Sulla giustizia si gioca una partita decisiva

Il sistema giudiziario italiano versa in una grave crisi di efficienza e di funzionalità. Le parole chiave sono semplificare, sburocratizzare, digitalizzare. 

Paola Cavallero: gli interventi della riforma della giustizia

Gli interventi in cui si snoda la riforma del settore giustizia civile: processi più brevi, procedure alternative, tagli ai tempi ed alle formalità.

Giustizia ritardata è giustizia negata”, esordisce il capitolo del PNRR dedicato al tema, per focalizzarsi subito sul “fattore tempo”: per ottenere questa rapidità, “la riforma della giustizia interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari”.

“La riforma della giustizia ha l’obiettivo di affrontare i nodi strutturali del processo civile e penale”, scrive Draghi “e rivedere l’organizzazione degli uffici giudiziari. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale, in primo grado e in appello, e si implementa definitivamente il processo telematico”, mentre per alleggerire il peso degli arretrati giudiziari e per la completa digitalizzazione degli archivi sono previste assunzioni mirate e temporanee. Si snoda in alcuni ambiti di intervento prioritari: interventi sull’organizzazione: ufficio del processo; riforma del processo civile e Alternative Dispute Resolution (Adr); riforma della giustizia tributaria; riforma del processo penale; riforma dell’Ordinamento giudiziario, nell’intento dichiarato di riportare il processo italiano a un modello di efficienza e competitività.

Occorre potenziare le risorse umane e le dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario per consentire la trasparenza e la prevedibilità della durata dei procedimenti civili e penali. Rendere efficiente l’amministrazione della giustizia consente di assicurare “rimedi giurisdizionali effettivi” per la tutela dei diritti, specie dei soggetti più deboli.

Nel campo della giustizia civile si prevede la semplificazione del processo, in primo grado e in appello, attraverso la limitazione di udienze superflue e decisioni collegiali, l’implementazione del processo telematico e l’incentivazione delle procedure di mediazione. Tra gli elementi di novità il cd. Ufficio del processo, composto da personale qualificato che non solo coadiuverà il magistrato nello studio e nella preparazione della causa ma svolgerà altresì attività di ricerca, studio e redazione di bozze e provvedimenti, al fine di meglio ripartire la mole di lavoro tra più persone e ridurre così gli arretrati.

Il Piano, inoltre, predispone interventi volti a ridurre il contenzioso tributario e i tempi della sua definizione; in materia penale, il Governo intende riformare la fase delle indagini e dell’udienza preliminare; ampliare il ricorso a riti alternativi; rendere più selettivo l’esercizio dell’azione penale e l’accesso al dibattimento; definire termini di durata dei processi, con tempi più certi e stringenti per lo svolgimento delle indagini preliminari, una maggior scorrevolezza nel dibattimento e l’ampliamento delle possibilità di ricorso a riti alternativi.

Quanto all’Ordinamento Giudiziario, l’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza e la gestione complessiva delle risorse umane responsabilizzando maggiormente i dirigenti, che dovranno monitorare l’andamento dei ritardi processuali e delle pendenze innanzi ai singoli magistrati, intervenendo opportunamente al fine di limitarne il più possibile gli effetti pregiudizievoli.
Questo complesso di interventi garantirà, secondo le previsioni di Draghi, entro il 2024, di ridurre del 40% i tempi del processo civile e del 25% i tempi del processo penale: in altre parole, basterebbero 5 anni per una sentenza civile definitiva e circa tre anni per una sentenza penale definitiva.

Il “fattore tempo” al centro della riforma della giustizia

L’attuale sistema del processo deve essere migliorato riportando al centro degli interessi generali l’effettività della tutela giurisdizionale: in questo senso il PNRR può essere risolutivo.

Al centro il “fattore tempo”:

  • dimezzare la durata dei procedimenti civili così da consentire di accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere del 10%;
  • ridurre da 9 a 5 anni i tempi di definizione delle procedure fallimentari per consentire di generare un incremento di produttività dell’economia dell’1,6%, perché l’efficienza del settore giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato.

Insomma, conclude la nota del Ministro Cartabia, richiamando i contenuti del Piano “Le prospettive di rilancio del nostro Paese sono fortemente condizionate dall’approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della Giustizia”.

Questo è l’auspicio del governo ma anche quello che ci chiede l’Unione Europea.

Ed è a partire da quest’assunto, prosegue il Ministro, che si sviluppano gli interventi indicati nel PNRR per “riportare il processo italiano a un modello di efficienza e di competitività”. E lo fa partendo proprio dall’impatto sul PIL di un corretto funzionamento del processo: “Il sistema giudiziario sostiene il funzionamento dell’intera economia. L’efficienza del settore Giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato”.

Che una riforma sia necessaria per far funzionare meglio la Giustizia è evidente a tutti, addetti ai lavori e non: si deve però trovare una convergenza ed è fondamentale, dal punto di vista tecnico, riuscire a fare una riforma realmente efficace, strutturale e complessiva per evitare di rincorrere un “efficientismo” sprovvisto di misure in grado di garantire gli equilibri del giusto processo, con ricadute inaccettabili in termini di compressione dei diritti dei cittadini.

E servono significativi investimenti: senza un considerevole e convinto impegno economico, ogni riforma, seppur sulla carta pregevole, potrebbe risultare inadeguata e inefficace. Le riforme che incidono sul processo, civile o penale, o sugli assetti ordinamentali o, ancora, sulla crisi d’impresa, dovranno, quindi, essere accompagnate da interventi complessi e articolati che prevedano riforme imprescindibili sulle risorse umane e materiali da destinare al servizio giustizia.

Qual è l’obiettivo della riforma della giustizia?

La riforma della giustizia viene definita come una delle riforme di contesto del PNRR e, come tale, una “riforma orizzontale” che viene trattata congiuntamente a quella della pubblica amministrazione.

Come sottolineato dal Presidente Draghi, le raccomandazioni UE (Country Specific Recommendations del 2019 e anche del 2020) in tema di giustizia si concentrano, in particolare, sulla riduzione della durata dei processi civili in tutti i gradi. Tra gli interventi previsti dal PNRR quello di rivedere i nodi strutturali del processo civile e penale, ottimizzare gli uffici, rinforzando le risorse umane e potenziando le infrastrutture digitali. Le raccomandazioni, in particolare, hanno ad oggetto richieste di intervento sui seguenti aspetti del nostro sistema giudiziario: i) riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio; ii) riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione; iii) necessità di semplificazione delle procedure; iv) eliminazione della disomogeneità territoriali nella gestione dei processi; v) repressione della corruzione; iv) attuazione tempestiva dei decreti di riforma in materia di insolvenza; vii) promozione di soluzioni sostenibili per i debitori solvibili colpiti dalla crisi.

