RIPETIZIONE SOMME IN APPELLO – La Cassazione torna a pronunciarsi sul termine finale post sentenza di primo grado

RIPETIZIONE SOMME IN APPELLO

OK alla richiesta: non costituisce una domanda nuova

 La richiesta di restituzione delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado, essendo conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata, non costituisce domanda nuova ed è perciò ammissibile in appello. L’istanza deve essere formulata, a pena di decadenza, con l’atto di appello, se il gravame è stato proposto successivamente all’esecuzione della sentenza, essendo invece ammissibile la proposizione nel corso del giudizio, ma non con la comparsa conclusionale, soltanto qualora l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione.

E’ il principio affermato dalla Cassazione, Sez. I civ, con l’ordinanza n. 7144 del 15.3.2021 che ha accolto l’impugnazione cassando con rinvio la sentenza della Corte di appello di Bari n. 100024/2015 che aveva dichiarato il difetto di giurisdizione dell’autorità giurisdizionale ordinaria e condannato gli attori al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio e alla restituzione delle somme già riscosse dal Comune di San Nicandro Garganico.

I giudici di secondo grado, pur avendo correttamente riconosciuto che il Comune aveva proposto appello successivamente al pagamento delle somme, avanzando domanda di restituzione delle somme solo in sede di precisazione della conclusioni, non hanno fatto corretta applicazione dei principi espressi dall’indirizzo maggioritario, ritenendo tempestiva la domanda di restituzione delle somme formulata dall’Ente.

La Corte, rilevato che la giurisprudenza è “univoca e consolidata nel ritenere che, dopo la modifica dell’art. 336 cpc la richiesta di restituzione delle somme pagate alla controparte in esecuzione della sentenza di primo grado, non configura una domanda nuova in appello, essendo conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata (Cass. 21.7. 1981, n. 4684; 6.11.1995, n. 11527; 16.6.1998, n. 6002; 21.7.2020, n. 15457)” (§ 4.4.), dà conto delle due diverse linee di sviluppo interpretative che presiedono all’individuazione del termine previsto a pena di decadenza per la proposizione dell’istanza.

In particolare, secondo l’indirizzo giurisprudenziale minoritario, la domanda non è necessaria “avendo il giudice di appello il potere di adottare direttamente i provvedimenti capaci di ripristinare la situazione precedente, ai sensi dell’art. 336 cpc, come novellato nel 1990, non diversamente dalla situazione disciplinata dall’art. 669 novies cpc” (Cass. 21.12.2001, n. 16170; 28.1.2003, n. 1233; 19.7.2005, n. 15220; 3.10.2005, n. 19296; 9.10.2012, n. 17227; 27.9.2016, n. 18972) (§4.4.1.).

Con l’ordinanza n. 7144/2021 la Cassazione ha invece preferito dare continuità all’orientamento secondo cui la domanda di rimborso “deve essere formulata, a pena di ‘decadenza’, con l’atto di appello, se proposto successivamente all’esecuzione della sentenza, essendo ammissibile la formulazione della domanda nel corso del giudizio, sino alla precisazione delle conclusioni, soltanto qualora l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione” (Cass. 8.8.2002, n. 12011; 18.7.2003, n. 11244; 13.7.2004, n. 12905; 8.7.2010, n. 16152; 9.10.2012, n. 17227; 26.1.2016, n. 1324; 30.1.2018, n. 2292) (§4.4.2.). E’ in ogni caso inammissibile l’istanza proposta con la comparsa conclusionale in appello, atteso che quest’ultima ha carattere meramente illustrativo di domande già proposte, non rilevando in contrario che l’esecuzione della sentenza sia successiva all’udienza di conclusioni ed anteriore alla scadenza del termine per il deposito delle comparse (Cass., 8.7.2010, n. 16152; 26.1.2016, n. 1324;  30.1.2018, n. 2292).

E’ irrilevante, sottolineano infine gli Ermellini, la circostanza che il pagamento sia stato corrisposto in seguito al pignoramento subito “perché ciò che assume rilievo, ai fini della restituzione, è la caducazione del titolo in esecuzione del quale le somme sono state corrisposte che fa venire meno il diritto a trattenere le somme incamerate” (§4.7.).

