamento degli edifici giudiziari.

Per consentire un rapido ed immediato miglioramento della performance degli uffici giudiziari è prevista l’assunzione di nuovo personale per un totale di 21.910 unità e l’innovazione, sul piano organizzativo, con l’Ufficio del processo (introdotto nel sistema con d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114, ma solo in via sperimentale) per affiancare al giudice un team di personale qualificato di supporto ed agevolarlo nelle attività preparatorie del giudizio e in tutto ciò che può velocizzare la redazione di provvedimenti.

Come garantire una giustizia più effettiva, efficiente oltre che giusta?

Il PNRR, coniugando gli interventi normativi con investimenti adeguati a sostenerli nel tempo, nella direzione di maggiore semplificazione e, dunque, efficienza del processo civile – anche grazie agli interventi predisposti dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia – si pone l’obiettivo, da un lato, di rimediare ai ritardi processuali e, dall’altro lato, di snellire l’arretrato presente nelle aule di Tribunale.

Con specifico riguardo al processo civile, particolare attenzione meritano i profili organizzativi e strutturali a cui sono destinate le risorse economiche previste dal Piano ed il potenziamento di una delle “tre dorsali” previste dal Piano, gli ADR, che fa leva sulla spinta deflattiva del contenzioso civile derivante dal rafforzamento dei c.d. Alternative Dispute Resolution:

  • conferire più potere agli arbitri (rafforzamento delle garanzie di imparzialità dell’arbitro attuato attraverso la previsione di uno specifico dovere di disclosure, nonché e potere di emanare provvedimenti di natura cautelare);
  • maggiore attenzione alla mediazione con l’introduzione di incentivi economici e fiscali, nonché misure di favore per le parti sulle spese giudiziali, estenderne la portata in ulteriori settori non precedentemente ricompresi nell’ambito di operatività, sviluppare la mediazione demandata dal giudice;
  • negoziazione assistita (estensione anche alle crisi della famiglia non matrimoniale per eliminare disparità di trattamento dei figli nati fuori dal matrimonio);
  • puntare, dunque, sugli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie(Alternative Dispute Resolution) per deflazionare il carico degli uffici giudiziari, tema non nuovo ma che sinora non si è dimostrato (purtroppo) risolutivo;
  • introdurre un unico rito per le separazioni e i divorzi nonché per l’affidamento e il mantenimento dei figli nati al di fuori del matrimonio
  • rendere effettivi i principi di sinteticità degli atti e di leale collaborazione tra il giudice e le parti (e i loro difensori), introducendo strumenti premiali e sanzionando i casi di inosservanza; rendere più celere l’istruttoria processuale;
  • implementare definitivamente il processo telematico, attraverso la maggiore digitalizzazione del contenzioso di primo grado e dei gradi successivi, nonché con il consolidamento delle udienze da remoto e della cd. trattazione scrittura.
  • semplificare il processo di legittimità con la previsione di ricorsi più sintetici e pronunce in camera di consiglio, e la possibilità per il giudice di merito di rivolgersi direttamente alla Corte di Cassazione per la risoluzione di una questione nuova di diritto e di particolare importanza, difficile da interpretare e suscettibile di porsi in numerose controversie;
  • prevedere agevolazioni in tema di esecuzione forzata abrogate le disposizioni relative alla formula esecutiva e alla spedizione in forma esecutiva per snellire l’avvio dell’esecuzione.

Paola Cavallero

Senior Associate Lawyer at Mainini & Associati

https://www.economia.news/article/15096/paola-sulla-giustizia-gioca-partita-decisiva

Avv. Paola Cavallero

#StudioMainini&Associati

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#sistemagiudiziarioitaliano #crisiefficienza

 

Nuovo protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro

Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati
all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione
anti SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro

6 aprile 2021

 

Oggi, 6 aprile 2021, è stato sottoscritto – all’esito di un approfondito confronto in videoconferenza – il presente “Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2/ Covid-19 nei luoghi di lavoro”.

Il Protocollo è adottato su invito del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro della salute, che hanno promosso il confronto tra le Parti sociali al fine di contribuire alla rapida realizzazione del Piano vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19, coordinato dal Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale.

Il Governo favorisce, per quanto di sua competenza, la piena attuazione del Protocollo.

Premessa

Con l’obiettivo di favorire l’applicazione e l’efficacia delle misure di contrasto e di contenimento della diffusione del SARS-CoV-2/Covid-19 negli ambienti di lavoro – e di accrescerne, conseguentemente, la sicurezza e la salubrità – successivamente alla dichiarazione dello stato di emergenza le Parti sociali, su invito del Governo, hanno adottato Protocolli condivisi per la regolamentazione e l’attuazione di tali misure, in particolare il 14 marzo e il 24 aprile 2020, sviluppati anche con il contributo tecnico-scientifico dell’INAIL.

Ulteriori Protocolli condivisi sono stati successivamente adottati dalle Parti sociali, su invito del Ministri competenti, per disciplinare le misure di contrasto e di contenimento del rischio di contagio in relazione a particolari settori produttivi e alle specificità dei rispettivi rischi e attività.

Fin dall’inizio della pandemia, infatti, le Parti sociali hanno condiviso l’obiettivo prioritario di coniugare la prosecuzione delle attività commerciali e produttive con la garanzia di adeguate condizioni di salubrità e sicurezza degli ambienti e delle modalità di lavoro.

Il Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale ha elaborato il Piano vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19, con l’obiettivo di coinvolgere tutto il Sistema Paese nella rapida realizzazione della campagna vaccinale, valorizzando le sinergie tra tutti gli attori in campo anche attraverso la realizzazione di punti di vaccinazione aggiuntivi a livello territoriale.

La diffusione dei vaccini su tutto il territorio nazionale, da cogliere come evento decisivo nella lotta al virus per la tutela dell’intera collettività, assieme all’effettiva disponibilità degli stessi, assume un ruolo determinante anche per la ripresa delle attività sociali e lavorative in piena sicurezza.

In particolare, la vaccinazione delle lavoratrici e dei lavoratori realizza il duplice obiettivo di concorrere ad accelerare e implementare a livello territoriale la capacità vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19 e a rendere, nel contempo, più sicura la prosecuzione delle attività commerciali e produttive sull’intero territorio nazionale, accrescendo il livello di sicurezza degli ambienti di lavoro.

In questa prospettiva, le organizzazioni di rappresentanza delle imprese hanno avvertito la responsabilità sociale di collaborare attivamente all’iniziativa, sia attraverso l’offerta di spazi aziendali di grandi dimensioni presenti nei diversi territori per l’utilizzo diretto da parte del sistema pubblico dell’emergenza come punti di vaccinazione aggiuntivi, sia attraverso l’impegno delle aziende e dei datori di lavoro alla vaccinazione diretta del proprio personale, nella convinzione che solamente un’azione generale e coordinata può abbattere i tempi della vaccinazione, ampliare la tutela e consentire di proteggere la salute collettiva.

In coerenza con il “Piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione delle infezioni da SARS-CoV-2” e le “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19” di cui al decreto del Ministero della salute del 12 marzo 2021, al fine di regolare le attività vaccinali nei luoghi di lavoro, il Ministero della salute e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, d’intesa con la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, con il Commissario Straordinario per il contrasto dell’emergenza epidemiologica e con il contributo tecnico-scientifico dell’Inail, hanno adottato uno specifico documento recante: Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro, da applicare sull’intero territorio nazionale per la costituzione, l’allestimento e la gestione dei punti vaccinali straordinari e temporanei nei luoghi di lavoro.

