Lo studio Mainini & Associati premiato con Le Fonti Awards

MILANO – Lo Studio Mainini & Associati è stato invitato a partecipare alla serata organizzata da Le Fonti, il 13 novembre scorso, per la consegna dei premi Le Fonti Awards.  Le Fonti Awards è espressione dei premi internazionali IAIR Awards ed è presente, oltre a Milano, sulle piazze borsistiche di New York, Hong Kong, Dubai, Singapore, Londra. Milano ha rappresentato l’unica tappa italiana ed ha visto in gara numerosi studi legali nazionali; la serata si è svolta presso la sede della Borsa Italiana a Palazzo Mezzanotte.

Partner e Media Partner esclusivi delle edizioni de Le Fonti Awards sono state le principali testate nazionali e la Commissione Europea.  La serata è stata ampiamente diffusa nello speciale dedicato su Il Sole 24 Ore,  La Repubblica – Affari e Finanza, Il Corriere della Sera, L’Impresa  e Harvard Business Review.

Lo Studio si presentava alla premiazione come finalista in due categorie: “Team legale societario dell’anno” e “Boutique legale di eccellenza per la consulenza societaria”.

La consegna dei premi e l’annuncio dei primi vincitori riserva subito una lieta notizia per lo Studio: “Per essere presente nel panorama italiano sin dal 1960. Grazie alle aree di specializzazione chiaramente delineate e le risposte rapide ed esaustive, lo Studio è in grado di predisporre sartorialmente ogni atto a seconda delle esigenze dei clienti”. Questa la motivazione che ha accompagnato la consegna del premio “Boutique di eccellenza per la consulenza societaria” direttamente nelle mani dei soci senior dello Studio, l’avv. Pier Angelo Mainini e il dott. Aldo Mainini.

Orgogliosa del riconoscimento ricevuto, testimonianza della passione che muove ogni componente dello Studio che con il proprio lavoro ha consentito di raggiungere questo ambito premio, la grande famiglia dello Studio Mainini & Associati punta a  nuovi ed ulteriori traguardi.

Lo Studio Mainini & Associati

VOLUNTARY BIS, E’ QUASI TUTTO PRONTO

È cosa nota ormai agli operatori di mercato, e lo stesso Ministro Padoan lo ha confermato, che prossimamente il Governo varerà alcune disposizioni, probabilmente all’interno della legge di bilancio, concernenti l’apertura di una voluntary bis.

La prima idea del Governo era quella di riproporre esattamente la stessa legge n. 186/14 che regolava la prima voluntary; soltanto una la variazione in merito agli anni accertabili: l’aggiunta delle annualità 2015 e 2016.

D’altra parte, la prima voluntary aveva mostrato alcune lacune concernenti, soprattutto, l’emersione di contanti e beni contenuti all’interno delle cassette di sicurezza. Inoltre, la proposta di considerare anche l’annualità 2016 si scontra con il fatto che i termini dichiarativi per questa annualità sono tuttora aperti; all’opposto, tentare di inserire anni che sono ormai non più accertabili da parte dell’Agenzia delle Entrate può risultare un ostacolo per la più completa adesione da parte dei contribuenti.

È fuori di dubbio che, con l’avvicinarsi del 2018 e la conseguente apertura allo scambio di informazioni in ambito fiscale in vigore dall’entrata del Common Reporting Standard, sarà pressoché impossibile detenere illegalmente all’estero attività, considerando anche il fatto che la lista dei paesi collaborativi si sta sempre più ampliando e pure alcuni paesi black list quali Panama stanno procedendo per essere inseriti nella lista white.

La situazione al momento è quindi la seguente: verosimilmente con la legge di bilancio, verrà varata una nuova Voluntary, con le stesse caratteristiche della precedente in quanto tassi e sanzioni; con un maggior controllo sul rientro del capitale in Italia e comprendente anche l’annualità 2015.

Il Governo non ha ancora le idee chiare in merito all’inserimento, nella nuova procedura, degli anni non più accertabili oltre i 5/6 previsti per legge. Le possibilità sono due: nel caso in cui il Governo volesse attenersi alla normativa ordinaria, l’accertamento partirebbe dall’anno 2011 nel caso di dichiarazione infedele o dal 2010 nel caso di dichiarazione omessa; contrariamente, le annualità 2009 o 2010 verrebbero sanzionate con percentuali molto basse e l’introito recuperato da queste andrebbe vincolato solo a fini sociali, come per esempio per il fondo di emergenza del terremoto.

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Dott. Andrea Filippo Mainini

Tasse di Successione 2016

#SUCCESSIONE
Abolita nel 2001 e reintrodotta nel 2006, la tassa di successione è attualmente in vigore ed è in procinto di essere modificata dall’attuale Governo.
L’imposta di successione è la tassa che una persona che riceve un’eredità deve pagare allo stato italiano in sede di presentazione della dichiarazione di successione.
Sorge spontanea una domanda; quali beni dell’eredità ricevuta costituiscono base imponibile per l’applicazione della tassa?

Bisogna precisare che l’imposta colpisce il patrimonio ereditato considerato nella sua complessità. Si deve esaminare non solo l’attivo ma anche il passivo; la differenza risultante tra queste due poste sarà la base imponibile soggetta a tassazione.

I beni ereditati che costituiscono il patrimonio tassato sono i beni immobili, i beni mobili quali barche, gioielli, opere d’arte, conti correnti bancari e postali, denaro, investimenti, oltre ad aziende e partecipazioni di società di ogni genere.

Il Legislatore italiano, con la normativa vigente, ha voluto tuttavia predisporre alcune esenzioni alla regola generale: stiamo parlando delle cosiddette franchigie.
Premesso che l’Italia ha una delle tassazioni più favorevoli in tema di successioni nel panorama europeo, proviamo a fare un confronto con gli stati più similari al nostro dal punto di vista impositivo.
1. Successioni in Italia: l’imposta di successione è del 4% per il coniuge o i parenti in linea retta e del 6% per i fratelli, sino al’8% in alcuni casi particolari; ciò soltanto se il patrimonio ereditato supera il milione di euro nel caso di linea diretta, i 100.000,00 € negli altri casi.