Avv. Paola Cavallero - senior partner

#studiomainini

Cassazione: presunzione di conoscibilità dell’atto che ammette però prova contraria

Un fallimento tra pochi intimi – Valida la consegna dell’istanza a persona di famiglia

Nel giudizio prefallimentare la notifica di un atto a mezzo del servizio postale si considera rituale e andata a buon fine se il plico viene consegnato a “persona di famiglia” che, pur non avendo uno stabile rapporto di convivenza con il notificando, sia a lui legato da vincolo di parentela. Il destinatario può contestare la modalità di notifica dimostrando che la presenza nella propria abitazione del soggetto che ha ritirato il plico, nella specie la moglie separata, era del tutto occasionale.

Così ha statuito la Cassazione con l’ordinanza n. 11228 del 28.4.2021 che ha confermato la sentenza della Corte di appello di Bari con la quale era stato respinto il reclamo proposto ai sensi dell’art. 18 I. fall. dal ricorrente, in proprio e quale ex socio della snc, avverso la sentenza dichiarativa di fallimento del Tribunale di Foggia per l’intervenuta estensione del a, che coincideva con il luogo di residenza del ricorrente, tramite la consegna al soggetto qualificatosi all’Ufficiale quale “moglie incaricata della ricezione degli atti”. Il giudice di secondo grado aveva ritenuto sussistente la presunzione (iuris tantum) di ricezione della notificazione ai sensi dell’art. 139 2 comma cpc, effettuata presso l’abitazione del destinatario mediante consegna al familiare, posto che anche la moglie separata con pronuncia giudiziale di addebito al marito è considerata come persona di famiglia, perché il rapporto di coniugio cessa solo con la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio (v. Cass. 18085/2013).fallimento anche ai soci illimitatamente responsabili.

Secondo la Corte del merito la notifica degli atti aò reclamante e all’impresa individuale di cui era titolare, effettuata presso l’indirizzo di posta elettronica della snc, si era perfezionata presso la sede della fallit

La Cassazione risolve la questione affermando la sussistenza del vincolo presuntivo di cui all’art. 139 cpc. Nello specifico, condividendo l’orientamento costante di legittimità (§ 5.3.1.), la Corte riafferma il principio secondo cui “in tema di notificazioni, la consegna dell’atto da notificare “a persona di famiglia”, secondo il disposto dell’art. 139 cod. proc. civ., non postula necessariamente né il solo rapporto di parentela – cui è da ritenersi equiparato quello di affinità – né l’ulteriore requisito della convivenza del familiare con il destinatario dell’atto, non espressamente menzionato dalla norma, risultando, all’uopo, sufficiente l’esistenza di un vincolo di parentela o di affinità che giustifichi la presunzione che la “persona di famiglia” consegnerà l’atto al destinatario stesso; resta, in ogni caso, a carico di colui che assume di non aver ricevuto l’atto l’onere di provare il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafiche del familiare medesimo (così, verbatim, Sez. 6 – L, Ordinanza n. 21362 del 15/10/2010; v. anche Cass. Sez. 1, Sentenza n. 18085 del 25/07/2013)”.

Sulla presunzione della convivenza temporanea nell’abitazione del destinatario della “persona di famiglia”, pur se separata con pronuncia giudiziale e residente altrove (§ 5.3.2.), che abbia preso in consegna l’atto (Cassazione n. 1843/1998, n. 7455/1997, 615/1995, 6100/1994, 2348/1194), il legislatore fonda altresì la presunzione di sollecita consegna del plico, superabile con la prova contraria della presenza occasionale e temporanea del familiare stesso (così le pronunce nn. 187/2000, 5671/1997, 737/1997).

Gli Ermellini rilevano, infine, come il reclamante non abbia fornito la prova contraria mancando di articolare istanze istruttorie dirette a dimostrare il carattere occasionale della presenza del consegnatario nella residenza del coniuge separato (§5.3.2.): l’unica prova testimoniale articolata sulla veridicità dell’attestazione contenuta nella relata di notifica sul luogo di ricezione dell’atto avrebbe dovuto essere contestato con la querela di falso.