Con decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, all’articolo 3 è stata esclusa espressamente la responsabilità penale degli operatori sanitari per eventi avversi nelle ipotesi di uso conforme del vaccino.

Tanto premesso, in continuità e in coerenza con i precedenti accordi sottoscritti dalle Parti sociali per prevenire e fronteggiare gli effetti della pandemia da virus SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro, con lo specifico obiettivo di concorrere alla rapida realizzazione della campagna vaccinale attraverso il coinvolgimento delle realtà produttive in maniera coordinata e uniforme sull’intero territorio nazionale,

si conviene quanto segue:

  1. L’iniziativa che forma oggetto del presente Protocollo, finalizzata in particolare a realizzare l’impegno delle aziende e dei datori di lavoro alla vaccinazione diretta dei lavoratori che a prescindere dalla tipologia contrattuale prestano la loro attività in favore dell’azienda, costituisce un’attività di sanità pubblica che si colloca nell’ambito del Piano strategico nazionale per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 predisposto dal Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica.
  2. I datori di lavoro, singolarmente o in forma aggregata e indipendentemente dal numero di lavoratrici e lavoratori occupati, con il supporto o il coordinamento delle Associazioni di categoria di riferimento, possono manifestare la disponibilità ad attuare piani aziendali per la predisposizione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2 (Covid-19) nei luoghi di lavoro destinati alla somministrazione in favore delle lavoratrici e dei lavoratori che ne abbiano fatto volontariamente A tal fine, i datori di lavoro interessati si attengono al rispetto delle Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro richiamate in premessa (di seguito: Indicazioni ad interim) – che, allegate al presente Protocollo, ne costituiscono parte integrante – nonché di ogni altra prescrizione e indicazione adottata dalle Autorità competenti per la realizzazione in sicurezza della campagna vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19. La vaccinazione di cui al presente Protocollo potrà riguardare anche i datori di lavoro o i titolari.
  3. Nell’elaborazione dei piani aziendali oggetto del presente Protocollo, i datori di lavoro assicurano il confronto con il Comitato per l’applicazione e la verifica delle regole contenute nel Protocollo del 24 aprile 2020, tenendo conto della specificità di ogni singola realtà produttiva e delle particolari condizioni di esposizione al rischio di contagio e con il supporto del medico competente, ovvero con altri organismi aziendali previsti nell’ambito dei Protocolli di settore.
  4. I piani aziendali sono proposti dai datori di lavoro, anche per il tramite delle rispettive Organizzazioni di rappresentanza, all’Azienda Sanitaria di riferimento, nel pieno rispetto delle Indicazioni ad interim e delle eventuali indicazioni specifiche emanate dalle Regioni e dalle Province Autonome per i territori di rispettiva
  • All’atto della presentazione dei piani aziendali di cui al paragrafo 2, il datore di lavoro specifica altresì il numero di vaccini richiesti per le lavoratrici e i lavoratori disponibili a ricevere la somministrazione, in modo da consentire all’Azienda Sanitaria di riferimento la necessaria programmazione dell’attività di distribuzione.
  1. I costi per la realizzazione e la gestione dei piani aziendali, ivi inclusi i costi per la somministrazione, sono interamente a carico del datore di lavoro, mentre la fornitura dei vaccini, dei dispositivi per la somministrazione (siringhe/aghi) e la messa a disposizione degli strumenti formativi previsti e degli strumenti per la registrazione delle vaccinazioni eseguite è a carico dei Servizi Sanitari Regionali territorialmente competenti.
  • Ai fini del presente Protocollo, tutte le Parti sottoscrittrici si impegnano a fornire le necessarie informazioni alle lavoratrici e ai lavoratori, anche attraverso il coinvolgimento degli attori della sicurezza e con il necessario supporto del medico competente, anche promuovendo apposite iniziative di comunicazione e informazione sulla vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19.
  1. Le procedure finalizzate alla raccolta delle adesioni dei lavoratori interessati alla somministrazione del vaccino dovranno essere realizzate e gestite nel pieno rispetto della scelta volontaria rimessa esclusivamente alla singola lavoratrice e al singolo lavoratore, delle disposizioni in materia di tutela della riservatezza, della sicurezza delle informazioni raccolte ed evitando, altresì, ogni forma di discriminazione delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti.
  2. Il medico competente fornisce ai lavoratori adeguate informazioni sui vantaggi e sui rischi connessi alla vaccinazione e sulla specifica tipologia di vaccino, assicurando altresì l’acquisizione del consenso informato del soggetto interessato, il previsto triage preventivo relativo allo stato di salute e la tutela della riservatezza dei dati.
  3. La somministrazione del vaccino è riservata ad operatori sanitari in grado di garantire il pieno rispetto delle prescrizioni sanitarie adottate per tale finalità e in possesso di adeguata formazione per la vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19 e viene eseguita in locali idonei che rispettino i requisiti minimi definiti con le Indicazioni ad interim richiamate al paragrafo 2. Per l’attività di somministrazione del vaccino il medico competente potrà avvalersi di personale sanitario in possesso di adeguata formazione.
  4. Il medico competente, nel rispetto delle vigenti disposizioni per la tutela della riservatezza dei dati personali, assicura la registrazione delle vaccinazioni eseguite mediante gli strumenti messi a disposizione dai Servizi Sanitari Regionali e richiamati al paragrafo 6.
  5. In alternativa alla modalità della vaccinazione diretta, descritta ai punti precedenti, laddove i datori di lavoro intendano collaborare all’iniziativa di vaccinazione attraverso il ricorso a strutture sanitarie private, possono concludere, anche per il tramite delle Associazioni di categoria di riferimento o nell’ambito della bilateralità, una specifica convenzione con strutture in possesso dei requisiti per la vaccinazione, con oneri a proprio carico, ad esclusione della fornitura dei vaccini che viene assicurata dai Servizi Sanitari Regionali territorialmente competenti.
  6. I datori di lavoro che, ai sensi dell’articolo 18 comma 1, lettera a) del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, non sono tenuti alla nomina del medico competente ovvero non possano fare ricorso a strutture sanitarie private, possono avvalersi delle strutture sanitarie dell’INAIL. In questo caso, trattandosi di iniziativa vaccinale pubblica, gli oneri restano a carico dell’INAIL.
  7. Nelle ipotesi di cui ai paragrafi 12 e 13, il datore di lavoro direttamente, ovvero attraverso il medico competente ove presente, comunica alla struttura sanitaria privata o alla struttura territoriale dell’INAIL il numero complessivo di lavoratrici e lavoratori che hanno manifestato l’intenzione di ricevere il vaccino. Sarà cura della stessa struttura curare tutti i necessari adempimenti che consentano la somministrazione, ivi compresa la registrazione delle vaccinazioni eseguite mediante gli strumenti messi a disposizione dai Servizi Sanitari Regionali e richiamati al paragrafo 6.
  8. Se la vaccinazione viene eseguita in orario di lavoro, il tempo necessario alla medesima è equiparato a tutti gli effetti all’orario di lavoro.
  9. Ai medici competenti ed al personale sanitario e di supporto coinvolto nelle vaccinazioni di cui al presente Protocollo è offerto, attraverso la piattaforma ISS, lo specifico corso di formazione realizzato anche con il coinvolgimento dell’INAIL che contribuirà altresì, in collaborazione con il Ministero della salute e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, alla predisposizione di materiale informativo destinato ai datori di lavoro, alle lavoratrici e ai lavoratori e alle figure della prevenzione.