2. Successioni in Germania: l’importo della tassazione varia a seconda del grado di parentela e del valore del patrimonio. Le aliquote variano tuttavia dal 7% al 50%.
Successioni in Francia: l’imposta si colloca tra un’aliquota dal 5% fino al 45% per gli eredi in linea retta, dal 35% al 55% per gli altri familiari, addirittura al 60% per i soggetti terzi.

3. Successioni nel Regno Unito: esenzione per i patrimoni inferiori ai 380.000,00 €, per i patrimoni superiori aliquota del 40%.

Successioni in altri paesi europei:
Belgio: si raggiungono aliquote fino al 60/80%.
Finlandia: si raggiungono aliquote sino al 30%.
Spagna: si raggiungono aliquote sino al 80%

Si può peciò facilmente intuire come, in un siffatto panorama europeo, non sarebbe un evento del tutto eccezionale un futuro aumento delle aliquote italiane di qualche punto percentuale.

In considerazione di quanto sopra esposto molti studi legali italiani e società di consulenza, tra le quali ovviamente anche il Nostro Studio, si stanno muovendo per approfondire alcune operazioni che potrebbero essere poste in attuazione per evitare di incorrere, in futuro, in un prelievo decisamente
maggiore da parte dello stato sul patrimonio del pater familias.

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dott. Andrea Filippo Mainini

 

Ammortamento della cambiale – Legittimazione e risarcibilità del danno nel caso di smarrimento da parte della Banca

Ai sensi dell’articolo 2016 del Codice Civile: “In caso di smarrimento, sottrazione o distruzione del titolo, il possessore può farne denunzia al debitore e chiedere l’ammortamento del titolo con ricorso al presidente del Tribunale del luogo in cui il titolo è pagabile”. La procedura di ammortamento della cambiale, in tal caso, è necessaria per privare di efficacia il titolo di credito nella malcapitata ipotesi che questo venga distrutto, smarrito o sottratto. Legittimato a proporre il ricorso per la richiesta di ammortamento, a norma dell’articolo 2016 del Codice Civile è il legittimo possessore; tale qualifica normativa ben può essere rappresentata quindi dal prenditore o ultimo giratario, dal cessionario, dall’erede, dal custode, dal rappresentante dell’avente diritto e dal beneficiario ecc.

Invero, è pacifico, per costante orientamento della giurisprudenza di legittimità (da ultimo con sentenza del Tribunale di Milano n. 3465/2014) ed in forza delle decisioni dell’Arbitro Bancario Finanziario (si veda a titolo esemplificativo la Decisione n. 1538/2011 e la Decisione 334/2013) che la procedura di ammortamento possa essere richiesta anche dalla banca o dall’Intermediario Finanziario che ha smarrito la cambiale. Si ricorda soltanto che l’istituto bancario non è obbligato a porre in essere tale attività, purtuttavia, non è inusuale che la giurisprudenza consideri la mancata attivazione da parte della banca come un elemento ulteriore di qualificazione “in negativo” della condotta tenuta dalla stessa.

Nel caso in cui a porre in essere la procedura di ammortamento siano i soggetti legittimati ex art 2016 Cc., sia la giurisprudenza di merito sia l’Arbitro Bancario Finanziario sono concordi nel ritenere risarcibile, da parte della banca, le spese legali sostenute per la procedura (Decisione n. 5194/15: “degli oneri di natura economica derivanti dalle spese sostenute per l’assistenza legale cui la parte ricorrente si sia rivolta per porre in essere la procedura di ammortamento del titolo smarrito, attività certo non usuale per chi non abbia le specifiche conoscenze giuridiche e che ben può giustificare il ricorso all’assistenza di un legale”; ovvero la Decisione n. 1538/2011: “l’unica via di uscita per l’intermediario è quella di promuovere l’ammortamento del titolo o assumere a proprio carico le spese occorrenti al creditore per ottenere l’ammortamento del titolo”).

In altri termini, le predette decisioni riconoscono la responsabilità dell’Intermediario Finanziario per lo smarrimento della cambiale in suo possesso, responsabilità che può fondare una pretesa di risarcimento danni.

Responsabilità che, chiaramente, è di natura contrattuale; secondo i principi generali (art. 1218 c.c.), difatti, “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il suo ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile“. Tale dettato normativo deve essere inoltre coordinato con la disposizione di cui all’art. 1176 Cc. in materia di diligenza nell’adempimento dell’obbligazione.

Atteso che la banca, soggetto qualificato, è tenuta ad osservare un grado di diligenza commisurato alla natura dell’attività esercitata, tale diligenza deve rappresentare il metro di giudizio per qualunque tipologia di attività l’istituto ponga in essere (ex pluris Cass. Civ. n. 2058/2000: “nel nostro ordinamento l’attività bancaria nel suo complesso […] risulta disciplinata in modo tale da configurare non solo una delle forme di esercizio d’impresa, già di per sé sottoposta a particolari forme di controllo, ma soprattutto, proprio in quanto riservata in via esclusiva agli istituti di credito ed in conformità al dato della tutela costituzionale del risparmio di cui all’art. 47 Cost. predisposta in favore della collettività, un servizio per il pubblico con tipiche forme di autorizzazione, vigilanza e trasparenza. Da ciò deriva che i profili di responsabilità nell’espletamento di tale attività vanno individuati e, ove sussistenti, sanzionati in conformità dell’elevato grado di professionalità”).

Parimenti, la banca costituisce, nella società moderna, una figura professionale tale da ingenerare un affidamento nei soggetti che su di essa fanno conto; affidamento dal quale, in forza del principio sopra espresso della buona fede, nascono obblighi di conservazione della sfera giuridica altrui. Questi ultimi scaturiscono dall’instaurazione del rapporto tra cliente e banca e prescindono dal singolo contratto posto in essere; rileva, infatti, la posizione di affidamento del cliente, nata al rapportarsi con un soggetto maggiormente qualificato. (Ulteriore ipotesi che non deve essere trascurata circa la presenza di tali obblighi al di fuori di un contratto è rappresentata dalla figura della responsabilità precontrattuale. Forse considerata un tertium genus per alcuni autori, in realtà è ritenuta dalla maggior Dottrina avente natura contrattuale. Tale responsabilità, tiene in considerazione comportamenti, contrari a buona fede, che avvengono in un momento anteriore alla stipula del contratto).

