Diritto all’#oblio e #diritto di #cronaca: le nuove regole della Cassazione

Il quadro giurisprudenziale nazionale ed europeo sul principio della riservatezza si apprende che il diritto all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti presupposti:

  1. contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico;
  2. interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia;
  3. elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese;
  4. modalità impiegate per ottenere e dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali;
  5. la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.

 Così Cassazione, Ordinanza n. 6919 del 20/03/2018:

[…] 3. Da tale quadro normativo – desumibile da un reticolo di norme nazionali (artt. 2 Cost., 10 cod. civ., 97 legge n. 633 del 1941) ed europee (artt. 8 e 10, comma 2 CEDU, 7 e 8 della Carta di Nizza) – e giurisprudenziale di riferimento deve, pertanto, inferirsi che il diritto fondamentale all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza di specifici e determinati presupposti: 1) il contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) l’interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali), da reputarsi mancante in caso di prevalenza di un interesse divulgativo o, peggio, meramente economico o commerciale del soggetto che diffonde la notizia o l’immagine; 3) l’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica e, segnatamente, nella realtà economica o politica del Paese; 4) le modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera (poiché attinta da fonti affidabili, e con un diligente lavoro di ricerca), diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al grande pubblico. In assenza di tali presupposti, la pubblicazione di una informazione concernente una persona determinata, a distanza di tempo da fatti ed avvenimenti che la riguardano, non può che integrare, pertanto, la violazione del fondamentale diritto all’oblio, come configurato dalle disposizioni normative e dai principi giurisprudenziali su esposti […] 

Fonte: www.cortedicassazione.it

Distribuzione verticale selettiva: efficacia erga omnes degli accordi produttore-distributore

Possibilità di estendere a terze parti obbligazioni contrattuali stipulate nel rapporto produttore-distributore

Con riferimento alla distribuzione di prodotti di lusso, l’adozione di una rete di distribuzione selettiva (si ricorre al contratto di distribuzione selettiva allorquando risulti rilevante che l’immagine del marchio e del produttore sia valorizzata) consente di derogare alcuni divieti e restrizioni che altrimenti sarebbero imposti dalla normativa sulla concorrenza a livello europeo (1) e dall’articolo 101 TFUE (2) al contratto di distribuzione puro.

Le esenzioni previste per il contratto di distribuzione selettiva non si applicano tuttavia, ai sensi dell’art. 4 del Regolamento, alle cosiddette “restrizioni fondamentali”. Tali sono per esempio la “[…] restrizione della facoltà dell’acquirente di determinare il proprio prezzo di vendita, fatta salva la possibilità per il fornitore di imporre un prezzo massimo di vendita o di raccomandare un prezzo di vendita, a condizione che questi non equivalgano ad un prezzo fisso o ad un prezzo minimo di vendita per effetto di pressioni esercitate o incentivi offerti da una delle parti […]” e ancora “[…] la restrizione delle vendite attive o passive (3) agli utenti finali […]” (art 4, comma 1, lett. a) e c) del Regolamento 330/2010).

Con riferimento alle politiche sui prezzi, l’Autorità Garante italiana ha espresso più volte le proprie indicazioni circa la determinazione dei prezzi minimi e dei prezzi massimi imposti ai distributori. Ad avviso dell’Autorità Garante, gli inviti rivolti alla rete di rivenditori a non oltrepassare un certo prezzo indicato minimo/massimo rappresenta una violazione delle restrizioni c.d. fondamentali. Come sopra riportato, a livello europeo è possibile definire prezzi massimi (4). Rimane pacifico il divieto di indicare prezzi minimi dal momento che il produttore, nel fissare il prezzo, riduce od elimina l’indipendenza decisionale del distributore, limitando la concorrenza.

Per quanto concerne le vendite attive e passive, si può pacificamente sostenere che qualsiasi distributore, collocato in una catena di distribuzione pura o in una catena di distribuzione selettiva non può essere limitato nell’utilizzo di internet finalizzato alla vendita dei prodotti (5). Come già accennato, si tratta di una restrizione fondamentale (c.d. hard core) a cui non possono essere applicate esenzioni di alcun genere. Interviene in tal senso anche la Giurisprudenza europea, con la questione pregiudiziale sollevata dalla Corte d’appello di Parigi nella causa promossa dalla società Pierre Fabre Dermo-Cosmètique S.A.S. La Pierre Fabre venne sanzionata dall’autorità francese a tutela della concorrenza per aver imposto ai propri distributori autorizzati un divieto generalizzato di rivendita on line. La conclusione a cui giunge la Corte Europea al punto 46  afferma testualmente che “[…] L’obiettivo di preservare l’immagine di prestigio non può rappresentare un obiettivo legittimo per restringere la concorrenza e non può quindi giustificare che una clausola contrattuale diretta ad un simile obiettivo non ricada nell’articolo 101, n. 1 TFUE”. Un’ulteriore decisione dell’Avvocato Generale, emanata il 26 luglio 2017 nel caso C-230/16 Coty Germany GmbH v. Parfumerie Akzente GmbH conferma quanto appena esposto (6). Il divieto assoluto di vendere su internet è un “[…] divieto che la CGEU ha ritenuto sproporzionato e illegittimo rispetto al fine di preservare l’immagine di prestigio dei prodotti […] l’obiettivo del mantenimento di un’immagine di prestigio del marchio non può giustificare, in base alla sentenza del 13 ottobre 2011, Pierre Fabre Dermo-Cosmétique (C 439/09, EU:C:2011:649), l’introduzione di un sistema di distribuzione selettiva, che è, per definizione, restrittivo della concorrenza. La clausola contrattuale controversa costituirebbe inoltre una restrizione fondamentale, ai sensi dell’articolo 4, lettera c), del regolamento n. 330/2010 e non potrebbe quindi beneficiare di un’esenzione per categoria in base a tale regolamento […] in tale sentenza Pierre Fabre Dermo-Cosmétique, la Corte ha statuito che la clausola di un contratto che vietava in modo assoluto ai distributori autorizzati di vendere on-line i prodotti oggetto del contratto poteva costituire una restrizione per oggetto e quindi essere contraria all’articolo 101, paragrafo 1, TFUE se, «a seguito di un esame individuale e concreto del tenore e dell’obiettivo della clausola contrattuale in parola nonché del contesto giuridico ed economico in cui si colloca, risulta che, alla luce delle caratteristiche dei prodotti di cui trattasi, tale clausola non è oggettivamente giustificata”. L’Avvocato Generale specifica tuttavia che una limitazione nell’utilizzo di piattaforme internet da parte del distributore può essere legittimamente imposta dal produttore dal momento che “[…] il divieto di vendere prodotti di lusso tramite piattaforme di terzi diverse da quelle del produttore o del distributore (a cui deve essere sempre permesso di vendere online) sia oggettivamente indispensabile per l’immagine del marchio”.