* * * * *

Ministero del lavoro e delle politiche sociali

Ministero della salute

Ministero dello sviluppo economico

Commissario Straordinario emergenza Covid

INAIL

CGIL

CISL

UIL

UGL

CONFSAL

CISAL

USB

CONFINDUSTRIA

CONFAPI

CONFCOMMERCIO – Imprese per l’Italia

CONFESERCENTI

CONFARTIGIANATO

CNA

CASARTIGIANI

ALLEANZA COOPERATIVE

ABI

ANIA

CONFAGRICOLTURA

COLDIRETTI

CIA

CONFSERVIZI FEDERDISTRIBUZIONE CONFPROFESSIONI CONFIMI

CONFETRA

 

Transazione fiscale: le Sezioni Unite hanno deciso sulla giurisdizione: l giudice tributario non è competente a decidere. Lo afferma la sentenza n. 8504 del 25.03.2021

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite è intervenuta, con la sent. 8504 del 25.03.21, designando il giudice ordinario quale organo giurisdizionale competente chiamato a conoscere le controversie scaturenti dalla transazione fiscale.

Nell’ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti avanzato da una società in crisi, veniva presentata un’istanza di trattamento dei crediti tributari che non riceveva l’adesione dell’Amministrazione Finanziaria.

La società, pertanto, impugnava la mancata adesione avanti alla Commissione Provinciale competente.

L’Agenzia delle Entrate, d’altra parte, proponeva ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione negando la competenza del giudice tributario. Le sezioni unite, investite della questione, dichiaravano la giurisdizione del giudice ordinario e, in particolare, del tribunale fallimentare.

La Suprema Corte, nella propria decisione, partiva dalla premessa logica che la prima forma di transazione, introdotta con il d.l. 138/02, aveva natura differente rispetto a quella recentemente novellata dal d.l. 125/20. Nasceva infatti come una vera e propria transazione dei ruoli e non aveva natura sistematica all’interno del diritto fallimentare, rimando confinata nell’ambito dell’esecuzione esattoriale. Negli anni, invece, ben sei sono state le modifiche apportate dal Legislatore all’istituto e, non da ultimo, il Codice della crisi di impresa introduceva tre importanti novità: l’omologazione degli accordi di ristrutturazione anche senza l’assenso del Fisco nel caso di proposta vantaggiosa per l’Ente, la possibilità di proporre la transazione anche nelle trattative che precedono gli accordi di ristrutturazione ed il trattamento riservato ai crediti tributari e contributivi nel contesto del piano di concordato. Queste previsioni costituiscono una rivisitazione degli assetti sottesi alla vecchia transazione fiscale e giustificano un pensiero logico-giuridico che confuta quanto affermato dalla giurisprudenza di merito, per altro esigua, susseguita nel corso degli anni.

A nulla rilevando la natura giuridica dell’istituto e la sussumibilità della mancata adesione in una delle fattispecie previste come limite alla giurisdizione tributaria, come invece riteneva la società. Innanzitutto, perché la transazione fiscale, proposta all’interno di una più ampia procedura fallimentare, perde di fatto la sua autonomia diventano un sub-procedimento rispetto all’accordo di ristrutturazione o di concordato e, in aggiunta, perché si sostiene sempre più la necessità di valorizzare la finalità concorsuale dell’istituto. Nel caso di procedure fallimentari, l’esigenza dell’Amministrazione della puntuale applicazione del tributo deve lasciare spazio a valori più rilevanti per l’ordinamento, ossia l’occupazione dei lavoratori e la continuità di impresa.

Avv. Andrea Filippo Mainini - Junior Partner

Studio Mainini & Associati  

contributo su Italia Oggi del 08.04.2021

Paola Cavallero e Roberto De Vito: contributi propositivi di modifica del Decreto

Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta. Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici e per molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019. Su queste coraggiose imprese “neocostituite” proponiamo un contributo propositivo di modifica al Decreto.

Leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse ma la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Sono note a tutti le parole con il quale il Presidente Mario Draghi ha annunciato il via libera da parte del Consiglio dei Ministri alla bozza del Decreto Sostegni, approvato nella serata di venerdì 19 marzo 2021:

  • “Questo decreto è una risposta significativa e molto consistente alle povertà, al bisogno che hanno le imprese e ai lavoratori, è una risposta parziale ma il massimo che abbiamo potuto fare all’interno di questo stanziamento”
  • “I capisaldi di questo decreto sono gli aiuti alle imprese, il sostegno al lavoro e la lotta contro la povertà” 
  • “L’obiettivo di questo decreto è dare più soldi a tutti, darli velocemente e dare il massimo possibile”
  • “E’ necessario accompagnare le imprese e i lavoratori nel percorso di uscita dalla pandemia, questo è un anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi, verrà il momento di guardare al debito ma non è questo il momento, di pensare al Patto di stabilità”

Ed ancora: “una grandissima iniezione di fiducia per le attività e le partite iva colpite dalle chiusure degli ultimi mesi. Il Governo c’è e ci sarà”, ha commentato il Ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà.

Se leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse, si registrano alcuni obiettivi raggiunti, purtroppo quella tanto attesa boccata d’ossigeno e di iniezione di ristoro per le imprese non è arrivata o, quantomeno, non nei termini auspicati.

Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici: arriveranno, ma non a tutti, contributi minimi a fondo perduto.

Aiutare in questo modo produce solo una forte criticità: aumento del debito, per chi se lo potrà permettere, e chiusura delle attività nella peggiore delle ipotesi.

Nello scenario attuale gli imprenditori di alcune categorie non possono più “sopravvivere” ma devono agire, è cruciale se non vogliono compromettere ulteriormente la loro situazione.

Ed in questa prospettiva la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Da qui la necessità e l’opportunità – il cui allarme è stato lanciato a più voci – di segnalare alcuni contributi propositivi di modifica al Decreto.

In particolare, tra le “maglie” dello stesso, all’art. 1 comma 4 si legge che “il contributo a fondo perduto spetta a condizione che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 sia inferiore almeno del 30 per cento rispetto all’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2019. Al fine di determinare correttamente i predetti importi, si fa riferimento alla data di effettuazione dell’operazione di cessione di beni o di prestazione dei servizi. Ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1° gennaio 2019 il contributo spetta anche in assenza dei requisiti di cui al presente comma”.

Invero, i molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019 hanno certamente costituito la società ed attivato la partita Iva in data antecedente al 1 gennaio 2019. Così come hanno effettuato ingenti investimenti nel 2018 e durante il 2019, nonostante l’attività sia poi iniziata in epoca successiva, nel 2019, con la presentazione della formale segnalazione di inizio attività.

Sarà utile un esempio.

Una S.r.l. viene costituita nel 2018, epoca in cui si sottoscrive un contratto di locazione per attività di ristorazione, si paga la fee al precedente inquilino, si iniziano onerose opere di ristrutturazione, si fanno progettare e realizzare costosi arredi e si acquistano i preziosi strumenti di lavoro, si chiedono i numeri permessi per aprire l’attività. Nel 2019, finalmente, terminati (e non ancora pagati) lavori, arredi ed attrezzature, professionisti, ottenuti gli innumerevoli permessi, finalmente la S.r.l. presenta la scia per iniziare a lavorare. Il fatturato del 2019 è quello di una nuova attività senza avviamento, fatturato prodotto solo nei mesi di apertura effettiva dell’anno, con la pressione (sarebbe più corretto scrivere con l’angoscia) dell’ammortamento dell’investimento.