Nulla questio, inoltre, se a smarrire il titolo sia stato un soggetto terzo, in tal senso la Decisione dell’Arbitro Bancario Finanziario n. 412/2013 secondo cui “non può essere certo esclusa la responsabilità dell’intermediario per il fatto che il medesimo, nella propria organizzazione di impresa, abbia delegato a terzi soggetti le attività materiali esecutive dei propri obblighi e che sia stato un soggetto terzo a smarrire il titolo”.

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dott. Andrea Filippo Mainini

La responsabilità degli amministratori di S.p.A.

La responsabilità degli amministratori di una Società per Azioni rappresenta un tema molto caro al Legislatore. Numerose sono state le modifiche intervenute durante il corso degli anni.

Gli amministratori di S.p.A. possono incorrere durante il loro mandato ed in un momento successivo ad esso per le attività poste in essere all’epoca dell’incarico, in complicazioni di natura civilistica, penalistica o dal risvolto amministrativo.

Nella maggior parte dei casi le conseguenze penalistiche ed amministrative sono soltanto ulteriori sfaccettature che derivano dalla disciplina civilistica e, quindi, su tale risvolto bisognerà porre l’attenzione in modo particolare.

Numerosi sono gli articoli presenti all’interno del codice civile nei quali vengono redatte norme di condotta, di responsabilità o di rischio in capo agli amministratori. Il nucleo centrale è, in ogni modo, riconducibile al Libro V, Titolo V, Capo V, Sez. VI del Codice Civile negli articoli 2392 e ss.. Tali articoli prevedono tre fattispecie specifiche di responsabilità in capo agli amministratori ed enunciano regole di condotta che, in combinato disposto con differenti articoli del codice civile, costituiscono ulteriori figure di responsabilità.

Gli amministratori sono tenuti ad agire avendo riguardo principalmente, qualora la società sia in bonis, alla posizione della stessa società (2392 cc.), dei soci (2393 bis) e dei creditori (2394 cc.).

 

Analizziamo le tre fattispecie.

In base all’attuale disciplina, gli amministratori incorrono in responsabilità verso la società stessa e sono tenuti quindi al risarcimento dei danni cagionati quando non adempiono “[…] i doveri ad essi imposti dalla legge e dallo statuto con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle specifiche competenze.” (2392 cc.).

La diligenza richiesta ha quindi una gradazione più stringente rispetto a quella che solitamente si ritrova nel codice (diligenza del buon padre di famiglia o del mandatario). Tale definizione (“natura dell’incarico e dalle specifiche competenze”), riformulata in seguito alla riforma del 2003, attesta come la volontà del Legislatore sia stata quella di voler garantire, soprattutto nei confronti dei terzi, che il soggetto che venga nominato amministratore, agisca non soltanto in buona fede, ma sostenuto da competenze professionali e specialistiche in grado di assicurare un’ottima gestione societaria. Riportando quanto sostenuto dal Prof. Galgano si riesce a comprendere in modo preciso quale sia la diligenza richiesta dal legislatore: “[…] la diligenza richiesta all’amministratore di società per azioni è la diligenza professionale richiesta dell’articolo 1176, comma 2; è insomma, la diligenza esigibile da parte di chi ha assunto il compito di gestire una impresa. Alla diligenza si associano, secondo i principi generali dell’ordinamento, la prudenza e la perizia. La prima comporta il dovere di non compiere operazioni arrischiate, che nessun avveduto imprenditore porrebbe in essere; la seconda chiama in causa la capacità di gestire un’impresa, tenuto conto delle dimensioni e dello specifico oggetto di questa, ed il possesso delle correlative cognizioni tecniche necessarie per decidere senza errori le operazioni sociali” (Galgano, “Il nuovo diritto societario”, p. 227).

Il dovere di amministrare con diligenza trova il suo contrapposto nella cosiddetta mala gestio e, sebbene si possa, in linea teorica, facilmente distinguere tra mala gestio e gestione diligente della società, invero, la casistica giurisprudenziale ha evidenziato come sia completamente differente l’analisi della stessa decisione gestoria se effettuata ex ante (dall’amministratore) oppure ex post (dal giudice, dall’assemblea, dai creditori, dall’organo fallimentare) rispetto all’operazione stessa. Orbene, le decisioni prese dagli amministratori nell’ambito della quotidiana attività sociale non dovrebbero essere sindacate neppure dall’autorità giudiziaria, a meno che non si possa configurare una fattispecie dolosa o di colpa grave degli amministratori; tuttavia, nella casistica, ciò non avviene. Molto è stato scritto sulla non sempre coerente applicazione giurisprudenziale del principio della insindacabilità nel merito degli atti di gestione posti in essere dagli amministratori (si vd. su tutte Cass. n. 3652/1997 “[…] la scelta di compiere o meno un atto di gestione oppure di compierlo in un certo modo o in determinate circostanze non è mai di per sé sola suscettibile di essere apprezzata in termini di responsabilità giuridica, per l’impossibilità stessa di operare una simile valutazione con un metro che non sia quello dell’opportunità e perciò di sconfinare nel campo della discrezionalità imprenditoriale […]”) poiché il giudice è tenuto a porre in essere una difficile attività di studio, ossia deve valutare la condotta dell’amministratore calandosi nella particolare situazione in cui lo stesso ha dovuto prendere la decisione; e, nondimeno, una precisazione è d’obbligo: l’atto gestorio risulta comunque illegittimo non soltanto quando non sia preceduto da una precisa istruttoria (si veda l’ultimo comma dell’art. 2381 cc. sull’agire informato da parte degli amministratori) ma anche quando non sia logicamente conseguente alle informazioni raccolte, secondo una logica imprenditoriale. Per esempio, nel caso di responsabilità degli amministratori per aggravamento della situazione patrimoniale della società nel caso di rischio di fallimento, la valutazione del giudice verte sulla maggior “logicità imprenditoriale” nel depositare un’istanza di fallimento in proprio piuttosto che nella continuazione della vita della società. In tal caso, il giudice è solito decidere soprattutto in base a risultanze numeriche di bilancio ma tale analisi, di fatto, si configura come un giudizio sull’operato dell’amministratore in questione e sulle scelte imprenditoriali intraprese. Si veda per esempio la sentenza del 10.09.2013 del Tribunale di Milano: “[…] Sussiste un preciso dovere dell’amministratore in carica di provvedere tempestivamente alla richiesta di fallimento in proprio (o ricorso ad altra idonea procedura concorsuale) al fine di non aggravare ingiustificatamente la situazione patrimoniale e finanziaria della società, quale obbligo da reputarsi strettamente inerente al dovere generale di diligenza nella gestione del patrimonio sociale e che trova puntuale riscontro normativo nella peculiare fattispecie penale di cui all’art 217 l. fall.”; si veda anche Cass. Sez. Un. Civili, 06 maggio 2015.