A tal proposito si pone il problema principale, affrontato anche dall’Avvocato Generale: “in assenza di legame contrattuale con la piattaforma terza, il produttore non può esercitare alcuna influenza pregnante e preventiva sulle modalità con cui i prodotti sono presentati e commercializzati su detta piattaforma”.

È necessario quindi verificare se quanto appena esposto trovi la sua giustificazione giuridica solamente in un contratto sottoscritto tra il produttore ed il distributore oppure, viceversa, possa essere imposto anche a terze parti. Ad una lettura di quanto argomentato dall’Avvocato Generale, il produttore non ha alcuna forza vincolante nell’imporre a terzi le proprie restrizioni. I terzi, infatti, non partecipano delle obbligazioni contrattuali tra il produttore ed il distributore. Cosi anche la sentenza CGE S. 15.02.1996 Causa C-309/94-Nissan France SA e altri o ancora CGE S. 30.11.2004 causa C-16/03 Peak>Holding AB: “[…] solo i rapporti contrattuali tra i fornitori e distributori ufficiali della loro rete e, mentre definiscono quello che gli uni e gli altri possono o non possono impegnarsi a fare nei confronti di terzi, non hanno, invece la funzione di disciplinare l’attività di detti terzi che possono intervenire sul mercato fuori dal circuito degli accordi di distribuzione […]”

Sui può considerare tuttavia un’ulteriore scenario.

Sempre secondo la giurisprudenza della CGE, il titolare del marchio può agire in giudizio contro il terzo la cui attività determini un ingiustificato pregiudizio; ad esempio: “nel caso in cui il terzo utilizzi il marchio per commercializzare dei prodotti o promuovere la commercializzazione di prodotti con modalità e contenuti qualitativi tali da nuocere gravemente al prestigio del marchio” (si cfr. CGE S. 4.11.1997 C-337/95 Parfums Christian Dior SA).

Ecco che, in tal senso, interviene anche  la normativa italiana. Il legislatore infatti ha previsto l’articolo 2598 (7) del Codice Civile, rubricato: “Atti di concorrenza sleale”. Potrebbe essere configurata la violazione dell’art. 2598.3 c.c. da parte di terzi soggetti che vendono i prodotti su siti internet che non rivestono le caratteristiche essenziali per il produttore (8). L’esistenza di una rete di distribuzione selettiva conferisce al titolare del marchio, come abbiamo già esposto, un diritto ad un riconoscimento particolarmente pregnante delle qualità dei propri prodotti. Dal momento che si tratta di un prodotto di lusso o di prestigio, le condizioni di vendita possono essere quantomeno vincolate.

La giurisprudenza italiana osserva che “configura atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3 c.c., la condotta tenuta dal venditore consistente nel continuare a commercializzare prodotti di una certa marca anche dopo che il produttore ha reso nota l’esistenza di un sistema di distribuzione selettiva” (9). È necessario tuttavia che i prodotti venduti siano lesivi del marchio e alterino l’immagine e la qualità che il produttore collega ai suoi prodotti.

Quanto sopra, da verificarsi caso per caso, solamente nell’eventualità che il terzo, estraneo all’accordo di distribuzione, fosse a conoscenza del sistema di distribuzione selettiva.

Per quanto sopra esposto, si può affermare che non il distributore e neppure il produttore può vietare la completa commercializzazione dei prodotti a mezzo canali online e dare indicazioni in ordine al prezzo degli stessi. Gli obblighi a cui deve sottostare il distributore contenuti nel testo contrattuale non sono efficaci nei confronti dei terzi ed il distributore non è tenuto a garantire l’osservanza degli stessi da parte di questi. L’unica tutela per il buon nome e la qualità dei prodotti è ravvisabile nella difesa del produttore in sede giudiziale nei confronti di quei terzi che siano stati preventivamente informati dell’esistenza di una rete di distribuzione selettiva.

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Dott. Andrea Filippo Mainini

 

(1) Ai sensi del Regolamento UE 330/2010, in vigore dal 1.06.2010 sino al 31.5.2022. Si tratta, in realtà, di una normativa applicabile ai paesi dell’area SEE (Spazio Economico Europeo).

