RENDERE OBBLIGATORIO IN ITALIA QUASI OVUNQUE IL GREEN PASS SUL MODELLO FRANCESE O ADOTTARE MISURA PIÙ SOFT?

RENDERE OBBLIGATORIO IN ITALIA QUASI OVUNQUE IL GREEN PASS SUL MODELLO FRANCESE O ADOTTARE MISURA PIÙ SOFT? L’ESTENSIONE DELL’UTILIZZO DEL PASS È DAVVERO L’UNICA ARMA VINCENTE PER UNA BATTAGLIA ARRIVATA ORMAI A UN ALTRO SNODO FONDAMENTALE?

OBBLIGARE L’UTILIZZO DELLA CARTA VERDE PER RISTORANTI, CINEMA SIGNIFICHEREBBE IMPEDIRE AI NON VACCINATI LO SVOLGIMENTO DI ATTIVITÀ ALLA BASE DELLA SOCIALITÀ: CIÒ È GIURIDICAMENTE POSSIBILE? O RAPPRESENTA UNA COMPRESSIONE ILLEGITTIMA DELLA LIBERTÀ INDIVIDUALE?

Questi sono alcuni degli interrogativi al centro di un acceso dibattito su un futuro sempre incerto, tra incognite legate alle varianti del virus e al successo della campagna vaccinale in atto ma che, dati alla mano e soprattutto competenza per interpretarli, possono trovare una risposta senza ritorni al già detto, bensì con maggiore conoscenza e comprensione della nuova situazione efocus sul che fare qui e ora.

Ci eravamo – forse prematuramente – illusi che il virus fosse scomparso o che perlomeno fosse sotto controllo con il piano vaccinale in atto. Così purtroppo non è stato e così non è: Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha chiarito che una risalita dei contagi era prevista ed è in corso, ma con numeri più bassi del passato, ci si affida alla squadra di tecnici che continuerà a fare un lavoro di verifica. Quello che è certo – sostiene il ministro – è che la vera arma per chiudere questa stagione è la campagna di vaccinazione sulla quale dobbiamo insistere: “Bisogna avere consapevolezza dell’importanza di questo momento perché siamo in una fase diversa di gestione di una pandemia che purtroppo è ancora in corso e sarebbe un grave errore considerarla conclusa. Le varianti sono una insidia con cui abbiamo a che fare e dovremo tenere ancora alta l’asticella dell’attenzione nelle prossime settimane. Ma è altrettanto vero che siamo in una fase diversa grazie alla scienza, conoscenza, alla ricerca che ci hanno consentito di avere strumenti che solo un anno fa sembravano ancora lontani”.

La capacità diffusiva della variante Delta rischia di generare una ‘quarta ondata’, di fronte alla quale non possiamo trattenere un brivido: il Paese, con l’aumento della circolazione virale ed un incremento dei contagi potrebbe trovarsi nella situazione di dover adottare misure di contenimento già vissute nell’ultimo inverno e nella scorsa primavera.

Se dunque l’ottimismo non deve mancare si fa sempre più stringente la necessità di adottare per tempo un piano puntuale, realistico che preveda l’adozione immediata di una rete di protezione in grado di reggere l’urto di questo ‘cambio di fase‘.

I dibattiti medici, politici, giuridici sono all’ordine del giorno: secondo gli esperti per arginare la corsa della variante Delta e l’avanzare delle mutazioni del virus, con curve epidemiologiche sempre meno rassicuranti, bisogna raggiungere nel minor tempo possibile la copertura totale della popolazione.

Tutti noi abbiamo accettato limitazioni e sacrifici di ogni genere in nome della salute comune.

Ed è per evitare di dover ricorrere nuovamente a misure restrittive, vanificando i buoni risultati raggiunti sinora dal Paese, che occorre muoversi per tempo e fare uno scatto in avanti intensificando la campagna vaccinale in atto.

L’esecutivo sta vagliando nuove misure di contenimento del virus e, tra queste, una stretta per chi il Green pass non ce l’ha, adottando una serie di imposizioni per alcune categorie e oneri per gli altri, che inducano i cittadini a vaccinarsi, prima di assumere la decisione più radicale di rendere il vaccino obbligatorio per tutti. Per convincere gli ‘ultimi irriducibili’ il commissario straordinario Figliuolo non esclude una soluzione simile a quella francese perché “la vaccinazione è una delle chiavi per il ritorno alla normalità”: utilizzare il green pass per frequentare luoghi ed eventi pubblici “potrebbe essere anche una spinta per la vaccinazione. Abbiamo visto che se si fa squadra, si può vincere la sfida di un’emergenza così complessa, si arriva a delle soluzioni, anche problemi complessi possono essere scomposti. E’ una delle migliori lezioni apprese”

Sui tavoli dell’Istituto superiore di sanità e del governo ci sono i grafici e i dati dei contagi e si sta valutando l’ipotesi di spingere sul fronte vaccinale, rafforzando i vantaggi per chi è in possesso del green pass per partecipare a cerimonie, eventi, partite allo stadio, andare al cinema, a teatro, usare treni, bus e metrò o andare in discoteca.

Chi promuove a pieni voti la soluzione dell’adozione del certificato verde potenziato sull’onda del modello francese intravvede una leva per facilitare un’adesione al vaccino, incentivando i cittadini a immunizzarsi, e nel contempo un modo per riuscire a contemperare una convivenza civile con il virus.

Ognuno di noi deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e l’onere degli eventi avversi che ne possono derivare: lo si deve fare in un’ottica di solidarietà e di qualità della vita complessiva della comunità perché non si può pensare solo a sè stessi, ma anche agli altri ed alle persone fragili.

Il Prof. Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive all’ospedale di Pis,a ha dichiarato ad Adnkronos che “il vaccinato deve poter godere di privilegi, sennò il suo apporto al beneficio della comunità non viene in alcun modo ripagato. Se uno crea una sorta di privilegio per i vaccinati, qualcosa si raccoglie” in termini di adesione alla vaccinazione anti Covid. “Ci vuole una premialità – concorda il virologo – soprattutto per marcare la differenza, perché non è la stessa cosa vaccinarsi o non vaccinarsi. Non dimentichiamo – sottolinea Menichetti – che con il vaccino uno protegge se stesso che è molto importante perché anche un vaccinato che si ammala fa una malattia lieve, ma contribuisce anche all’immunità di gregge. Quindi creare una situazione di diversificazione tra chi ha aderito alla campagna vaccinale e chi non aderisce è una scelta di amministrazione pubblica che secondo me ha una logica. Sui particolari si potrà poi valutare”.

Il professore di Virologia all’Università San Raffaele di Milano, Roberto Burioni, afferma che “Il virus non è più quello che abbiamo conosciuto. E’ diventato molto più pericoloso. La necessità è ora quella di accelerare il ritmo della campagna vaccinale andando soprattutto a raggiungere tutti i fragili che risultano ancora senza neanche la prima dose. Il timore è che tra gli over 60 e gli over 70 tutt’ora non vaccinati si annidi una tenace fronda no vax, oggi ancora più pericolosa considerata l’alta potenzialità di contagio della variante Delta”.

LA SOLUZIONE DELL’UTILIZZO OBBLIGATORIO DEL GREEN PASS IN ITALIA COME IN FRANCIA POTREBBE GENERARE UNA QUESTIONE DI DISCRIMINAZIONE?

L’idea di estendere l’obbligo vaccinale sarebbe strumentale al principio della tutela della salute pubblica perché, diversamente opinando, chi ha avuto la possibilità di vaccinarsi e non lo ha fatto finirebbe per penalizzare un soggetto che invece è sano e immunizzato, costringendolo ad ulteriori e nuove restrizioni e quarantene.

Il divieto di accesso ai ‘luoghi pubblici o aperti al pubblico, in altri termini, non rappresenterebbe una compressione illegittima della libertà individuale tanto ed in quanto sia ragionevole e proporzionale di fronte all’esigenza corale di condurre il Paese fuori dalla pandemia.

Esiste un interesse collettivo alla salute che giustifica la compressione delle scelte dei singoli, sia che si tratti di vietare l’ingresso al ristorante a chi non è vaccinato, sia che si voglia imporre per legge la profilassi per le categorie e i contesti dove la circolazione del virus è più facile e pericolosa (v. medici, operatori della sanità, docenti, etc.), perché – nessuno lo può dimenticare – la pandemia è un evento epocale che ha contato sinora quasi tre milioni di vittime.

