ASSENTE ALL’INDIRIZZO NON BASTA – Messo obbligato a cercare in ogni modo il destinatario

Accolta l’impugnazione del contribuente per l’errata interpretazione della norma alla recente ordinanza della Corte di Cassazione n. 9292/2021

Per la notificazione degli avvisi e degli atti tributari impositivi nei confronti del destinatario irreperibile presso la residenza anagrafica secondo le modalità previste dall’art.60, comma 1, lett.e) del dpr 600/1973 il messo notificatore deve svolgere ricerche rigorose volte a verificare l’irreperibilità assoluta del destinatario, ossia che quest’ultimo non abbia più né abitazione né ufficio o l’azienda nel comune già sede del proprio

La Cassazione torna a pronunciarsi in materia di procedura di notificazione a destinatari irreperibili e ribadisce l’obbligo per il messo di cercare il destinatario. Insufficiente l’assenza all’indirizzo di residenza per applicare la procedura ex art. 60 co. I lett.) e D.P.R. n. 600/1973, con ordinanza n. 9292/2021, la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione.

La censura avanzata riguardava la presunta violazione della fattispecie astratta di accesso alla procedura di notificazione per irreperibilità assoluta, determinata dalla assenza di attività di ricerca del consegnatario presso la residenza anagrafica di quest’ultimo.

Con tale pronuncia la Corte ribadisce l’orientamento, ormai granitico, seguito sul punto (si vedano Cass. Sez. V, n. 33878/2020; Cass. Sez. V, n. 4657/2020; Cass. Sez. V, n. 2877/2018; Cass. Sez. VI, n. 24107/2016, Cass. Sez. V, n. 19958/2018), che argina il ricorso alla procedura speciale del D.P.R. 600/1973. Nel caso di specie, la Commissione tributaria regionale aveva reputato legittima la notifica eseguita ai sensi dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973, sul presupposto della irreperibilità assoluta del destinatario; di contro, il ricorrente lamentava il mancato espletamento delle dovute ricerche, poiché il medesimo era residente all’indirizzo presso cui era stata effettuata la precedente notifica, notifica non perfezionatasi – data la sua assenza -, ma non tale da integrare ipotesi di “irreperibilità assoluta”, solo eventualmente relativa.

Ritenuto fondato il motivo di ricorso, la Corte, richiamandosi a numerosi precedenti, ha chiarito che la notifica ai sensi dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973, disposizione che detta la procedura in caso di irreperibilità assoluta, si considera ritualmente eseguita nel solo caso in cui il messo non rinvenga l’effettiva abitazione, ufficio o azienda del contribuente nel Comune del domicilio fiscale; in tali ipotesi, la procedura è valida se l’atto viene depositato nell’albo del Comune «senza necessità di comunicazione all’interessato […] né di ulteriori ricerche fuori dal Comune». Tuttavia, prima di accedere alla procedura descritta, il messo è tenuto a svolgere ricerche per determinare l’assoluta irreperibilità, ossia l’assenza di qualsiasi collegamento (abitazione, ufficio, azienda) presso il Comune sede del domicilio fiscale. L’inerzia del notificatore in relazione alle indispensabili ricerche da compiere perché sia configurabile l’irreperibilità assoluta, determina perciò la nullità della notifica eseguita secondo il dettato dell’art. 60 co. I lett.) e del D.P.R. n. 600/1973. Non basta, dunque, il mero controllo formale delle risultanze del certificato anagrafico, essendo al contrario richiesta una verifica relativa all’eventuale trasferimento del destinatario, tale da provocare l’oggettiva impossibilità di notificare altrimenti l’atto.

In conclusione, occorre distinguere i casi di irreperibilità relativa – come quello di specie -, dalle ipotesi di irreperibilità assoluta del contribuente. Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, nel primo caso, ossia quando sia nota la residenza ma non si sia potuta eseguire la consegna per assenza del destinatario, la notificazione dell’avviso di accertamento seguirà la procedura prevista all’art. 140 c.p.c.; troverà applicazione la procedura di cui al D.P.R. 600/1973 qualora il messo non sia in grado di reperire il contribuente destinatario, il quale, a fronte delle notizie acquisite, risulti trasferito in luogo sconosciuto.

dott.ssa Clara Cimino

Avv. Paola Cavallero

estratto da Italia Oggi - lunedì 29 Aprile 2021

 

Transazione fiscale: le Sezioni Unite hanno deciso sulla giurisdizione: l giudice tributario non è competente a decidere. Lo afferma la sentenza n. 8504 del 25.03.2021

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite è intervenuta, con la sent. 8504 del 25.03.21, designando il giudice ordinario quale organo giurisdizionale competente chiamato a conoscere le controversie scaturenti dalla transazione fiscale.

