Art. 32 – Costituzione postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività”

La Corte Costituzionale si è pronunciata più volte sulla materia, a partire dalla sentenza n. 258/1994 per arrivare alla più recente sentenza n. 5/2018 (relatore e redattore l’allora giudice costituzionale e ora Ministro della Giustizia, Marta Cartabia ) delineando i presupposti – che potranno essere utili, in futuro, nel caso in cui si decidesse di intraprendere tale strada – acchè l’obbligo vaccinale possa ritenersi compatibile con i principi dell’art. 32 della Costituzione: i principi costituzionali subordinano la legittimità dell’obbligo vaccinale all’imprescindibilità di un “corretto bilanciamento tra la tutela della salute del singolo e la concorrente tutela della salute collettiva, entrambe costituzionalmente garantite”. Sul punto, “la giurisprudenza di questa Corte in materia di vaccinazioni è salda nell’affermare che l’articolo 32 Costituzione postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività”. In particolare, la Consulta ha precisato che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’articolo 32 Costituzione se: a) il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; b) se si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiano normali e, pertanto, tollerabili; c) se, nell’ipotesi un danno ulteriore, sia prevista comunque la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato e ciò a prescindere dalla parallela tutela risarcitoria (v. sentenze nn.258/1994 e 307/1990). “Dunque, i valori costituzionali coinvolti nella problematica delle vaccinazioni sono molteplici” e il loro “contemperamento lascia spazio alla discrezionalità del legislatore nella scelta delle modalità attraverso le quali assicurare una prevenzione efficace dalle malattie infettive, potendo egli selezionare talora la tecnica della raccomandazione, talaltra quella dell’obbligo, nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l’effettività dell’obbligo”. “Questa discrezionalità -si legge ancora nella sentenza- deve essere esercitata alla luce delle diverse condizioni sanitarie ed epidemiologiche, accertate dalle autorità preposte (sentenza n. 268 del 2017), e delle acquisizioni, sempre in evoluzione, della ricerca medica, che debbono guidare il legislatore nell’esercizio delle sue scelte in materia (così, la giurisprudenza costante di questa Corte sin dalla fondamentale sentenza n. 282 del 2002)”.

In uno scenario pandemico, la tutela del diritto alla salute deve essere ispirata ad un principio di solidarietà che, nel bilanciamento tra libertà individuale e interesse collettivo, faccia propendere per il secondo.

In ogni caso, alcun obbligo potrà essere imposto senza l’intervento del legislatore, attraverso una  legge  o comunque una fonte primaria, necessitato dalla previsione costituzione dell’art. 32 secondo comma della Costituzione.

LA VACCINAZIONE ANTI COVID TRA OBBLIGO E LIBERTA’ 

Nella situazione che stiamo vivendo, che mette a rischio la vita e la salute pubblica e individuale, è doveroso porre in essere tutti gli sforzi per raggiungere e mantenere una copertura vaccinale  ottimale attraverso l’adesione consapevole.

Gli esperti concordano sulla necessità di dare un messaggio forte a quella fetta della popolazione che esita o continua a dire no all’immunizzazione attraverso una campagna efficace di informazione sull’importanza della profilassi e della vaccinazione nell’ambito di un processo di prevenzione.

Per mantenere il modello della persuasività, che parrebbe essere quello ottimale rispetto ad uno basato su obblighi giuridici rigorosi, l’auspicio è che coloro che sono a favore della libertà di scelta si convincano quanto prima a proteggersi attraverso le campagne di comunicazione e di informazione istituzionale, se del caso, con incentivi, disincentivi, raccomandazioni più o meno pressanti.

E ciò per se stessi e per gli altri…

E’ il tempo della responsabilità: vaccinarsi vuol dire assumere una decisione rispettosa e civica, che può rappresentare un segnale di fiducia verso la scienza anche per coloro che, pur non escludendo a priori la vaccinazione, stanno ancora attendendo i risultati delle sperimentazioni su un vaccino nei confronti del quale la stessa comunità scientifica (è stata) è divisa ed incerta sulla sua copertura, efficacia, durata, effetti indesiderati.