Di conseguenza, in tutti i casi in cui gli amministratori abbiano quindi agito senza essere sufficientemente “garantiti” dal punto di vista decisionale/informativo, causando un danno nei confronti della società, si può incorrere nel rischio che venga intentata nei loro confronti, da parte dell’assemblea, un’azione di responsabilità ex 2393 cc.

La casistica dei fatti per i quali l’organo amministrativo può essere chiamato a rispondere è assai varia e diversificata; si possono enunciare soltanto come elencazione esemplificativa alcune fattispecie: gli obblighi posti a garanzia dell’integrità del patrimonio, del capitale sociale, dei conferimenti, degli apporti di capitale, delle riserve, degli adempimenti in caso di perdite, a garanzia del divieto di acquisto di azioni proprie, obblighi di comportamento quali divieto di non concorrenza, di insider trading, il divieto di agire in conflitto di interessi, gli adempimenti in caso di operazioni con parti correlate, a garanzia della corretta distribuzione degli utili, esercizio di rappresentanza ultra vires, tutte le regole attinenti al funzionamento degli organi sociali e il novero di responsabilità che derivano dall’art. 24987 e ss in riferimento al gruppo di società…Ognuno dei suddetti obblighi comporta regole di condotta precise che trovano la propria validità normativa nello Statuto o nella Legge.

Per tali obblighi gli amministratori “[] sono solidalmente responsabili [] a meno che si tratti di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di funzioni in concreto attribuite ad uno o più amministratori. In ogni caso gli amministratori, fermo quanto disposto dal comma terzo dell’articolo 2381, sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose. La responsabilità per gli atti o le omissioni degli amministratori non si estende a quello tra essi che, essendo immune da colpa, abbia fatto annotare senza ritardo il suo dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio, dandone immediata notizia per iscritto al presidente del collegio sindacale.”.

Come si è già accennato, l’azione di responsabilità può essere esercitata anche nei confronti dell’amministratore che non sia più in carica, per le operazioni poste in essere durante il periodo in cui faceva parte dell’organo gestori. Unico limite all’esercizio dell’azione è costituito dalla prescrizione quinquennale, ex art. 2393.3 cc., che si computa dall’annotazione nel registro delle imprese della cessazione della carica dell’amministratore.

Inoltre, trattandosi di responsabilità di tipo contrattuale, l’onere della prova è invertito: la società che agisce in giudizio, sarà tenuta soltanto a provare l’esistenza del danno imputabile all’amministratore e non già la colpa dello stesso; spetterà infatti all’amministratore provare i fatti che valgono ad escludere la responsabilità.

L’azione di responsabilità esercitata a favore della società può essere azionata dall’assemblea secondo le normali regole di votazione, ma anche da una minoranza qualificata. L’art 2393 bis cc. asserisce infatti che “L’azione sociale di responsabilità può essere esercitata anche dai soci che rappresentino almeno un quinto del capitale sociale o la diversa misura prevista nello statuto, comunque non superiore al terzo. […] Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, l’azione di cui al comma precedente può essere esercitata dai soci che rappresentino un quarantesimo del capitale sociale o la minore misura prevista nello statuto”. L’azione è comunque sempre diretta a reintegrare il capitale sociale e non già a risarcire il danno dei singoli soci.

L’art. 2395 è rubricato invece “Azione individuale del socio o del terzo”. Perché il socio possa intentare un’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore devono sussistere due requisiti: il compimento da parte dell’amministratore di un atto doloso o colposo e la produzione di un danno diretto nella sfera patrimoniale del socio, che non sia semplice conseguenza del danno subito dal patrimonio sociale (si veda Cass. n. 15220/2010: “Il danneggiato non può invocare l’art. 2395 c.c. quando il pregiudizio lamentato è il riflesso del danno subito dal patrimonio sociale. Anche se gli amministratori hanno gestito «in maniera pessima», od il capitale sociale è andato interamente perduto per perdite, il danno al valore della partecipazione è riflesso del pregiudizio subito dal patrimonio sociale” [NdA] Azionabile dalla società per mezzo della deliberazione assembleare). Caso scolastico è la fattispecie di false comunicazioni riferite al bilancio che inducono i soci a sottoscrivere un aumento di capitale a prezzo eccessivo (Ibidem.: “Il danno è, invece, diretto quando le falsità contenute nel bilancio (o nei documenti similari) sono state idonee a suggerire un finanziamento, o l’acquisto di un pacchetto azionario, che altrimenti non sarebbe avvenuto. In tal caso, la responsabilità degli amministratori è aquiliana, ma una corrente dottrinale minoritaria sostiene la qualificazione contrattuale della responsabilità stessa […]”).

In tal caso, l’onere probatorio, trattandosi di responsabilità di natura extracontrattuale, è in capo al socio,; quest’ultimo infatti, secondo la Dottrina prevalente e la Giurisprudenza consolidata (si veda su tutte Cass. n. 9385/1993 e n. 8359/2007), deve provare il nesso diretto tra il comportamento dell’amministratore ed il danno subito. Valida è sempre la prescrizione quinquennale.

Ulteriore forma di responsabilità in capo agli amministratori è quella risultante dall’articolo 2394 cc. nei confronti dei creditori sociali.

L’organo gestorio risponde quindi per l’inosservanza di obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio sociale e per le operazioni che possano rendere il patrimonio non sufficiente al soddisfacimento delle richieste dei creditori. Il patrimonio sociale rappresenta difatti, tra le altri funzioni, quella di garanzia generica su cui i terzi fanno affidamento nel caso di inadempimento delle obbligazioni assunte dalla società. Requisito necessario perché possa essere intentata un’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore risulta essere una chiara situazione di incapienza patrimoniale tale da non garantire il soddisfacimento dei creditori.

