Secondo il principio di competenza l’indennità dell’agente è deducibile

 #Agenti – E.N.AS.A.R.CO

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 16 novembre 2018, n. 29529

 

Fatti di causa

S.F. Spa (ora xxxxx) impugnava l’avviso di accertamento per l’anno 2003 per Iva, Irpeg ed Irap con cui venivano ripresi maggiori interessi passivi, erroneamente computati, costi non di competenza per l’indennità di clientela corrisposta ad un agente cessato nel 2003, nonché costi per l’irregolare ammortamento dell’acquisto di un software e delle relative spese di sviluppo, per le royalties corrisposte per l’utilizzazione di un marchio, non ripartite con le altre società del gruppo. Venivano altresì ripresi a tassazione i maggiori interessi attivi per un finanziamento concesso ad una controllata estera con tasso inferiore al valore normale, i costi per premi assicurativi per i dirigenti ed un credito d’imposta per dividendi percepiti dalla controllata francese. Veniva, infine, recuperata a tassazione l’Iva per fatture straniere non oggetto di integrazione, con irrogazione della sanzione per mancata autofattura.

La Commissione tributaria provinciale di Mantova accoglieva l’impugnazione ad eccezione delle riprese per i costi assicurativi ed il credito d’imposta sui dividendi esteri. Il giudice d’appello, in parziale riforma, confermava l’accertamento in ordine alla ripresa sui risconti attivi per l’utilizzo di un marchio e sul credito d’imposta.

L’Agenzia delle entrate ricorre per cassazione con otto motivi; resiste la contribuente con controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale con due motivi, poi illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.

Ragioni della decisione

1. In via preliminare deve valutarsi l’ammissibilità del ricorso, redatto con la tecnica dell’assemblaggio.

In ordine all’utilizzo di tale tecnica di redazione dell’atto impugnativo, ritenuta generalmente motivo di inammissibilità del ricorso per mancato rispetto del contenuto prescritto dall’art. 366, primo comma, n. 3, c.p.c., la giurisprudenza ha opportunamente puntualizzato che l’integrale riproduzione di una serie di documenti si traduce in un mascheramento dei dati effettivamente rilevanti, tanto da risolversi in un difetto di autosufficienza, sicché è sanzionabile con l’inammissibilità a meno che il coacervo dei documenti integralmente riprodotti, essendo facilmente individuabile ed isolabile, possa essere separato ed espunto dall’atto processuale, la cui autosufficienza, una volta resi conformi al principio di sinteticità il contenuto e le dimensioni globali, dovrà essere valutata in base agli ordinari criteri ed in relazione ai singoli motivi (Cass. n. 18363 del 2015).

Nel caso in questione, benché 135 delle 158 pagine del ricorso siano costituite da allegati (atto impositivo ed atti processuali), quanta residua dalla loro estrapolazione consente di percepire i fatti sostanziali e processuali, esclusa dunque l’inammissibilità.

1.1. Sempre in via preliminare va poi dato atto che non è stata impugnata, ed è quindi definitiva, la statuizione di annullamento dell’avviso di accertamento quanto ai maggiori interessi passivi ed ai costi assicurativi.

2. Il primo motivo del ricorso principale denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1751 c.c. e 75 tuir (ratione temporis vigente, oggi 109) per aver la CTR ritenuta corretta l’imputazione nel 2003 dell’indennità suppletiva di clientela corrisposta nel 2004 ad un agente cessato dal rapporto al 31 dicembre 2003.

2.1. Il motivo non è fondato.

 2.2. La questione, invero, è stata oggetto di ampia disamina da parte di questa Corte con la sentenza n. 26534 del 17/12/2014 (conforme a Cass. n. 13506 del 11/06/2009) sia sotto il profilo della deducibilità dell’indennità suppletiva di clientela (quanto alle quote maturate), sia, conseguentemente, della sua imputazione per competenza (e non per cassa), avuto anche riguardo al precedente di cui a Cass. n. 4115 del 20/02/2014, apparentemente dissonante.