Ed ecco che il PNRR interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari, prevedendo assunzioni mirate e temporanee per eliminare il carico di casi pendenti e rafforza l’Ufficio del Processo ed interventi di revisione del quadro normativo e procedurale. Sono previste riforme di revisione del quadro normativo e procedurale, ad esempio un aumento del ricorso a procedure di mediazione e interventi di semplificazione sui diversi gradi del processo, volte ad accelerare lo svolgimento dei processi, e lo stanziamento di 2,3 miliardi, per la digitalizzazione dei procedimenti giudiziari e la gestione del carico pregresso di cause civili e penali, e di 0,41 miliardi per l’efficientamento degli edifici giudiziari.

Per consentire un rapido ed immediato miglioramento della performance degli uffici giudiziari è prevista l’assunzione di nuovo personale per un totale di 21.910 unità e l’innovazione, sul piano organizzativo, con l’Ufficio del processo (introdotto nel sistema con d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114, ma solo in via sperimentale) per affiancare al giudice un team di personale qualificato di supporto ed agevolarlo nelle attività preparatorie del giudizio e in tutto ciò che può velocizzare la redazione di provvedimenti.

Come garantire una giustizia più effettiva, efficiente oltre che giusta?

Il PNRR, coniugando gli interventi normativi con investimenti adeguati a sostenerli nel tempo, nella direzione di maggiore semplificazione e, dunque, efficienza del processo civile – anche grazie agli interventi predisposti dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia – si pone l’obiettivo, da un lato, di rimediare ai ritardi processuali e, dall’altro lato, di snellire l’arretrato presente nelle aule di Tribunale.

Con specifico riguardo al processo civile, particolare attenzione meritano i profili organizzativi e strutturali a cui sono destinate le risorse economiche previste dal Piano ed il potenziamento di una delle “tre dorsali” previste dal Piano, gli ADR, che fa leva sulla spinta deflattiva del contenzioso civile derivante dal rafforzamento dei c.d. Alternative Dispute Resolution:

  • conferire più potere agli arbitri (rafforzamento delle garanzie di imparzialità dell’arbitro attuato attraverso la previsione di uno specifico dovere di disclosure, nonché e potere di emanare provvedimenti di natura cautelare);
  • maggiore attenzione alla mediazione con l’introduzione di incentivi economici e fiscali, nonché misure di favore per le parti sulle spese giudiziali, estenderne la portata in ulteriori settori non precedentemente ricompresi nell’ambito di operatività, sviluppare la mediazione demandata dal giudice;
  • negoziazione assistita (estensione anche alle crisi della famiglia non matrimoniale per eliminare disparità di trattamento dei figli nati fuori dal matrimonio);
  • puntare, dunque, sugli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie(Alternative Dispute Resolution) per deflazionare il carico degli uffici giudiziari, tema non nuovo ma che sinora non si è dimostrato (purtroppo) risolutivo;
  • introdurre un unico rito per le separazioni e i divorzi nonché per l’affidamento e il mantenimento dei figli nati al di fuori del matrimonio
  • rendere effettivi i principi di sinteticità degli atti e di leale collaborazione tra il giudice e le parti (e i loro difensori), introducendo strumenti premiali e sanzionando i casi di inosservanza; rendere più celere l’istruttoria processuale;
  • implementare definitivamente il processo telematico, attraverso la maggiore digitalizzazione del contenzioso di primo grado e dei gradi successivi, nonché con il consolidamento delle udienze da remoto e della cd. trattazione scrittura.
  • semplificare il processo di legittimità con la previsione di ricorsi più sintetici e pronunce in camera di consiglio, e la possibilità per il giudice di merito di rivolgersi direttamente alla Corte di Cassazione per la risoluzione di una questione nuova di diritto e di particolare importanza, difficile da interpretare e suscettibile di porsi in numerose controversie;
  • prevedere agevolazioni in tema di esecuzione forzata abrogate le disposizioni relative alla formula esecutiva e alla spedizione in forma esecutiva per snellire l’avvio dell’esecuzione.

Paola Cavallero

Senior Associate Lawyer at Mainini & Associati

https://www.economia.news/article/15096/paola-sulla-giustizia-gioca-partita-decisiva

Avv. Paola Cavallero

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La Cassazione censura l’operato di alcune banche in caso di firma disgiunta Il decesso non blocca il conto

Nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il *contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare.

La Cassazione censura l’operato di alcune banche in caso di firma disgiunta

Prelievo ok nonostante la morte del cointestatario

Nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare.

Questo il principio espresso dalla Corte di cassazione, sez. II civile, con l’ordinanza n. 7862 del 19 marzo 2021 in tema di configurabilità o meno della responsabilità in capo all’istituto bancario nel caso in cui all’indomani del decesso di uno dei cointestatari a firma disgiunta di un conto corrente, l’altro provveda a ritirare tutte le somme sul medesimo giacenti, senza opposizioni da parte della banca.

La pronuncia di legittimità interviene nell’ambito di un contenzioso promosso avanti il Tribunale di Roma dalle figlie della defunta con l’azione di reintegra delle quota di legittima, vantata nella successione della madre, nei confronti degli eredi dell’erede testamentario (il convivente) e della banca, presso la quale quest’ultimo aveva acceso in conto corrente cointestato con il de cuius.

Lamentavano che l’istituto, pur essendo a conoscenza del decesso della correntista, avesse consentito al cointestatario senza alcuna opposizione, in spregio agli obblighi contrattuali derivanti dal contratto di deposito bancario, di prelevare tutte le somme giacenti sul conto, con conseguente grave pregiudizio del diritto alla loro quota successoria.

Rigettata la domanda in primo grado, le figlie interponevano appello che, con sentenza n. 4503 del 14 luglio 2016, veniva respinto dalla Corte d’appello di Roma in accoglimento dell’eccezione di prescrizione della domanda verso l’istituto: nelle more, infatti, le attrici avevano transatto la controversia con gli aventi causa del convivente della madre e “tale circostanza rompeva in modo definitivo ogni possibile collegamento di responsabilità tra la banca e la parte erede, nei confronti solamente del quale le appellanti avrebbero potuto far valere la tutela dei loro diritti ereditari”.