Tutti gli ‘attori’ in gioco devono operare in sinergia acchè vengano adottate in modo condiviso le soluzioni più appropriate a salvaguardia della salute della collettività, nel rispetto del principio solidaristico e del bilanciamento degli interessi pubblici ed individuali.

Perché è dal successo della campagna vaccinale che può arrivare il più grande sostegno alla ripresa economica e sociale: sulla campagna vaccinale si gioca la credibilità del nostro Paese italiana e dell’Europa, la sua coerenza costituzionale e la partita fondamentale per sconfiggere la pandemia. Perché prima e meglio si adempirà a questo compito/dovere, meglio e prima si potranno riaprire e rilanciare le attività e i cittadini potranno riprendere in mano le loro vite riaprendosi alla socialità.

Avv. Paola Cavallero

Senior Partner Studio Maininini & Associati
per concessione di @Economianews 26 luglio 2021

RENDERE OBBLIGATORIO IN ITALIA QUASI OVUNQUE IL GREEN PASS SUL MODELLO FRANCESE O ADOTTARE MISURA PIÙ SOFT?

RENDERE OBBLIGATORIO IN ITALIA QUASI OVUNQUE IL GREEN PASS SUL MODELLO FRANCESE O ADOTTARE MISURA PIÙ SOFT? L’ESTENSIONE DELL’UTILIZZO DEL PASS È DAVVERO L’UNICA ARMA VINCENTE PER UNA BATTAGLIA ARRIVATA ORMAI A UN ALTRO SNODO FONDAMENTALE?

OBBLIGARE L’UTILIZZO DELLA CARTA VERDE PER RISTORANTI, CINEMA SIGNIFICHEREBBE IMPEDIRE AI NON VACCINATI LO SVOLGIMENTO DI ATTIVITÀ ALLA BASE DELLA SOCIALITÀ: CIÒ È GIURIDICAMENTE POSSIBILE? O RAPPRESENTA UNA COMPRESSIONE ILLEGITTIMA DELLA LIBERTÀ INDIVIDUALE?

Questi sono alcuni degli interrogativi al centro di un acceso dibattito su un futuro sempre incerto, tra incognite legate alle varianti del virus e al successo della campagna vaccinale in atto ma che, dati alla mano e soprattutto competenza per interpretarli, possono trovare una risposta senza ritorni al già detto, bensì con maggiore conoscenza e comprensione della nuova situazione efocus sul che fare qui e ora.

Ci eravamo – forse prematuramente – illusi che il virus fosse scomparso o che perlomeno fosse sotto controllo con il piano vaccinale in atto. Così purtroppo non è stato e così non è: Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha chiarito che una risalita dei contagi era prevista ed è in corso, ma con numeri più bassi del passato, ci si affida alla squadra di tecnici che continuerà a fare un lavoro di verifica. Quello che è certo – sostiene il ministro – è che la vera arma per chiudere questa stagione è la campagna di vaccinazione sulla quale dobbiamo insistere: “Bisogna avere consapevolezza dell’importanza di questo momento perché siamo in una fase diversa di gestione di una pandemia che purtroppo è ancora in corso e sarebbe un grave errore considerarla conclusa. Le varianti sono una insidia con cui abbiamo a che fare e dovremo tenere ancora alta l’asticella dell’attenzione nelle prossime settimane. Ma è altrettanto vero che siamo in una fase diversa grazie alla scienza, conoscenza, alla ricerca che ci hanno consentito di avere strumenti che solo un anno fa sembravano ancora lontani”.

La capacità diffusiva della variante Delta rischia di generare una ‘quarta ondata’, di fronte alla quale non possiamo trattenere un brivido: il Paese, con l’aumento della circolazione virale ed un incremento dei contagi potrebbe trovarsi nella situazione di dover adottare misure di contenimento già vissute nell’ultimo inverno e nella scorsa primavera.

Se dunque l’ottimismo non deve mancare si fa sempre più stringente la necessità di adottare per tempo un piano puntuale, realistico che preveda l’adozione immediata di una rete di protezione in grado di reggere l’urto di questo ‘cambio di fase‘.