Dopo pochi mesi le autorità dispongono le prime chiusure, chiusure a singhiozzo, che dopo dodici mesi sono ancora in corso.

Intanto, durante quest’anno e mezzo di lavoro a singhiozzo, l’imprenditore ha subito diversi accessi della Guardia di Finanza durante l’orario di affluenza di clientela per il controllo degli scontrini e dei documenti (fermando anche i clienti fuori dal locale), nonché verifiche della ASL, durante l’orario di affluenza di clientela , ispezioni della polizia annonaria in uniforme, durante l’orario di affluenza di clientela, un furto dell’incasso, ha dovuto anticipare la cassa integrazione ai collaboratori e pagare l’affitto dell’appartamento di un dipendente che era stato garantito con fidejussione personale, ha avuto questioni con il proprietario dei muri che non intendeva abbassare il canone, ha continuato a pagare assicurazioni, vigilanza privata, utenze (oltre 600,00 euro al mese per un’attività di 80 mq), contratti di noleggio ed assistenza, commercialista, consulente del lavoro, medico competente,  spese condominiali, leasing, (etc.), nonostante la chiusura forzata.

In questo quadro, nel quale sono state omesse le intuibili voci di costo personali e della famiglia dell’imprenditore (si pensi solo all’acquisto di un computer per ogni figlio in DAD…), tra il 2020 e il 2021 lo Stato ha continuato pervicacemente ad escludere la società da qualsiasi forma di ristoro a fondo perduto.

Non hai avuto la flessione di fatturato tra il 2020 e il 2019 perché nel 2019 hai lavorato solo cinque mesi? 

Hai iniziato l’attività nel 2019, hai emesso il primo scontrino fiscale a luglio 2019 ma hai aperto la partita Iva nel 2018? 

Ti hanno costretto a chiudere e ad aprire numerose volte, con un preavviso indegno per qualsiasi programmazione aziendale? 

L’unica nota positiva nel quadro descritto è stata la disponibilità dei fornitori a spalmare su un tempo maggiore il pagamento delle forniture, con ciò attuando una forma solidaristica tra privati.

Ebbene, i danni imposti agli imprenditori del commercio e dei servizi sono inestimabili e vedono le proprie prospettive di vita e lavoro appese all’incertezza presente e alla volatilità futura.

Per consentire un’equa distribuzione delle risorse nonché un pari trattamento tra i consociati, andrebbe quantomeno emendato il testo del comma 4 dell’art. 1 sostituendo la parte “ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1 gennaio 2019 il contributo spetta […]” con “ai soggetti che hanno dichiarato l’inizio dell’attività dal 1 gennaio 2019 spetta anche in assenza […]”.

In questo modo, la platea di operatori – spesso giovaniche hanno operato onerosi investimenti ed iniziato l’attività nel 2019 (bar, ristoranti, etc.), rimasti ingiustificatamente esclusi da qualsiasi forma di ristoro dall’inizio della pandemia ad oggi – potrebbe ricevere un pò di ossigeno e scongiurare il fallimento.

Da qui la richiesta di ri-aprire al più presto un tavolo di lavoro per scongiurare il collasso.

Verrebbe da richiamare la scommessa pascaliana (trascriviamo da google un intervento): “La scommessa di Pascal riguarda l’esistenza di Dio. Non possiamo sapere se Dio esiste o no però possiamo provare a scommettere. Possiamo scommettere sull’esistenza di Dio e alla fine, se avremo torto, avremo vissuto una vita seguendo i principi della fede per niente.

Ma se avremo ragione, ci saremo guadagnati il Paradiso. Possiamo scommettere sulla non esistenza di Dio e allora, se avremo ragione, ci saremo goduti una vita dissoluta senza alcuna conseguenza. Ma se avremo torto, ci saremo persi il Paradiso. Secondo Pascal è molto più vantaggioso credere all’esistenza di Dio”. 

Ebbene, perché lo Stato non intende scommettere sulle imprese e sulle persone, persone che danno lavoro ad altre persone? Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta.

Solo con partnership di progetto che includano le rappresentanze delle organizzazioni di categoria (a proposito, dove sono finite le associazioni di categoria? Hanno ancora la capacità di svolgere la loro funzione o sono solo luoghi di piccolo potere, di scambio, di  prebende?) e prevedano una collaborazione e sinergia con le istituzioni sarà possibile affrontare e risolvere nell’immediato le questioni rimaste ancora aperte per garantire alla platea di imprenditori appena citati, vulnerabili e oramai ridotti allo stremo, di riappropriarsi del diritto di scegliere se chiudere l’azienda o tornare a lavorare ed essere competitivi nel settore di mercato.

Gli imprenditori chiedono di essere considerati e ascoltati dallo Stato e dalle istituzioni perché è inadatta la misura del tetto del fatturato per avere dei sostegni, perché la chiusura imposta alle loro attività, con tutte le conseguenze che ne derivano, è vissuta come una tragedia prima di tutto in termini di dignità personale prima ancora che economica.

La loro è una richiesta di sopravvivenza e di quel rilancio minimo che consentirebbe di non perdere irrimediabilmente il contributo che queste aziende possono dare all’economia e all’immagine del nostro Paese.

Gli imprenditori non chiedono solo aiuti, oramai non più differibili, ma di poter continuare a lavorare dopo l’auspicato ritorno alla next normal post Covid.

La crisi ha generato un fabbisogno di liquidità che ha trovato una prima risposta nel corso 2020 nell’indebitamento nei confronti del settore bancario, che oggi però assume una particolare rilevanza alla luce delle nuove regole sul default.

Serve quindi un ulteriore cambio di marcia a favore di tutti quei settori che hanno investito per poter restare aperti e che chiedono sia loro restituita la dignità di una prospettiva certa di riapertura, stabile e basata sull’effettiva possibilità di lavoro.

Se non sarà loro consentito di accedere ai contributi a fondo perduto certamente non riusciranno, per mancanza assoluta di liquidità, a pagare dipendenti, fornitori, servizi e ogni forma di tassazione.

Il dott. Franco De Stefano, in un articolo dal titolo “La pandemia aggredisce anche il diritto” pubblicato il 2 aprile 2020 sulla rivista Giustizia Insieme, ha sollecitato la riflessione di quattro giuristi  Corrado Caruso, Giorgio Lattanzi, Gabriella Luccioli e Massimo Luciani, due professori di diritto costituzionale, un presidente emerito della Corte costituzionale ed una presidente emerita della Corte di cassazione, sull’impatto della magmatica legislazione emergenziale sul diritto e, in particolare, sui diritti fondamentali di libertà di ogni individuo, in questo periodo acuto compressi con modalità mai prima sperimentate e foriere di mutamenti radicali”.