Avv. Paola Cavallero

#Studiomainini

ASSENTE ALL’INDIRIZZO NON BASTA – Messo obbligato a cercare in ogni modo il destinatario

Accolta l’impugnazione del contribuente per l’errata interpretazione della norma alla recente ordinanza della Corte di Cassazione n. 9292/2021

Per la notificazione degli avvisi e degli atti tributari impositivi nei confronti del destinatario irreperibile presso la residenza anagrafica secondo le modalità previste dall’art.60, comma 1, lett.e) del dpr 600/1973 il messo notificatore deve svolgere ricerche rigorose volte a verificare l’irreperibilità assoluta del destinatario, ossia che quest’ultimo non abbia più né abitazione né ufficio o l’azienda nel comune già sede del proprio

La Cassazione torna a pronunciarsi in materia di procedura di notificazione a destinatari irreperibili e ribadisce l’obbligo per il messo di cercare il destinatario. Insufficiente l’assenza all’indirizzo di residenza per applicare la procedura ex art. 60 co. I lett.) e D.P.R. n. 600/1973, con ordinanza n. 9292/2021, la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione.

La censura avanzata riguardava la presunta violazione della fattispecie astratta di accesso alla procedura di notificazione per irreperibilità assoluta, determinata dalla assenza di attività di ricerca del consegnatario presso la residenza anagrafica di quest’ultimo.

Con tale pronuncia la Corte ribadisce l’orientamento, ormai granitico, seguito sul punto (si vedano Cass. Sez. V, n. 33878/2020; Cass. Sez. V, n. 4657/2020; Cass. Sez. V, n. 2877/2018; Cass. Sez. VI, n. 24107/2016, Cass. Sez. V, n. 19958/2018), che argina il ricorso alla procedura speciale del D.P.R. 600/1973. Nel caso di specie, la Commissione tributaria regionale aveva reputato legittima la notifica eseguita ai sensi dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973, sul presupposto della irreperibilità assoluta del destinatario; di contro, il ricorrente lamentava il mancato espletamento delle dovute ricerche, poiché il medesimo era residente all’indirizzo presso cui era stata effettuata la precedente notifica, notifica non perfezionatasi – data la sua assenza -, ma non tale da integrare ipotesi di “irreperibilità assoluta”, solo eventualmente relativa.

Ritenuto fondato il motivo di ricorso, la Corte, richiamandosi a numerosi precedenti, ha chiarito che la notifica ai sensi dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973, disposizione che detta la procedura in caso di irreperibilità assoluta, si considera ritualmente eseguita nel solo caso in cui il messo non rinvenga l’effettiva abitazione, ufficio o azienda del contribuente nel Comune del domicilio fiscale; in tali ipotesi, la procedura è valida se l’atto viene depositato nell’albo del Comune «senza necessità di comunicazione all’interessato […] né di ulteriori ricerche fuori dal Comune». Tuttavia, prima di accedere alla procedura descritta, il messo è tenuto a svolgere ricerche per determinare l’assoluta irreperibilità, ossia l’assenza di qualsiasi collegamento (abitazione, ufficio, azienda) presso il Comune sede del domicilio fiscale. L’inerzia del notificatore in relazione alle indispensabili ricerche da compiere perché sia configurabile l’irreperibilità assoluta, determina perciò la nullità della notifica eseguita secondo il dettato dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973. Non basta, dunque, il mero controllo formale delle risultanze del certificato anagrafico, essendo al contrario richiesta una verifica relativa all’eventuale trasferimento del destinatario, tale da provocare l’oggettiva impossibilità di notificare altrimenti l’atto.

In conclusione, occorre distinguere i casi di irreperibilità relativa – come quello di specie -, dalle ipotesi di irreperibilità assoluta del contribuente. Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, nel primo caso, ossia quando sia nota la residenza ma non si sia potuta eseguire la consegna per assenza del destinatario, la notificazione dell’avviso di accertamento seguirà la procedura prevista all’art. 140 c.p.c.; troverà applicazione la procedura di cui al D.P.R. 600/1973 qualora il messo non sia in grado di reperire il contribuente destinatario, il quale, a fronte delle notizie acquisite, risulti trasferito in luogo sconosciuto.

dott.ssa Clara Cimino

Avv. Paola Cavallero

estratto da Italia Oggi - lunedì 29 Aprile 2021

 

Transazione fiscale: le Sezioni Unite hanno deciso sulla giurisdizione: l giudice tributario non è competente a decidere. Lo afferma la sentenza n. 8504 del 25.03.2021

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite è intervenuta, con la sent. 8504 del 25.03.21, designando il giudice ordinario quale organo giurisdizionale competente chiamato a conoscere le controversie scaturenti dalla transazione fiscale.