Vaccinarsi e non vaccinarsi non paiono a questo punto due alternative paritetiche: chi decide di scegliere di non vaccinarsi deve sopportare i disagi legati alla scelta, rimanendo a cenare a casa o non andando al cinema.

Del resto, a prescindere dal pensiero di ciascuno ma nel rispetto per tutti, non si può far sopportare le conseguenze dei ‘gravi disagi’ a chi ha avuto il senso civico di vaccinarsi che è l’unico modo – allo stato – per tornare a vivere in modo pressoché normale.

TUTELA DELLA SALUTE PUBBLICA E IMMUNIZZAZIONE DI MASSA

Nell’ipotesi in cui perduri la gravità della situazione sanitaria e permanga un pericolo per la collettività, con l’insostenibilità sul lungo periodo delle restrizioni alle attività economiche e sociali, non può escludersi l’obbligatorietà della vaccinazione soprattutto per alcune categorie professionali più a rischio di infezione e trasmissione del virus.

E’ una questione di grande attualità che tiene banco non solo tra politici, ministri, associazioni di categoria dei medici e operatori sanitari (nel mondo del lavoro in generale), ma tra illustri giuristi e costituzionalisti. E’ un tema interdisciplinare complesso, più giuridico che etico, che involge oltre alla scienza medica ed ai risultati della sperimentazione scientifica questioni delicate a livello costituzionale la cui soluzione dipende da cosa si intende per ‘obbligo’ e quali potrebbero essere le “categorie” destinatarie del predetto obbligo.

In base all’evolversi della situazione epidemiologica del Paese la politica dovrà optare per una chiara e precisa scelta: l”immunità di gregge’ (che si raggiungerebbe con le soglie di percentuali raccomandate dall’OMS) consentirebbe di garantire una protezione indiretta anche a coloro che, per motivi di salute, non possono vaccinarsi – in quanto soggetti fragili per le loro condizioni di salute – perché la profilassi andrebbe anche a loro vantaggio. Ed è anche nella necessità di proteggere quanti non possono essere vaccinati che risiederebbe il fondamento logico-giuridico di un eventuale obbligo vaccinale.

avv, Paola Cavallero

Studio Mainini & Associati

 

RIPETIZIONE SOMME IN APPELLO – La Cassazione torna a pronunciarsi sul termine finale post sentenza di primo grado

RIPETIZIONE SOMME IN APPELLO

OK alla richiesta: non costituisce una domanda nuova

 La richiesta di restituzione delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado, essendo conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata, non costituisce domanda nuova ed è perciò ammissibile in appello. L’istanza deve essere formulata, a pena di decadenza, con l’atto di appello, se il gravame è stato proposto successivamente all’esecuzione della sentenza, essendo invece ammissibile la proposizione nel corso del giudizio, ma non con la comparsa conclusionale, soltanto qualora l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione.

E’ il principio affermato dalla Cassazione, Sez. I civ, con l’ordinanza n. 7144 del 15.3.2021 che ha accolto l’impugnazione cassando con rinvio la sentenza della Corte di appello di Bari n. 100024/2015 che aveva dichiarato il difetto di giurisdizione dell’autorità giurisdizionale ordinaria e condannato gli attori al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio e alla restituzione delle somme già riscosse dal Comune di San Nicandro Garganico.

I giudici di secondo grado, pur avendo correttamente riconosciuto che il Comune aveva proposto appello successivamente al pagamento delle somme, avanzando domanda di restituzione delle somme solo in sede di precisazione della conclusioni, non hanno fatto corretta applicazione dei principi espressi dall’indirizzo maggioritario, ritenendo tempestiva la domanda di restituzione delle somme formulata dall’Ente.

La Corte, rilevato che la giurisprudenza è “univoca e consolidata nel ritenere che, dopo la modifica dell’art. 336 cpc la richiesta di restituzione delle somme pagate alla controparte in esecuzione della sentenza di primo grado, non configura una domanda nuova in appello, essendo conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata (Cass. 21.7. 1981, n. 4684; 6.11.1995, n. 11527; 16.6.1998, n. 6002; 21.7.2020, n. 15457)” (§ 4.4.), dà conto delle due diverse linee di sviluppo interpretative che presiedono all’individuazione del termine previsto a pena di decadenza per la proposizione dell’istanza.

In particolare, secondo l’indirizzo giurisprudenziale minoritario, la domanda non è necessaria “avendo il giudice di appello il potere di adottare direttamente i provvedimenti capaci di ripristinare la situazione precedente, ai sensi dell’art. 336 cpc, come novellato nel 1990, non diversamente dalla situazione disciplinata dall’art. 669 novies cpc” (Cass. 21.12.2001, n. 16170; 28.1.2003, n. 1233; 19.7.2005, n. 15220; 3.10.2005, n. 19296; 9.10.2012, n. 17227; 27.9.2016, n. 18972) (§4.4.1.).

Con l’ordinanza n. 7144/2021 la Cassazione ha invece preferito dare continuità all’orientamento secondo cui la domanda di rimborso “deve essere formulata, a pena di ‘decadenza’, con l’atto di appello, se proposto successivamente all’esecuzione della sentenza, essendo ammissibile la formulazione della domanda nel corso del giudizio, sino alla precisazione delle conclusioni, soltanto qualora l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione” (Cass. 8.8.2002, n. 12011; 18.7.2003, n. 11244; 13.7.2004, n. 12905; 8.7.2010, n. 16152; 9.10.2012, n. 17227; 26.1.2016, n. 1324; 30.1.2018, n. 2292) (§4.4.2.). E’ in ogni caso inammissibile l’istanza proposta con la comparsa conclusionale in appello, atteso che quest’ultima ha carattere meramente illustrativo di domande già proposte, non rilevando in contrario che l’esecuzione della sentenza sia successiva all’udienza di conclusioni ed anteriore alla scadenza del termine per il deposito delle comparse (Cass., 8.7.2010, n. 16152; 26.1.2016, n. 1324;  30.1.2018, n. 2292).

E’ irrilevante, sottolineano infine gli Ermellini, la circostanza che il pagamento sia stato corrisposto in seguito al pignoramento subito “perché ciò che assume rilievo, ai fini della restituzione, è la caducazione del titolo in esecuzione del quale le somme sono state corrisposte che fa venire meno il diritto a trattenere le somme incamerate” (§4.7.).

Avv. Paola Cavallero - senior partner

#studiomainini

Cassazione: presunzione di conoscibilità dell’atto che ammette però prova contraria

Un fallimento tra pochi intimi – Valida la consegna dell’istanza a persona di famiglia

Nel giudizio prefallimentare la notifica di un atto a mezzo del servizio postale si considera rituale e andata a buon fine se il plico viene consegnato a “persona di famiglia” che, pur non avendo uno stabile rapporto di convivenza con il notificando, sia a lui legato da vincolo di parentela. Il destinatario può contestare la modalità di notifica dimostrando che la presenza nella propria abitazione del soggetto che ha ritirato il plico, nella specie la moglie separata, era del tutto occasionale.

Così ha statuito la Cassazione con l’ordinanza n. 11228 del 28.4.2021 che ha confermato la sentenza della Corte di appello di Bari con la quale era stato respinto il reclamo proposto ai sensi dell’art. 18 I. fall. dal ricorrente, in proprio e quale ex socio della snc, avverso la sentenza dichiarativa di fallimento del Tribunale di Foggia per l’intervenuta estensione del a, che coincideva con il luogo di residenza del ricorrente, tramite la consegna al soggetto qualificatosi all’Ufficiale quale “moglie incaricata della ricezione degli atti”. Il giudice di secondo grado aveva ritenuto sussistente la presunzione (iuris tantum) di ricezione della notificazione ai sensi dell’art. 139 2 comma cpc, effettuata presso l’abitazione del destinatario mediante consegna al familiare, posto che anche la moglie separata con pronuncia giudiziale di addebito al marito è considerata come persona di famiglia, perché il rapporto di coniugio cessa solo con la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio (v. Cass. 18085/2013).fallimento anche ai soci illimitatamente responsabili.