I dibattiti medici, politici, giuridici sono all’ordine del giorno: secondo gli esperti per arginare la corsa della variante Delta e l’avanzare delle mutazioni del virus, con curve epidemiologiche sempre meno rassicuranti, bisogna raggiungere nel minor tempo possibile la copertura totale della popolazione.

Tutti noi abbiamo accettato limitazioni e sacrifici di ogni genere in nome della salute comune.

Ed è per evitare di dover ricorrere nuovamente a misure restrittive, vanificando i buoni risultati raggiunti sinora dal Paese, che occorre muoversi per tempo e fare uno scatto in avanti intensificando la campagna vaccinale in atto.

L’esecutivo sta vagliando nuove misure di contenimento del virus e, tra queste, una stretta per chi il Green pass non ce l’ha, adottando una serie di imposizioni per alcune categorie e oneri per gli altri, che inducano i cittadini a vaccinarsi, prima di assumere la decisione più radicale di rendere il vaccino obbligatorio per tutti. Per convincere gli ‘ultimi irriducibili’ il commissario straordinario Figliuolo non esclude una soluzione simile a quella francese perché “la vaccinazione è una delle chiavi per il ritorno alla normalità”: utilizzare il green pass per frequentare luoghi ed eventi pubblici “potrebbe essere anche una spinta per la vaccinazione. Abbiamo visto che se si fa squadra, si può vincere la sfida di un’emergenza così complessa, si arriva a delle soluzioni, anche problemi complessi possono essere scomposti. E’ una delle migliori lezioni apprese”

Sui tavoli dell’Istituto superiore di sanità e del governo ci sono i grafici e i dati dei contagi e si sta valutando l’ipotesi di spingere sul fronte vaccinale, rafforzando i vantaggi per chi è in possesso del green pass per partecipare a cerimonie, eventi, partite allo stadio, andare al cinema, a teatro, usare treni, bus e metrò o andare in discoteca.

Chi promuove a pieni voti la soluzione dell’adozione del certificato verde potenziato sull’onda del modello francese intravvede una leva per facilitare un’adesione al vaccino, incentivando i cittadini a immunizzarsi, e nel contempo un modo per riuscire a contemperare una convivenza civile con il virus.

Ognuno di noi deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e l’onere degli eventi avversi che ne possono derivare: lo si deve fare in un’ottica di solidarietà e di qualità della vita complessiva della comunità perché non si può pensare solo a sè stessi, ma anche agli altri ed alle persone fragili.

Il Prof. Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive all’ospedale di Pis,a ha dichiarato ad Adnkronos che “il vaccinato deve poter godere di privilegi, sennò il suo apporto al beneficio della comunità non viene in alcun modo ripagato. Se uno crea una sorta di privilegio per i vaccinati, qualcosa si raccoglie” in termini di adesione alla vaccinazione anti Covid. “Ci vuole una premialità – concorda il virologo – soprattutto per marcare la differenza, perché non è la stessa cosa vaccinarsi o non vaccinarsi. Non dimentichiamo – sottolinea Menichetti – che con il vaccino uno protegge se stesso che è molto importante perché anche un vaccinato che si ammala fa una malattia lieve, ma contribuisce anche all’immunità di gregge. Quindi creare una situazione di diversificazione tra chi ha aderito alla campagna vaccinale e chi non aderisce è una scelta di amministrazione pubblica che secondo me ha una logica. Sui particolari si potrà poi valutare”.

Il professore di Virologia all’Università San Raffaele di Milano, Roberto Burioni, afferma che “Il virus non è più quello che abbiamo conosciuto. E’ diventato molto più pericoloso. La necessità è ora quella di accelerare il ritmo della campagna vaccinale andando soprattutto a raggiungere tutti i fragili che risultano ancora senza neanche la prima dose. Il timore è che tra gli over 60 e gli over 70 tutt’ora non vaccinati si annidi una tenace fronda no vax, oggi ancora più pericolosa considerata l’alta potenzialità di contagio della variante Delta”.