Nell’ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti avanzato da una società in crisi, veniva presentata un’istanza di trattamento dei crediti tributari che non riceveva l’adesione dell’Amministrazione Finanziaria.

La società, pertanto, impugnava la mancata adesione avanti alla Commissione Provinciale competente.

L’Agenzia delle Entrate, d’altra parte, proponeva ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione negando la competenza del giudice tributario. Le sezioni unite, investite della questione, dichiaravano la giurisdizione del giudice ordinario e, in particolare, del tribunale fallimentare.

La Suprema Corte, nella propria decisione, partiva dalla premessa logica che la prima forma di transazione, introdotta con il d.l. 138/02, aveva natura differente rispetto a quella recentemente novellata dal d.l. 125/20. Nasceva infatti come una vera e propria transazione dei ruoli e non aveva natura sistematica all’interno del diritto fallimentare, rimando confinata nell’ambito dell’esecuzione esattoriale. Negli anni, invece, ben sei sono state le modifiche apportate dal Legislatore all’istituto e, non da ultimo, il Codice della crisi di impresa introduceva tre importanti novità: l’omologazione degli accordi di ristrutturazione anche senza l’assenso del Fisco nel caso di proposta vantaggiosa per l’Ente, la possibilità di proporre la transazione anche nelle trattative che precedono gli accordi di ristrutturazione ed il trattamento riservato ai crediti tributari e contributivi nel contesto del piano di concordato. Queste previsioni costituiscono una rivisitazione degli assetti sottesi alla vecchia transazione fiscale e giustificano un pensiero logico-giuridico che confuta quanto affermato dalla giurisprudenza di merito, per altro esigua, susseguita nel corso degli anni.

A nulla rilevando la natura giuridica dell’istituto e la sussumibilità della mancata adesione in una delle fattispecie previste come limite alla giurisdizione tributaria, come invece riteneva la società. Innanzitutto, perché la transazione fiscale, proposta all’interno di una più ampia procedura fallimentare, perde di fatto la sua autonomia diventano un sub-procedimento rispetto all’accordo di ristrutturazione o di concordato e, in aggiunta, perché si sostiene sempre più la necessità di valorizzare la finalità concorsuale dell’istituto. Nel caso di procedure fallimentari, l’esigenza dell’Amministrazione della puntuale applicazione del tributo deve lasciare spazio a valori più rilevanti per l’ordinamento, ossia l’occupazione dei lavoratori e la continuità di impresa.

Avv. Andrea Filippo Mainini - Junior Partner

Studio Mainini & Associati  

contributo su Italia Oggi del 08.04.2021

Art. 96 C.p.c.

“…La responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. integra una forma particolare di responsabilità processuale a carico di quella parte che agisce o resiste in giudizio in malafede o con colpa grave. La totalità delle pronunce della Suprema Corte ha ravvisato un onere processuale in capo alla parte che agisce per vedersi riconoscere il predetto risarcimento. L’onere consiste nel “dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte” (Cass. Civ. n. 21393/05). Tale responsabilità, di natura pacificamente extracontrattuale (si veda Cass. n. 9080/13, n. 133395/07, n. 3388/07, n. 18169/04), richiede che venga provato l’an ed il quantum del danno subito.

Oltre all’onere processuale circa l’allegazione del danno subito, la legge prevede ulteriori condizioni di ammissibilità della condanna per responsabilità aggravata: la soccombenza totale della parte e la prova dell’elemento soggettivo. Quest’ultimo qualificabile come dolo ovvero colpa grave, intesa come “consapevolezza o ignoranza derivante dal mandato uso di un minimo di diligenza, della infondatezza delle tesi esposte in giudizio e/o del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere alla controversia” Cass. Civ, Sez. III, sent. N. 4443/15…”

 

Dott. Andrea Filippo Mainini

Poteri e limiti del #CTU di acquisire documenti non prodotti dalle parti in causa

Di recente la Suprema Corte di Cassazione con la  sentenza n.12921 del 23 giugno 2015, ribadendo il costante insegnamento di legittimità e di merito, ha affrontato la questione particolarmente delicata circa la possibilità da parte del consulente tecnico nominato dal Giudice di poter acquisire aliunde documentazione o notizie nel corso dell’espletamento dell’incarico.