Con l’ordinanza n. 7862/2021 la Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendo i motivi inammissibili.

In particolare, pur avendo la sentenza d’appello fondato la propria decisione sul rilievo della prescrizione, precisa il Collegio, “la domanda proposta risulterebbe in ogni caso infondata nel merito, essendo uno specifico obbligo della banca, scaturente dalla disciplina del contratto bancario, quello di permettere al singolo cointestatario, anche dopo la morte dell’altro titolare del rapporto, di poter pienamente disporre delle somme depositate, ferma restando la necessità di dover verificare la correttezza di tale attività nell’ambito dei rapporti interni tra colui che abbia prelevato e gli eredi del cointestatario deceduto (rapporti che, come correttamente ricordato dalla Corte d’Appello, sono stati oggetto di definizione in via transattiva)”.

 La Cassazione ha quindi precisato come, nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone con facoltà per le medesime di compiere operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizzi una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari che non determina l’estinzione del rapporto.

Per effetto del principio di solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione ciascuno dei cointestatari ha diritto di pretendere la prestazione per l’intero, cioè a dire, il contitolare superstite può chiedere l’adempimento dell’intero saldo e l’istituto è legittimato a liquidarlo al cointestatario superstite.

In tale ipotesi, il blocco del conto corrente sarebbe illegittimo: la banca non solo non potrà opporsi ma non potrà essere chiamata a rispondere delle somme prelevate dal cointestatario, anche se si tratta dell’intera giacenza presente.

Contributo pubblicato su Italia Oggi

Avvocato Paola Cavallero

Senior partner  - Studio Mainini & Associati

La Cassazione ribadisce i principi di diritto  per il riconoscimento della proprietà.

Usucapione, iter impegnativo

Possesso delle chiavi e spese non bastano al coerede

La disponibilità delle chiavi dell’immobile da parte del coerede, che già abitava l’immobile con il genitore e che, dopo il suo decesso, abbia continuato ad essere il solo ad averne la disponibilità, non può essere ritenuta elemento di per sé sufficiente ad attestarne il possesso esclusivo necessario per l’acquisto della proprietà esclusiva del bene per usucapione ventennale.

Questo il principio espresso dalla Corte Suprema di Cassazione, Sez. 2 Civ., con l’ordinanza n. 9359 dell’8 aprile 2021 che ha accolto il ricorso  del coerede che chiedeva di accertare in suo favore l’intervenuto acquisto per usucapione dell’intera proprietà di un immobile, in compossesso con i resistenti pro indiviso e iure hereditario.

La domanda era stata accolta dalla Corte di Appello di Roma che, ai fini probatori, aveva valorizzato la disponibilità delle chiavi di accesso al bene unicamente in capo all’attore.

Gli Ermellini hanno considerato tale circostanza riferibile a fatti secondari che, ove non contestati, sono idonei a fondare argomenti di prova (art. 116 co. 2 c.p.c.) liberamente utilizzabili quali argomenti di prova (Cass. 19709/2012, Cass. 5191/2008), ma senza effetti vincolanti per il giudice.

Secondo la Corte se è vero che il coerede che già possiede l’immobile animo proprio e a titolo di comproprietà, che sia rimasto nel possesso del bene ereditario post decesso, può usucapire la quota degli altri eredi, prima della divisione, senza necessità di interversione del titolo del possesso, è altrettanto necessario estendere tale possesso in termini di esclusività. Il che avviene quando il compossessore gode del bene con modalità incompatibili con la possibilità di godimento altrui (da ultimo Cass. 9360/2021) e tali da evidenziare un’inequivoca volontà di possedere come proprietario e non più uti condominus (Cass. 10734/2018, Cass. 7221/2009, Cass. 13921/2002) “non essendo sufficiente l’astensione degli altri partecipanti dall’uso della cosa comune” (Cass. 966/2019).

In tale prospettiva, afferma il Collegio la sostituzione della serratura potrebbe assumere diverso valore solo ove fosse fornita prova che l’azione è stata voluta e manifestata al fine d’escludere il compossesso degli altri coeredi – che siano in possesso però della chiave –  e non piuttosto per l’ordinaria manutenzione del bene.

Né l’accollo da parte del coerede delle spese relative all’immobile è dirimente ai fini della prova dell’esclusività del suo possesso. A ribadirlo la recente ordinanza n. 9360 dell’8 aprile 2021 che si inserisce nel solco dell’orientamento della Corte che considera gli atti di gestione del bene comune non sufficienti per ritenere dimostrato un possesso inconciliabile con la possibilità di godimento del bene degli altri comproprietari iure hereditario (Cass. 13921/2002).

Quanto, infine, al riferimento operato dalla Corte d’Appello capitolina alla tolleranza da parte degli altri compossessori, il Collegio non l’ha ritenuto conferente al caso di specie in cui il coerede era già compossessore del bene. All’usucapiente è richiesta la prova ulteriore dell’esercizio esclusivo del dominio sulla res comune, a dimostrazione dell’attiva ed effettiva esclusione dei comproprietari dal godimento dell’immobile. La lunga durata dell’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o altro diritto reale sul bene può integrare un elemento presuntivo nel senso dell’esclusione della tolleranza qualora non si verta nell’ambito di rapporti di parentela, bensì di mera amicizia o buon vicinato, “giacchè nei secondi, di per sé labili e mutevoli, è più difficile, a differenza dei primi, il mantenimento della tolleranza per un lungo arco di tempo” (anche, Cass. 11277/2015).

Avv. Paola Cavallero e 

Dott.ssa Clara Cimino

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Estratto da Economia news

AUTOCERTIFICAZIONE COVID: DICHIARARE IL FALSO NON COSTITUISCE REATO.

La magistratura assolve dalle imputazioni per falso ideologico i cittadini che dichiarano il falso nell’autocertificazione. Cede l’efficacia deterrente della disciplina emergenziale di contenimento a favore della riaffermazione dei principi costituzionali.