Secondo la Corte del merito la notifica degli atti aò reclamante e all’impresa individuale di cui era titolare, effettuata presso l’indirizzo di posta elettronica della snc, si era perfezionata presso la sede della fallit

La Cassazione risolve la questione affermando la sussistenza del vincolo presuntivo di cui all’art. 139 cpc. Nello specifico, condividendo l’orientamento costante di legittimità (§ 5.3.1.), la Corte riafferma il principio secondo cui “in tema di notificazioni, la consegna dell’atto da notificare “a persona di famiglia”, secondo il disposto dell’art. 139 cod. proc. civ., non postula necessariamente né il solo rapporto di parentela – cui è da ritenersi equiparato quello di affinità – né l’ulteriore requisito della convivenza del familiare con il destinatario dell’atto, non espressamente menzionato dalla norma, risultando, all’uopo, sufficiente l’esistenza di un vincolo di parentela o di affinità che giustifichi la presunzione che la “persona di famiglia” consegnerà l’atto al destinatario stesso; resta, in ogni caso, a carico di colui che assume di non aver ricevuto l’atto l’onere di provare il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafiche del familiare medesimo (così, verbatim, Sez. 6 – L, Ordinanza n. 21362 del 15/10/2010; v. anche Cass. Sez. 1, Sentenza n. 18085 del 25/07/2013)”.

Sulla presunzione della convivenza temporanea nell’abitazione del destinatario della “persona di famiglia”, pur se separata con pronuncia giudiziale e residente altrove (§ 5.3.2.), che abbia preso in consegna l’atto (Cassazione n. 1843/1998, n. 7455/1997, 615/1995, 6100/1994, 2348/1194), il legislatore fonda altresì la presunzione di sollecita consegna del plico, superabile con la prova contraria della presenza occasionale e temporanea del familiare stesso (così le pronunce nn. 187/2000, 5671/1997, 737/1997).

Gli Ermellini rilevano, infine, come il reclamante non abbia fornito la prova contraria mancando di articolare istanze istruttorie dirette a dimostrare il carattere occasionale della presenza del consegnatario nella residenza del coniuge separato (§5.3.2.): l’unica prova testimoniale articolata sulla veridicità dell’attestazione contenuta nella relata di notifica sul luogo di ricezione dell’atto avrebbe dovuto essere contestato con la querela di falso.

Avv. Paola Cavallero

#Studiomainini

Ordinanza della Cassazione richiama una costante giurisprudenza di legittimità. SEPARAZIONI, OCCHIO ALL’ASSEGNO Accordo in vista del divorzio invalido per causa illecita

Con il divorzio cade l’assegno di mantenimento stabilito in sede di separazione consensuale in favore dell’ex coniuge, in quanto gli accordi stipulati in quella sede in virtù del futuro scioglimento del vincolo matrimoniale sono nulli per illiceità della causa, anche laddove gli stessi soddisfino le necessità dell’ex coniuge.

E’ quanto ha stabilito la prima sezione civile della Corte di cassazione con l’ordinanza 11012 pubblicata il 26 aprile 2021 che ha accolto il ricorso proposto dal marito cassando con rinvio la sentenza n. 218/2016 della Corte di appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari. La pronuncia, in parziale accoglimento dell’appello interposto avverso la pronuncia del Tribunale di Sassari, aveva revocato l’obbligo dell’appellante di corrispondere un contributo per il mantenimento del figlio e confermando l’assegno stabilito dal giudice di primo grado in favore della signora, ritenendolo congruo.

Seguiva il ricorso per cassazione fondato sull’unico motivo della violazione degli artt. 5 della L. 898/1970, 10 L. 74/1987 e 1343 cc perché, avendo l’assegno divorzile natura assistenziale, il giudice di merito avrebbe dovuto verificarne la spettanza i) solo alla luce dei presupposti indicati dalla predetta norma, ovvero ii) l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge beneficiario, iii) il decremento reddituale subito dal marito negli anni successivi la separazione. I giudici erano incorsi nell’errore di ritenere valido il patto sull’erronea interpretazione della sentenza n. 8109/2000 della Cassazione, che in realtà aveva dichiarato valido un accordo transattivo trasfuso parzialmente in un accordo di separazione per porre fine a una controversia patrimoniale, senza alcun riferimento, a differenza del caso di specie, ad accordi capaci di regolare i rapporti economici tra coniugi in vista di un futuro divorzio.

La Suprema corte, richiamato l’orientamento costante della giurisprudenza di legittimità sulla disciplina inderogabile dei rapporti tra coniugi in materia familiare e sulla nullità dei patti conclusi in sede di separazione in vista del futuro divorzio, ha confermato il principio già espresso secondo cui “gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico-patrimoniale in vista di un futuro divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale di cui all’art. 160 c.c.” (Cassazione n. 2224 del 30.01.2017; ex plurimis, Cassazione n. 5302 del 10.03.2006).

Secondo l’impostazione condivisa dalla Corte, i giudici di secondo grado, nell’ancorare la decisione alla sentenza della Suprema corte n. 8109/2000, hanno errato a) nel non tenere separato nè  precisato il profilo della definizione dei rapporti patrimoniali già pendenti tra le parti e dell’eventuale conseguente regolamentazione delle ragioni di debito-credito rispetto a quello differente della spettanza dell’assegno di divorzio; b) nel ritenere la liceità dei patti tra i coniugi diretti a disciplinare i loro rapporti economici in vista del futuro divorzio, ove fatti valere dal beneficiario dell’assegno pattuito in sede di separazione.

Nell’affrontare la questione, viceversa, è necessario distinguere, da un lato, la definizione dei rapporti patrimoniali tra le parti e, dall’altro, il diritto al vitalizio da verificare in virtù di criteri di legittimità. Spetta al giudice del divorzio stabilire se l’assegno decretato in sede di separazione sia conforme alla disciplina dei rapporti tra coniugi e se è sussistente il diritto all’assegno divorzile.

Nella descritta cornice normativa e giurisprudenziale gli Ermellini hanno, quindi,  cassato la sentenza con rinvio alla Corte di appello, in diversa composizione, che dovrà attenersi al seguente principio di diritto: “in tema di soluzione della crisi coniugale, ove in sede di separazione, i coniugi, nel definire i rapporti patrimoniali già tra di loro pendenti e le conseguenti eventuali ragioni di debito-credito portata da ciascuno, abbiano pattuito anche la corresponsione di un assegno dell’uno e a favore dell’altro da versarsi “vita natural durante”, il giudice del divorzio, chiamato a decidere sull’an dell’assegno divorzile, dovrà preliminarmente provvedere alla qualificazione della natura dell’accordo inter partes”, precisando se la rendita costituita (e la sua causa aleatoria sottostante) ‘in occasione’ della crisi familiare sia estranea alla disciplina inderogabile del rapporti tra coniugi in materia familiare, perché giustificata per altra causa, e se abbia fondamento il diritto all’assegno divorzile (che comporta necessariamente una relativa certezza causale soltanto in ragione della crisi familiare)”.

“Con il divorzio cade l’assegno di mantenimento stabilito in sede di separazione consensuale in favore dell’ex coniuge, in quanto gli accordi stipulati in quella sede in virtù del futuro scioglimento del vincolo matrimoniale sono nulli per illiceità della causa, anche laddove gli stessi soddisfino le necessità dell’ex coniuge”

 

Avv. Paola Cavallero

#Studiomaininini&Associati

Su Italiaoggi Sette a commento della sentenza della Cassazione Civile Ord., Sez. 1, n. 11012 pubblicata il 26.4.2021, Pres. Genovese, Rel. Fidanzia, in tema di “Accordo in vista del divorzio invalido per causa illecita”.

Sulla giustizia si gioca una partita decisiva

Il sistema giudiziario italiano versa in una grave crisi di efficienza e di funzionalità. Le parole chiave sono semplificare, sburocratizzare, digitalizzare. 

Paola Cavallero: gli interventi della riforma della giustizia

Gli interventi in cui si snoda la riforma del settore giustizia civile: processi più brevi, procedure alternative, tagli ai tempi ed alle formalità.

Giustizia ritardata è giustizia negata”, esordisce il capitolo del PNRR dedicato al tema, per focalizzarsi subito sul “fattore tempo”: per ottenere questa rapidità, “la riforma della giustizia interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari”.