Nell’ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti avanzato da una società in crisi, veniva presentata un’istanza di trattamento dei crediti tributari che non riceveva l’adesione dell’Amministrazione Finanziaria.

La società, pertanto, impugnava la mancata adesione avanti alla Commissione Provinciale competente.

L’Agenzia delle Entrate, d’altra parte, proponeva ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione negando la competenza del giudice tributario. Le sezioni unite, investite della questione, dichiaravano la giurisdizione del giudice ordinario e, in particolare, del tribunale fallimentare.

La Suprema Corte, nella propria decisione, partiva dalla premessa logica che la prima forma di transazione, introdotta con il d.l. 138/02, aveva natura differente rispetto a quella recentemente novellata dal d.l. 125/20. Nasceva infatti come una vera e propria transazione dei ruoli e non aveva natura sistematica all’interno del diritto fallimentare, rimando confinata nell’ambito dell’esecuzione esattoriale. Negli anni, invece, ben sei sono state le modifiche apportate dal Legislatore all’istituto e, non da ultimo, il Codice della crisi di impresa introduceva tre importanti novità: l’omologazione degli accordi di ristrutturazione anche senza l’assenso del Fisco nel caso di proposta vantaggiosa per l’Ente, la possibilità di proporre la transazione anche nelle trattative che precedono gli accordi di ristrutturazione ed il trattamento riservato ai crediti tributari e contributivi nel contesto del piano di concordato. Queste previsioni costituiscono una rivisitazione degli assetti sottesi alla vecchia transazione fiscale e giustificano un pensiero logico-giuridico che confuta quanto affermato dalla giurisprudenza di merito, per altro esigua, susseguita nel corso degli anni.

A nulla rilevando la natura giuridica dell’istituto e la sussumibilità della mancata adesione in una delle fattispecie previste come limite alla giurisdizione tributaria, come invece riteneva la società. Innanzitutto, perché la transazione fiscale, proposta all’interno di una più ampia procedura fallimentare, perde di fatto la sua autonomia diventano un sub-procedimento rispetto all’accordo di ristrutturazione o di concordato e, in aggiunta, perché si sostiene sempre più la necessità di valorizzare la finalità concorsuale dell’istituto. Nel caso di procedure fallimentari, l’esigenza dell’Amministrazione della puntuale applicazione del tributo deve lasciare spazio a valori più rilevanti per l’ordinamento, ossia l’occupazione dei lavoratori e la continuità di impresa.

Avv. Andrea Filippo Mainini - Junior Partner

Studio Mainini & Associati  

contributo su Italia Oggi del 08.04.2021

Art. 96 C.p.c.

“…La responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. integra una forma particolare di responsabilità processuale a carico di quella parte che agisce o resiste in giudizio in malafede o con colpa grave. La totalità delle pronunce della Suprema Corte ha ravvisato un onere processuale in capo alla parte che agisce per vedersi riconoscere il predetto risarcimento. L’onere consiste nel “dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte” (Cass. Civ. n. 21393/05). Tale responsabilità, di natura pacificamente extracontrattuale (si veda Cass. n. 9080/13, n. 133395/07, n. 3388/07, n. 18169/04), richiede che venga provato l’an ed il quantum del danno subito.

Oltre all’onere processuale circa l’allegazione del danno subito, la legge prevede ulteriori condizioni di ammissibilità della condanna per responsabilità aggravata: la soccombenza totale della parte e la prova dell’elemento soggettivo. Quest’ultimo qualificabile come dolo ovvero colpa grave, intesa come “consapevolezza o ignoranza derivante dal mandato uso di un minimo di diligenza, della infondatezza delle tesi esposte in giudizio e/o del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere alla controversia” Cass. Civ, Sez. III, sent. N. 4443/15…”

 

Dott. Andrea Filippo Mainini

Poteri e limiti del #CTU di acquisire documenti non prodotti dalle parti in causa

Di recente la Suprema Corte di Cassazione con la  sentenza n.12921 del 23 giugno 2015, ribadendo il costante insegnamento di legittimità e di merito, ha affrontato la questione particolarmente delicata circa la possibilità da parte del consulente tecnico nominato dal Giudice di poter acquisire aliunde documentazione o notizie nel corso dell’espletamento dell’incarico.