2.3. La Corte, in particolare, ha rilevato che «a) l’art. 1751 cod. civ. contiene ormai l’intera disciplina dell’indennità di fine rapporto dell’agente di commercio, essendo caduta la pregressa distinzione fra “indennità di scioglimento del contratto” (obbligatoria perché di origine codicistica) ed “indennità suppletiva di clientela”, prevista dalla contrattazione collettiva e fruibile solo a determinate condizioni (cfr. Cass. nn. 2126/2001 e 4586/1991); b) l’espressione “indennità, per la cessazione di rapporti di agenzia”, contenuta nell’art. 16, comma 1, lett. d)» d.P.R. n. 917 del 1986 ratione temporis vigente «, ha una portata estesa, senza ulteriori distinzioni, alla materia regolata dall’art. 1751 cod. civ.; c) a fronte del chiaro dato normativo e della conseguita unitarietà del trattamento di fine rapporto dell’agente di commercio, non sarebbe corretto fondare l’indeducibilità dei relativi accantonamenti sul suo carattere aleatorio, dal momento che anche i fondi di previdenza del personale, cui si riferisce il medesimo art. 70, comma 1, cit. – e, in genere, tutti gli accantonamenti per rischi, cui si riferiscono gli articoli successivi – contemplano spese di carattere aleatorio; d) il legislatore, favorendo l’accantonamento mediante un beneficio fiscale, ha inteso favorire il comportamento previdente del preponente e, al tempo stesso, tutelare l’agente, quale soggetto contrattualmente più debole; e) vi è una indubbia tendenza legislativa ad uniformare – in tema di reddito d’impresa, e specificamente di accantonamenti – i diversi criteri contabili imposti dalle norme civilistiche o specificamente stabiliti da quelle tributarie (Cass. n. 15213/2000); f) la stessa Amministrazione, con le risoluzioni 21 luglio 1976, n. 8/731 e 9 aprile 2004 n. 59/E, aveva chiarito come, ai fini della deduzione degli accantonamenti al fondo ISC, in base al combinato disposto degli artt. 105, comma 4 e 17, comma 1, nuovo t.u.i.r., non contasse la circostanza che talune componenti della complessiva indennità avessero natura aleatoria (come l’indennità suppletiva di clientela), eliminando così ogni dubbio sulla deducibilità di accantonamenti per accadimenti anche solo eventuali; g) i precedenti contrari alla deducibilità riguardavano anni d’imposta anteriori alla modifica dell’art. 1751 cod. civ. (anno 1989 per Cass. n. 7690/2003, anno 1991 per Cass. n. 17602/2008, mentre Cass. n. 24973/2006 non esplicita l’annualità d’imposta, ma si allinea alla prima pronuncia), quando “si riteneva che l’indennità di scioglimento del contratto di agenzia e quella suppletiva di clientela assolvessero funzioni distinte pur se concorrenti, differenziandosi fra loro soprattutto perché, mentre la prima era sempre dovuta al momento della cessazione del rapporto ed era corrisposta dall’ente previdenziale (E.N.AS.A.R.CO), la seconda era soggetta a particolari regole e limitazioni, derivanti dagli accordi economici collettivi succedutisi nel tempo, e non trovava corrispondenza nella disciplina legale dell’indennità vera e propria di fine rapporto; sicché sembrava evidente che non avesse natura previdenziale, sia perché non accantonata in apposito fondo tenuto dall’ente di previdenza per gli agenti e rappresentanti di commercio”, sia perché “caratterizzata dalla mera eventualità dell’obbligo del preponente alla sua corresponsione”; sicché si trattava di casi nei quali “le indennità di fine rapporto potevano dirsi effettivamente distinte, nei termini sopra indicati, non essendo ancora entrata in vigore (1.1.1993) la menzionata modifica dell’art. 1751 c.c., che le ha unificate, rendendo così univoca, nel senso della deducibilità dell’accantonamento, l’interpretazione delle norme fiscali citate>.

2.4. Tutto ciò ha portato la Corte a ritenere – conclusione cui il collegio intende dare continuità – che, in conseguenza della nuova configurazione data dal d.lgs. n. 303 del 1991 all’art. 1751 c.c., in esecuzione della direttiva n. 86/653/CEE (e a decorrere, quindi, dal 1 gennaio 1993, data di entrata in vigore della disposizione) l’indennità in questione «rientra pacificamente nell’art. 105, comma 4, nuovo t.u.i.r. (art. 70 vecchio t.u.i.r) – nei quali la deducibilità ai fini delle imposte sui redditi si ha per competenza, e non per cassa».