(2) Art 101 TFUE: “Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno ed in particolare quelli consistenti nel: a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazioneb) limitare o controllare la produzione, gli sbocchi, lo sviluppo tecnico o gli investimenti; c) ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento; d) applicare, nei rapporti commerciali con gli altri contraenti, condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, così da determinare per questi ultimi uno svantaggio nella concorrenza; e) subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi. Gli accordi o decisioni, vietati in virtù del presente articolo, sono nulli di pieno diritto.Tuttavia, le disposizioni del paragrafo 1 possono essere dichiarate inapplicabili: – a qualsiasi accordo o categoria di accordi fra imprese, – a qualsiasi decisione o categoria di decisioni di associazioni di imprese, e – a qualsiasi pratica concordata o categoria di pratiche concordate, che contribuiscano a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico, pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dell’utile che ne deriva, ed evitando di: a) imporre alle imprese interessate restrizioni che non siano indispensabili per raggiungere tali obiettivi; b) dare a tali imprese la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi.”

Art. 102 TFUE: “È incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo. Tali pratiche abusive possono consistere in particolare: a) nell’imporre direttamente od indirettamente prezzi d’acquisto, di vendita od altre condizioni di transazione non equeb) nel limitare la produzione, gli sbocchi o lo sviluppo tecnico, a danno dei consumatori; c) nell’applicare nei rapporti commerciali con gli altri contraenti condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, determinando così per questi ultimi uno svantaggio per la concorrenza; d) nel subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.”

(3) Per una definizione di ‘vendite attive’ e ‘vendite passive’, si veda il paragrafo 51 delle nuove Linee direttrici, in cui si legge: “vendite attive: il contatto attivo con singoli clienti ad esempio per posta, compreso mediante l’invio di messaggi di posta elettronica non sollecitati, o mediante visite ai clienti; oppure il contatto attivo con uno specifico gruppo di clienti, o con clienti situati in uno specifico territorio attraverso inserzioni pubblicitarie sui media o via internet o altre promozioni specificamente indirizzate a quel gruppo di clienti o a clienti in quel territorio. La pubblicità o le promozioni che sono interessanti per l’acquirente soltanto se raggiungono (anche) uno specifico gruppo di clienti o clienti in un territorio specifico, sono considerati vendite attive a tale gruppo di clienti o ai clienti in tale territorio”;

(3) Sono vendite passive “[…] le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale che raggiungano clienti all’interno dei territori (esclusivi) o dei gruppi di clienti (esclusivi) di altri distributori, ma che costituiscano un modo ragionevole per raggiungere clienti al di fuori di tali territori o gruppi di clienti, ad esempio per raggiungere clienti all’interno del proprio territorio. Le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale sono considerate un modo ragionevole per raggiungere tali clienti se è interessante per l’acquirente attuare tali investimenti anche se non raggiungono clienti all’interno del territorio (esclusivo) o del gruppo di clienti (esclusivo) di altri distributori”.

(4) Art 4, comma 1, lett. c) del Regolamento 330/2010.

(5) L’esistenza di un sito internet è considerata una forma di vendita passiva; si configura infatti come una modalità usuale e non lesiva di alcun diritto che permette ai clienti di raggiungere il distributore. Si deve tuttavia evidenziare che, per quanto riguarda la distribuzione selettiva, il produttore può esigere che il distributore rispetti gli standard qualitativi imposti anche per quanto concerne la distribuzione via internet; tuttavia, come si dirà nel prosieguo della trattazione, tale obbligo può essere imposto soltanto al distributore, non a terze parti che acquistano i prodotti dallo stesso per rivenderli.

(6) Ecco i quesiti di diritto posti all’Avvocato Generale: “1) Se un sistema di distribuzione selettiva finalizzato a preservare l’immagine di prestigio e di lusso dei prodotti oggetto dell’accordo di distribuzione sia in sé compatibile con il divieto di accordi restrittivi della concorrenza di cui al par. 1 dell’articolo 101 del Trattato sul Funzionamento della UE; 2) Se un divieto imposto dal produttore ai propri distributori autorizzati in un sistema di distribuzione selettiva, di vendere i prodotti su internet tramite piattaforme di e-commerce di terzi distinguibili da quelle del produttore o del distributore autorizzato sia compatibile con il divieto di cui all’articolo 101 TFUE, indipendentemente dai requisiti qualitativi legittimi imposti dal produttore come condizione per aderire alla rete siano rispettati dalla piattaforma del caso specifico; 3) Se tale divieto, applicato aprioristicamente e indipendentemente dalla verifica sul rispetto di determinati criteri qualitativi da parte della piattaforma terza, sia da considerare restrizione “per oggetto” ai sensi dell’articolo 101 TFUE o una restrizione “hardcore” ai sensi del regolamento 330/2010 sull’esenzione in blocco di determinati accordi verticali.”

(7)“Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.

(8) Si tratta di un‘analisi da effettuarsi caso per caso.

(9) Cfr. Tribunale di Palermo, sez Imprese, ordinanza 1.03.2013.

Art. 96 C.p.c.

“…La responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. integra una forma particolare di responsabilità processuale a carico di quella parte che agisce o resiste in giudizio in malafede o con colpa grave. La totalità delle pronunce della Suprema Corte ha ravvisato un onere processuale in capo alla parte che agisce per vedersi riconoscere il predetto risarcimento. L’onere consiste nel “dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte” (Cass. Civ. n. 21393/05). Tale responsabilità, di natura pacificamente extracontrattuale (si veda Cass. n. 9080/13, n. 133395/07, n. 3388/07, n. 18169/04), richiede che venga provato l’an ed il quantum del danno subito.

