Paola Cavallero e Roberto De Vito: contributi propositivi di modifica del Decreto

Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta. Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici e per molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019. Su queste coraggiose imprese “neocostituite” proponiamo un contributo propositivo di modifica al Decreto.

Leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse ma la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Sono note a tutti le parole con il quale il Presidente Mario Draghi ha annunciato il via libera da parte del Consiglio dei Ministri alla bozza del Decreto Sostegni, approvato nella serata di venerdì 19 marzo 2021:

  • “Questo decreto è una risposta significativa e molto consistente alle povertà, al bisogno che hanno le imprese e ai lavoratori, è una risposta parziale ma il massimo che abbiamo potuto fare all’interno di questo stanziamento”
  • “I capisaldi di questo decreto sono gli aiuti alle imprese, il sostegno al lavoro e la lotta contro la povertà” 
  • “L’obiettivo di questo decreto è dare più soldi a tutti, darli velocemente e dare il massimo possibile”
  • “E’ necessario accompagnare le imprese e i lavoratori nel percorso di uscita dalla pandemia, questo è un anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi, verrà il momento di guardare al debito ma non è questo il momento, di pensare al Patto di stabilità”

Ed ancora: “una grandissima iniezione di fiducia per le attività e le partite iva colpite dalle chiusure degli ultimi mesi. Il Governo c’è e ci sarà”, ha commentato il Ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà.

Se leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse, si registrano alcuni obiettivi raggiunti, purtroppo quella tanto attesa boccata d’ossigeno e di iniezione di ristoro per le imprese non è arrivata o, quantomeno, non nei termini auspicati.

Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici: arriveranno, ma non a tutti, contributi minimi a fondo perduto.

Aiutare in questo modo produce solo una forte criticità: aumento del debito, per chi se lo potrà permettere, e chiusura delle attività nella peggiore delle ipotesi.

Nello scenario attuale gli imprenditori di alcune categorie non possono più “sopravvivere” ma devono agire, è cruciale se non vogliono compromettere ulteriormente la loro situazione.

Ed in questa prospettiva la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Da qui la necessità e l’opportunità – il cui allarme è stato lanciato a più voci – di segnalare alcuni contributi propositivi di modifica al Decreto.

In particolare, tra le “maglie” dello stesso, all’art. 1 comma 4 si legge che “il contributo a fondo perduto spetta a condizione che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 sia inferiore almeno del 30 per cento rispetto all’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2019. Al fine di determinare correttamente i predetti importi, si fa riferimento alla data di effettuazione dell’operazione di cessione di beni o di prestazione dei servizi. Ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1° gennaio 2019 il contributo spetta anche in assenza dei requisiti di cui al presente comma”.

Invero, i molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019 hanno certamente costituito la società ed attivato la partita Iva in data antecedente al 1 gennaio 2019. Così come hanno effettuato ingenti investimenti nel 2018 e durante il 2019, nonostante l’attività sia poi iniziata in epoca successiva, nel 2019, con la presentazione della formale segnalazione di inizio attività.

Sarà utile un esempio.

Una S.r.l. viene costituita nel 2018, epoca in cui si sottoscrive un contratto di locazione per attività di ristorazione, si paga la fee al precedente inquilino, si iniziano onerose opere di ristrutturazione, si fanno progettare e realizzare costosi arredi e si acquistano i preziosi strumenti di lavoro, si chiedono i numeri permessi per aprire l’attività. Nel 2019, finalmente, terminati (e non ancora pagati) lavori, arredi ed attrezzature, professionisti, ottenuti gli innumerevoli permessi, finalmente la S.r.l. presenta la scia per iniziare a lavorare. Il fatturato del 2019 è quello di una nuova attività senza avviamento, fatturato prodotto solo nei mesi di apertura effettiva dell’anno, con la pressione (sarebbe più corretto scrivere con l’angoscia) dell’ammortamento dell’investimento.

Dopo pochi mesi le autorità dispongono le prime chiusure, chiusure a singhiozzo, che dopo dodici mesi sono ancora in corso.

Intanto, durante quest’anno e mezzo di lavoro a singhiozzo, l’imprenditore ha subito diversi accessi della Guardia di Finanza durante l’orario di affluenza di clientela per il controllo degli scontrini e dei documenti (fermando anche i clienti fuori dal locale), nonché verifiche della ASL, durante l’orario di affluenza di clientela , ispezioni della polizia annonaria in uniforme, durante l’orario di affluenza di clientela, un furto dell’incasso, ha dovuto anticipare la cassa integrazione ai collaboratori e pagare l’affitto dell’appartamento di un dipendente che era stato garantito con fidejussione personale, ha avuto questioni con il proprietario dei muri che non intendeva abbassare il canone, ha continuato a pagare assicurazioni, vigilanza privata, utenze (oltre 600,00 euro al mese per un’attività di 80 mq), contratti di noleggio ed assistenza, commercialista, consulente del lavoro, medico competente,  spese condominiali, leasing, (etc.), nonostante la chiusura forzata.