E’ stato espressamente ribadito che “…in tema di consulenza tecnica d’ufficio rientri nel potere del consulente tecnico d’ufficio attingere “aliunde” notizie e dati, non rilevabili dagli atti processuali e concernenti fatti e situazioni formanti oggetto del suo accertamento, quando ciò sia necessario per espletare convenientemente il compito affidatogli, e che dette indagini possono concorrere alla formazione del convincimento del giudice purchè ne siano indicate le fonti, in modo che le parti siano messe in grado di effettuarne il controllo, a tutela del principio del contraddittorio (Cass. n. 13686 del 2001, Cass. n. 3105 del 2004; Cass. n. 13428 del 2008; Cass. n. 1901 del 2010).

E tuttavia occorre chiarire entro che limiti è legittimo l’esercizio di tale facoltà da parte del consulente e quali siano i dati, le notizie, i documenti che egli può acquisire aliunde.

Il criterio guida è che si tratta di un potere funzionale al corretto espletamento dell’incarico affidato, che non comporta alcun potere di supplenza, da parte del consulente, rispetto al mancato espletamento da parte dei contendenti al rispettivo onere probatorio.

Esso viene legittimamente esercitato in tutti i casi in cui al consulente sia necessario, per portare a termine l’indagine richiesta, acquisire documenti in genere pubblici non prodotti dalle parti e che tuttavia siano necessari per portare a termine l’indagine e per verificare sul piano tecnico se le affermazioni delle parti siano o meno corrette (può trattarsi, esemplificativamente, di delibere comunali dalle quali estrarre il coefficiente per determinare il canone di locazione, documentazione relativa ai piani regolatori, dati riscontrabili relativi al valore dei terreni espropriati per verificare che l’indennità di esproprio sia stata correttamente quantificata). Potrà anche, nel contraddittorio delle parti, acquisire documenti non prodotti e che possano essere nella disponibilità di una delle parti o anche di un terzo qualora ne emerga l’indispensabilità all’accertamento di una situazione di comune interesse ( quali atti di frazionamento per individuare il confine tra due fondi).

Può acquisire inoltre dati tecnici di riscontro alle affermazioni e produzioni documentali delle parti, e pur sempre deve indicare loro la fonte di acquisizione di questi dati per consentire loro di verificarne l’esatto e pertinente prelievo.

Quindi l’acquisizione di dati e documenti da parte del consulente tecnico ha funzione di riscontro e verifica rispetto a quanto affermato e documentato dalle parti.

Non è invece consentito al consulente sostituirsi alla stessa parte, andando a ricercare aliunde i dati stessi che devono essere oggetto di riscontro da parte sua, che costituiscono materia di onere di allegazione e di prova (ovvero gli atti e i documenti che siano nella disponibilità della parte che agisce e dei quali essa deve avvalersi per fondare la sua pretesa che non gli siano stati forniti, acquisendoli, come è avvenuto in questo caso, dalla parte che non li aveva tempestivamente prodotti, nonostante l’opposizione della controparte, in quanto in questo modo verrebbe impropriamente a supplite al carente espletamento dell’onere probatorio, in violazione sia dell’art. 2697 cc. che del principio del contraddittorio”.

Con la predetta pronuncia, dunque, la Corte di Cassazione mette la parola fine alla prassi troppo spesso invalsa tra i CTU di acquisire aliunde documenti e dati che non sono entrati nel processo per non essere stati prodotti dalle parti nei termini decadenziali previsti dal codice di procedura civile, così finendo per eludere la norma di cui all’articolo 183 VI comma c.p.c. che prevede precise scansioni temporali per la produzione di documenti.