Oltre all’onere processuale circa l’allegazione del danno subito, la legge prevede ulteriori condizioni di ammissibilità della condanna per responsabilità aggravata: la soccombenza totale della parte e la prova dell’elemento soggettivo. Quest’ultimo qualificabile come dolo ovvero colpa grave, intesa come “consapevolezza o ignoranza derivante dal mandato uso di un minimo di diligenza, della infondatezza delle tesi esposte in giudizio e/o del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere alla controversia” Cass. Civ, Sez. III, sent. N. 4443/15…”

 

Dott. Andrea Filippo Mainini

Inadempimento contratto di appalto e presenza di vizi: azione ex art. 1667 o 1453?

In caso di inadempimento di un contratto di appalto, gli articoli 1667 e ss. c.c. e gli articoli 1453 e ss. c.c. possono essere parimenti presi in considerazione.

Diverso è, tuttavia, l’ambito di applicazione degli stessi. Si riporta infatti, infra multis, uno stralcio della sentenza della Corte di Cassazione (Sez. Civ., sent. n. 6284/15) il cui merito verteva sui vizi di un impianto di riscaldamento installato a seguito della stipula di un contratto di appalto: “La consolidata giurisprudenza di questa Corte, in tema di appalto, è nel senso che la responsabilità dell’assuntore del lavoro inerente alla garanzia per vizi e difformità dell’opera eseguita, prevista dagli artt. 1667 e ss. c.c., può configurarsi unicamente quando lo stesso, nell’intervenuto completamento dei lavori, consegni alla controparte un’opera realizzata nel mancato rispetto dei patti o non a regola d’arte, mentre nel caso di non integrale esecuzione dei lavori o di ritardo o di rifiuto della consegna del risultato di questi a carico dell’appaltatore può operare unicamente la comune responsabilità per inadempimento contrattuale di cui agli artt. 1453 e ss. c.c. (di recente, Cass. 22 gennaio 2015 n. 1186; ma già Cass. 6 aprile 2006 n. 8103 ed in passato Cass. 15 dicembre 1990 n. 11950; Cass. 11 gennaio 1988 n. 49; Cass 12 aprile 1983 n. 2573)”.

Nel contratto di appalto il committente ha la possibilità di esperire sì l’azione ex art. 1453 c.c. ma nel solo caso in cui l’inadempimento derivi da motivi diversi dalla presenza di vizi e difetti (ad esempio, l’appaltatore ha iniziato l’opera ma successivamente non l’ha portata a termine). Diversamente, in caso di presenza di vizi e malfunzionamenti dell’opera, risulta giocoforza necessario richiedere l’applicazione prevista dagli articoli 1667 e ss. c.c.

Ancora, secondo i principi costantemente affermati dalla Suprema Corte, ai fini della risoluzione del contratto di appalto si richiede un inadempimento più grave di quello richiesto per la risoluzione della compravendita per i vizi della cosa, atteso che l’art. 1668 c.c, comma 2 sancisce che la risoluzione possa essere dichiarata soltanto se i vizi dell’opera sono tali da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione.

Pertanto la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto d’appalto è ammessa nella sola ipotesi in cui l’opera, considerata nella sua unicità e complessità, sia “assolutamente inadatta alla destinazione sua propria” (si vedano, infra multis: Cass. Civ. Sez. VI, sent. n. 16611/17 Cass. Civ. Sez. II, sent. N. 19868/2009, Cass. Civ,. Sez. II, sent. n. 3752/07, Cass. n. 5250/2004)…

 

Dott. Andrea Filippo Mainnini

Fondo Rischi appostato per vertenze legali

#Fondo rischi appostato per #vertenze legali

 

I fondi per rischi sono destinati a coprire passività non certe, ma soltanto probabili.

La caratteristica principale degli eventi ricondotti nel fondo è, quindi, l’incertezza, sia dell’effettivo potenziale verificarsi dell’evento, sia del rischio economico e degli effetti patrimoniali che potrebbero negativamente riverberarsi sul patrimonio sociale nel caso in cui il detto evento dovesse verificarsi.

A titolo esemplificativo, rientrano in questa categoria gli accantonamenti a fondo rischi per cause in corso, per contratti ad esecuzione differita, per rischi non assicurati e così via.

La legge disciplina detti accantonamenti all’articolo 2424 bis, comma terzo del codice civile (“[…] Gli accantonamenti per rischi ed oneri sono destinati soltanto a coprire perdite o debiti di natura determinata, di esistenza certa o probabile, dei quali tuttavia alla chiusura dell’esercizio sono indeterminati o l’ammontare o la data di sopravvenienza […]”).

Anche i principi contabili pubblicati dall’OIC disciplinano gli accantonamenti.

In particolare l’OIC n. 31 definisce  i criteri per la rilevazione, classificazione e valutazione dei fondi per rischi ed oneri nonché le informazioni da indicare nella nota integrativa.

Qualora si decidesse di accantonare una somma appostando un fondo rischi per cause legali in bilancio, risulterebbe necessario predisporre una nota con l’indicazione delle ragioni che hanno condotto ad appostare l’accantonamento e la sede opportuna sarà la nota integrativa.