2.5. L’antinomia emergente da Cass. n. 4115 del 20/02/2014 (come pure nei più risalenti precedenti sopra citati), poi, è solo apparente poiché in quella fattispecie concreta si discuteva di annualità d’imposta antecedente la richiamata riforma dell’art. 1751 c.c. (segnatamente, l’anno di imposta 1978).

2.6. Va poi disatteso l’ulteriore profilo, sotteso alla doglianza, che, attesa l’indeterminatezza nell’an e nel quantum dell’indennità in questione, lo stesso art. 75 tuir (ora 109) imporrebbe l’applicazione del principio di cassa.

Dal tenore della norma («I ricavi, le spese e gli altri componenti positivi e negativi, per i quali le precedenti norme del presente capo non dispongono diversamente, concorrono a formare il reddito nell’esercizio di competenza; tuttavia i ricavi, le spese e gli altri componenti di cui nell’esercizio di competenza non sia ancora certa l’esistenza o determinabile in modo obiettivo l’ammontare concorrono a formarlo nell’esercizio in cui si verificano tali condizioni») si evince, infatti, che il principio di cassa soppianta quello di competenza, in presenza di incertezza nell’an o indeterminabilità nel quantum solo in mancanza di diverse disposizioni specifiche, che, nella specie, sono rinvenibili proprio nel combinato disposto dell’art. 70 (ora 105) («1. Gli accantonamenti ai fondi per le indennità di fine rapporto […] sono deducibili nei limiti delle quote maturate nell’esercizio in conformità alle disposizioni legislative e contrattuali che regolano il rapporto di lavoro dei dipendenti stessi. [..] 3. Le disposizioni dei commi 1 e 2 valgono anche per gli accantonamenti relativi alle indennità di fine rapporto di cui alle lett. c), d), e f) del comma 1 dell’art. 16») e 16 (ora 17) («/. […] d) indennità per la cessazione di rapporti di agenzia delle persone fisiche [..];») del d.P.R. n. 917 del 1986, ratione temporis vigente.

2.7. Va quindi affermato il seguente principio:

«L’indennità suppletiva di clientela spettante agli agenti è inclusa tra le “indennità per la cessazione di rapporti di agenzia”, cui fa riferimento l’art. 16 (ora 17), comma 1, lettera d), tuir, richiamato dall’art. 70 (ora 105), comma 3, tuir, locuzione che si riferisce alla materia regolata dall’art. 1751 c. c., modificato dal d.lgs. n. 303 del 1991, di attuazione della direttiva n. 86/653/CEE, che prescinde dall’origine codicistica o contrattuale dell’indennità stessa, sicché, dal 1 gennaio 1993, data di entrata in vigore della nuova regolamentazione, l’indennità è deducibile secondo il principio di competenza e non per cassa, irrilevante il carattere aleatorio della stessa»

2.8. In applicazione dell’anzidetto principio, dunque, la sentenza – riguardando la controversia l’anno d’imposta 2003 – va sul punto confermata.

3. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 42 d.P.R. n. 600 del 1973 e 6 d.lgs. n. 218 del 1997. L’Agenzia, in sostanza, lamenta che la CTR abbia ritenuto l’illegittimità dell’avviso di accertamento in ordine al recupero a tassazione, oltre che dell’indennità di clientela, dei rilievi riferiti agli interessi attivi per violazione della disciplina del transfer pricing e – con riguardo alla riduzione del quantum da € 101.775,20 a € 84.300,00 – al pagamento delle royalties per l’utilizzazione di un marchio, per aver l’Ufficio insistito integralmente nonostante i suddetti rilievi fossero stati ridotti od abbandonati nella procedura di accertamento con adesione a seguito della notifica dell’avviso stesso ma non andata a buon fine.

3.1. Il mezzo è inammissibile con riferimento all’indennità di clientela avendo la CTR annullato il rilievo in base ad una duplice ratio, la prima della quale, pur censurata, è, come sopra precisato, corretta in diritto.

3.2. In ordine ai restanti rilievi, invece, la doglianza è fondata, esclusa ogni inammissibilità, risultando, da un lato, correttamente censurate le disposizioni asseritamente violate e, dall’altro, quanto alle royalties, esattamente impugnata la motivazione della CTR nei limiti di quanto sfavorevolmente statuito nei confronti dell’Ufficio.