La Giurisprudenza (su tutte Cass. Sez. Unite, n. 5241/81, Cass. 22 ottobre 1998, n. 10488 e Tribunale di Roma, 09 novembre 2014) ha affermato che tale situazione si palesa nello sbilanciamento patrimoniale negativo, ossia nel caso di eccedenza delle passività sulle attività.

Poiché l’azione può essere proposta qualora il patrimonio sia insufficiente, il termine quinquennale per l’esercizio dell’azione si computa a partire dal momento in cui si verifica lo sbilanciamento patrimoniale.

Circostanze particolari sono riscontrabili nel caso di concordato in bianco, concordato preventivo o nelle procedure fallimentari. In tali specifiche condizioni il momento in cui si manifesta lo squilibrio patrimoniale coincide con l’apertura della procedura concorsuale. Potrebbe essere quindi possibile un’ipotesi di applicazione dell’articolo 2947 cc, ultimo comma, nel quale il Legislatore introduce un’eccezione alla regola generale della prescrizione: se il fatto che fonda la causa del risarcimento del danno costituisce allo stesso tempo una fattispecie di reato, all’azione di risarcimento in sede civile deve essere applicata la prescrizione più lunga che caratterizza il reato in questione.

Condizione necessaria per l’esercizio dell’azione è l’esistenza, al momento dell’instaurazione del giudizio di responsabilità dello squilibrio patrimoniale. Per meglio chiarire. Qualora un’operazione posta in essere dall’organo gestorio produca un danno nei confronti della società ed anche leda il diritto e la garanzia dei creditori, quest’ultimi non hanno interesse ad agire se l’azione sia già stata esercitata con esito positivo da parte della società. Le interferenze esistenti tra le due azioni sono parzialmente disciplinate all’ultimo comma dell’articolo 2394: “La rinunzia all’azione da parte della società non impedisce l’esercizio dell’azione da parte dei creditori sociali. La transazione può essere impugnata dai creditori sociali soltanto con l’azione revocatoria quando ne ricorrono gli estremi”.

Molto controversa, invero, è la natura dell’azione dei creditori rispetto a quella esercitabile dalla società. In Dottrina si dibatte se l’azione dei creditori possa essere qualificata come azione diretta ed autonoma ovvero se la medesima possa essere definita come azione indiretta e surrogatoria. Le conseguenze derivanti dalla differente qualificazione dell’azione sono notevoli. Limitiamoci ad accennare alle più rilevanti:

  • Qualora si ritenesse che l’azione fosse surrogatoria, quanto corrisposto dagli amministratori a titolo di risarcimento del danno spetterebbe alla società ed i creditori ne avrebbero soltanto il beneficio indiretto dovuto alla reintegrazione del capitale; d’altra parte, nel caso di qualificazione opposta, ossia di azione diretta, il risarcimento spetterebbe anche ai creditori direttamente;
  • Se l’azione si configura come surrogatoria, gli amministratori potranno opporre ai creditori tutte le eccezioni che avrebbero opposto alla società, non sarebbe lo stesso nel caso inverso;
  • Se si accogliesse la tesi dell’azione surrogatoria, la società sarebbe litisconsorte necessario ex art 2900.2 c.p.c. e quindi dovrebbe essere chiamata in giudizio per legge.

La complessità della questione non garantisce una soluzione certa e, come molte volte avviene in Giurisprudenza, le stesse Corti non hanno parere unanime.

Bisogna per ultimo evidenziare come le fattispecie di responsabilità riscontrabili negli articoli 2392, 2393 bis e 2395 del Codice Civile, possano essere azionate, in caso di procedure concorsuali, dagli organi delle stesse. Il disposto dell’articolo 2394 cc. difatti attribuisce il potere di esercitare tale azioni al curatore del fallimento, al commissario liquidatore ed al commissario straordinario.

Tale legittimazione ad agire trova il suo fondamento normativo negli articoli 42 e 43 della Legge Fallimentare, per i quali, con la dichiarazione di fallimento, la legittimazione sostanziale e processuale per l’esercizio e la tutela dei diritti del fallito, della società ed in via indiretta dei terzi, spetta al curatore.

Nulla cambia dunque nell’azionabilità di tali tutele da parte degli organi delle procedure concorsuali rispetto alle fattispecie previste per la società in bonis, se non la legittimazione ad agire.

Le fattispecie sopra esaminate sono soltanto le norme generali che verranno poi applicate ai casi specifici. Già è stata enunciata in maniera esemplificativa un’elencazione di alcune casistiche tradizionali e, nondimeno, ad esse, si sono affiancate, nell’ambito della discussione generale sulla responsabilità dell’organo gestionale, una serie di ulteriori problematiche che, per la rilevanza politica e sociale che rivestono, hanno attirato l’attenzione del Legislatore.

Si sta facendo riferimento per esempio: 1) alla responsabilità penale per i reati commessi nella gestione, 2) alle responsabilità connesse al d.lgs. 231/01, che ha introdotto la c.d. “responsabilità amministrativa degli enti”, 3) alla responsabilità connessa alla violazione di norme sulla sicurezza sui luoghi di lavoro (d.lgs. 81/2008), 4) agli obblighi di vigilanza sulla struttura societaria.

Soltanto per dare uno spunto sull’ultimo esempio, si può rappresentare come non sia inusuale la situazione in cui, in presenza di reati commessi dall’impresa, il consiglio di amministrazione, pur non avendo avuto parte attiva nella decisione dannosa, sia in ogni modo responsabile delle conseguenze: la Giurisprudenza ritiene responsabili anche gli altri membri del consiglio di amministrazione, ovvero gli amministratori senza delega, o addirittura anche gli amministratori di fatto, per le decisioni intraprese da un amministratore singolo.

La situazione viene disciplinata da una lettura combinata degli articoli 40 del codice penale (“[…] non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” […]), 2392 del codice civile (“[…] sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose […]”) e 2381 del codice civile (“[…] gli amministratori sono tenuti ad agire in modo informato; ciascun amministratore può chiedere agli organi delegati che in consiglio siano fornite informazioni relative alla gestione della società […]”).