La situazione emergenziale causata dalla pandemia da Covid-19 ha costretto l’Esecutivo a porre in essere severe limitazioni alla libertà di movimento dei cittadini, restrizioni la cui osservanza è rimessa al senso di responsabilità individuale attraverso lo strumento dell’autodichiarazione. Fermo restando le sanzioni di natura amministrativa relative alla violazione dei predetti limiti, nonché l’obbligo di veridicità circa l’identità e le qualità personali indicate nell’autodichiarazione, le recenti pronunce dei tribunali hanno escluso che dichiarare il falso in ordine alle ragioni dello spostamento integri reato di falsità ideologica (art. 483 c.p.). Varie sono state le pronunce in merito. Da ultimo, il Tribunale di Milano (sez. Gip, 16.03.2021) ha assolto con formula piena un privato cittadino che riferiva fatti non corrispondenti al vero motivando che «non sussistono nemmeno astrattamente […] i presupposti costitutivi della fattispecie delittuosa di cui all’art. 483 c.p.». Lo stesso tribunale, in precedenza (16.11.2020), aveva escluso la riconducibilità alla fattispecie in esame delle dichiarazioni vertenti su mere intenzioni e non già su fatti occorsi, dichiarando «estranee all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. le dichiarazioni che non riguardino “fatti” di cui può essere attestata la verità hic et nunc ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi». Infatti, l’art. 483 c.p. trova applicazione nei soli casi in cui i fatti attestati dal privato siano trasfusi in un atto pubblico destinato a provarne la verità e, quindi, quando «una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto-documento nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale». Quanto alle cd. autocertificazioni Covid, il cui fondamento normativo si rinviene agli artt. 46 e 47 del D.P.R. 445/2000, la decisione in esame nega che tali disposizioni prevedevano un generale obbligo di veridicità e, con riferimento alla destinazione alla prova delle dichiarazioni, evidenzia la difficoltà di «stabilire quale sia l’atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire». In realtà, l’interpretazione non appare aderente al dato testuale del D.P.R. 445/2000. Qui il legislatore impiega il termine “comprovare”, che suggerisce l’assegnazione di efficacia probatoria alle dichiarazioni sostitutive e prescrive inoltre il divieto di elaborare dichiarazioni mendaci e false. Ciò detto, la sentenza milanese evidenzia il grosso equivoco nel quale si incorrerebbe nel sanzionare falsità rese in occasione del controllo, poiché tale esito determinerebbe la violazione del principio nemo tenetur se detegere e del diritto di difesa previsto in Costituzione. Infatti, come osserva la pronuncia, al privato che avesse infranto i limiti prescritti spostandosi in assenza di legittima ragione giustificativa si sarebbe posta l’alternativa fra asserire il falso per fuggire all’incriminazione ex art. 650 c.p., rispondendo tuttavia ai sensi dell’art. 483 c.p., o auto-denunciarsi riferendo il vero «nella consapevolezza di poter essere sottoposto a indagini per il reato di cui all’art. 650 c.p.». Ancor più ardita la posizione assunta dal Tribunale di Reggio Emilia (sent. 27.01.2021 n. 54) che, pronunciandosi su un caso analogo, definisce il D.P.C.M. dell’8.03.2020 (nonché di quelli successivi), contenente un generale e assoluto divieto di spostamento al di fuori della propria abitazione, illegittimo. Il D.P.C.M. configurava, infatti, un obbligo di permanenza domiciliare ma l’obbligo di permanenza domiciliare consiste in una «sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal Giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio (ovvero in via cautelare […] nella ricorrenza di rigidi presupposti di legge, all’esito di un procedimento disciplinato normativamente), in ogni caso nel rispetto del diritto di difesa». Si capisce come tale limitazione della libertà persona non possa trovare giustificazione in un D.P.C.M. ma nei soli casi e modi prescritti dall’art. 13 della Costituzione. Al di là dei percorsi argomentativi fra loro disomogenei e talvolta censurabili, appaiono condivisibili le soluzioni adottate sul punto dalla magistratura – convergenti verso pronunce assolutorie -, poiché restituiscono ordine (e misura) alla caotica e spesso contraddittoria disciplina di contenimento dell’emergenza sanitaria, ribadendo la supremazia dei principi costituzionali: il divieto di autoincriminazione e l’inviolabilità della libertà personale.

Dottoressa Clara Cimino

Avvocato Andrea Filippo Mainini

PROROGA SMART WORKING SEMPLIFICATO E SORVEGLIANZA SANITARIA

È stato pubblicato sulla G.U. n. 96/2021 il D.L. 52 del 22 aprile 2021, in vigore dal 23 aprile 2021, c.d. Decreto Riaperture, che prevede la proroga dello stato di emergenza fino al prossimo 31 luglio.

L’articolo 11 della norma prevede la proroga al 31 luglio 2021 di termini correlati con lo stato di emergenza epidemiologica da COVID-19, tra i quali si segnalano i seguenti: – termine per avvalersi dello smart working semplificato (articolo 90, commi 3 e 4, D.L. 34/2020), mediante semplice comunicazione al Ministero del lavoro, in via telematica, dei nominativi dei lavoratori e della data di cessazione della prestazione di lavoro in modalità agile, ricorrendo alla documentazione resa disponibile nel sito internet del Ministero stesso, anche in assenza di accordi individuali e con obblighi di informativa sui rischi generali e specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro da assolversi in via telematica, anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile nel sito internet Inail; – termine per la sorveglianza sanitaria eccezionale per garantire lo svolgimento in sicurezza delle attività produttive e commerciali in relazione al rischio di contagio da virus SARS-CoV-2, che i datori di lavoro pubblici e privati assicurano per i lavoratori maggiormente esposti a rischio di contagio, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione, anche da patologia COVID-19, o da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapie salvavita o comunque da comorbilità che possono caratterizzare una maggiore rischiosità.

L’inidoneità alla mansione accertata ai sensi della presente disposizione non può, in ogni caso, giustificare il recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro (articolo 83, D.L. 34/2020).

Lodo arbitrale, conta la firma. Il termine per impugnare parte dall’ultima sottoscrizione

 

Le Sezioni Unite sulla questione della decorrenza: deposito o comunicazione irrilevanti

Lodo arbitrale, conta la firma

Il termine per impugnare parte dall’ultima sottoscrizione

Il cd. termine lungo per l’impugnazione per nullità del lodo arbitrale decorre dalla data dell’ultima sottoscrizione degli arbitri, e non da quella della comunicazione alle parti o dal suo deposito, atteso che è da quella data che il lodo produce gli stessi effetti della sentenza pronunciata dall’autorità giudiziaria.