“L’ampiezza delle considerazioni degli intervistati” ha offerto questi autorevoli, lucidi e acuti spunti che ci piace poter condividere a conclusione di questo nostro contributo:

“Se l’assoluta priorità, in questo momento, è il superamento dell’offensiva del contagio con un impegno e con soluzioni senza precedenti, fin d’ora possiamo almeno tentare di mettere contemporaneamente in sicurezza qualcuno di quei valori che fino a ieri avevamo dati per scontati, per evitare che, passata o attenuata la furia dell’uragano che ancora imperversa, non ci sia più nulla da ricostruire; per attenuare il pericolo che in modo più o meno cosciente si sia minato per sempre il suolo su cui riedificare la nostra civiltà del terzo millennio; che, avvelenati i pozzi, siano irreversibilmente cambiate, col modo stesso di intendere la socialità e le modalità Ci si deve chiedere se l’Italia abbia posto in campo soluzioni adeguate, tanto a livello di rapporti col Parlamento che in ordine ai diversi livelli di governo; se l’interazione tra diritti fondamentali, molti dei quali definiti inviolabili dalla Costituzione, abbia sempre rispettato i principi di adeguatezza e proporzionalità e le garanzie procedimentali costituzionalizzate; se gli interventi normativi a livelli spesso eccessivamente differenziati siano avvenuti, sia pure con la necessaria flessibilità indotta dalla peculiarità di un’emergenza in tumultuosa e imprevedibile evoluzione, con altrettanta chiarezza.

Ci si deve interrogare sull’esistenza di una gerarchia di valori all’interno della Costituzione e, quindi, di una pretesa primazia del diritto alla vita ed alla salute, in nome del quale limitare – sia pure solo in via temporanea – alcuno degli altri, anziché dell’indispensabilità del riferimento alla nostra Carta fondamentale; ed in questo quadro occorre verificare la tenuta dell’imprescindibilità dei diritti inviolabili garantiti comunque e, quindi, anche in tempi di emergenza, salve le sole limitate e precise deroghe imposte da questa.

Rimane poi un capitolo tutto da scrivere quello del futuro di questa nostra società e, nel suo seno, dei rapporti tra diritto e forza, soprattutto una volta perdute da questa, nella sua manifestazione economica immediata, ogni sovrastruttura idealistica e tutte le remore o cautele formali: un ambito nel quale, abbandonati atteggiamenti autoreferenziali, il giurista di questo millennio può avere ancora un ruolo importante.

Insieme, ci si può forse augurare di lavorare, condividendo quest’utopia, per una solidarietà concreta ed effettiva, in una cornice minimale di sicurezza intesa non più quale coppia dialettica protezione-prevaricazione, ma quale espressione di un diritto che sappia rendere davvero effettive, con serietà ed all’occorrenza con rigore, le tutele promesse, a presidio dalla prepotenza della forza bruta, economica o ideologica o altro: una condizione di partenza affinché ognuno possa ancora, pure cambiate le regole dell’interazione coi suoi simili ed accettato perfino un distanziamento fisico permanente, perseguire i suoi obiettivi di evoluzione e soddisfazione che non siano in contrasto con quelli degli altri, in una reciproca limitazione, nel reciproco rispetto”.

 

Paola Cavallero, Senior Associate Mainini & Associati

Roberto De Vito, Of Counsel Mainini & Associati

 

Idee in movimento per una ri-costruzione del Paese nell’era del Covid

Questo il titolo dell’iniziativa del giornale www.economia.news per dare un messaggio di positività per il futuro. Pur tra mille e oggettive difficoltà, bisogna avere fiducia e guardare con speranza al futuro, anche facendo tesoro delle esperienze positive e perché no degli errori del passato.

Il Covid, nella sua brutalità, ha tracciato una situazione molto difficile. Ma non è la fine del mondo, anche se stiamo vivendo una crisi epocale che si insinua nella memoria collettiva delle persone.

Ma quali sono le conseguenze di questa crisi economica nel breve-medio periodo per le imprese?

Un esempio semplice: le attività ricettive, i ristoranti, i cinema, i teatri, le discoteche, etc. (la lista sarebbe lunga e infinita!) che riaprono non hanno a che fare con una domanda che si è accumulata, la gente che torna in questi luoghi non “consumerà” tutto quello che non ha “consumato” nei mesi in cui non si è potuto.

Nel medio termine le imprese dovranno evolvere, dovranno adattarsi ad un contesto competitivo che sarà completamente mutato. Sarà necessario capire come adeguarsi a questo “nuovo” mondo per rimanere in vita e crescere poi dopo.

professionisti, i manager giocheranno un ruolo chiave e strategico per far ripartire le aziende di ogni dimensione ma ancor di più per le PMI che versano in condizioni di difficoltà.

Da qui l’idea di continuare nel percorso avviato l’8 marzo, con lo speciale che abbiamo dedicato alla giornata internazionale dei diritti della donna, che ha visto grande partecipazione di articoli e contributi firmati da donne che vivono quotidianamente, ognuna a modo suo e con le proprie più intime emozioni, il confrontarsi nei vari campi, siano essi politicisociali ed economici.

E allora proviamo a capire come e se è possibile rimediarecontrastare gli effetti della crisitrovare soluzioni alternative alle anomalie della società economica nella quale viviamo, all’incapacità di garantire un’occupazione piena.

Avv. Paola Cavallero

Studio Mainini&Associati

Le PMI verso una ripartenza flessibile

Per #ripartire non si può navigare a vista: occorre avere chiara la volontà di #programmare e alzare lo sguardo oltre la pandemia, avendo bene in mente che l’incertezza e/o il non agire può avere conseguenze ancora più gravi. Per fare ciò occorre un #cambiodipasso che non potrà che avvenire nella direzione di nuovi #modelli di #business, più agili e orientati ad aziende sempre meno piramidali e sempre più guidate da #logiche di #rete.
Dal periodico: Economia e Finanza
Paola Cavallero Mainini & Associati  

POLIZZE ASSICURATIVE E CODICE DELLA CRISI DI IMPRESA, QUALI STRUMENTI ASSICURATIVI A TUTELA DEI VERTICI SOCIETARI

L’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. 14/2019, in attuazione della Legge 19 ottobre 2017, n. 155), rivoluzionerà il modo di condurre gli affari per moltissime Imprese – in parte lo ha già fatto per le norme già in vigore a partire dal 16 marzo 2019.

Diviene fondamentale comprenderne gli effetti, le novità e conoscere quali siano gli accorgimenti pratici e minimi per arrivare preparati, soprattutto in tema di responsabilità.

Le disposizioni di legge

Prevenire è meglio che curare, soprattutto se le ferite rischiano di essere davvero profonde. Questo è il senso che riassume l’obiettivo primario della riforma della legge fallimentare: prevenire l’insolvenza. Come fare ciò? Innanzitutto, le aziende devono dotarsi di modelli organizzativi adeguati e strutturati, finalizzati a limitare le situazioni in cui, dalle proprie azioni, possano scaturire effetti negativi tali da condurre la propria impresa ad uno stato di crisi irreversibile. Le aziende dovrebbero adoperarsi non solo per la salvaguardia della continuità aziendale ma anche e soprattutto son chiamate a rispondere in relazione alla responsabilità sociale derivante dagli effetti sul tessuto economico-sociale delle proprie azioni ed omissioni. Pertanto, appare ragionevole affermare che l’obiettivo primario della riforma in esame sia quello della prevenzione. Tre sono le macro finalità: 1) salvaguardare la continuità aziendale, 2) tutelare tutti gli stakeholders, 3) ridurre gli impatti negativi sull’economia generale.