Parte della Dottrina (su tutti si veda la posizione del Prof. Abbadessa) ha fatto rilevare come la nuova disciplina parrebbe circoscrivere la funzione di controllo alla valutazione dell’adeguatezza dell’assetto organizzativo sulla base delle informazioni ricevute dai delegati o da una valutazione generale dell’andamento dell’assetto organizzativo, limitando in tal modo l’ambito di responsabilità dell’organo gestorio soltanto ad un giudizio sull’adeguatezza dell’assetto societario, sull’esame della fattibilità dei piani industriali, finanziari e strategici della società e sulla valutazione derivante dalle relazioni degli organi delegati. Si configura quindi un’attività di natura preventiva e generale che dovrebbe essere a garanzia di una liberazione di responsabilità da parte dell’organo gestorio nei confronti di operazioni dannose poste in essere dai delegati.

Tuttavia, la dottrina dominante interpreta la proposizione “[…] Ciascun amministratore può chiedere agli organi delegati che in consiglio siano fornite informazioni relative alla gestione della società […] non come una possibilità, a dispetto dell’uso del verbo “potere”, ma piuttosto come un dovere da parte degli amministratori di richiedere informazioni ogniqualvolta risulti utile, sempre secondo la diligenza richiesta dalla legge, ai fini di una corretta gestione aziendale. Rimane tuttavia di evidente importanza come un elemento minimo di buona fede possa essere rappresentato dal richiedere un’informazione almeno trimestrale dell’andamento della società.

Invero, molto si è scritto sulla presenza di obblighi in capo agli amministratori di società derivanti dalla loro posizione apicale e quindi di controllo e di garanzia sul corretto andamento di ogni singola operazione o attività che viene svolta all’interno della società stessa. La responsabilità scaturisce da molteplici aspetti, riferibile alla posizione di maggior controllo e di maggiore potere in capo ai vertici della società. Una tematica che ha guadagnato importanza negli ultimi anni, per esempio, è stata quella della sicurezza sul luogo di lavoro: il d.lgs. 81/2008 ha individuato infatti una serie di obblighi in capo al responsabile dell’organizzazione aziendale che ha generato un nuovo ventaglio di possibili rischi da cui l’organo gestorio deve proteggersi. La responsabilità che deriva da tale normativa è configurabile nella più ampia figura di responsabilità da garanzia e si caratterizza per la doppia natura civilistica e penalistica.

 

Tale rappresentazione costituisce solo un quadro generale e non approfondito sul tema della responsabilità degli amministratori di una S.p.A.. Preme soltanto accennare, in ultima istanza, alla Responsabilità penale per reati (propri o a titolo di concorso, attivi o omissivi) commessi nella gestione: oltre ai reati previsti dal codice penale e da altre leggi speciali (in particolare i c.d. reati fallimentari, fiscali e societari), il Legislatore ha inserito nel c.c. alcune disposizioni penali in materia di società. In particolare, nel capo secondo, disciplina alcuni esempi di reati: concorso in bancarotta fraudolenta; ricorso abusivo al credito; denuncia di crediti inesistenti; dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti; sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte; formazione fittizia di capitale; aggiotaggio. Ordinariamente, ai fini di configurare il reato è necessario il dolo, ma per alcune fattispecie di reato sono ipotizzabili anche in caso di colpa, es. bancarotta semplice.

Per ultimo, il d.lgs. 131/01 ha introdotto la c.d. “responsabilità amministrativa” degli enti. Si tratta di un’importante eccezione al principio “societas delinquere non potest” nel caso di reati commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente sia da soggetti in posizione apicale sia da soggetti subordinati. In tale ottica il consiglio di amministrazione deve predisporre dei modelli organizzativi che siano in grado di garantire un’efficace e sicura operatività dell’impresa. La società, e quindi gli amministratori, non risponderanno dei reati commessi all’interno della propria struttura nel caso in cui dimostrino di aver adottato efficacemente un modello di Compliance, Gestione e Controllo che rispetti i requisiti imposti dalla legge; che dimostri di aver affidato ad un organismo indipendente il controllo sulla gestione oppure che dimostri che il sistema sia stato eluso in modo fraudolento dall’attore della condotta punibile.

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dott. Andrea Filippo Mainini

Condomino moroso: cosa fare?

Uno dei dibattiti sempre più accesi affrontati nel corso delle riunioni condominiali è la mancanza di liquidità del condominio a causa del rifiuto o, nei migliori dei casi della dimenticanza, da parte di uno o più condomini del pagamento delle spese condominiali e i condomini in regola coi pagamenti, ovviamente, riversano il loro malcontento sull’amministratore.

Il debitore che persiste a non adempiere il suo debito porta sfiducia nel creditore, il quale è consapevole dei tempi lunghi e dei costi elevati della giustizia.

Tuttavia il condominio può adesso auto tutelarsi tramite alcuni provvedimenti .

La  riforma prevede che l’amministratore faccia tutto il possibile per sollecitare i condomini  al pagamento, non solo inviando lettere di messa in mora, ma ricorrendo anche ad azioni giudiziarie.

Nel caso in cui l’amministratore non adempia al suo dovere entro 6 mesi  dalla chiusura del bilancio nel  quale il credito riscuotibile è compreso, egli è condannabile per azione di responsabilità ed eventuale risarcimento del danno.

L’amministratore può scegliere personalmente un avvocato di sua fiducia senza richiedere preventivamente l approvazione dell’assemblea.

Seguendo la via giudiziaria si ha così la possibilità di ottenere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo e senza avere l’obbligo del preventivo procedimento di mediazione. Perciò, differentemente dalla regola generale, il condominio può, già il giorno dopo il rilascio del decreto ingiuntivo, procedere all’esecuzione forzata senza aspettare i quaranta giorni per consentire l’opposizione del debitore. Questo permette al condominio di rivalersi sull’abitazione del debitore, ipotecandola o mettendola all’asta, anche se inserita nel fondo patrimoniale.

Inoltre, qualora si intendesse ricercare altri beni nascosti dal moroso, si avrebbe  la possibilità di rivolgersi all’anagrafe tributaria.

Laddove invece il caso vedesse il debitore proprietario dell’immobile concedere in locazione l’appartamento, si potrebbe avviare un pignoramento dei fitti e pigioni che il locatario paga: ciò significa che perciò che sono gli inquilini in affitto a dover pagare la pigione direttamente all’amministratore e non al padrone di casa, fino a quando il debito non risulta saldato.