“La riforma della giustizia ha l’obiettivo di affrontare i nodi strutturali del processo civile e penale”, scrive Draghi “e rivedere l’organizzazione degli uffici giudiziari. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale, in primo grado e in appello, e si implementa definitivamente il processo telematico”, mentre per alleggerire il peso degli arretrati giudiziari e per la completa digitalizzazione degli archivi sono previste assunzioni mirate e temporanee. Si snoda in alcuni ambiti di intervento prioritari: interventi sull’organizzazione: ufficio del processo; riforma del processo civile e Alternative Dispute Resolution (Adr); riforma della giustizia tributaria; riforma del processo penale; riforma dell’Ordinamento giudiziario, nell’intento dichiarato di riportare il processo italiano a un modello di efficienza e competitività.

Occorre potenziare le risorse umane e le dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario per consentire la trasparenza e la prevedibilità della durata dei procedimenti civili e penali. Rendere efficiente l’amministrazione della giustizia consente di assicurare “rimedi giurisdizionali effettivi” per la tutela dei diritti, specie dei soggetti più deboli.

Nel campo della giustizia civile si prevede la semplificazione del processo, in primo grado e in appello, attraverso la limitazione di udienze superflue e decisioni collegiali, l’implementazione del processo telematico e l’incentivazione delle procedure di mediazione. Tra gli elementi di novità il cd. Ufficio del processo, composto da personale qualificato che non solo coadiuverà il magistrato nello studio e nella preparazione della causa ma svolgerà altresì attività di ricerca, studio e redazione di bozze e provvedimenti, al fine di meglio ripartire la mole di lavoro tra più persone e ridurre così gli arretrati.

Il Piano, inoltre, predispone interventi volti a ridurre il contenzioso tributario e i tempi della sua definizione; in materia penale, il Governo intende riformare la fase delle indagini e dell’udienza preliminare; ampliare il ricorso a riti alternativi; rendere più selettivo l’esercizio dell’azione penale e l’accesso al dibattimento; definire termini di durata dei processi, con tempi più certi e stringenti per lo svolgimento delle indagini preliminari, una maggior scorrevolezza nel dibattimento e l’ampliamento delle possibilità di ricorso a riti alternativi.

Quanto all’Ordinamento Giudiziario, l’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza e la gestione complessiva delle risorse umane responsabilizzando maggiormente i dirigenti, che dovranno monitorare l’andamento dei ritardi processuali e delle pendenze innanzi ai singoli magistrati, intervenendo opportunamente al fine di limitarne il più possibile gli effetti pregiudizievoli.
Questo complesso di interventi garantirà, secondo le previsioni di Draghi, entro il 2024, di ridurre del 40% i tempi del processo civile e del 25% i tempi del processo penale: in altre parole, basterebbero 5 anni per una sentenza civile definitiva e circa tre anni per una sentenza penale definitiva.

Il “fattore tempo” al centro della riforma della giustizia

L’attuale sistema del processo deve essere migliorato riportando al centro degli interessi generali l’effettività della tutela giurisdizionale: in questo senso il PNRR può essere risolutivo.

Al centro il “fattore tempo”:

  • dimezzare la durata dei procedimenti civili così da consentire di accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere del 10%;
  • ridurre da 9 a 5 anni i tempi di definizione delle procedure fallimentari per consentire di generare un incremento di produttività dell’economia dell’1,6%, perché l’efficienza del settore giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato.

Insomma, conclude la nota del Ministro Cartabia, richiamando i contenuti del Piano “Le prospettive di rilancio del nostro Paese sono fortemente condizionate dall’approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della Giustizia”.

Questo è l’auspicio del governo ma anche quello che ci chiede l’Unione Europea.

Ed è a partire da quest’assunto, prosegue il Ministro, che si sviluppano gli interventi indicati nel PNRR per “riportare il processo italiano a un modello di efficienza e di competitività”. E lo fa partendo proprio dall’impatto sul PIL di un corretto funzionamento del processo: “Il sistema giudiziario sostiene il funzionamento dell’intera economia. L’efficienza del settore Giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato”.

Che una riforma sia necessaria per far funzionare meglio la Giustizia è evidente a tutti, addetti ai lavori e non: si deve però trovare una convergenza ed è fondamentale, dal punto di vista tecnico, riuscire a fare una riforma realmente efficace, strutturale e complessiva per evitare di rincorrere un “efficientismo” sprovvisto di misure in grado di garantire gli equilibri del giusto processo, con ricadute inaccettabili in termini di compressione dei diritti dei cittadini.

E servono significativi investimenti: senza un considerevole e convinto impegno economico, ogni riforma, seppur sulla carta pregevole, potrebbe risultare inadeguata e inefficace. Le riforme che incidono sul processo, civile o penale, o sugli assetti ordinamentali o, ancora, sulla crisi d’impresa, dovranno, quindi, essere accompagnate da interventi complessi e articolati che prevedano riforme imprescindibili sulle risorse umane e materiali da destinare al servizio giustizia.

Qual è l’obiettivo della riforma della giustizia?

La riforma della giustizia viene definita come una delle riforme di contesto del PNRR e, come tale, una “riforma orizzontale” che viene trattata congiuntamente a quella della pubblica amministrazione.

Come sottolineato dal Presidente Draghi, le raccomandazioni UE (Country Specific Recommendations del 2019 e anche del 2020) in tema di giustizia si concentrano, in particolare, sulla riduzione della durata dei processi civili in tutti i gradi. Tra gli interventi previsti dal PNRR quello di rivedere i nodi strutturali del processo civile e penale, ottimizzare gli uffici, rinforzando le risorse umane e potenziando le infrastrutture digitali. Le raccomandazioni, in particolare, hanno ad oggetto richieste di intervento sui seguenti aspetti del nostro sistema giudiziario: i) riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio; ii) riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione; iii) necessità di semplificazione delle procedure; iv) eliminazione della disomogeneità territoriali nella gestione dei processi; v) repressione della corruzione; iv) attuazione tempestiva dei decreti di riforma in materia di insolvenza; vii) promozione di soluzioni sostenibili per i debitori solvibili colpiti dalla crisi.

Ed ecco che il PNRR interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari, prevedendo assunzioni mirate e temporanee per eliminare il carico di casi pendenti e rafforza l’Ufficio del Processo ed interventi di revisione del quadro normativo e procedurale. Sono previste riforme di revisione del quadro normativo e procedurale, ad esempio un aumento del ricorso a procedure di mediazione e interventi di semplificazione sui diversi gradi del processo, volte ad accelerare lo svolgimento dei processi, e lo stanziamento di 2,3 miliardi, per la digitalizzazione dei procedimenti giudiziari e la gestione del carico pregresso di cause civili e penali, e di 0,41 miliardi per l’efficientamento degli edifici giudiziari.

Per consentire un rapido ed immediato miglioramento della performance degli uffici giudiziari è prevista l’assunzione di nuovo personale per un totale di 21.910 unità e l’innovazione, sul piano organizzativo, con l’Ufficio del processo (introdotto nel sistema con d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114, ma solo in via sperimentale) per affiancare al giudice un team di personale qualificato di supporto ed agevolarlo nelle attività preparatorie del giudizio e in tutto ciò che può velocizzare la redazione di provvedimenti.

Come garantire una giustizia più effettiva, efficiente oltre che giusta?

Il PNRR, coniugando gli interventi normativi con investimenti adeguati a sostenerli nel tempo, nella direzione di maggiore semplificazione e, dunque, efficienza del processo civile – anche grazie agli interventi predisposti dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia – si pone l’obiettivo, da un lato, di rimediare ai ritardi processuali e, dall’altro lato, di snellire l’arretrato presente nelle aule di Tribunale.