Così ha statuito la Corte di cassazione a sezioni unite con la sentenza n. 8776 del 30.3.2021 che, con un’interpretazione rigorosa delle disposizioni, ha posto fine al vivo dibattito relativo alla decorrenza del termine annuale per l’impugnazione.

La pronuncia di legittimità trae origine dalla sentenza n. 2262 della Corte d’appello di Bologna del 19.12.2013 che aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione del lodo arbitrale sul rilievo d’ufficio della ritenuta tardività, in quanto proposta oltre il cd. termine lungo per l’impugnazione del lodo decorrente dalla data dell’ultima sottoscrizione ai sensi dell’art. 828 cpc, nel testo applicabile ante riforma 2006.

Proposta impugnazione, con l’ordinanza interlocutoria n. 2 20104 0104 del 24 settembre 2020 la causa veniva rimessa al Primo Presidente sulla questione ritenuta di massima particolare importanza se il termine di un anno per l’impugnazione del lodo arbitrale, ai sensi dell’art. 828 cpc, nel testo applicabile ratione temporis, potesse decorrere non dall’ultima sottoscrizione dell’atto, bensì dalla comunicazione alle parti della sua intervenuta sottoscrizione. La Prima Sezione Civile della Corte, investita della controversa questione aveva ritenuto, infatti, auspicabile un intervento nomofilattico e chiarificatore delle Ss.uu, indipendentemente dalla specifica normativa applicabile alla vertenza sottoposta al suo esame.

Nella cornice di un approfondito excursus storico dell’istituto, la sentenza n. 8776, nelle sue 24 pagine di motivazione, affronta in prima battuta i canoni dell’interpretazione letterale e teleologica nonchè le regole dell’ermeneutica giurisprudenziale e, in tale visuale: i) rimarca che la decisione arbitrale viene parificata alla pronuncia giurisdizionale ed esiste sin dalla sua sottoscrizione (in tal senso depone la lettera e la ratio dell’art. 828, comma 2, cpc, v. § 4), non essendovi un ufficio di cancelleria deputato al deposito per la pubblicazione, in tal modo avendo il legislatore attuato il principio dell’autonomia dell’arbitrato dalla giurisdizione ordinaria; ii) conferma che l’efficacia vincolante è assegnata al lodo, nell’approdo attuale della disciplina positiva, fin dalla data della sua ultima sottoscrizione da parte degli arbitri.

In tal senso depone non solo la lettera ma anche la ratio della norma in coerenza con la logica e la struttura dell’intero sistema dell’arbitrato, atteso che il lodo, salvo quanto disposto dall’art. 825 cpc ai fini dell’esecutività, produce gli effetti della sentenza pronunciata dall’autorità giudiziaria dalla data della sua ultima sottoscrizione, e non viceversa dalla comunicazione della intervenuta sottoscrizione o dal deposito dell’atto, non facendo la norma alcun riferimento alla data in cui le parti hanno avuto conoscenza legale della pronuncia.

Il deposito nella cancelleria del tribunale sede dell’arbitrato ex art. 825 cpc è previsto come mero adempimento, del quale è onerata la parte che intenda far eseguire il lodo, previo accertamento della sua regolarità formale.

Sancita l’efficacia processuale di sentenza del lodo, aggiunge la Corte, dopo l’ultima sottoscrizione vige il regime di immodificabilità ed irrevocabilità dell’atto da parte degli arbitri che l’hanno pronunciato e, da tale momento, esso è sottratto alle ordinarie impugnative negoziali divenendo soggetto solamente alle impugnazioni processuali appositamente previste.

Sicchè, ribadisce, <<dalla data della sottoscrizione da parte degli arbitri di maggioranza decorre il termine di un anno per la sua impugnazione>>.

Il collegio approda, quindi, al rigetto della questione di legittimità costituzionale manifestatamente infondata <<in quanto si giustifica la previsione in discorso quale legittima opzione legislativa e di certezza del diritto posta>> (v. § 9 e ss).

Nell’affrontare la questione la Corte ha ravvisato una scelta specifica del legislatore, non contrastante con alcun precetto costituzionale, quella di fissare il dies a quo del termine lungo per impugnare (un anno più la sospensione feriale, dunque assai prolungato nel tempo) dall’ultima sottoscrizione, secondo l’interesse alla certezza del diritto ed alla stabilità delle decisioni.

La tutela del soccombente è garantita dal lungo periodo per impugnare: è proprio il termine di lunga durata, infatti, ad assicurare alle parti la possibilità di esperire i rimedi concessi dalla legge <<nonché dalla certa sua conoscenza della decisione arbitrale mediante la comunicazione alle parti del lodo entro appena dieci giorni, la quale lascia a disposizione ancora un lungo lasso per impugnare il lodo stesso, senza nessuna compromissione del diritto di difesa, ove diligentemente esercitato>>.

Analogamente, secondo le Ss.uu., la disciplina dell’arbitrato rispetta i canoni a norma di quelli di cui all’art. 47 della Carta diritti fondamentali Ue ed al par. 6 della Cedu.

Da ultimo (v. § 10), secondo i giudici delle Sezioni unite un ulteriore elemento per assicurare alla parte la tutela del diritto di difesa, del giusto processo e di eguaglianza si rinviene nella previsione del regime generale della rimessione in termini, idoneo a fronteggiare le situazioni meritevoli di tutela dinanzi all’impossibilità derivante da causa alla stessa non imputabile: <<l’applicabilità dell’istituto in discorso al termine per impugnare è principio acquisito, sia quanto alle impugnazioni in generale (e plurimis, Cass., sez. un., 18 dicembre 2018, n. 32725), sia per il lodo arbitrale (Cass., sez. un., 12 febbraio 2019, n. 4135)>>.

Avv. Paola Cavallero

#Studiomainini  - senior partner

Contributo su Italia Oggi sette del 26.04.2021

ASSENTE ALL’INDIRIZZO NON BASTA – Messo obbligato a cercare in ogni modo il destinatario

Accolta l’impugnazione del contribuente per l’errata interpretazione della norma alla recente ordinanza della Corte di Cassazione n. 9292/2021

Per la notificazione degli avvisi e degli atti tributari impositivi nei confronti del destinatario irreperibile presso la residenza anagrafica secondo le modalità previste dall’art.60, comma 1, lett.e) del dpr 600/1973 il messo notificatore deve svolgere ricerche rigorose volte a verificare l’irreperibilità assoluta del destinatario, ossia che quest’ultimo non abbia più né abitazione né ufficio o l’azienda nel comune già sede del proprio

La Cassazione torna a pronunciarsi in materia di procedura di notificazione a destinatari irreperibili e ribadisce l’obbligo per il messo di cercare il destinatario. Insufficiente l’assenza all’indirizzo di residenza per applicare la procedura ex art. 60 co. I lett.) e D.P.R. n. 600/1973, con ordinanza n. 9292/2021, la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione.