E’ bene precisare che la nota integrativa dovrà contenere soltanto una spiegazione generica dell’accantonamento e ciò al fine di evitare che un’accurata illustrazione della causa in oggetto, della probabilità di soccombenza ed una analisi delle pretese di parte attrice possa avere, ex art. 2709 c.c, efficacia probatoria contro la società.

I fondi rischi sono pertanto destinati a fronteggiare spese e perdite che probabilmente si verificheranno in futuro, ma che traggono origine da eventi specifici manifestatisi nel corso dell’esercizio in chiusura e che vanno, quindi, rilevati nello stesso in ossequio al principio di competenza economica.

Nel caso in cui l’evento da cui scaturisce la necessità di appostare un fondo si verificasse in un momento immediatamente successivo alla chiusura dell’esercizio, l’annotazione, dovrebbe essere indicata nel bilancio che andrà a chiudersi l’anno seguente.

In via prudenziale, nondimeno, deve essere indicato anche nel bilancio in chiusura un commento, sempre contenuto dalla nota integrativa, riguardante il predetto evento, come fatto avvenuto dopo la chiusura dell’esercizio (non dovrà essere apposta alcuna specifica voce in bilancio). Anche in quest’ultimo caso intervengono i principi contabili laddove l’OIC n.29,  (“fatti intervenuti dopo la chiusura dell’esercizio”) richiede che vengano segnalati quei fatti, positivi o negativi, che intervengono tra la data di chiusura dell’esercizio e la data di formazione del bilancio, in genere individuata come la data in cui viene redatto il progetto di bilancio da parte degli amministratori. Tali fatti, pur non essendo rilevati in bilancio, devono essere illustrati nella nota integrativa affinché i destinatari dell’informazione societaria possano effettuare le opportune valutazioni ed assumere le proprie decisioni in modo maggiormente consapevole.

Anche il codice richiede che dalla relazione sulla gestione risultino, in ogni caso, i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio. Di conseguenza, l’informazione richiesta nella nota integrativa potrà avvenire anche mediante un richiamo all’illustrazione fatta dagli amministratori nella relazione sulla gestione.

I principi contabili stabiliscono che tale fondo debba essere stanziato nell’ambito del passivo del bilancio e non, invece, come poste rettificative dell’attivo patrimoniale: più precisamente, nella classe B dello stato patrimoniale.

Passando ad esaminare il grado di probabilità che l’evento rischio possa verificarsi, occorre precisare che potremmo avere:

o             passività probabili

o             passività possibili

o             passività remote

La rappresentazione in bilancio e l’obbligo della stessa risulta differente a seconda della qualificazione che verrà data in forza della elencazione sopra riportata.

L’accadimento dell’evento in ognuna delle tre differenti passività risulta essere sempre incerto, purtuttavia, il grado di potenziale verificazione dell’evento stesso varia.

Alla presenza di fondate motivazioni che inducono a ritenere che l’evento  si verificherà, si farà riferimento ad una passività probabile ed in tal caso dovrebbe essere effettuato un accantonamento di bilancio, in via prudenziale.

Qualora il grado di certezza fosse inferiore e quindi, benché possibile, meno probabile l’avveramento dell’evento, non dovrà effettuarsi alcun accantonamento. In questo caso parte della dottrina ritiene che sia sufficiente indicare nella sola nota integrativa la possibilità del verificarsi di un tale evento, altra parte ritiene  che in nota integrativa dovrebbero essere evidenziate soltanto problematiche che trovano riscontro nelle voci di bilancio.

Infine per ciò che attiene il terzo caso e cioè quando la passività si può considerare soltanto remota, con scarsa probabilità di accadimento, non deve essere effettuato alcun stanziamento in bilancio e nessuna menzione in nota integrativa.

Nel caso in cui si ritenesse di appostare un fondo per vertenze legali occorrerà poi effettuare una valutazione circa la fondatezza delle domande avanzate in giudizio da controparte, sulla base della documentazione agli atti e delle evidenze probatorie.

Ove il rischio di soccombenza fosse molto elevato, la società dovrà sicuramente, per le ragioni sopra illustrate, accantonare una somma congrua così da paralizzarne gli effetti nel caso in cui dovesse risultare soccombente alla fine del giudizio. Dovrà anche, l’amministratore, effettuare una valutazione dell’impatto economico al fine di calcolare nel modo più congruo possibile l’importo  dell’accantonamento.

La quantificazione dovrà essere effettuata in via prudenziale tenendo conto della domanda di controparte, delle spese accessorie e  dei compensi legali. Ovviamente, poiché il fondo rischi verrà indicato in bilancio come passività, è necessario considerare che, quanto stanziato, andrà inevitabilmente ad influenzare negativamente il patrimonio sociale con il rischio per la società di ricadere delle norme, particolarmente delicate, che disciplinano l’agire dell’ amministratore nel caso in cui il patrimonio si riducesse in modo sensibile artt. 2446 e 2447 del c.c..