In questo quadro, nel quale sono state omesse le intuibili voci di costo personali e della famiglia dell’imprenditore (si pensi solo all’acquisto di un computer per ogni figlio in DAD…), tra il 2020 e il 2021 lo Stato ha continuato pervicacemente ad escludere la società da qualsiasi forma di ristoro a fondo perduto.

Non hai avuto la flessione di fatturato tra il 2020 e il 2019 perché nel 2019 hai lavorato solo cinque mesi? 

Hai iniziato l’attività nel 2019, hai emesso il primo scontrino fiscale a luglio 2019 ma hai aperto la partita Iva nel 2018? 

Ti hanno costretto a chiudere e ad aprire numerose volte, con un preavviso indegno per qualsiasi programmazione aziendale? 

L’unica nota positiva nel quadro descritto è stata la disponibilità dei fornitori a spalmare su un tempo maggiore il pagamento delle forniture, con ciò attuando una forma solidaristica tra privati.

Ebbene, i danni imposti agli imprenditori del commercio e dei servizi sono inestimabili e vedono le proprie prospettive di vita e lavoro appese all’incertezza presente e alla volatilità futura.

Per consentire un’equa distribuzione delle risorse nonché un pari trattamento tra i consociati, andrebbe quantomeno emendato il testo del comma 4 dell’art. 1 sostituendo la parte “ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1 gennaio 2019 il contributo spetta […]” con “ai soggetti che hanno dichiarato l’inizio dell’attività dal 1 gennaio 2019 spetta anche in assenza […]”.

In questo modo, la platea di operatori – spesso giovaniche hanno operato onerosi investimenti ed iniziato l’attività nel 2019 (bar, ristoranti, etc.), rimasti ingiustificatamente esclusi da qualsiasi forma di ristoro dall’inizio della pandemia ad oggi – potrebbe ricevere un pò di ossigeno e scongiurare il fallimento.

Da qui la richiesta di ri-aprire al più presto un tavolo di lavoro per scongiurare il collasso.

Verrebbe da richiamare la scommessa pascaliana (trascriviamo da google un intervento): “La scommessa di Pascal riguarda l’esistenza di Dio. Non possiamo sapere se Dio esiste o no però possiamo provare a scommettere. Possiamo scommettere sull’esistenza di Dio e alla fine, se avremo torto, avremo vissuto una vita seguendo i principi della fede per niente.

Ma se avremo ragione, ci saremo guadagnati il Paradiso. Possiamo scommettere sulla non esistenza di Dio e allora, se avremo ragione, ci saremo goduti una vita dissoluta senza alcuna conseguenza. Ma se avremo torto, ci saremo persi il Paradiso. Secondo Pascal è molto più vantaggioso credere all’esistenza di Dio”. 

Ebbene, perché lo Stato non intende scommettere sulle imprese e sulle persone, persone che danno lavoro ad altre persone? Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta.

Solo con partnership di progetto che includano le rappresentanze delle organizzazioni di categoria (a proposito, dove sono finite le associazioni di categoria? Hanno ancora la capacità di svolgere la loro funzione o sono solo luoghi di piccolo potere, di scambio, di  prebende?) e prevedano una collaborazione e sinergia con le istituzioni sarà possibile affrontare e risolvere nell’immediato le questioni rimaste ancora aperte per garantire alla platea di imprenditori appena citati, vulnerabili e oramai ridotti allo stremo, di riappropriarsi del diritto di scegliere se chiudere l’azienda o tornare a lavorare ed essere competitivi nel settore di mercato.

Gli imprenditori chiedono di essere considerati e ascoltati dallo Stato e dalle istituzioni perché è inadatta la misura del tetto del fatturato per avere dei sostegni, perché la chiusura imposta alle loro attività, con tutte le conseguenze che ne derivano, è vissuta come una tragedia prima di tutto in termini di dignità personale prima ancora che economica.

La loro è una richiesta di sopravvivenza e di quel rilancio minimo che consentirebbe di non perdere irrimediabilmente il contributo che queste aziende possono dare all’economia e all’immagine del nostro Paese.

Gli imprenditori non chiedono solo aiuti, oramai non più differibili, ma di poter continuare a lavorare dopo l’auspicato ritorno alla next normal post Covid.