Con specifico riguardo al processo civile, particolare attenzione meritano i profili organizzativi e strutturali a cui sono destinate le risorse economiche previste dal Piano ed il potenziamento di una delle “tre dorsali” previste dal Piano, gli ADR, che fa leva sulla spinta deflattiva del contenzioso civile derivante dal rafforzamento dei c.d. Alternative Dispute Resolution:

  • conferire più potere agli arbitri (rafforzamento delle garanzie di imparzialità dell’arbitro attuato attraverso la previsione di uno specifico dovere di disclosure, nonché e potere di emanare provvedimenti di natura cautelare);
  • maggiore attenzione alla mediazione con l’introduzione di incentivi economici e fiscali, nonché misure di favore per le parti sulle spese giudiziali, estenderne la portata in ulteriori settori non precedentemente ricompresi nell’ambito di operatività, sviluppare la mediazione demandata dal giudice;
  • negoziazione assistita (estensione anche alle crisi della famiglia non matrimoniale per eliminare disparità di trattamento dei figli nati fuori dal matrimonio);
  • puntare, dunque, sugli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie(Alternative Dispute Resolution) per deflazionare il carico degli uffici giudiziari, tema non nuovo ma che sinora non si è dimostrato (purtroppo) risolutivo;
  • introdurre un unico rito per le separazioni e i divorzi nonché per l’affidamento e il mantenimento dei figli nati al di fuori del matrimonio
  • rendere effettivi i principi di sinteticità degli atti e di leale collaborazione tra il giudice e le parti (e i loro difensori), introducendo strumenti premiali e sanzionando i casi di inosservanza; rendere più celere l’istruttoria processuale;
  • implementare definitivamente il processo telematico, attraverso la maggiore digitalizzazione del contenzioso di primo grado e dei gradi successivi, nonché con il consolidamento delle udienze da remoto e della cd. trattazione scrittura.
  • semplificare il processo di legittimità con la previsione di ricorsi più sintetici e pronunce in camera di consiglio, e la possibilità per il giudice di merito di rivolgersi direttamente alla Corte di Cassazione per la risoluzione di una questione nuova di diritto e di particolare importanza, difficile da interpretare e suscettibile di porsi in numerose controversie;
  • prevedere agevolazioni in tema di esecuzione forzata abrogate le disposizioni relative alla formula esecutiva e alla spedizione in forma esecutiva per snellire l’avvio dell’esecuzione.

Paola Cavallero

Senior Associate Lawyer at Mainini & Associati

https://www.economia.news/article/15096/paola-sulla-giustizia-gioca-partita-decisiva

Avv. Paola Cavallero

#StudioMainini&Associati

#studiomainini

#sistemagiudiziarioitaliano #crisiefficienza

 

Nuovo protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro

Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati
all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione
anti SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro

6 aprile 2021

 

Oggi, 6 aprile 2021, è stato sottoscritto – all’esito di un approfondito confronto in videoconferenza – il presente “Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2/ Covid-19 nei luoghi di lavoro”.

Il Protocollo è adottato su invito del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro della salute, che hanno promosso il confronto tra le Parti sociali al fine di contribuire alla rapida realizzazione del Piano vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19, coordinato dal Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale.

Il Governo favorisce, per quanto di sua competenza, la piena attuazione del Protocollo.

Premessa

Con l’obiettivo di favorire l’applicazione e l’efficacia delle misure di contrasto e di contenimento della diffusione del SARS-CoV-2/Covid-19 negli ambienti di lavoro – e di accrescerne, conseguentemente, la sicurezza e la salubrità – successivamente alla dichiarazione dello stato di emergenza le Parti sociali, su invito del Governo, hanno adottato Protocolli condivisi per la regolamentazione e l’attuazione di tali misure, in particolare il 14 marzo e il 24 aprile 2020, sviluppati anche con il contributo tecnico-scientifico dell’INAIL.

Ulteriori Protocolli condivisi sono stati successivamente adottati dalle Parti sociali, su invito del Ministri competenti, per disciplinare le misure di contrasto e di contenimento del rischio di contagio in relazione a particolari settori produttivi e alle specificità dei rispettivi rischi e attività.

Fin dall’inizio della pandemia, infatti, le Parti sociali hanno condiviso l’obiettivo prioritario di coniugare la prosecuzione delle attività commerciali e produttive con la garanzia di adeguate condizioni di salubrità e sicurezza degli ambienti e delle modalità di lavoro.

Il Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale ha elaborato il Piano vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19, con l’obiettivo di coinvolgere tutto il Sistema Paese nella rapida realizzazione della campagna vaccinale, valorizzando le sinergie tra tutti gli attori in campo anche attraverso la realizzazione di punti di vaccinazione aggiuntivi a livello territoriale.

La diffusione dei vaccini su tutto il territorio nazionale, da cogliere come evento decisivo nella lotta al virus per la tutela dell’intera collettività, assieme all’effettiva disponibilità degli stessi, assume un ruolo determinante anche per la ripresa delle attività sociali e lavorative in piena sicurezza.

In particolare, la vaccinazione delle lavoratrici e dei lavoratori realizza il duplice obiettivo di concorrere ad accelerare e implementare a livello territoriale la capacità vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19 e a rendere, nel contempo, più sicura la prosecuzione delle attività commerciali e produttive sull’intero territorio nazionale, accrescendo il livello di sicurezza degli ambienti di lavoro.

In questa prospettiva, le organizzazioni di rappresentanza delle imprese hanno avvertito la responsabilità sociale di collaborare attivamente all’iniziativa, sia attraverso l’offerta di spazi aziendali di grandi dimensioni presenti nei diversi territori per l’utilizzo diretto da parte del sistema pubblico dell’emergenza come punti di vaccinazione aggiuntivi, sia attraverso l’impegno delle aziende e dei datori di lavoro alla vaccinazione diretta del proprio personale, nella convinzione che solamente un’azione generale e coordinata può abbattere i tempi della vaccinazione, ampliare la tutela e consentire di proteggere la salute collettiva.

In coerenza con il “Piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione delle infezioni da SARS-CoV-2” e le “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19” di cui al decreto del Ministero della salute del 12 marzo 2021, al fine di regolare le attività vaccinali nei luoghi di lavoro, il Ministero della salute e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, d’intesa con la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, con il Commissario Straordinario per il contrasto dell’emergenza epidemiologica e con il contributo tecnico-scientifico dell’Inail, hanno adottato uno specifico documento recante: Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro, da applicare sull’intero territorio nazionale per la costituzione, l’allestimento e la gestione dei punti vaccinali straordinari e temporanei nei luoghi di lavoro.

Con decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, all’articolo 3 è stata esclusa espressamente la responsabilità penale degli operatori sanitari per eventi avversi nelle ipotesi di uso conforme del vaccino.

Tanto premesso, in continuità e in coerenza con i precedenti accordi sottoscritti dalle Parti sociali per prevenire e fronteggiare gli effetti della pandemia da virus SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro, con lo specifico obiettivo di concorrere alla rapida realizzazione della campagna vaccinale attraverso il coinvolgimento delle realtà produttive in maniera coordinata e uniforme sull’intero territorio nazionale,

si conviene quanto segue:

  1. L’iniziativa che forma oggetto del presente Protocollo, finalizzata in particolare a realizzare l’impegno delle aziende e dei datori di lavoro alla vaccinazione diretta dei lavoratori che a prescindere dalla tipologia contrattuale prestano la loro attività in favore dell’azienda, costituisce un’attività di sanità pubblica che si colloca nell’ambito del Piano strategico nazionale per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 predisposto dal Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica.
  2. I datori di lavoro, singolarmente o in forma aggregata e indipendentemente dal numero di lavoratrici e lavoratori occupati, con il supporto o il coordinamento delle Associazioni di categoria di riferimento, possono manifestare la disponibilità ad attuare piani aziendali per la predisposizione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2 (Covid-19) nei luoghi di lavoro destinati alla somministrazione in favore delle lavoratrici e dei lavoratori che ne abbiano fatto volontariamente A tal fine, i datori di lavoro interessati si attengono al rispetto delle Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro richiamate in premessa (di seguito: Indicazioni ad interim) – che, allegate al presente Protocollo, ne costituiscono parte integrante – nonché di ogni altra prescrizione e indicazione adottata dalle Autorità competenti per la realizzazione in sicurezza della campagna vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19. La vaccinazione di cui al presente Protocollo potrà riguardare anche i datori di lavoro o i titolari.
  3. Nell’elaborazione dei piani aziendali oggetto del presente Protocollo, i datori di lavoro assicurano il confronto con il Comitato per l’applicazione e la verifica delle regole contenute nel Protocollo del 24 aprile 2020, tenendo conto della specificità di ogni singola realtà produttiva e delle particolari condizioni di esposizione al rischio di contagio e con il supporto del medico competente, ovvero con altri organismi aziendali previsti nell’ambito dei Protocolli di settore.
  4. I piani aziendali sono proposti dai datori di lavoro, anche per il tramite delle rispettive Organizzazioni di rappresentanza, all’Azienda Sanitaria di riferimento, nel pieno rispetto delle Indicazioni ad interim e delle eventuali indicazioni specifiche emanate dalle Regioni e dalle Province Autonome per i territori di rispettiva
  • All’atto della presentazione dei piani aziendali di cui al paragrafo 2, il datore di lavoro specifica altresì il numero di vaccini richiesti per le lavoratrici e i lavoratori disponibili a ricevere la somministrazione, in modo da consentire all’Azienda Sanitaria di riferimento la necessaria programmazione dell’attività di distribuzione.
  1. I costi per la realizzazione e la gestione dei piani aziendali, ivi inclusi i costi per la somministrazione, sono interamente a carico del datore di lavoro, mentre la fornitura dei vaccini, dei dispositivi per la somministrazione (siringhe/aghi) e la messa a disposizione degli strumenti formativi previsti e degli strumenti per la registrazione delle vaccinazioni eseguite è a carico dei Servizi Sanitari Regionali territorialmente competenti.
  • Ai fini del presente Protocollo, tutte le Parti sottoscrittrici si impegnano a fornire le necessarie informazioni alle lavoratrici e ai lavoratori, anche attraverso il coinvolgimento degli attori della sicurezza e con il necessario supporto del medico competente, anche promuovendo apposite iniziative di comunicazione e informazione sulla vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19.
  1. Le procedure finalizzate alla raccolta delle adesioni dei lavoratori interessati alla somministrazione del vaccino dovranno essere realizzate e gestite nel pieno rispetto della scelta volontaria rimessa esclusivamente alla singola lavoratrice e al singolo lavoratore, delle disposizioni in materia di tutela della riservatezza, della sicurezza delle informazioni raccolte ed evitando, altresì, ogni forma di discriminazione delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti.
  2. Il medico competente fornisce ai lavoratori adeguate informazioni sui vantaggi e sui rischi connessi alla vaccinazione e sulla specifica tipologia di vaccino, assicurando altresì l’acquisizione del consenso informato del soggetto interessato, il previsto triage preventivo relativo allo stato di salute e la tutela della riservatezza dei dati.
  3. La somministrazione del vaccino è riservata ad operatori sanitari in grado di garantire il pieno rispetto delle prescrizioni sanitarie adottate per tale finalità e in possesso di adeguata formazione per la vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19 e viene eseguita in locali idonei che rispettino i requisiti minimi definiti con le Indicazioni ad interim richiamate al paragrafo 2. Per l’attività di somministrazione del vaccino il medico competente potrà avvalersi di personale sanitario in possesso di adeguata formazione.
  4. Il medico competente, nel rispetto delle vigenti disposizioni per la tutela della riservatezza dei dati personali, assicura la registrazione delle vaccinazioni eseguite mediante gli strumenti messi a disposizione dai Servizi Sanitari Regionali e richiamati al paragrafo 6.
  5. In alternativa alla modalità della vaccinazione diretta, descritta ai punti precedenti, laddove i datori di lavoro intendano collaborare all’iniziativa di vaccinazione attraverso il ricorso a strutture sanitarie private, possono concludere, anche per il tramite delle Associazioni di categoria di riferimento o nell’ambito della bilateralità, una specifica convenzione con strutture in possesso dei requisiti per la vaccinazione, con oneri a proprio carico, ad esclusione della fornitura dei vaccini che viene assicurata dai Servizi Sanitari Regionali territorialmente competenti.
  6. I datori di lavoro che, ai sensi dell’articolo 18 comma 1, lettera a) del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, non sono tenuti alla nomina del medico competente ovvero non possano fare ricorso a strutture sanitarie private, possono avvalersi delle strutture sanitarie dell’INAIL. In questo caso, trattandosi di iniziativa vaccinale pubblica, gli oneri restano a carico dell’INAIL.
  7. Nelle ipotesi di cui ai paragrafi 12 e 13, il datore di lavoro direttamente, ovvero attraverso il medico competente ove presente, comunica alla struttura sanitaria privata o alla struttura territoriale dell’INAIL il numero complessivo di lavoratrici e lavoratori che hanno manifestato l’intenzione di ricevere il vaccino. Sarà cura della stessa struttura curare tutti i necessari adempimenti che consentano la somministrazione, ivi compresa la registrazione delle vaccinazioni eseguite mediante gli strumenti messi a disposizione dai Servizi Sanitari Regionali e richiamati al paragrafo 6.
  8. Se la vaccinazione viene eseguita in orario di lavoro, il tempo necessario alla medesima è equiparato a tutti gli effetti all’orario di lavoro.
  9. Ai medici competenti ed al personale sanitario e di supporto coinvolto nelle vaccinazioni di cui al presente Protocollo è offerto, attraverso la piattaforma ISS, lo specifico corso di formazione realizzato anche con il coinvolgimento dell’INAIL che contribuirà altresì, in collaborazione con il Ministero della salute e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, alla predisposizione di materiale informativo destinato ai datori di lavoro, alle lavoratrici e ai lavoratori e alle figure della prevenzione.

* * * * *

Ministero del lavoro e delle politiche sociali

Ministero della salute

Ministero dello sviluppo economico

Commissario Straordinario emergenza Covid

INAIL

CGIL

CISL

UIL

UGL

CONFSAL

CISAL

USB

CONFINDUSTRIA

CONFAPI

CONFCOMMERCIO – Imprese per l’Italia

CONFESERCENTI

CONFARTIGIANATO

CNA

CASARTIGIANI

ALLEANZA COOPERATIVE

ABI

ANIA

CONFAGRICOLTURA

COLDIRETTI

CIA

CONFSERVIZI FEDERDISTRIBUZIONE CONFPROFESSIONI CONFIMI

CONFETRA

 

Transazione fiscale: le Sezioni Unite hanno deciso sulla giurisdizione: l giudice tributario non è competente a decidere. Lo afferma la sentenza n. 8504 del 25.03.2021

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite è intervenuta, con la sent. 8504 del 25.03.21, designando il giudice ordinario quale organo giurisdizionale competente chiamato a conoscere le controversie scaturenti dalla transazione fiscale.

Nell’ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti avanzato da una società in crisi, veniva presentata un’istanza di trattamento dei crediti tributari che non riceveva l’adesione dell’Amministrazione Finanziaria.

La società, pertanto, impugnava la mancata adesione avanti alla Commissione Provinciale competente.

L’Agenzia delle Entrate, d’altra parte, proponeva ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione negando la competenza del giudice tributario. Le sezioni unite, investite della questione, dichiaravano la giurisdizione del giudice ordinario e, in particolare, del tribunale fallimentare.

La Suprema Corte, nella propria decisione, partiva dalla premessa logica che la prima forma di transazione, introdotta con il d.l. 138/02, aveva natura differente rispetto a quella recentemente novellata dal d.l. 125/20. Nasceva infatti come una vera e propria transazione dei ruoli e non aveva natura sistematica all’interno del diritto fallimentare, rimando confinata nell’ambito dell’esecuzione esattoriale. Negli anni, invece, ben sei sono state le modifiche apportate dal Legislatore all’istituto e, non da ultimo, il Codice della crisi di impresa introduceva tre importanti novità: l’omologazione degli accordi di ristrutturazione anche senza l’assenso del Fisco nel caso di proposta vantaggiosa per l’Ente, la possibilità di proporre la transazione anche nelle trattative che precedono gli accordi di ristrutturazione ed il trattamento riservato ai crediti tributari e contributivi nel contesto del piano di concordato. Queste previsioni costituiscono una rivisitazione degli assetti sottesi alla vecchia transazione fiscale e giustificano un pensiero logico-giuridico che confuta quanto affermato dalla giurisprudenza di merito, per altro esigua, susseguita nel corso degli anni.

A nulla rilevando la natura giuridica dell’istituto e la sussumibilità della mancata adesione in una delle fattispecie previste come limite alla giurisdizione tributaria, come invece riteneva la società. Innanzitutto, perché la transazione fiscale, proposta all’interno di una più ampia procedura fallimentare, perde di fatto la sua autonomia diventano un sub-procedimento rispetto all’accordo di ristrutturazione o di concordato e, in aggiunta, perché si sostiene sempre più la necessità di valorizzare la finalità concorsuale dell’istituto. Nel caso di procedure fallimentari, l’esigenza dell’Amministrazione della puntuale applicazione del tributo deve lasciare spazio a valori più rilevanti per l’ordinamento, ossia l’occupazione dei lavoratori e la continuità di impresa.