Qualora l’amministratore non  voglia ricorrere alle via legale, vi sono comunque due provvedimenti che si possono attuare contro il condomino inadempiente.

  • Il primo consiste nel negargli l’utilizzo dei servizi comuni, come acqua, gas e luce o divieto di parcheggio. (Il regolamento condominale non può impedire all’amministratore di adottare questi mezzi). Tale misura può essere messa in pratica a patto che il condomino non paghi da almeno sei mesi. E’ preferibile inviare una lettera di preavviso di sospensione dei servizi condominiali al debitore, nonostante la legge non lo preveda.
  • Il secondo provvedimento invece prevede che l’amministratore fornisca ai vari creditori del condominio l’elenco dei morosi. Tale denuncia del moroso ai creditori serve perché essi possano per primi avviare le azioni esecutive nei confronti dei proprietari non in regola e solo successivamente rivalersi sul condominio  Il creditore dovrà infatti prima tentare di recuperare quanto gli spetta  dal condomino moroso e, solo in caso di infruttuosità del tentativo, si potrà rivalere sul condominio intero.
Giulia Pietrobon, Isabella Pagani

Comunicazione volontaria – Volontary disclousure

 

Voluntary disclosure

La Voluntary Disclosure può costituire un’opportunità importante, sia per lo Stato sia per il Cittadino ristabilendo tra le parti un rapporto più equilibrato dal punto di vista della materia fiscale. Il DdL n. 1642, approvato, in via definitiva, lo scorso 4 dicembre 2014 dal Senato, introduce la procedura di comunicazione volontaria (voluntary disclousure).

A prescindere dalle modalità di adesione alla stessa, ci si è chiesti se un contribuente ha veramente interesse ad aderire al questo Istituto, data la pretesa erariale oppure si tratta piuttosto di una necessità, visto l’abbandono del “segreto bancario”. Dunque, non ci sono molte scelte possibili e la collaborazione/comunicazione volontaria è l’ultima chance per rimuovere violazioni passate, in vista del futuro scenario. Ciò implica il pagamento delle imposte dovute, con sanzioni ridotte ad un quarto e l’onere della ricostruzione dei redditi derivanti.

L’onere che il contribuente si troverà a dover sostenere, qualora decida di aderire alla procedura di collaborazione volontaria, non è determinabile con un dato generico, dovendosi studiare ogni singolo caso.

Rispetto al valore dell’attività, l’esborso può variare da un minimo del 5% (grazie all’adesione alla tassazione forfetaria) ad un massimo del 97% che di fatto azzera l’investimento del contribuente. La convenienza della collaborazione volontaria nazionale, infine, va confrontata con le nuove regole del ravvedimento operoso, previste dal DdL Stabilità 2015.

Le due procedure sono compatibili, ed è quindi necessario valutare caso per caso quale sia la più conveniente. Se il ravvedimento “lungo” sana singole violazioni e non prevede il coinvolgimento dell’Amministrazione Finanziaria, la procedura di collaborazione volontaria è un procedimento collaborativo “totalizzante”, che riguarda l’intera posizione del contribuente, da attuare in contradditorio con l’Agenzia. Dal punto di vista del profilo penale, poi, il ravvedimento lungo può concedere al contribuente un’attenuante, ma non scatta la causa di non punibilità, garantita con la collaborazione volontaria nei casi di dichiarazioni fraudolente, infedeli o omesse e omessi versamenti o per il nuovo reato di auto riciclaggio.

Infine, dal punto di vista sanzionatorio, a parità di violazioni da regolarizzare, la collaborazione volontaria è più conveniente, se ci si avvale dell’adesione all’invito al contraddittorio, accettando tutti i rilievi sollevati, perché si arriva a una riduzione delle sanzioni fino a un quarto di diritto.

Con il ravvedimento è, però, possibile avvalersi della compensazione dei crediti disponibili, facoltà inibita, invece, nella collaborazione volontaria.

Le principali variabili che influenzano l’onere che il contribuente dovrà sopportare sono:

  • il Paese in cui deteneva le attività oggetto di emersione (se White list o Black list);
  • da quanti periodi d’imposta venivano segretate;
  • dalla tipologia di evasione messa in atto.
  1. Cos’è la voluntary disclosure?

La legge 186/2014 introduce la procedura di regolarizzazione dei capitali posseduti all’estero e modifica il codice penale introducendo il nuovo articolo 648 ter 1 che contempla il reato di auto riciclaggio. La collaborazione volontaria riguarda le violazioni commesse fino a data 30 settembre 2014 e potrà essere attivata sino al 30 settembre 2015, salvo proroghe.

La voluntary disclosure rappresenta quindi una procedura di pacificazione tributaria, individuando una regolarizzazione accessibile a tutti i contribuenti, siano essi persone fisiche, giuridiche o altri enti, residenti o non residenti, per tutti i periodi di imposta per i quali il termine di decadenza non sia spirato, e per la totalità degli attivi, siano essi esteri o italiani, e delle componenti reddituali e quindi delle violazioni ad essi connessi. La voluntary disclosure si distanzia radicalmente dallo scudo fiscale, che era una procedura riservata e che poteva riguardare anche solo una parte degli attivi esteri, mentre qui si tratta di una procedura spontanea, trasparente e completa (nel senso, per intenderci, che se si possiede un immobile, un deposito titoli ed una polizza, la regolarizzazione deve interessare tutti e tre gli attivi, pena l’invalidità della stessa).

  1. Chi può accedere?

Possono accedere alla voluntary disclosure “internazionale” le persone fisiche, Società Semplici e soggetti equiparati a degli Enti non commerciali residenti in Italia che detengono investimenti patrimoniali o attività finanziarie all’estero, in violazione degli obblighi di monitoraggio fiscale di cui al Dl 167/1990, e dunque senza averli indicati nel quadro RW del modello Unico. Inoltre, la legge 186/2014 consente l’accesso alla procedura disclosure cosiddetta “nazionale”, rivolta anche ai soggetti diversi dai precedenti (quindi le persone fisiche non destinatarie degli obblighi di monitoraggio, le Società e gli Enti di ogni tipo) che potranno regolarizzare le violazioni degli obblighi dichiarativi in materia di imposte sui redditi e le relative addizionali, imposte sostitutive, Irap, Iva e delle dichiarazioni dei sostituti d’imposta.