Il Codice della Crisi ha aggiunto, in punto di responsabilità per i vertici societari, un nuovo comma all’articolo 2086 del Codice civile: “L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.” L’imprenditore deve, quindi, dotarsi di strumenti in grado di consentirgli di effettuare un monitoraggio costante del rischio di perdita della continuità aziendale. Il fondamentale presupposto del “going concern” assume una valenza diversa. Non solo rappresenta un criterio guida per le valutazioni di bilancio degli amministratori (come previsto dal Principio Contabile OIC 11) ma, in un’ottica di facilitazione dell’emersione precoce della crisi, diventa strumento molto utile. Il principale criterio di valutazione dell’adeguatezza degli assetti organizzativi è rinvenibile, infatti, nella loro capacità di garantire un monitoraggio costante della dinamica aziendale e della sua prospettica continuità nell’esercizio in corso. La vera sfida che gli adeguati assetti organizzativi sono chiamati ad affrontare è riuscire a verificare la sostenibilità della continuità aziendale. Valutazioni ed analisi da effettuarsi costantemente e non solo all’approvazione del bilancio di esercizio. Ciò comporta, in concreto, lo sviluppo di presidi volti a rilevare e misurare indicatori di natura quantitativa ma anche qualitativa, con responsabilità omissiva in capo ai vertici aziendali. Allo stesso modo, l’articolo 14 del Codice della Crisi amplia il ventaglio di responsabilità in capo all’organo di controllo.

Quali strumenti assicurativi?

In questo contesto è degna di menzione una copertura assicurativa conosciuta, tra gli operatori del settore specializzati nel Financial Line, come Polizza D&O (Directors and Officers). Si tratta di uno strumento di nicchia che garantisce una copertura assicurativa ad hoc per la responsabilità civile di amministratori, dirigenti e organi di controllo nel caso di violazioni accertate degli obblighi previsti dalla legge in materia di responsabilità per la crisi di impresa, nonché delle norme del codice civile. Scopo principale della polizza è di proteggere il patrimonio personale dei beneficiari e dei loro congiunti – nel caso in cui questi ultimi fossero chiamati a rispondere qualora sussistessero i presupposti di legge – da eventuali pretese risarcitorie proposte da terzi (dipendenti, fornitori, venditori, concorrenti, investitori ecc.) per fatti illeciti compiuti nella gestione dell’azienda. È bene rammentare, infatti, che le possibili richieste di risarcimento da parte di terzi nei confronti dei vertici societari possono essere avanzate in conseguenza di fatti anche colposi, commissivi od omissivi, compiuti in violazione dei doveri previsti da leggi o dallo statuto.

Polizza D&O – SIDE A o B?

Prima di sottoscrivere qualsiasi contratto è buona prassi effettuare un’analisi preliminare delle condizioni in esso contenute. Nel caso specifico, ancor prima di esaminare i testi di polizza è necessario verificare attentamente i documenti interni all’azienda (ad esempio: statuto, deliberazioni dell’assemblea dei soci, deliberazioni del consiglio di amministrazione ecc.) rilevando se sia contemplato l’obbligo di manleva della società nei confronti dei suoi amministratori e/o dirigenti.

Come noto, con il patto di manleva (contratto atipico in quanto non previsto dalla legge) una parte (il mallevatore) assume su di sé gli effetti patrimoniali negativi derivanti dalla responsabilità di un altro soggetto (mallevato). Lo strumento giuridico in esame viene spesso utilizzato, nell’ambito dei rapporti societari, nelle relazioni tra amministratore e soci e amministratore e società. In tal modo, gli amministratori sono tenuti indenni dalle responsabilità derivanti dall’attività gestoria svolta durante un determinato periodo di tempo.

È evidente, dunque che l’operatività della polizza D&O varierà a seconda della presenza o meno di detta clausola. Nel primo caso l’assicuratore, nei limiti ed alle condizioni previste dal contratto, si obbligherà a tenere indenne la Società e si impegnerà pertanto a rimborsare quanto da questa sia stato indennizzato alle persone assicurate a seguito di richieste risarcitorie avanzate nei confronti di queste ultime (SIDE B). Nella seconda ipotesi, l’assicuratore si obbliga a tenere indenne le persone assicurate da qualunque perdita patrimoniale in conseguenza di una richiesta di risarcimento presentata da terzi nei loro confronti, come pattuito nel contratto di polizza (SIDE A).

 

CONCLUSIONI

La diligenza richiesta ad amministratori, direttori generali ed organi di controllo è sempre più caratterizzata da elementi di professionalità e, dunque, soggetta ad essere valutata con più severità da tutti gli stakeholders.

La situazione pandemica, inoltre, ha aggravato di ulteriori adempimenti in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro e la congiuntura internazionale, caratterizzata da un’aggressiva concorrenza tra le imprese, la continua evoluzione della normativa italiana ed europea (D.lgs. 231/2001 e GDPR ecc.) e l’attenzione sempre maggiore sulla responsabilità personale dei vertici societari, stanno rendendo il ruolo degli amministratori e dei dirigenti sempre più rischioso.

Tutto ciò si ripercuote negativamente sui processi decisionali e, di conseguenza, sulle performance delle imprese. Considerate le molteplici fonti di responsabilità, i rischi a cui sono soggetti gli organi amministrativi e direttivi delle imprese nello svolgimento dei loro incarichi (rischi che non possono essere eliminati del tutto, ma solo in parte) diventa fondamentale – nonché strategico – adottare anche strumenti assicurativi in grado di tutelare i vertici societari e di incentivare l’assunzione di tali cariche.

In tal senso, un contratto D&O, stipulato con un professionista qualificato e costruito “su misura” rispetto alle proprie esigenze, può rappresentare una valida difesa rispetto al rischio “giuridico” di mala gestio ampiamente intesa.

 

dott. Simone Gritti, Commercialista

dott. Aldo Mainini - Senior Associate

Settore Commercialistico -Studio Mainini & Associati

pubblicato su:

Codice della crisi di impresa: strumenti assicurativi a tutela dei vertici societari (economia.news)

 

Permessi e visti post-Brexit: funziona così per gli italiani che sognano la Gran Bretagna

DIRITTO INTERNAZIONALE

Permessi e visti post-Brexit: funziona così per gli italiani che sognano la Gran Bretagna

Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto rispetto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo

ANDREA FILIPPO MAININI E MELISSA TREVISAN PALHAVAN

Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved

12 marzo 2021 • 16:55

  • Per chi fosse intenzionato a continuare la propria permanenza in UK sarà necessario registrarsi attraverso un sistema online e gratuito (il cd. EU-Settlement Scheme) entro il 30 giugno 2021.
  • Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto rispetto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo.
  • Ci sono quindi varie tipologie di visti tra cui districarsi, sulla base di requisiti negoziabili e obbligatori: dallo “standard visitor” alla “Skilled worker visa”.

A distanza di quasi quattro anni e mezzo del referendum popolare inglese con il quale Il Regno Unito aveva deciso di “lasciare” l’Unione Europea, a fine dicembre 2020, dopo lunghe e interminabili trattive, le parti del più importante negoziato degli ultimi tempi hanno raggiunto un accordo destinato a disciplinare l’uscita del paese della Regina dalla Comunità Europea, dopo ben 47 anni di adesione.

LO STATUS SETTLED E PRE-SETTLED

L’accordo di recesso tutela ampiamente i diritti dei cittadini europei giù residenti nel Regno Unito prima del 31/12/2020.