Già in precedenza il Tribunale di Milano si era uniformato al costante ed univoco orientamento della Suprema Corte in materia di utilizzo di nuovi documenti da parte del CTU: “il consulente può utilizzare documenti che non siano ritualmente prodotti in causa solo se le parti lo consentono e ciò anche nell’ambito dell’esame contabile; qualora se ne tenga conto in mancanza di consenso, la consulenza è nulla con possibilità di sanatoria per effetto della mancata deduzione nella prima istanza o difesa successiva al deposito” (Cass. Civ. 13401/2005, Cass. Civ. n. 12231/2002, Cass. Civ. 8659/1999).

L’orientamento risponde all’esigenza di armonizzare l’attività del consulente con la regola generale prevista dall’art. 2697 c.c.: in nessun caso la consulenza tecnica può servire ad esonerare la parte dal fornire la prova che le spetta fornire in base ai principi che regolano l’onere relativo; solo nel caso di fatti il cui accertamento richieda l’impiego di un sapere tecnico qualificato, l’onere si riduce all’allegazione, spettando poi al Giudice decidere se ricorrono o meno le condizioni per l’ammissione della consulenza tecnica.

La norma di cui all’art. 198 c.p.c. va necessariamente coordinata con i principi che regolano l’attività probatoria delle parti e le decadenze istruttorie: evidentemente, nel suo contenuto, mira ad evitare che la decadenza dalle produzioni documentali possa essere aggirata in sede peritale in quanto, una volta che una parte è incorsa in una decadenza, il Giudice non può rimetterla in termini se non nei casi espressamente previsti dall’art. 184 bis c.p.c..

Il CTU, pertanto, in presenza di opposizione della controparte, non può acquisire al processo i documenti che costituiscono materia di onere di allegazione e di prova tempestiva, così sostituendosi alla parte e finendo impropriamente per supplire al carente e/o mancato espletamento da parte di uno dei contendenti al rispettivo onus probandi, in violazione dell’art. 2697 c.c. e del principio del contraddittorio con conseguente elusione di una norma imperativa qual è quella di cui al già richiamato art. 183 VI comma c.p.c..

Paola Cavallero
Avvocato

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Decreto ingiuntivo: la notifica nulla non può invalidare e farlo dichiarare inefficace

Solamente la mancanza o la giuridica inesistenza dell’adempimento consentono di porre nel nulla il titolo.

Il decreto ingiuntivo non può essere dichiarato inefficace solo perché la notifica è nulla. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione (Cass. sent. n. 3552 del 14.02.2014). L’annullamento del decreto, infatti, potrebbe tutt’al più essere pronunciato dal giudice solo in caso di una notifica assente giuridicamente inesistente. Al contrario, se la notifica è semplicemente nulla essa può essere sempre rinnovata e, quindi, il titolo deve rimanere in piedi.

Una banca aveva omesso di notificare un decreto ingiuntivo ad uno dei coobbligati. Dalla relata di notifica, infatti, era risultato che il plico era tornato indietro perché il destinatario era sconosciuto all’indirizzo indicato anche se lì aveva la residenza anagrafica, con la conseguenza che la notifica si doveva considerare nulla ma non inesistente. Se il tribunale di primo grado aveva dichiarato la nullità del titolo e ordinato la cancellazione dell’ipoteca in favore del creditore, la Cassazione è stata di contrario avviso.

Quando la notifica è irregolare o al massimo nulla è sempre possibile la sanatoria della stessa in due modi:

1 – con la costituzione in giudizio dell’intimato: il debitore, infatti, può sempre proporre opposizione tardiva all’ingiunzione provando di non avere avuto conoscenza dell’atto

2 – oppure con la rinnovazione della notifica da parte del creditore.

Dunque il debitore non può proporre il ricorso per la declaratoria di inefficacia, ammesso solo nel caso di mancanza o giuridica inesistenza della notifica. La notifica del decreto ingiuntivo, anche se nulla, è – del resto – indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto. Non si può, pertanto, presumere che quest’ultimo abbia voluto abbandonare il titolo (che costituisce, invece, il fondamento della previsione di inefficacia). Ne consegue – prosegue la sentenza in commento – che, tranne i casi in cui un decreto ingiuntivo non sia stato notificato o la notifica sia giuridicamente inesistente, la parte contro la quale è stato emesso non può chiedere la declaratoria di inefficacia del decreto stesso.

la Legge per Tutti -redazione