LA SOLUZIONE DELL’UTILIZZO OBBLIGATORIO DEL GREEN PASS IN ITALIA COME IN FRANCIA POTREBBE GENERARE UNA QUESTIONE DI DISCRIMINAZIONE?

L’idea di estendere l’obbligo vaccinale sarebbe strumentale al principio della tutela della salute pubblica perché, diversamente opinando, chi ha avuto la possibilità di vaccinarsi e non lo ha fatto finirebbe per penalizzare un soggetto che invece è sano e immunizzato, costringendolo ad ulteriori e nuove restrizioni e quarantene.

Il divieto di accesso ai ‘luoghi pubblici o aperti al pubblico, in altri termini, non rappresenterebbe una compressione illegittima della libertà individuale tanto ed in quanto sia ragionevole e proporzionale di fronte all’esigenza corale di condurre il Paese fuori dalla pandemia.

Esiste un interesse collettivo alla salute che giustifica la compressione delle scelte dei singoli, sia che si tratti di vietare l’ingresso al ristorante a chi non è vaccinato, sia che si voglia imporre per legge la profilassi per le categorie e i contesti dove la circolazione del virus è più facile e pericolosa (v. medici, operatori della sanità, docenti, etc.), perché – nessuno lo può dimenticare – la pandemia è un evento epocale che ha contato sinora quasi tre milioni di vittime.

Vaccinarsi e non vaccinarsi non paiono a questo punto due alternative paritetiche: chi decide di scegliere di non vaccinarsi deve sopportare i disagi legati alla scelta, rimanendo a cenare a casa o non andando al cinema.

Del resto, a prescindere dal pensiero di ciascuno ma nel rispetto per tutti, non si può far sopportare le conseguenze dei ‘gravi disagi’ a chi ha avuto il senso civico di vaccinarsi che è l’unico modo – allo stato – per tornare a vivere in modo pressoché normale.

TUTELA DELLA SALUTE PUBBLICA E IMMUNIZZAZIONE DI MASSA

Nell’ipotesi in cui perduri la gravità della situazione sanitaria e permanga un pericolo per la collettività, con l’insostenibilità sul lungo periodo delle restrizioni alle attività economiche e sociali, non può escludersi l’obbligatorietà della vaccinazione soprattutto per alcune categorie professionali più a rischio di infezione e trasmissione del virus.

E’ una questione di grande attualità che tiene banco non solo tra politici, ministri, associazioni di categoria dei medici e operatori sanitari (nel mondo del lavoro in generale), ma tra illustri giuristi e costituzionalisti. E’ un tema interdisciplinare complesso, più giuridico che etico, che involge oltre alla scienza medica ed ai risultati della sperimentazione scientifica questioni delicate a livello costituzionale la cui soluzione dipende da cosa si intende per ‘obbligo’ e quali potrebbero essere le “categorie” destinatarie del predetto obbligo.

In base all’evolversi della situazione epidemiologica del Paese la politica dovrà optare per una chiara e precisa scelta: l”immunità di gregge’ (che si raggiungerebbe con le soglie di percentuali raccomandate dall’OMS) consentirebbe di garantire una protezione indiretta anche a coloro che, per motivi di salute, non possono vaccinarsi – in quanto soggetti fragili per le loro condizioni di salute – perché la profilassi andrebbe anche a loro vantaggio. Ed è anche nella necessità di proteggere quanti non possono essere vaccinati che risiederebbe il fondamento logico-giuridico di un eventuale obbligo vaccinale.

avv, Paola Cavallero

Studio Mainini & Associati

 

La Corte di cassazione sul contratto ad uso abitativo stipulato verbalmente e non registrato.

La Corte di cassazione sul contratto a uso abitativo stipulato verbalmente e non registrato. Nullità locazione, via obbligata

    1. Vizio azionabile solo dal conduttore e non rilevabile d’ufficio

Il contratto di locazione ad uso abitativo stipulato in forma verbale e non registrato è affetto da nullità relativa che può essere fatta valere solo dal conduttore e non è rilevabile d’ufficio dal giudice.