E’ stato espressamente ribadito che “…in tema di consulenza tecnica d’ufficio rientri nel potere del consulente tecnico d’ufficio attingere “aliunde” notizie e dati, non rilevabili dagli atti processuali e concernenti fatti e situazioni formanti oggetto del suo accertamento, quando ciò sia necessario per espletare convenientemente il compito affidatogli, e che dette indagini possono concorrere alla formazione del convincimento del giudice purchè ne siano indicate le fonti, in modo che le parti siano messe in grado di effettuarne il controllo, a tutela del principio del contraddittorio (Cass. n. 13686 del 2001, Cass. n. 3105 del 2004; Cass. n. 13428 del 2008; Cass. n. 1901 del 2010).

E tuttavia occorre chiarire entro che limiti è legittimo l’esercizio di tale facoltà da parte del consulente e quali siano i dati, le notizie, i documenti che egli può acquisire aliunde.

Il criterio guida è che si tratta di un potere funzionale al corretto espletamento dell’incarico affidato, che non comporta alcun potere di supplenza, da parte del consulente, rispetto al mancato espletamento da parte dei contendenti al rispettivo onere probatorio.

Esso viene legittimamente esercitato in tutti i casi in cui al consulente sia necessario, per portare a termine l’indagine richiesta, acquisire documenti in genere pubblici non prodotti dalle parti e che tuttavia siano necessari per portare a termine l’indagine e per verificare sul piano tecnico se le affermazioni delle parti siano o meno corrette (può trattarsi, esemplificativamente, di delibere comunali dalle quali estrarre il coefficiente per determinare il canone di locazione, documentazione relativa ai piani regolatori, dati riscontrabili relativi al valore dei terreni espropriati per verificare che l’indennità di esproprio sia stata correttamente quantificata). Potrà anche, nel contraddittorio delle parti, acquisire documenti non prodotti e che possano essere nella disponibilità di una delle parti o anche di un terzo qualora ne emerga l’indispensabilità all’accertamento di una situazione di comune interesse ( quali atti di frazionamento per individuare il confine tra due fondi).

Può acquisire inoltre dati tecnici di riscontro alle affermazioni e produzioni documentali delle parti, e pur sempre deve indicare loro la fonte di acquisizione di questi dati per consentire loro di verificarne l’esatto e pertinente prelievo.

Quindi l’acquisizione di dati e documenti da parte del consulente tecnico ha funzione di riscontro e verifica rispetto a quanto affermato e documentato dalle parti.

Non è invece consentito al consulente sostituirsi alla stessa parte, andando a ricercare aliunde i dati stessi che devono essere oggetto di riscontro da parte sua, che costituiscono materia di onere di allegazione e di prova (ovvero gli atti e i documenti che siano nella disponibilità della parte che agisce e dei quali essa deve avvalersi per fondare la sua pretesa che non gli siano stati forniti, acquisendoli, come è avvenuto in questo caso, dalla parte che non li aveva tempestivamente prodotti, nonostante l’opposizione della controparte, in quanto in questo modo verrebbe impropriamente a supplite al carente espletamento dell’onere probatorio, in violazione sia dell’art. 2697 cc. che del principio del contraddittorio”.

Con la predetta pronuncia, dunque, la Corte di Cassazione mette la parola fine alla prassi troppo spesso invalsa tra i CTU di acquisire aliunde documenti e dati che non sono entrati nel processo per non essere stati prodotti dalle parti nei termini decadenziali previsti dal codice di procedura civile, così finendo per eludere la norma di cui all’articolo 183 VI comma c.p.c. che prevede precise scansioni temporali per la produzione di documenti.