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

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Indennità di incasso; agenti di commercio (c.d. indennità di maneggio somme)

#Indennità di incasso; #agenti di commercio  (c.d. indennità di maneggio somme)

L’attività di recupero del credito posta in essere da un agente di commercio esula dalle sue competenze lavorative. L’articolo 1742 del Codice Civile (libro quarto, Titolo III, Capo X) afferma: “Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti […]”. Nella prassi, tuttavia, la situazione risulta differente; non è inusuale che l’agente debba anche riscuotere i pagamenti di clienti morosi operanti nella sua zona di competenza. Per risolvere la problematica, la giurisprudenza ha sancito la necessità di corrispondere all’agente una indennità, corrisposta a norma dell’articolo 2225 del Codice Civile: “Il corrispettivo, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe professionali o gli usi, è stabilito dal giudice in relazione al risultato ottenuto e al lavoro normalmente necessario per ottenerlo […]”e, quindi, anche con riferimento a quanto previsto dagli Accordi Economici Collettivi di settore. Generalmente il predetto corrispettivo viene deciso di comune accordo tra le parti ed inserito in una specifica clausola presente nel contratto di agenzia. Invero, risulta necessario porre attenzione al fatto che l’indicazione di tale corrispettivo, per giurisprudenza consolidata, debba essere indicata con una percentuale ben identificata, disgiunta e diversa rispetto a quella prevista a titolo di provvigione sula vendita. Una clausola che prevedesse una percentuale di vendita in cui fosse ricompresa anche la indennità di incasso sarebbe impugnabile. Giova ricordare che l’attività di incasso deve essere formalizzata attraverso un accordo scritto e deve consistere in una attività a carattere continuativo; in aggiunta, deve essere prevista una responsabilità in capo all’agente per “errore contabile”(…)  

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

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VOLUNTARY BIS, E’ QUASI TUTTO PRONTO

È cosa nota ormai agli operatori di mercato, e lo stesso Ministro Padoan lo ha confermato, che prossimamente il Governo varerà alcune disposizioni, probabilmente all’interno della legge di bilancio, concernenti l’apertura di una voluntary bis.

La prima idea del Governo era quella di riproporre esattamente la stessa legge n. 186/14 che regolava la prima voluntary; soltanto una la variazione in merito agli anni accertabili: l’aggiunta delle annualità 2015 e 2016.

D’altra parte, la prima voluntary aveva mostrato alcune lacune concernenti, soprattutto, l’emersione di contanti e beni contenuti all’interno delle cassette di sicurezza. Inoltre, la proposta di considerare anche l’annualità 2016 si scontra con il fatto che i termini dichiarativi per questa annualità sono tuttora aperti; all’opposto, tentare di inserire anni che sono ormai non più accertabili da parte dell’Agenzia delle Entrate può risultare un ostacolo per la più completa adesione da parte dei contribuenti.

È fuori di dubbio che, con l’avvicinarsi del 2018 e la conseguente apertura allo scambio di informazioni in ambito fiscale in vigore dall’entrata del Common Reporting Standard, sarà pressoché impossibile detenere illegalmente all’estero attività, considerando anche il fatto che la lista dei paesi collaborativi si sta sempre più ampliando e pure alcuni paesi black list quali Panama stanno procedendo per essere inseriti nella lista white.

La situazione al momento è quindi la seguente: verosimilmente con la legge di bilancio, verrà varata una nuova Voluntary, con le stesse caratteristiche della precedente in quanto tassi e sanzioni; con un maggior controllo sul rientro del capitale in Italia e comprendente anche l’annualità 2015.

Il Governo non ha ancora le idee chiare in merito all’inserimento, nella nuova procedura, degli anni non più accertabili oltre i 5/6 previsti per legge. Le possibilità sono due: nel caso in cui il Governo volesse attenersi alla normativa ordinaria, l’accertamento partirebbe dall’anno 2011 nel caso di dichiarazione infedele o dal 2010 nel caso di dichiarazione omessa; contrariamente, le annualità 2009 o 2010 verrebbero sanzionate con percentuali molto basse e l’introito recuperato da queste andrebbe vincolato solo a fini sociali, come per esempio per il fondo di emergenza del terremoto.

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Dott. Andrea Filippo Mainini

Responsabilità civile degli Amministratori degli enti associativi

In tema di enti associativi, il Codice Civile distingue espressamente le associazione riconosciute come persone giuridiche (artt. da 14 a 35 c.c.) e le associazioni non riconosciute come persone giuridiche (artt. da 36 a 38 c.c.).

Le associazioni riconosciute si configurano come gli enti che hanno acquistato personalità giuridica mediante riconoscimento da parte dello Stato. Tuttavia il procedimento di riconoscimento è complesso e molto oneroso. È necessario infatti che l’atto costitutivo e lo statuto siano costituiti sotto forma di atto pubblico. Per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica è necessario stanziare un capitale che rimarrà vincolato: non potrà essere utilizzato per altri scopi dall’associazione perché rappresenta la garanzia della solvibilità dell’associazione stessa in caso di obbligazioni verso terzi.

L’acquisto della personalità giuridica consente alle associazioni di essere fornite di un’autonomia patrimoniale perfetta grazie alla quale il patrimonio dell’associazione si presenta distinto ed autonomo rispetto a quello degli associati.

Da ciò discende che solo l’associazione con il suo patrimonio risponde delle obbligazioni assunte in nome dell’associazione stessa con esclusione di responsabilità in capo agli amministratori o di coloro che hanno agito in nome e per conto della stessa.

Occorre, tuttavia, precisare sul punto che, ai sensi dell’art. 18 c.c., gli amministratori sono comunque responsabili verso l’ente secondo le norme sul mandato.

Gli amministratori, infatti, sono tenuti a svolgere l’incarico ricevuto con la diligenza media adeguata al tipo di attività e, pertanto, sono tenuti al risarcimento del danno arrecato all’ente in caso di negligente adempimento di un obbligo imposto dalla legge o dallo statuto.