Questo il principio espresso dalla Cassazione, Sez. 3 civ., Pres. Graziosi, Rel. Iannello, che con la sentenza n. 9475 del 9.4.2021 ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la pronuncia n. 2055/2017 della Corte di appello di Firenze che, nell’ambito di un contenzioso di intimazione di licenza per finita locazione di immobile ad uso abitativo, aveva dichiarato la nullità del contratto di locazione concluso per fatti concludenti nel 2012 e non registrato, disponendo il rilascio del bene.

I giudici di secondo grado avevano applicato l’art. 1, comma 346, della L. 311/2014 secondo cui “i contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di loro porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati” avendo ritenuto inapplicabile l’art. 13, c. 6, L. 432/1998 come sostituito dall’art. 1, c. 59, L. 208/2015.

La Cassazione, con un’interpretazione innovativa, si sofferma sulle modifiche alla L. 431/98 introdotte dalla Legge Finanziaria 2016, in particolare, sulla legge applicabile ai contratti conclusi prima del 2016, offrendo una diversa lettura dell’art. 13, comma 6, come sostituito dall’art. 1, comma 59, della L. 208/2015 che attribuisce al conduttore la facoltà di richiedere che la locazione venga ricondotta a condizioni conformi a quanto previsto dall’art. 2 c. 1 o c. 3.

Innanzitutto, per il Collegio la disposizione è applicabile a tutti i contratti stipulati post 30.12.1998, non già solo a quelli dall’1.1.2016, poiché la locuzione “entrata in vigore della presente legge” menzionata nel testo dell’art. 13, c. 6, va ricollegato non già alla L. 208/2015, che ha novellato l’art. 13, bensì alla L. 431/1998 nel cui ambito va contestualizzato. Secondo la Corte tale argomento letterale sarebbe confermato da uno logico per cui, in virtù del principio di irretroattività delle leggi di cui all’art. 11 delle preleggi, “una tale disposizione rimarrebbe priva di senso, in quanto inutile, se riferita alla legge di modifica (anziché a quella modificata)”.

In questa cornice e dalla soggezione della fattispecie all’art. 13, c. 6., L. 431/1998 la Cassazione fa poi discendere la nullità (solo) relativa del contratto: ciò in forza del carattere protettivo del vizio a favore della parte locataria considerata debole. In proposito, rammentano gli Ermellini, la modifica introdotta dall’art. 1, comma 599, L. 208/2015 è intervenuta a poco più di tre mesi dalla pronuncia n. 18214/2015 con la quale le SS.UU. avevano affermato che il contratto di locazione ad uso abitativo stipulato senza la forma scritta ex art. 1, comma 4, L. 431/1998 è affetto da nullità assoluta, rilevabile d’ufficio, attesa la ‘ratio’ pubblicistica di contrasto all’evasione fiscale. Fa eccezione l’ipotesi in cui la forma verbale sia stata imposta dal locatore, nel qual caso l’invalidità è una nullità di protezione del conduttore, da lui solo denunciabile, per consentirgli “non solo di fare salvi taluni effetti del rapporto locatizio prodottisi in passato, ma anche di fare in modo che il contratto stesso continui a produrre effetti in futuro, regolando, con le necessarie integrazioni, il rapporto fra le parti”.

Di talchè, in siffatta ipotesi, la nullità ha il carattere protettivo e relativo di cui sopra.

In sostanza, poiché l’art. 13, c. 6, L. 431/1998 è stato novellato nel 2015 nel senso di estendere la facoltà di riconduzione al caso in cui “il locatore non abbia provveduto alla prescritta registrazione del contratto nel termine di cui al comma 1 del presente articolo”, il carattere protettivo della nullità e la connessa legittimazione relativa a farla valere, sostiene il Collegio, riguarda l’ipotesi di mancata registrazione vertendosi, viceversa, nell’ambito di nullità rilevabile d’ufficio allorchè il contratto sia non scritto ma registrato

Avv. Paola Cavallero - Senior Partner

#Studiomaininiassociati

Pubblicato sulla rivista giuridica @Affarilegali