Già in precedenza il Tribunale di Milano si era uniformato al costante ed univoco orientamento della Suprema Corte in materia di utilizzo di nuovi documenti da parte del CTU: “il consulente può utilizzare documenti che non siano ritualmente prodotti in causa solo se le parti lo consentono e ciò anche nell’ambito dell’esame contabile; qualora se ne tenga conto in mancanza di consenso, la consulenza è nulla con possibilità di sanatoria per effetto della mancata deduzione nella prima istanza o difesa successiva al deposito” (Cass. Civ. 13401/2005, Cass. Civ. n. 12231/2002, Cass. Civ. 8659/1999).

L’orientamento risponde all’esigenza di armonizzare l’attività del consulente con la regola generale prevista dall’art. 2697 c.c.: in nessun caso la consulenza tecnica può servire ad esonerare la parte dal fornire la prova che le spetta fornire in base ai principi che regolano l’onere relativo; solo nel caso di fatti il cui accertamento richieda l’impiego di un sapere tecnico qualificato, l’onere si riduce all’allegazione, spettando poi al Giudice decidere se ricorrono o meno le condizioni per l’ammissione della consulenza tecnica.

La norma di cui all’art. 198 c.p.c. va necessariamente coordinata con i principi che regolano l’attività probatoria delle parti e le decadenze istruttorie: evidentemente, nel suo contenuto, mira ad evitare che la decadenza dalle produzioni documentali possa essere aggirata in sede peritale in quanto, una volta che una parte è incorsa in una decadenza, il Giudice non può rimetterla in termini se non nei casi espressamente previsti dall’art. 184 bis c.p.c..

Il CTU, pertanto, in presenza di opposizione della controparte, non può acquisire al processo i documenti che costituiscono materia di onere di allegazione e di prova tempestiva, così sostituendosi alla parte e finendo impropriamente per supplire al carente e/o mancato espletamento da parte di uno dei contendenti al rispettivo onus probandi, in violazione dell’art. 2697 c.c. e del principio del contraddittorio con conseguente elusione di una norma imperativa qual è quella di cui al già richiamato art. 183 VI comma c.p.c..

Paola Cavallero
Avvocato

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Decreto ingiuntivo: la notifica nulla non può invalidare e farlo dichiarare inefficace

Solamente la mancanza o la giuridica inesistenza dell’adempimento consentono di porre nel nulla il titolo.

Il decreto ingiuntivo non può essere dichiarato inefficace solo perché la notifica è nulla. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione (Cass. sent. n. 3552 del 14.02.2014). L’annullamento del decreto, infatti, potrebbe tutt’al più essere pronunciato dal giudice solo in caso di una notifica assente giuridicamente inesistente. Al contrario, se la notifica è semplicemente nulla essa può essere sempre rinnovata e, quindi, il titolo deve rimanere in piedi.

Una banca aveva omesso di notificare un decreto ingiuntivo ad uno dei coobbligati. Dalla relata di notifica, infatti, era risultato che il plico era tornato indietro perché il destinatario era sconosciuto all’indirizzo indicato anche se lì aveva la residenza anagrafica, con la conseguenza che la notifica si doveva considerare nulla ma non inesistente. Se il tribunale di primo grado aveva dichiarato la nullità del titolo e ordinato la cancellazione dell’ipoteca in favore del creditore, la Cassazione è stata di contrario avviso.

Quando la notifica è irregolare o al massimo nulla è sempre possibile la sanatoria della stessa in due modi:

1 – con la costituzione in giudizio dell’intimato: il debitore, infatti, può sempre proporre opposizione tardiva all’ingiunzione provando di non avere avuto conoscenza dell’atto

2 – oppure con la rinnovazione della notifica da parte del creditore.

Dunque il debitore non può proporre il ricorso per la declaratoria di inefficacia, ammesso solo nel caso di mancanza o giuridica inesistenza della notifica. La notifica del decreto ingiuntivo, anche se nulla, è – del resto – indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto. Non si può, pertanto, presumere che quest’ultimo abbia voluto abbandonare il titolo (che costituisce, invece, il fondamento della previsione di inefficacia). Ne consegue – prosegue la sentenza in commento – che, tranne i casi in cui un decreto ingiuntivo non sia stato notificato o la notifica sia giuridicamente inesistente, la parte contro la quale è stato emesso non può chiedere la declaratoria di inefficacia del decreto stesso.

la Legge per Tutti -redazione