La crisi ha generato un fabbisogno di liquidità che ha trovato una prima risposta nel corso 2020 nell’indebitamento nei confronti del settore bancario, che oggi però assume una particolare rilevanza alla luce delle nuove regole sul default.

Serve quindi un ulteriore cambio di marcia a favore di tutti quei settori che hanno investito per poter restare aperti e che chiedono sia loro restituita la dignità di una prospettiva certa di riapertura, stabile e basata sull’effettiva possibilità di lavoro.

Se non sarà loro consentito di accedere ai contributi a fondo perduto certamente non riusciranno, per mancanza assoluta di liquidità, a pagare dipendenti, fornitori, servizi e ogni forma di tassazione.

Il dott. Franco De Stefano, in un articolo dal titolo “La pandemia aggredisce anche il diritto” pubblicato il 2 aprile 2020 sulla rivista Giustizia Insieme, ha sollecitato la riflessione di quattro giuristi  Corrado Caruso, Giorgio Lattanzi, Gabriella Luccioli e Massimo Luciani, due professori di diritto costituzionale, un presidente emerito della Corte costituzionale ed una presidente emerita della Corte di cassazione, sull’impatto della magmatica legislazione emergenziale sul diritto e, in particolare, sui diritti fondamentali di libertà di ogni individuo, in questo periodo acuto compressi con modalità mai prima sperimentate e foriere di mutamenti radicali”.

“L’ampiezza delle considerazioni degli intervistati” ha offerto questi autorevoli, lucidi e acuti spunti che ci piace poter condividere a conclusione di questo nostro contributo:

“Se l’assoluta priorità, in questo momento, è il superamento dell’offensiva del contagio con un impegno e con soluzioni senza precedenti, fin d’ora possiamo almeno tentare di mettere contemporaneamente in sicurezza qualcuno di quei valori che fino a ieri avevamo dati per scontati, per evitare che, passata o attenuata la furia dell’uragano che ancora imperversa, non ci sia più nulla da ricostruire; per attenuare il pericolo che in modo più o meno cosciente si sia minato per sempre il suolo su cui riedificare la nostra civiltà del terzo millennio; che, avvelenati i pozzi, siano irreversibilmente cambiate, col modo stesso di intendere la socialità e le modalità Ci si deve chiedere se l’Italia abbia posto in campo soluzioni adeguate, tanto a livello di rapporti col Parlamento che in ordine ai diversi livelli di governo; se l’interazione tra diritti fondamentali, molti dei quali definiti inviolabili dalla Costituzione, abbia sempre rispettato i principi di adeguatezza e proporzionalità e le garanzie procedimentali costituzionalizzate; se gli interventi normativi a livelli spesso eccessivamente differenziati siano avvenuti, sia pure con la necessaria flessibilità indotta dalla peculiarità di un’emergenza in tumultuosa e imprevedibile evoluzione, con altrettanta chiarezza.

Ci si deve interrogare sull’esistenza di una gerarchia di valori all’interno della Costituzione e, quindi, di una pretesa primazia del diritto alla vita ed alla salute, in nome del quale limitare – sia pure solo in via temporanea – alcuno degli altri, anziché dell’indispensabilità del riferimento alla nostra Carta fondamentale; ed in questo quadro occorre verificare la tenuta dell’imprescindibilità dei diritti inviolabili garantiti comunque e, quindi, anche in tempi di emergenza, salve le sole limitate e precise deroghe imposte da questa.

Rimane poi un capitolo tutto da scrivere quello del futuro di questa nostra società e, nel suo seno, dei rapporti tra diritto e forza, soprattutto una volta perdute da questa, nella sua manifestazione economica immediata, ogni sovrastruttura idealistica e tutte le remore o cautele formali: un ambito nel quale, abbandonati atteggiamenti autoreferenziali, il giurista di questo millennio può avere ancora un ruolo importante.

Insieme, ci si può forse augurare di lavorare, condividendo quest’utopia, per una solidarietà concreta ed effettiva, in una cornice minimale di sicurezza intesa non più quale coppia dialettica protezione-prevaricazione, ma quale espressione di un diritto che sappia rendere davvero effettive, con serietà ed all’occorrenza con rigore, le tutele promesse, a presidio dalla prepotenza della forza bruta, economica o ideologica o altro: una condizione di partenza affinché ognuno possa ancora, pure cambiate le regole dell’interazione coi suoi simili ed accettato perfino un distanziamento fisico permanente, perseguire i suoi obiettivi di evoluzione e soddisfazione che non siano in contrasto con quelli degli altri, in una reciproca limitazione, nel reciproco rispetto”.

 

Paola Cavallero, Senior Associate Mainini & Associati

Roberto De Vito, Of Counsel Mainini & Associati

 

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