La censura avanzata riguardava la presunta violazione della fattispecie astratta di accesso alla procedura di notificazione per irreperibilità assoluta, determinata dalla assenza di attività di ricerca del consegnatario presso la residenza anagrafica di quest’ultimo.

Con tale pronuncia la Corte ribadisce l’orientamento, ormai granitico, seguito sul punto (si vedano Cass. Sez. V, n. 33878/2020; Cass. Sez. V, n. 4657/2020; Cass. Sez. V, n. 2877/2018; Cass. Sez. VI, n. 24107/2016, Cass. Sez. V, n. 19958/2018), che argina il ricorso alla procedura speciale del D.P.R. 600/1973. Nel caso di specie, la Commissione tributaria regionale aveva reputato legittima la notifica eseguita ai sensi dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973, sul presupposto della irreperibilità assoluta del destinatario; di contro, il ricorrente lamentava il mancato espletamento delle dovute ricerche, poiché il medesimo era residente all’indirizzo presso cui era stata effettuata la precedente notifica, notifica non perfezionatasi – data la sua assenza -, ma non tale da integrare ipotesi di “irreperibilità assoluta”, solo eventualmente relativa.

Ritenuto fondato il motivo di ricorso, la Corte, richiamandosi a numerosi precedenti, ha chiarito che la notifica ai sensi dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973, disposizione che detta la procedura in caso di irreperibilità assoluta, si considera ritualmente eseguita nel solo caso in cui il messo non rinvenga l’effettiva abitazione, ufficio o azienda del contribuente nel Comune del domicilio fiscale; in tali ipotesi, la procedura è valida se l’atto viene depositato nell’albo del Comune «senza necessità di comunicazione all’interessato […] né di ulteriori ricerche fuori dal Comune». Tuttavia, prima di accedere alla procedura descritta, il messo è tenuto a svolgere ricerche per determinare l’assoluta irreperibilità, ossia l’assenza di qualsiasi collegamento (abitazione, ufficio, azienda) presso il Comune sede del domicilio fiscale. L’inerzia del notificatore in relazione alle indispensabili ricerche da compiere perché sia configurabile l’irreperibilità assoluta, determina perciò la nullità della notifica eseguita secondo il dettato dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973. Non basta, dunque, il mero controllo formale delle risultanze del certificato anagrafico, essendo al contrario richiesta una verifica relativa all’eventuale trasferimento del destinatario, tale da provocare l’oggettiva impossibilità di notificare altrimenti l’atto.

In conclusione, occorre distinguere i casi di irreperibilità relativa – come quello di specie -, dalle ipotesi di irreperibilità assoluta del contribuente. Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, nel primo caso, ossia quando sia nota la residenza ma non si sia potuta eseguire la consegna per assenza del destinatario, la notificazione dell’avviso di accertamento seguirà la procedura prevista all’art. 140 c.p.c.; troverà applicazione la procedura di cui al D.P.R. 600/1973 qualora il messo non sia in grado di reperire il contribuente destinatario, il quale, a fronte delle notizie acquisite, risulti trasferito in luogo sconosciuto.

dott.ssa Clara Cimino

Avv. Paola Cavallero

estratto da Italia Oggi - lunedì 29 Aprile 2021

 

Nuovo protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro

Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati
all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione
anti SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro

6 aprile 2021

 

Oggi, 6 aprile 2021, è stato sottoscritto – all’esito di un approfondito confronto in videoconferenza – il presente “Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2/ Covid-19 nei luoghi di lavoro”.

Il Protocollo è adottato su invito del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro della salute, che hanno promosso il confronto tra le Parti sociali al fine di contribuire alla rapida realizzazione del Piano vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19, coordinato dal Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale.

Il Governo favorisce, per quanto di sua competenza, la piena attuazione del Protocollo.

Premessa

Con l’obiettivo di favorire l’applicazione e l’efficacia delle misure di contrasto e di contenimento della diffusione del SARS-CoV-2/Covid-19 negli ambienti di lavoro – e di accrescerne, conseguentemente, la sicurezza e la salubrità – successivamente alla dichiarazione dello stato di emergenza le Parti sociali, su invito del Governo, hanno adottato Protocolli condivisi per la regolamentazione e l’attuazione di tali misure, in particolare il 14 marzo e il 24 aprile 2020, sviluppati anche con il contributo tecnico-scientifico dell’INAIL.

Ulteriori Protocolli condivisi sono stati successivamente adottati dalle Parti sociali, su invito del Ministri competenti, per disciplinare le misure di contrasto e di contenimento del rischio di contagio in relazione a particolari settori produttivi e alle specificità dei rispettivi rischi e attività.

Fin dall’inizio della pandemia, infatti, le Parti sociali hanno condiviso l’obiettivo prioritario di coniugare la prosecuzione delle attività commerciali e produttive con la garanzia di adeguate condizioni di salubrità e sicurezza degli ambienti e delle modalità di lavoro.

Il Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale ha elaborato il Piano vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19, con l’obiettivo di coinvolgere tutto il Sistema Paese nella rapida realizzazione della campagna vaccinale, valorizzando le sinergie tra tutti gli attori in campo anche attraverso la realizzazione di punti di vaccinazione aggiuntivi a livello territoriale.

La diffusione dei vaccini su tutto il territorio nazionale, da cogliere come evento decisivo nella lotta al virus per la tutela dell’intera collettività, assieme all’effettiva disponibilità degli stessi, assume un ruolo determinante anche per la ripresa delle attività sociali e lavorative in piena sicurezza.

In particolare, la vaccinazione delle lavoratrici e dei lavoratori realizza il duplice obiettivo di concorrere ad accelerare e implementare a livello territoriale la capacità vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19 e a rendere, nel contempo, più sicura la prosecuzione delle attività commerciali e produttive sull’intero territorio nazionale, accrescendo il livello di sicurezza degli ambienti di lavoro.