È doveroso sottolineare che la responsabilità degli amministratori, tuttavia, non discende dalla mera e semplice appartenenza all’organo amministrativo ma dipende dalla partecipazione effettiva all’atto dannoso o dal mancato dissenso.

Gli amministratori sono altresì responsabili nei confronti dei creditori dell’ente per il pregiudizio arrecato violando i doveri relativi alla conservazione dell’integrità del patrimonio configurandosi, pertanto, una responsabilità di natura extracontrattuale ex art. 2043 c.c.

Data la complessità e l’onerosità del procedimento di riconoscimento sopracitato, la gran parte degli enti associativi presenti in Italia non sono dotati di personalità giuridica. Un’associazione non riconosciuta è costituita mediante un accordo che non richiede particolari requisiti di forma e si presenta come un ente collettivo costituente un centro autonomo di interessi di varia natura (sindacali, religiosi, culturali, sportivi, ecc.) fornito di autonomia patrimoniale e, anche se priva di personalità giuridica, rappresenta comunque un soggetto di diritto, disciplinato dagli accordi stipulati dagli associati.

L’autonomia patrimoniale di cui gode l’associazione non riconosciuta, tuttavia, è imperfetta.

Nello specifico, in tema di responsabilità per le obbligazioni contratte dalle associazioni non riconosciute, assume rilevanza l’art. 38 c.c. ai sensi del quale: “Per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l’associazione i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per dell’associazione“. In primo luogo tale articolo dispone che i creditori dell’ente non possono far valere i propri diritti sul patrimonio dei singoli associati, dovendo soddisfarsi sul fondo comune.

Inoltre l’articolo in commento sancisce che per le obbligazioni dell’associazione non riconosciuta, oltre che il fondo comune, rispondono anche personalmente e solidalmente anche tutti coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione medesima, a prescindere dal ruolo in concreto assunto.

In particolare si ritiene opportuno richiamare alcuni pareri giurisprudenziali che illustrano il regime applicabile alle associazioni non riconosciute: “La responsabilità personale e solidale prevista dall’art. 38, comma II, c.c., per colui che agisce in nome e per conto dell’associazione non riconosciuta non è collegata alla mera titolarità della rappresentanza dell’associazione, bensì all’attività negoziale concretamente svolta per conto di essa e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori fra questi ed i terzi, con la conseguenza che chi invoca in giudizio tale responsabilità è gravato dall’onere di provare la concreta attività svolta in nome e nell’interesse dell’associazione, non essendo sufficiente la prova in ordine alla carica rivestita all’interno dell’ente” (Cass. Civ, sez. III, n. 18188 del 25.08.2014).

Occorre altresì evidenziare che tale articolo, in ossequio alla giurisprudenza maggioritaria, prevede un tipo di responsabilità non assistita dal beneficium excussionis. L’obbligazione solidale di colui che ha agito per l’associazione, infatti, sarebbe inquadrabile fra quelle di garanzia ex lege, assimilabili alla fideiussione, e, pertanto, ne consegue, da un lato, che il diritto del terzo creditore è assoggettato alla decadenza di cui all’art. 1957 c.c. e, dall’altro, che non è richiesta la preventiva e tempestiva escussione del debitore principale.

È pertanto sufficiente che il creditore eserciti tempestivamente l’azione nei confronti, a scelta, del debitore principale o del fideiussore.

Sul punto occorre, da ultimo, accennare all’art. 6 della L. n. 383/2000 che ha introdotto una particolare disciplina in tema di responsabilità degli amministratori degli enti associativi non riconosciuti. Viene infatti previsto che per le obbligazioni contratte da un’associazione di promozione sociale non riconosciuta (come, ad esempio, le associazioni sportive dilettantistiche) risponde in primo luogo il patrimonio dell’ente, e soltanto in via sussidiaria rispondono personalmente gli amministratori. Tale previsione, pertanto, configura un’ipotesi di beneficium excussionis, in deroga rispetto all’ordinario regime applicabile sopraesposto.

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Dott. Luca Fortunato 

Tasse di Successione 2016

#SUCCESSIONE
Abolita nel 2001 e reintrodotta nel 2006, la tassa di successione è attualmente in vigore ed è in procinto di essere modificata dall’attuale Governo.
L’imposta di successione è la tassa che una persona che riceve un’eredità deve pagare allo stato italiano in sede di presentazione della dichiarazione di successione.
Sorge spontanea una domanda; quali beni dell’eredità ricevuta costituiscono base imponibile per l’applicazione della tassa?

Bisogna precisare che l’imposta colpisce il patrimonio ereditato considerato nella sua complessità. Si deve esaminare non solo l’attivo ma anche il passivo; la differenza risultante tra queste due poste sarà la base imponibile soggetta a tassazione.

I beni ereditati che costituiscono il patrimonio tassato sono i beni immobili, i beni mobili quali barche, gioielli, opere d’arte, conti correnti bancari e postali, denaro, investimenti, oltre ad aziende e partecipazioni di società di ogni genere.

Il Legislatore italiano, con la normativa vigente, ha voluto tuttavia predisporre alcune esenzioni alla regola generale: stiamo parlando delle cosiddette franchigie.
Premesso che l’Italia ha una delle tassazioni più favorevoli in tema di successioni nel panorama europeo, proviamo a fare un confronto con gli stati più similari al nostro dal punto di vista impositivo.
1. Successioni in Italia: l’imposta di successione è del 4% per il coniuge o i parenti in linea retta e del 6% per i fratelli, sino al’8% in alcuni casi particolari; ciò soltanto se il patrimonio ereditato supera il milione di euro nel caso di linea diretta, i 100.000,00 € negli altri casi.