Per chi fosse intenzionato a continuare la propria permanenza in UK sarà necessario registrarsi attraverso un sistema online e gratuito (il cd. EU-Settlement Scheme) entro il 30 giugno 2021. Inoltrata la propria domanda, in caso di esito positivo,il cittadino europeo (quindi anche italiano) riceverà il permesso di settled o pre-settled (una sorta di permesso di soggiorno): la tipologia di permesso non può essere scelta dal richiedente ma viene assegnato in base agli anni di permanenza in suolo inglese.

Solitamente, il primo tipo di permesso (settled) si consegue avendo abitato in Regno Unito per un periodo continuativo di 5 anni (noto come “residenza continua” ovvero continuous residence). Se invece il tempo di permanenza nel Regno è inferiore a 5 anni è molto probabile che venga assegnata lo status di pre-settled.  La richiesta del permesso dovrà necessariamente essere corredata da 3 elementi fondamentali:

1) la prova valida della propria identità;

2) la prova valida di residenza continuativa nel Regno Unito;

3) il superamento del controllo dei precedenti penali. Nell’ipotesi di assenza pari o superiore a cinque anni dal territorio inglese, è prevista la perdita del settled status mentre il pre-settled status si perde con un’assenza dal paese pari o superiore a due anni.

Contrariamente, i cittadini italiani che arriveranno nel Regno Unito a partire dal 2021, non potranno beneficiare del settled o pre-settled status ma saranno soggetti alle nuove leggi sull’immigrazione.

LAVORARE IN UK

A partire dal 1° febbraio 2021 il Regno Unito ha implementato un sistema di immigrazione a punti (il cd. points-based immigration system) che prevede il raggiungimento di una serie di requisiti (obbligatori e “negoziabili”).

Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto riseptto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo. Sulla base di queste prime indicazioni è evidente come tale nuovo meccanismo si presenti come altamente restrittivo per i lavoratori non specializzati: svanisce quasi completamente la possibilità di trasferirsi in UK per imparare l’inglese o svolgere lavori più o meno saltuari (ad esempio, il cameriere).

Sul sito del Governo inglese, nella sezione “Check if you need a UK visa” è possibile verificare, sulla base della nazionalità di provenienza, del motivo della permanenza nonché della durata del soggiorno, la necessità o meno di richiedere un visto per entrare in Regno Unito.

I TIPI DI VISTI

Sulla base di tali permesse, si possono analizzare alcune tipologie di  visti:

Standard Visitor, che permette a un cittadino italiano di visitare il Regno Unito per un determinato periodo di tempo (solitamente 6 mesi) e per scopi generalmente collegati al turismo, alla visita ad amici o familiari, allo svolgimento di un breve corso di studio e comunque attività non coperti da altri visti.

È necessario precisare sin da subito che questa tipologia di regime non consente in alcun modo lo svolgimento di attività lavorativa retribuita in UK. Tra i documenti necessari, oltre a un valido passaporto, sarà necessario indicare: lo scopo della visita, i mezzi di sostegno economico durante il soggiorno, l’alloggio, l’assicurazione medica e dimostrare la propria intenzione di lasciare il Regno Unito una volta conclusa la propria visita (ad esempio, esibendo i biglietti di andata e ritorno).

Skilled worker visa: si tratta di un visto dedicato a lavoratori qualificati e per ottenerlo servono 70 punti. Per il raggiungimento dei primi 50 punti l’individuo deve soddisfare tre requisiti obbligatori: disporre di un’offerta di lavoro da uno sponsor autorizzato dall’Home Office; il lavoro offerto deve essere al livello RQF 3 o superiore e attestare una conoscenza della lingua inglese a livello B1 o superiore.

Gli altri 20 punti si possono ottenere mediante requisiti “negoziabili”. Facciamo alcuni esempi: il possesso di un dottorato in materia di scienze, tecnologie, ingegneria o matematica (10 punti), un’offerta di lavoro in un settore dove sussiste carenza di personale, come quello sanitario (20 punti), un salario che supera le 25.600,00 sterline annue (20 punti), un salario che varia tra le 23.040,00 e 25.999,00 sterline (10 punti). Invece chi ha un reddito inferiore a 23.039,00 sterline annue non ottiene alcun punto aggiuntivo.

Intra-company transfers: si tratta di un visto dedicato ai trasferimenti interni a una società e che permette lo spostamento di personale esclusivamente all’interno di aziende multinazionali o tra diverse filiali della stessa organizzazione.

L’iltra-company trasfers si presenta come valida alternativa per esportare lavoratori stranieri in Regno Unito e così incrementare la forza lavoro. Per ottenere questo visto si devono rispettare alcuni requisiti: disporre di un certificato di sponsorship, di un lavoro ad un livello di competenza adeguato e di un salario al livello richiesto.

I posted workers sono lavoratori che vengono indirizzati in UK dalla propria azienda per brevi periodi di tempo allo scopo di procedere alla realizzazione di un progetto specifico e i quali restano soggetti al sistema di sicurezza sociale del Paese di origine. Lo status di questa tipologia di lavoratori è ancora incerto e si attendono risposte e indicazioni da parte del Governo britannico.

Global talent: si tratta di un visto destinato a soggetti in possesso di specializzazioni in ambito tecnologico, artistico e scientifico. Si dispone, inoltre, che gli individui più qualificati potranno accedere in Regno Unito senza un’offerta di lavoro purché siano supportati da un ente inglese approvato dall’Home Office (ad esempio, la The Royal Society in materia di scienza e medicina).

Start up: si tratta di una particolare forma di visto dedicata a individui che intendono creare un business innovativo nel Regno Unito. È necessario il raggiungimento di particolari requisiti: essere supportato da un ente autorizzato dall’Home Office; dimostrare che la propria idea sia nuova, innovativa e con potenziale di crescita; avere un’età superiore a 18 anni; buona conoscenza della lingua inglese (almeno a livello B2) e, infine, se il richiedente non è ancora entrato nel Regno Unito, oppure risiede in Regno Unito da meno di 12 mesi, è necessario dimostrare di avere fondi sufficienti per sopportare l’attività.

In conclusione, è lampante quale sia lo scopo del Regno Unito dopo la Brexit: maggiore competenza, specializzazione e rafforzamento dei settori più carenti e rinascita del paese. “The United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland remains open for business!” D’altronde non si può negare che per il resto del mondo, compreso l’Italia, il sogno inglese, fino a poco tempo fa possibile, attualmente appare molto più lontano e difficoltoso.

Tuttavia, è evidente che siano ancora tanti gli aspetti da approfondire e chiarire

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ANDREA FILIPPO MAININI E MELISSA TREVISAN PALHAVAN

Andrea Filippo Mainini, avvocato, 
Junior Partner di Mainini & Associati. 
Laureato in giurisprudenza all'Università Cattolica del 
Sacro Cuore di Milano. Ha frequentato un corso di specializzazione
di un anno in diritto di impresa all'Università Bocconi 
di Milano. Iscritto al terzo anno di Economia e Legislazione
di Impresa all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. 
Assistente di diritto privato all'Università Statale di Milano
facoltà di Scienze Politiche. Autore su diverse riviste 
scientifiche e giuridiche.

Melissa Trevisan Palhavan: praticante avvocato presso Mainini
& Associati di Monza. Laureata in giurisprudenza presso 
l’Università degli Studi di Milano Bicocca. 
Appassionata degli strumenti di ADR, (particolarmente 
mediazione e arbitrato) e dell’utilizzo della tecnologia nel 
mondo della giustizia.