In questa prospettiva, le organizzazioni di rappresentanza delle imprese hanno avvertito la responsabilità sociale di collaborare attivamente all’iniziativa, sia attraverso l’offerta di spazi aziendali di grandi dimensioni presenti nei diversi territori per l’utilizzo diretto da parte del sistema pubblico dell’emergenza come punti di vaccinazione aggiuntivi, sia attraverso l’impegno delle aziende e dei datori di lavoro alla vaccinazione diretta del proprio personale, nella convinzione che solamente un’azione generale e coordinata può abbattere i tempi della vaccinazione, ampliare la tutela e consentire di proteggere la salute collettiva.

In coerenza con il “Piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione delle infezioni da SARS-CoV-2” e le “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19” di cui al decreto del Ministero della salute del 12 marzo 2021, al fine di regolare le attività vaccinali nei luoghi di lavoro, il Ministero della salute e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, d’intesa con la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, con il Commissario Straordinario per il contrasto dell’emergenza epidemiologica e con il contributo tecnico-scientifico dell’Inail, hanno adottato uno specifico documento recante: Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro, da applicare sull’intero territorio nazionale per la costituzione, l’allestimento e la gestione dei punti vaccinali straordinari e temporanei nei luoghi di lavoro.

Con decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, all’articolo 3 è stata esclusa espressamente la responsabilità penale degli operatori sanitari per eventi avversi nelle ipotesi di uso conforme del vaccino.

Tanto premesso, in continuità e in coerenza con i precedenti accordi sottoscritti dalle Parti sociali per prevenire e fronteggiare gli effetti della pandemia da virus SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro, con lo specifico obiettivo di concorrere alla rapida realizzazione della campagna vaccinale attraverso il coinvolgimento delle realtà produttive in maniera coordinata e uniforme sull’intero territorio nazionale,

si conviene quanto segue:

  1. L’iniziativa che forma oggetto del presente Protocollo, finalizzata in particolare a realizzare l’impegno delle aziende e dei datori di lavoro alla vaccinazione diretta dei lavoratori che a prescindere dalla tipologia contrattuale prestano la loro attività in favore dell’azienda, costituisce un’attività di sanità pubblica che si colloca nell’ambito del Piano strategico nazionale per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 predisposto dal Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica.
  2. I datori di lavoro, singolarmente o in forma aggregata e indipendentemente dal numero di lavoratrici e lavoratori occupati, con il supporto o il coordinamento delle Associazioni di categoria di riferimento, possono manifestare la disponibilità ad attuare piani aziendali per la predisposizione di punti straordinari di vaccinazione anti SARS-CoV-2 (Covid-19) nei luoghi di lavoro destinati alla somministrazione in favore delle lavoratrici e dei lavoratori che ne abbiano fatto volontariamente A tal fine, i datori di lavoro interessati si attengono al rispetto delle Indicazioni ad interim per la vaccinazione anti-SARS-CoV-2/Covid-19 nei luoghi di lavoro richiamate in premessa (di seguito: Indicazioni ad interim) – che, allegate al presente Protocollo, ne costituiscono parte integrante – nonché di ogni altra prescrizione e indicazione adottata dalle Autorità competenti per la realizzazione in sicurezza della campagna vaccinale anti SARS-CoV-2/Covid-19. La vaccinazione di cui al presente Protocollo potrà riguardare anche i datori di lavoro o i titolari.
  3. Nell’elaborazione dei piani aziendali oggetto del presente Protocollo, i datori di lavoro assicurano il confronto con il Comitato per l’applicazione e la verifica delle regole contenute nel Protocollo del 24 aprile 2020, tenendo conto della specificità di ogni singola realtà produttiva e delle particolari condizioni di esposizione al rischio di contagio e con il supporto del medico competente, ovvero con altri organismi aziendali previsti nell’ambito dei Protocolli di settore.
  4. I piani aziendali sono proposti dai datori di lavoro, anche per il tramite delle rispettive Organizzazioni di rappresentanza, all’Azienda Sanitaria di riferimento, nel pieno rispetto delle Indicazioni ad interim e delle eventuali indicazioni specifiche emanate dalle Regioni e dalle Province Autonome per i territori di rispettiva
  • All’atto della presentazione dei piani aziendali di cui al paragrafo 2, il datore di lavoro specifica altresì il numero di vaccini richiesti per le lavoratrici e i lavoratori disponibili a ricevere la somministrazione, in modo da consentire all’Azienda Sanitaria di riferimento la necessaria programmazione dell’attività di distribuzione.
  1. I costi per la realizzazione e la gestione dei piani aziendali, ivi inclusi i costi per la somministrazione, sono interamente a carico del datore di lavoro, mentre la fornitura dei vaccini, dei dispositivi per la somministrazione (siringhe/aghi) e la messa a disposizione degli strumenti formativi previsti e degli strumenti per la registrazione delle vaccinazioni eseguite è a carico dei Servizi Sanitari Regionali territorialmente competenti.
  • Ai fini del presente Protocollo, tutte le Parti sottoscrittrici si impegnano a fornire le necessarie informazioni alle lavoratrici e ai lavoratori, anche attraverso il coinvolgimento degli attori della sicurezza e con il necessario supporto del medico competente, anche promuovendo apposite iniziative di comunicazione e informazione sulla vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19.
  1. Le procedure finalizzate alla raccolta delle adesioni dei lavoratori interessati alla somministrazione del vaccino dovranno essere realizzate e gestite nel pieno rispetto della scelta volontaria rimessa esclusivamente alla singola lavoratrice e al singolo lavoratore, delle disposizioni in materia di tutela della riservatezza, della sicurezza delle informazioni raccolte ed evitando, altresì, ogni forma di discriminazione delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti.
  2. Il medico competente fornisce ai lavoratori adeguate informazioni sui vantaggi e sui rischi connessi alla vaccinazione e sulla specifica tipologia di vaccino, assicurando altresì l’acquisizione del consenso informato del soggetto interessato, il previsto triage preventivo relativo allo stato di salute e la tutela della riservatezza dei dati.
  3. La somministrazione del vaccino è riservata ad operatori sanitari in grado di garantire il pieno rispetto delle prescrizioni sanitarie adottate per tale finalità e in possesso di adeguata formazione per la vaccinazione anti SARS-CoV-2/Covid-19 e viene eseguita in locali idonei che rispettino i requisiti minimi definiti con le Indicazioni ad interim richiamate al paragrafo 2. Per l’attività di somministrazione del vaccino il medico competente potrà avvalersi di personale sanitario in possesso di adeguata formazione.
  4. Il medico competente, nel rispetto delle vigenti disposizioni per la tutela della riservatezza dei dati personali, assicura la registrazione delle vaccinazioni eseguite mediante gli strumenti messi a disposizione dai Servizi Sanitari Regionali e richiamati al paragrafo 6.
  5. In alternativa alla modalità della vaccinazione diretta, descritta ai punti precedenti, laddove i datori di lavoro intendano collaborare all’iniziativa di vaccinazione attraverso il ricorso a strutture sanitarie private, possono concludere, anche per il tramite delle Associazioni di categoria di riferimento o nell’ambito della bilateralità, una specifica convenzione con strutture in possesso dei requisiti per la vaccinazione, con oneri a proprio carico, ad esclusione della fornitura dei vaccini che viene assicurata dai Servizi Sanitari Regionali territorialmente competenti.
  6. I datori di lavoro che, ai sensi dell’articolo 18 comma 1, lettera a) del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, non sono tenuti alla nomina del medico competente ovvero non possano fare ricorso a strutture sanitarie private, possono avvalersi delle strutture sanitarie dell’INAIL. In questo caso, trattandosi di iniziativa vaccinale pubblica, gli oneri restano a carico dell’INAIL.
  7. Nelle ipotesi di cui ai paragrafi 12 e 13, il datore di lavoro direttamente, ovvero attraverso il medico competente ove presente, comunica alla struttura sanitaria privata o alla struttura territoriale dell’INAIL il numero complessivo di lavoratrici e lavoratori che hanno manifestato l’intenzione di ricevere il vaccino. Sarà cura della stessa struttura curare tutti i necessari adempimenti che consentano la somministrazione, ivi compresa la registrazione delle vaccinazioni eseguite mediante gli strumenti messi a disposizione dai Servizi Sanitari Regionali e richiamati al paragrafo 6.
  8. Se la vaccinazione viene eseguita in orario di lavoro, il tempo necessario alla medesima è equiparato a tutti gli effetti all’orario di lavoro.
  9. Ai medici competenti ed al personale sanitario e di supporto coinvolto nelle vaccinazioni di cui al presente Protocollo è offerto, attraverso la piattaforma ISS, lo specifico corso di formazione realizzato anche con il coinvolgimento dell’INAIL che contribuirà altresì, in collaborazione con il Ministero della salute e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, alla predisposizione di materiale informativo destinato ai datori di lavoro, alle lavoratrici e ai lavoratori e alle figure della prevenzione.