  1. La procedura

Si accede alla voluntary disclosure mediante la presentazione di un’istanza per via telematica ed una relazione di accompagnamento nei successivi 30 giorni.

La voluntary disclosure è una procedura trasparente e collaborativa, il contribuente dovrà dettagliare gli investimenti e le attività di natura finanziaria detenuti all’estero (o in Italia, nell’ipotesi di disclosure domestica), le modalità di determinazione degli immobili ad essi connessi e, in alcuni casi, anche di quelli non connessi. Il quadro documentale deve essere completo poiché eventuali “dimenticanze” volontarie di attività o investimenti rischia di compromettere l’efficacia della procedura, oltre ad esporre al rischio di sanzioni, ivi compreso il nuovo reato di esibizione di atti falsi. L’istanza può essere integrata dal contribuente nei 30 giorni successivi al primo invio. Anche se non è prevista una “lista” di documentazione da produrre, dato l’ampio dettato normativo, per attestare la natura e la composizione degli attivi esteri, nonché la loro ubicazione e la provenienza, sarà importante raccogliere i certificati di acquisto per investimenti in immobili o altri beni o, con riferimento alle attività finanziarie, i documenti comprovanti la loro esistenza in anni per i quali sono spirati i termini di accertamento, o se invece si tratta di patrimoni recenti, le modalità con le quali sono stati costituiti (trasferimenti di denaro, documentandone anche la provenienza, successioni, eccetera).

Per documentare il valore dei beni saranno utili atti di acquisto, visure delle camere di commercio delle società estere, ultimi estratti conto e situazioni patrimoniali.

  1. I benefici

La voluntary disclosure, pur prevedendo il pagamento integrale delle imposte, consente di ridurre in modo sostanziale le sanzioni applicabili per le violazioni degli obblighi di monitoraggio fiscale e degli obblighi dichiarativi, riduzione che viene massimizzata quando le attività estere sono detenute in Paesi non black list o black list che hanno firmato un accordo per lo scambio di informazioni con l’Italia entro il 2 marzo 2014, o quando il contribuente trasferisca le attività in un Paese white list.  Inoltre, accedendo alla disclosure, è prevista la non punibilità per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti, o mediante altri artifizi, per dichiarazione infedele o omessa o per omesso versamento di ritenute certificate o di Iva.

L’elaborazione dei testi è stata curata con scrupolosa attenzione; tuttavia ciò potrebbe non escludere la presenza di eventuali involontari inesattezze.

Il TFR in busta paga: riflessioni sulla legge

Il primo quesito che è bene porsi è se sia indispensabile per i lavoratori integrare il proprio stipendio oggi con cifre molto piccole fra i 40 e 80 euro e rischiare di intaccare i fondi pensione del domani.

Certo, in questi ultimi tempi molte famiglie italiane si sono trovate in grave difficoltà economica ma è veramente utile sapere, e questo è bene sottolinearlo più volte che scegliere l’erogazione del Tfr in busta paga vincolerà il lavoratore per tre anni e cioè obbligatoriamente fino al 2018 e questi tre anni saranno, a fine carriera tre anni di assenza per la pensione (verrà meno l’accontamento di tre anni e scenderà quindi la redditività dei fondi pensione integrativi per chi li avesse scelti).

A calcoli fatti risulta che non tutti i redditi beneficerebbero. Si è provato a simulare il carico fiscale senza l’anticipo del Tfr e con l’anticipo del Tfr, dopo la legge di stabilità. Dalla tabella si evince chiaramente che l’anticipo in busta sarà “negativo” per tutti quei redditi superiori a 28 mila euro e che, superando questa soglia, il carico fiscale arriverà addirittura a 300 euro netti in più all’anno. Di fatto farà cumulo con tutte le altre voci della busta paga ed in alcuni casi comporterà pure un salto di aliquota o la perdita dei requisiti per il bonus da 80 euro.

 

TASSAZIONE LEGGE STABILITÀ 2014          TASSAZIONE PRIMA DEL 2014                               
Retribuzione Tfr annuo netto Tfr mensile netto Tfr annuo netto Tfr mensile netto
Euro 15.000 798 66 798 66
Euro 25.000 1.261 105 1.311 109
Euro 50.000 2.141 178 2.448 204
Euro 75.000 3.057 255 3.501 292
Euro 100.000 3.937 328 4.506 376

La Fondazione Consulenti del Lavoro stima che, sino ad un reddito lordo annuo di 15 mila euro farsi anticipare il Tfr non costerà nulla, ma dai 15mila euro in su l’aggravio sarà progressivamente crescente. Raggiunti i 28.650 euro ci saranno solamente 50 euro in più all’anno, e oltre questa soglia per effetto dell’aliquota del 38% il peso delle tasse da pagare sarà dell’ordine dei 300 euro annui. Chi ha un reddito di circa 20mila euro l’anno il Tfr netto sarebbe pari a 1.008 euro (84 euro al mese) a fronte di 1.058 di Tfr netto accantonato in azienda, a 25mila se ne ricevono 1.261 (105 al mese) anziché 1.311, a 50 mila 2.488 (178/mese) invece di 2.448.

E’ bene ricordare che queste somme riguardano esclusivamente i dipendenti del settore privato assunti da più di sei mesi, esclusi invece quelli del settore pubblico.

Analizzando invece questa legge con l’occhio dell’imprenditore salta all’occhio che, anche se le aziende potranno beneficiare del canale bancario per compensare le somme anticipate per il Tfr, esse subiranno una tassazione mensile. Il comma 7 dell’articolo della legge che introduce il Tfr in busta paga obbliga le imprese con meno di 50 dipendenti (che con le vecchie norme trattenevano in cassa il Tfr), a versare al Fondo di garanzia Inps lo 0,2% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali nella stessa percentuale della quota maturanda liquidata ai dipendenti. Inoltre, pur avendo la “parola” del Governo sull’apertura delle Banche in termini di erogazione di fondi ci si chiede se, in tempi così difficili, ci sarà veramente interesse da parte di quest’ultime ad erogare i crediti.