2. Successioni in Germania: l’importo della tassazione varia a seconda del grado di parentela e del valore del patrimonio. Le aliquote variano tuttavia dal 7% al 50%.
Successioni in Francia: l’imposta si colloca tra un’aliquota dal 5% fino al 45% per gli eredi in linea retta, dal 35% al 55% per gli altri familiari, addirittura al 60% per i soggetti terzi.

3. Successioni nel Regno Unito: esenzione per i patrimoni inferiori ai 380.000,00 €, per i patrimoni superiori aliquota del 40%.

Successioni in altri paesi europei:
Belgio: si raggiungono aliquote fino al 60/80%.
Finlandia: si raggiungono aliquote sino al 30%.
Spagna: si raggiungono aliquote sino al 80%

Si può peciò facilmente intuire come, in un siffatto panorama europeo, non sarebbe un evento del tutto eccezionale un futuro aumento delle aliquote italiane di qualche punto percentuale.

In considerazione di quanto sopra esposto molti studi legali italiani e società di consulenza, tra le quali ovviamente anche il Nostro Studio, si stanno muovendo per approfondire alcune operazioni che potrebbero essere poste in attuazione per evitare di incorrere, in futuro, in un prelievo decisamente
maggiore da parte dello stato sul patrimonio del pater familias.

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dott. Andrea Filippo Mainini

 

Passaggio generazionale e protezione del patrimonio

Premessa

Una pianificazione della successione risulta necessaria se non si vuole incorrere, in futuro, nel pagamento di un aliquota decisamente più elevata rispetto a quella odierna. Innumerevoli sono i mezzi per trasferire parte o tutto il patrimonio ai propri eredi; tra i più comuni possiamo enunciare: il patto di famiglia, la donazione, il trust.

Ecco per sommi capi una presentazione di questi istituti.

Il patto di famiglia (768 bis Codice civile) è un recente istituto giuridico, introdotto nella legislazione italiana nel 2006, utile per realizzare il passaggio generazionale per gli imprenditori che vogliano cedere la propria azienda o una partecipazione societaria di maggioranza ai propri eredi.

Si tratta infatti di un contratto che realizza un patto successorio stipulato tra un imprenditore e i suoi discendenti, il coniuge e gli altri legittimari con il quale lo stesso imprenditore trasferisce in vita l’azienda senza che il coniuge e gli altri legittimari possano, dopo la morte dell’imprenditore, rimettere in discussione il patto chiedendo la collazione o la riduzione delle disposizione testamentarie.

Alla stipula, effettuata per atto pubblico dal Notaio, devono partecipare coloro che sarebbero legittimari secondo la legge se in quel momento si aprisse la successione dell’imprenditore.

Il trasferimento dell’azienda o delle partecipazione societarie dispiega il suo effetto immediatamente e con effetto definitivo. Si tratta quindi di un istituto unico nel suo genere, poiché è stato previsto dal legislatore come eccezione al divieto di patti successori (458 Codice Civile: “…è nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione…”).

La donazione (art. 796 Codice Civile) è il contratto con cui una parte arricchisce un’altra parte trasferendogli un bene o un diritto senza un corrispettivo, soltanto per spirito di liberalità. L’elemento essenziale della causa di donazione è proprio l’animus donandi, cioè l’arricchimento dell’altra parte senza corrispettivo.

La donazione, eccetto per i beni mobili di modico valore, richiede una forma particolare: l’atto pubblico notarile con la presenza necessaria di due testimoni (la semplice firma, per esempio, nel cambio di intestazione del conto corrente fatto in banca in realtà è invalida).

Oggetto della donazione potrebbe essere soltanto la nuda proprietà dei beni, prevedendo il diritto di usufrutto vitalizio sui beni donati e il donante mantiene il pieno controllo sulla gestione ed il loro utilizzo. Il donatario entrerà in possesso dei beni donati solo alla morte del donante. La donazione, tuttavia, può essere revocata dal donante per ingratitudine del donatario.

Quanto appena esposto rappresenta soltanto la fattispecie di donazione diretta. Il legislatore ha previsto anche la fattispecie della donazione indiretta, nel caso in cui l’effetto prodotto da un atto sia lo stesso previsto dalla donazione benché lo strumento giuridico sia differente. È il caso per esempio del pagamento di debito altrui, del contratto a favore di terzo, l’accollo del debito, remissione del debito…

L’esempio più frequente è costituito dall’acquisto di un immobile a favore del figlio con l’utilizzo della provvista economica dei genitori.

Il trust è un istituto tipizzato dal diritto anglosassone che consente di separare alcuni beni del patrimonio. Tali beni vengono trasferiti ad un soggetto terzo, il trustee, che ne diviene titolare: non esiste però alcun tipo di commistione tra il suo patrimonio e quello del trust.

Il trustee amministra il trust nell’interesse di un soggetto beneficiario. Il trust ha una valenza giuridica anche nella protezione del proprio patrimonio poiché i beni presenti nel trust non sono aggredibili dai creditori del disponente. In tal caso è tassato soltanto il trasferimento dei beni dal disponente al trustee e non il passaggio successivo tra il trustee ed il beneficiario.

Quanto appena esposto costituisce per l’imprenditore una soluzione per anticipare gli effetti che, inevitabilmente, si andrebbero a verificare in caso di apertura di una successione in futuro, la quale sconterebbe le nuove aliquote fiscali in studio al Governo.