Avv. Andrea Filippo Mainini - Junior Partner

Studio Mainini & Associati  

contributo su Italia Oggi del 08.04.2021

Paola Cavallero e Roberto De Vito: contributi propositivi di modifica del Decreto

Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta. Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici e per molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019. Su queste coraggiose imprese “neocostituite” proponiamo un contributo propositivo di modifica al Decreto.

Leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse ma la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Sono note a tutti le parole con il quale il Presidente Mario Draghi ha annunciato il via libera da parte del Consiglio dei Ministri alla bozza del Decreto Sostegni, approvato nella serata di venerdì 19 marzo 2021:

  • “Questo decreto è una risposta significativa e molto consistente alle povertà, al bisogno che hanno le imprese e ai lavoratori, è una risposta parziale ma il massimo che abbiamo potuto fare all’interno di questo stanziamento”
  • “I capisaldi di questo decreto sono gli aiuti alle imprese, il sostegno al lavoro e la lotta contro la povertà” 
  • “L’obiettivo di questo decreto è dare più soldi a tutti, darli velocemente e dare il massimo possibile”
  • “E’ necessario accompagnare le imprese e i lavoratori nel percorso di uscita dalla pandemia, questo è un anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi, verrà il momento di guardare al debito ma non è questo il momento, di pensare al Patto di stabilità”

Ed ancora: “una grandissima iniezione di fiducia per le attività e le partite iva colpite dalle chiusure degli ultimi mesi. Il Governo c’è e ci sarà”, ha commentato il Ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà.

Se leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse, si registrano alcuni obiettivi raggiunti, purtroppo quella tanto attesa boccata d’ossigeno e di iniezione di ristoro per le imprese non è arrivata o, quantomeno, non nei termini auspicati.

Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici: arriveranno, ma non a tutti, contributi minimi a fondo perduto.

Aiutare in questo modo produce solo una forte criticità: aumento del debito, per chi se lo potrà permettere, e chiusura delle attività nella peggiore delle ipotesi.

Nello scenario attuale gli imprenditori di alcune categorie non possono più “sopravvivere” ma devono agire, è cruciale se non vogliono compromettere ulteriormente la loro situazione.

Ed in questa prospettiva la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Da qui la necessità e l’opportunità – il cui allarme è stato lanciato a più voci – di segnalare alcuni contributi propositivi di modifica al Decreto.

In particolare, tra le “maglie” dello stesso, all’art. 1 comma 4 si legge che “il contributo a fondo perduto spetta a condizione che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 sia inferiore almeno del 30 per cento rispetto all’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2019. Al fine di determinare correttamente i predetti importi, si fa riferimento alla data di effettuazione dell’operazione di cessione di beni o di prestazione dei servizi. Ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1° gennaio 2019 il contributo spetta anche in assenza dei requisiti di cui al presente comma”.

Invero, i molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019 hanno certamente costituito la società ed attivato la partita Iva in data antecedente al 1 gennaio 2019. Così come hanno effettuato ingenti investimenti nel 2018 e durante il 2019, nonostante l’attività sia poi iniziata in epoca successiva, nel 2019, con la presentazione della formale segnalazione di inizio attività.

Sarà utile un esempio.

Una S.r.l. viene costituita nel 2018, epoca in cui si sottoscrive un contratto di locazione per attività di ristorazione, si paga la fee al precedente inquilino, si iniziano onerose opere di ristrutturazione, si fanno progettare e realizzare costosi arredi e si acquistano i preziosi strumenti di lavoro, si chiedono i numeri permessi per aprire l’attività. Nel 2019, finalmente, terminati (e non ancora pagati) lavori, arredi ed attrezzature, professionisti, ottenuti gli innumerevoli permessi, finalmente la S.r.l. presenta la scia per iniziare a lavorare. Il fatturato del 2019 è quello di una nuova attività senza avviamento, fatturato prodotto solo nei mesi di apertura effettiva dell’anno, con la pressione (sarebbe più corretto scrivere con l’angoscia) dell’ammortamento dell’investimento.

Dopo pochi mesi le autorità dispongono le prime chiusure, chiusure a singhiozzo, che dopo dodici mesi sono ancora in corso.

Intanto, durante quest’anno e mezzo di lavoro a singhiozzo, l’imprenditore ha subito diversi accessi della Guardia di Finanza durante l’orario di affluenza di clientela per il controllo degli scontrini e dei documenti (fermando anche i clienti fuori dal locale), nonché verifiche della ASL, durante l’orario di affluenza di clientela , ispezioni della polizia annonaria in uniforme, durante l’orario di affluenza di clientela, un furto dell’incasso, ha dovuto anticipare la cassa integrazione ai collaboratori e pagare l’affitto dell’appartamento di un dipendente che era stato garantito con fidejussione personale, ha avuto questioni con il proprietario dei muri che non intendeva abbassare il canone, ha continuato a pagare assicurazioni, vigilanza privata, utenze (oltre 600,00 euro al mese per un’attività di 80 mq), contratti di noleggio ed assistenza, commercialista, consulente del lavoro, medico competente,  spese condominiali, leasing, (etc.), nonostante la chiusura forzata.

In questo quadro, nel quale sono state omesse le intuibili voci di costo personali e della famiglia dell’imprenditore (si pensi solo all’acquisto di un computer per ogni figlio in DAD…), tra il 2020 e il 2021 lo Stato ha continuato pervicacemente ad escludere la società da qualsiasi forma di ristoro a fondo perduto.

Non hai avuto la flessione di fatturato tra il 2020 e il 2019 perché nel 2019 hai lavorato solo cinque mesi? 

Hai iniziato l’attività nel 2019, hai emesso il primo scontrino fiscale a luglio 2019 ma hai aperto la partita Iva nel 2018? 

Ti hanno costretto a chiudere e ad aprire numerose volte, con un preavviso indegno per qualsiasi programmazione aziendale? 

L’unica nota positiva nel quadro descritto è stata la disponibilità dei fornitori a spalmare su un tempo maggiore il pagamento delle forniture, con ciò attuando una forma solidaristica tra privati.

Ebbene, i danni imposti agli imprenditori del commercio e dei servizi sono inestimabili e vedono le proprie prospettive di vita e lavoro appese all’incertezza presente e alla volatilità futura.

Per consentire un’equa distribuzione delle risorse nonché un pari trattamento tra i consociati, andrebbe quantomeno emendato il testo del comma 4 dell’art. 1 sostituendo la parte “ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1 gennaio 2019 il contributo spetta […]” con “ai soggetti che hanno dichiarato l’inizio dell’attività dal 1 gennaio 2019 spetta anche in assenza […]”.

In questo modo, la platea di operatori – spesso giovaniche hanno operato onerosi investimenti ed iniziato l’attività nel 2019 (bar, ristoranti, etc.), rimasti ingiustificatamente esclusi da qualsiasi forma di ristoro dall’inizio della pandemia ad oggi – potrebbe ricevere un pò di ossigeno e scongiurare il fallimento.

Da qui la richiesta di ri-aprire al più presto un tavolo di lavoro per scongiurare il collasso.

Verrebbe da richiamare la scommessa pascaliana (trascriviamo da google un intervento): “La scommessa di Pascal riguarda l’esistenza di Dio. Non possiamo sapere se Dio esiste o no però possiamo provare a scommettere. Possiamo scommettere sull’esistenza di Dio e alla fine, se avremo torto, avremo vissuto una vita seguendo i principi della fede per niente.

Ma se avremo ragione, ci saremo guadagnati il Paradiso. Possiamo scommettere sulla non esistenza di Dio e allora, se avremo ragione, ci saremo goduti una vita dissoluta senza alcuna conseguenza. Ma se avremo torto, ci saremo persi il Paradiso. Secondo Pascal è molto più vantaggioso credere all’esistenza di Dio”. 

Ebbene, perché lo Stato non intende scommettere sulle imprese e sulle persone, persone che danno lavoro ad altre persone? Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta.