Avv. Paola Cavallero: smettere di pensare che non ci diano spazio

pubblicato su EconomiaNews  08.03.2021

Le donne non hanno ancora gli spazi che meritano ma questo non solo  per “colpa” degli uomini, sarebbe riduttivo semplificare la realtà lavorativa/professionale femminile in un discorso polarizzante donne/uomini. La transazione verso un modello paritario è economicamente rilevante oltre che necessaria sul piano sociale: occorre una sempre più netta inclusione finanziaria al femminile, promuovendo la partecipazione attiva delle donne

Nella giornata internazionale delle donne non possiamo non celebrare il protagonismo femminile nell’economia, nell’impresa, nella finanza e nella società.

Nel mercato del lavoro e delle imprese sono ancora innegabili i gap di carriera e di stipendio tra uomini e donne, in termini di occupazione, di segregazione orizzontale (posizioni di line o in quelle di staff) e verticale (fare carriera con le proprie competenze), di pay gap (differenza di stipendio e benefit).

Le donne non hanno ancora gli spazi che meritano ma questo non solo per ‘colpa’ degli uomini, sarebbe riduttivo semplificare la realtà lavorativa/professionale femminile in un discorso polarizzante donne/uomini.

Tanto si è fatto per promuovere la leadership e l’empowerment del talento femminile verso il raggiungimento della cd. parità di genere: molte donne ricoprono ruoli di board member di società quotate, posizioni apicali d’impresa e di istituzioni ma per impattare in modo ancora più decisivo sulla ‘rivoluzione’ in atto dobbiamo abbandonare la competizione e rivalità perché i tempi sono maturi affinché anche le donne acquisiscano un ruolo leader nell’impresa, nella società civile, nella politica e in tutti gli altri ambiti.

Ma tanto si può e deve ancora fare …

E per far ciò le donne devono imparare a fare squadra’: la complicità, la solidarietà non è mai stata un nostro punto di forza, raramente abbiamo fatto fronte comune affinché una donna emergesse, vuoi perché in parte insito nel mostro modo di essere vuoi perché per decenni nel mondo del lavoro siamo state ‘relegate’ senza aver modo di ricoprire ruoli di responsabilità, omologate al modello maschile.

Oggi più che mai è necessario cambiare (ma occorre averne voglia !) il modo di pensare, ma non bastano le parole, ci vuole coraggio e dare/creare fiducia: ci saranno più donne a ricoprire ruoli di responsabilità ma bisogna lavorare tutti insieme affinché questo avvenga.

La transizione verso un modello paritario è economicamente rilevante oltre che necessaria sul piano sociale: occorre una sempre più piena inclusione finanziaria al femminile, promuovendo la partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro attraverso investimenti, agevolando l’accesso al credito delle imprese femminili, creando opportunità e liberando le donne da quanto potrebbe ostacolare la loro indipendenza economica e realizzazione professionale.

Il mondo femminile, per accedere a ruoli chiave e aprirsi l’accesso ai luoghi in cui si ‘decide’, deve però progredire al pari degli uomini, potendo maturare esperienza senza bruciare le tappe: le donne possono fare la differenza includendo in questo percorso gli uomini ma devono aver modo di dimostrare la loro professionalità, competenza, expertise e quanto la loro presenza possa essere un valore aggiunto e un volano di crescita per l’economia del nostro Paese.

Avv. Paola Cavallero - studiomainini&associati

Paola Cavallero: smettere di pensare che non ci danno spazio (economia.news)

 

Fusioni e acquisizioni, Avv. Mennato Fusco: “Le nostre PMI soffrono la concorrenza del mercato straniero”

Il mercato straniero domina in Italia su quello nostrano e fusioni, acquisizioni e private equity soffrono la concorrenza senza, apparentemente, riuscire a reagire. «Anche se ci stiamo evolvendo, grazie anche al cambiamento di mentalità degli imprenditori, su dieci operazioni oggi almeno sette sono ad appannaggio di fondi private equity o strategici oltreconfine», spiega Mennato Fusco, responsabile del dipartimento M&A e Capital market di Mainini & Associati. «Nel 2020 questo tipo di operazioni sono valse 48 miliardi d’euro nel nostro Paese, in linea con i dati del 2019 nonostante la crisi scatenata dal Coronavirus. Per il solo Merger e Acquisition gli investimenti sono stimabili in 39 miliardi d’euro, dato in salita del 6% rispetto l’anno precedente. Tale crescita può passare anche da realtà estere, il problema è che lo scenario italiano non è sviluppato come quello europeo o americano. Questo implica che diversi soggetti acquisiscono società in Italia che hanno grande spazio e poca concorrenza».

Con il golden power da una parte si vogliono tutelare le società strategiche dalle cosiddette scalate ostili straniere, ma dall’altra non si rischia di scoraggiare gli investimenti in Italia?

«Il problema è che le aziende italiane non solo non investono su quelle straniere, ma non sono in grado di farlo neanche sulle italiane stesse. Motivo che ha spinto il legislatore a intervenire anche in materia di incentivi».

Quali incentivi sono previsti per questo tipo di operazione?

«La quotazione in borsa, per esempio, è molto incentivata dal punto di vista fiscale. Sulle aziende gravano molto le spese professionali, quindi il legislatore ha previsto la deducibilità, un credito del 50% nella fattispecie, per spese notarili, fiscali, legali e via dicendo. Poi bisogna tenere presente tutte quelle norme che consentono di ottenere crediti d’imposta, deduzioni e detrazioni per chi investe in aumento di capitale».

Per quale motivo una piccola media impresa, soprattutto in un momento come questo, dovrebbe orientarsi verso strumenti come l’M&A, il private equity o la quotazione in borsa?

«È proprio in un momento di incertezza come questo che ha più senso. L’Italia è composta da tante piccole imprese eccellenti. L’aggregazione tra queste, in termini di M&A o private equity, potrebbe renderle competitive sul mercato globale. Per esempio l’ingresso di un fondo di private equity nel capitale di una Pmi non solo apporterebbe liquidità, ma anche know how, relazioni, network. Così facendo si potrebbero fronteggiare i grossi player internazionali, che molte volte sono gli avversari delle realtà non strutturate. Da parte nostra notiamo comunque una crescita del numero di operazioni che interessano le società più piccole».

Di quanto sono aumentate?

«Rispetto al 2017/18 almeno di un 20%. Non solo i fondi guardano sempre con più attenzione alle aziende di dimensioni minori, ma c’è un approccio diverso degli imprenditori, che stanno cambiando mentalità. Solitamente c’è una certa reticenza da parte delle imprese familiari ad aprire il capitale a terzi, a divulgare informazioni. Esistono realtà eccellenti nelle province italiane che non conoscono l’impatto positivo che queste operazioni potrebbero avere».

Una Pmi quale strumento dovrebbe scegliere?

«Dipende dal tipo di azienda, dal momento che sta attraversando. Immagiamo un imprenditore che non ha eredi. Se vuole fa sopravvivere la sua società lo strumento migliore è la cessione a un fondo di private equity, che sarà in grado, grazie alle competenze manageriali, di farla sopravvivere al proprietario a prescindere dalla sua presenza».

Avv. Mennato Fusco

Fusioni e acquisizioni, Fusco: «Le nostre PMI soffrono la concorrenza del mercato straniero» – il Bollettino , Ilbollettino