* * * * *

Ministero del lavoro e delle politiche sociali

Ministero della salute

Ministero dello sviluppo economico

Commissario Straordinario emergenza Covid

INAIL

CGIL

CISL

UIL

UGL

CONFSAL

CISAL

USB

CONFINDUSTRIA

CONFAPI

CONFCOMMERCIO – Imprese per l’Italia

CONFESERCENTI

CONFARTIGIANATO

CNA

CASARTIGIANI

ALLEANZA COOPERATIVE

ABI

ANIA

CONFAGRICOLTURA

COLDIRETTI

CIA

CONFSERVIZI FEDERDISTRIBUZIONE CONFPROFESSIONI CONFIMI

CONFETRA

 

Transazione fiscale: le Sezioni Unite hanno deciso sulla giurisdizione: l giudice tributario non è competente a decidere. Lo afferma la sentenza n. 8504 del 25.03.2021

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite è intervenuta, con la sent. 8504 del 25.03.21, designando il giudice ordinario quale organo giurisdizionale competente chiamato a conoscere le controversie scaturenti dalla transazione fiscale.

Nell’ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti avanzato da una società in crisi, veniva presentata un’istanza di trattamento dei crediti tributari che non riceveva l’adesione dell’Amministrazione Finanziaria.

La società, pertanto, impugnava la mancata adesione avanti alla Commissione Provinciale competente.

L’Agenzia delle Entrate, d’altra parte, proponeva ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione negando la competenza del giudice tributario. Le sezioni unite, investite della questione, dichiaravano la giurisdizione del giudice ordinario e, in particolare, del tribunale fallimentare.

La Suprema Corte, nella propria decisione, partiva dalla premessa logica che la prima forma di transazione, introdotta con il d.l. 138/02, aveva natura differente rispetto a quella recentemente novellata dal d.l. 125/20. Nasceva infatti come una vera e propria transazione dei ruoli e non aveva natura sistematica all’interno del diritto fallimentare, rimando confinata nell’ambito dell’esecuzione esattoriale. Negli anni, invece, ben sei sono state le modifiche apportate dal Legislatore all’istituto e, non da ultimo, il Codice della crisi di impresa introduceva tre importanti novità: l’omologazione degli accordi di ristrutturazione anche senza l’assenso del Fisco nel caso di proposta vantaggiosa per l’Ente, la possibilità di proporre la transazione anche nelle trattative che precedono gli accordi di ristrutturazione ed il trattamento riservato ai crediti tributari e contributivi nel contesto del piano di concordato. Queste previsioni costituiscono una rivisitazione degli assetti sottesi alla vecchia transazione fiscale e giustificano un pensiero logico-giuridico che confuta quanto affermato dalla giurisprudenza di merito, per altro esigua, susseguita nel corso degli anni.

A nulla rilevando la natura giuridica dell’istituto e la sussumibilità della mancata adesione in una delle fattispecie previste come limite alla giurisdizione tributaria, come invece riteneva la società. Innanzitutto, perché la transazione fiscale, proposta all’interno di una più ampia procedura fallimentare, perde di fatto la sua autonomia diventano un sub-procedimento rispetto all’accordo di ristrutturazione o di concordato e, in aggiunta, perché si sostiene sempre più la necessità di valorizzare la finalità concorsuale dell’istituto. Nel caso di procedure fallimentari, l’esigenza dell’Amministrazione della puntuale applicazione del tributo deve lasciare spazio a valori più rilevanti per l’ordinamento, ossia l’occupazione dei lavoratori e la continuità di impresa.

Avv. Andrea Filippo Mainini - Junior Partner

Studio Mainini & Associati  

contributo su Italia Oggi del 08.04.2021