Solo con partnership di progetto che includano le rappresentanze delle organizzazioni di categoria (a proposito, dove sono finite le associazioni di categoria? Hanno ancora la capacità di svolgere la loro funzione o sono solo luoghi di piccolo potere, di scambio, di  prebende?) e prevedano una collaborazione e sinergia con le istituzioni sarà possibile affrontare e risolvere nell’immediato le questioni rimaste ancora aperte per garantire alla platea di imprenditori appena citati, vulnerabili e oramai ridotti allo stremo, di riappropriarsi del diritto di scegliere se chiudere l’azienda o tornare a lavorare ed essere competitivi nel settore di mercato.

Gli imprenditori chiedono di essere considerati e ascoltati dallo Stato e dalle istituzioni perché è inadatta la misura del tetto del fatturato per avere dei sostegni, perché la chiusura imposta alle loro attività, con tutte le conseguenze che ne derivano, è vissuta come una tragedia prima di tutto in termini di dignità personale prima ancora che economica.

La loro è una richiesta di sopravvivenza e di quel rilancio minimo che consentirebbe di non perdere irrimediabilmente il contributo che queste aziende possono dare all’economia e all’immagine del nostro Paese.

Gli imprenditori non chiedono solo aiuti, oramai non più differibili, ma di poter continuare a lavorare dopo l’auspicato ritorno alla next normal post Covid.

La crisi ha generato un fabbisogno di liquidità che ha trovato una prima risposta nel corso 2020 nell’indebitamento nei confronti del settore bancario, che oggi però assume una particolare rilevanza alla luce delle nuove regole sul default.

Serve quindi un ulteriore cambio di marcia a favore di tutti quei settori che hanno investito per poter restare aperti e che chiedono sia loro restituita la dignità di una prospettiva certa di riapertura, stabile e basata sull’effettiva possibilità di lavoro.

Se non sarà loro consentito di accedere ai contributi a fondo perduto certamente non riusciranno, per mancanza assoluta di liquidità, a pagare dipendenti, fornitori, servizi e ogni forma di tassazione.

Il dott. Franco De Stefano, in un articolo dal titolo “La pandemia aggredisce anche il diritto” pubblicato il 2 aprile 2020 sulla rivista Giustizia Insieme, ha sollecitato la riflessione di quattro giuristi  Corrado Caruso, Giorgio Lattanzi, Gabriella Luccioli e Massimo Luciani, due professori di diritto costituzionale, un presidente emerito della Corte costituzionale ed una presidente emerita della Corte di cassazione, sull’impatto della magmatica legislazione emergenziale sul diritto e, in particolare, sui diritti fondamentali di libertà di ogni individuo, in questo periodo acuto compressi con modalità mai prima sperimentate e foriere di mutamenti radicali”.

“L’ampiezza delle considerazioni degli intervistati” ha offerto questi autorevoli, lucidi e acuti spunti che ci piace poter condividere a conclusione di questo nostro contributo:

“Se l’assoluta priorità, in questo momento, è il superamento dell’offensiva del contagio con un impegno e con soluzioni senza precedenti, fin d’ora possiamo almeno tentare di mettere contemporaneamente in sicurezza qualcuno di quei valori che fino a ieri avevamo dati per scontati, per evitare che, passata o attenuata la furia dell’uragano che ancora imperversa, non ci sia più nulla da ricostruire; per attenuare il pericolo che in modo più o meno cosciente si sia minato per sempre il suolo su cui riedificare la nostra civiltà del terzo millennio; che, avvelenati i pozzi, siano irreversibilmente cambiate, col modo stesso di intendere la socialità e le modalità Ci si deve chiedere se l’Italia abbia posto in campo soluzioni adeguate, tanto a livello di rapporti col Parlamento che in ordine ai diversi livelli di governo; se l’interazione tra diritti fondamentali, molti dei quali definiti inviolabili dalla Costituzione, abbia sempre rispettato i principi di adeguatezza e proporzionalità e le garanzie procedimentali costituzionalizzate; se gli interventi normativi a livelli spesso eccessivamente differenziati siano avvenuti, sia pure con la necessaria flessibilità indotta dalla peculiarità di un’emergenza in tumultuosa e imprevedibile evoluzione, con altrettanta chiarezza.

Ci si deve interrogare sull’esistenza di una gerarchia di valori all’interno della Costituzione e, quindi, di una pretesa primazia del diritto alla vita ed alla salute, in nome del quale limitare – sia pure solo in via temporanea – alcuno degli altri, anziché dell’indispensabilità del riferimento alla nostra Carta fondamentale; ed in questo quadro occorre verificare la tenuta dell’imprescindibilità dei diritti inviolabili garantiti comunque e, quindi, anche in tempi di emergenza, salve le sole limitate e precise deroghe imposte da questa.

Rimane poi un capitolo tutto da scrivere quello del futuro di questa nostra società e, nel suo seno, dei rapporti tra diritto e forza, soprattutto una volta perdute da questa, nella sua manifestazione economica immediata, ogni sovrastruttura idealistica e tutte le remore o cautele formali: un ambito nel quale, abbandonati atteggiamenti autoreferenziali, il giurista di questo millennio può avere ancora un ruolo importante.

Insieme, ci si può forse augurare di lavorare, condividendo quest’utopia, per una solidarietà concreta ed effettiva, in una cornice minimale di sicurezza intesa non più quale coppia dialettica protezione-prevaricazione, ma quale espressione di un diritto che sappia rendere davvero effettive, con serietà ed all’occorrenza con rigore, le tutele promesse, a presidio dalla prepotenza della forza bruta, economica o ideologica o altro: una condizione di partenza affinché ognuno possa ancora, pure cambiate le regole dell’interazione coi suoi simili ed accettato perfino un distanziamento fisico permanente, perseguire i suoi obiettivi di evoluzione e soddisfazione che non siano in contrasto con quelli degli altri, in una reciproca limitazione, nel reciproco rispetto”.

 

Paola Cavallero, Senior Associate Mainini & Associati

Roberto De Vito, Of Counsel Mainini & Associati

 

Idee in movimento per una ri-costruzione del Paese nell’era del Covid

Questo il titolo dell’iniziativa del giornale www.economia.news per dare un messaggio di positività per il futuro. Pur tra mille e oggettive difficoltà, bisogna avere fiducia e guardare con speranza al futuro, anche facendo tesoro delle esperienze positive e perché no degli errori del passato.

Il Covid, nella sua brutalità, ha tracciato una situazione molto difficile. Ma non è la fine del mondo, anche se stiamo vivendo una crisi epocale che si insinua nella memoria collettiva delle persone.

Ma quali sono le conseguenze di questa crisi economica nel breve-medio periodo per le imprese?

Un esempio semplice: le attività ricettive, i ristoranti, i cinema, i teatri, le discoteche, etc. (la lista sarebbe lunga e infinita!) che riaprono non hanno a che fare con una domanda che si è accumulata, la gente che torna in questi luoghi non “consumerà” tutto quello che non ha “consumato” nei mesi in cui non si è potuto.

Nel medio termine le imprese dovranno evolvere, dovranno adattarsi ad un contesto competitivo che sarà completamente mutato. Sarà necessario capire come adeguarsi a questo “nuovo” mondo per rimanere in vita e crescere poi dopo.

professionisti, i manager giocheranno un ruolo chiave e strategico per far ripartire le aziende di ogni dimensione ma ancor di più per le PMI che versano in condizioni di difficoltà.

Da qui l’idea di continuare nel percorso avviato l’8 marzo, con lo speciale che abbiamo dedicato alla giornata internazionale dei diritti della donna, che ha visto grande partecipazione di articoli e contributi firmati da donne che vivono quotidianamente, ognuna a modo suo e con le proprie più intime emozioni, il confrontarsi nei vari campi, siano essi politicisociali ed economici.

E allora proviamo a capire come e se è possibile rimediarecontrastare gli effetti della crisitrovare soluzioni alternative alle anomalie della società economica nella quale viviamo, all’incapacità di garantire un’occupazione piena.

Avv. Paola Cavallero

Studio Mainini&Associati

Le PMI verso una ripartenza flessibile

Per #ripartire non si può navigare a vista: occorre avere chiara la volontà di #programmare e alzare lo sguardo oltre la pandemia, avendo bene in mente che l’incertezza e/o il non agire può avere conseguenze ancora più gravi. Per fare ciò occorre un #cambiodipasso che non potrà che avvenire nella direzione di nuovi #modelli di #business, più agili e orientati ad aziende sempre meno piramidali e sempre più guidate da #logiche di #rete.
Dal periodico: Economia e Finanza
Paola Cavallero Mainini & Associati