Giova sottolineare, sul punto, che anche con riguardo al rilievo sul transfer pricing la CTR ha fondato la propria statuizione su una duplice ratio, escludendo altresì il carattere elusivo dell’operazione – fondamento censurato dall’Ufficio con il quinto motivo del ricorso – , mentre, quanto al risconto, il giudice d’appello ha escluso, per il fondamento qui in esame, solo la correttezza del maggior importo preteso.

3.3. La CTR, invero, ha tratto conclusioni non corrette dal mancato perfezionamento della procedura di accertamento con adesione, nella specie avviata dal contribuente (come emerge, tra l’altro, dal verbale di contraddittorio, riprodotto in parte qua per autosufficienza dall’Ufficio), cui era stato notificato l’avviso.

La formulazione da parte dell’Ufficio, in sede di accertamento con adesione, di una proposta avente un contenuto ridotto rispetto a quanto preteso con l’avviso notificato non determina né la rinuncia a far valere la pretesa tributaria, né il disconoscimento, ex se, della consistenza probatoria conseguente all’accertamento esperito (v. Cass. n. 9659 del 14/04/2017).

Va rilevato, del resto, che l’atto di accertamento con adesione non ha natura negoziale o transattiva, non potendo l’Amministrazione negoziare la pretesa tributaria, ma di atto unilaterale, espressione del potere potestativo impositivo della stessa.

Ne deriva che, in caso di mancata adesione, contribuente e Amministrazione finanziaria semplicemente non hanno concordato nella determinazione della pretesa tributaria alla luce dei complessivi elementi emersi nel contraddittorio, sicché l’Ufficio, in tale evenienza, procede legittimamente a dare corso all’avviso di accertamento già notificato, la cui intempestiva impugnazione (ossia oltre il termine di giorni sessanta al netto dell’effetto sospensivo di cui all’art. 6, comma 3, d.lgs. n. 218 del 1997) ne determina l’incontrovertibilità, segno evidente della non rilevanza del contenuto della mera proposta non accolta. Del resto, l’art. 6, comma 4, d.lgs. n. 218 cit. prevede che l’avviso perda efficacia solamente «all’atto del perfezionamento della definizione».

3.4. è ben vero, infine, che potrebbe essere richiesto un onere aggravato di motivazione; ciò, tuttavia, si pone nei casi in cui il contraddittorio sia stato attivato anteriormente all’invio dell’avviso (e segnatamente in caso di accertamento in base a studi di settore, costituendo l’attivazione del contraddittorio endoprocedimentale momento costitutivo essenziale per la legittimità della procedura: v. Cass. n. 13907 del 31/05/2018) e sempreché, ovviamente, il contribuente abbia fornito elementi in tal senso, condizioni entrambe assenti nella vicenda in giudizio, tanto più avendo la CTR ritenuto viziato l’avviso sul solo fatto dell’asserito “abbandono” del rilievo in sede di accertamento con adesione.

4. Per connessione logica appare opportuno, quindi, esaminare il quinto motivo del ricorso principale, che denuncia, in ordine alla seconda ratio sul recupero a tassazione degli interessi attivi per la  differenza tra il valore normale e quanto effettivamente pagato, violazione e falsa applicazione dell’art. 76 (ora 110) tuir.

4.1. Il motivo – ammissibile non involgendo questioni di merito ma la corretta applicazione della norma – è fondato.

4.2. Occorre evidenziare, infatti, che l’art. 76 (oggi 110) tuir non integra una disciplina antielusiva in senso proprio, ma è finalizzata alla repressione del fenomeno economico del transfer pricing (spostamento d’imponibile fiscale a seguito di operazioni tra società appartenenti al medesimo gruppo e soggette a normative nazionali differenti) in sé considerato, sicché la prova gravante sull’Amministrazione finanziaria non riguarda la maggiore fiscalità nazionale o il concreto vantaggio fiscale conseguito dal contribuente, ma solo l’esistenza di transazioni, tra imprese collegate, ad un prezzo apparentemente inferiore a quello normale, incombendo, invece, sul contribuente, giusta le regole ordinarie di vicinanza della prova ex art. 2697 c.c. ed in materia di deduzioni fiscali, l’onere di dimostrare che tali transazioni siano intervenute per valori di mercato da considerarsi normali alla stregua di quanto specificamente previsto dall’art. 9, comma 3, tuir (v. Cass. n. 11949 del 2012; Cass. n. 10742 del 2013; Cass. n. 18392 del 2015; Cass. n. 7493 del 2016).

Tale conclusione, del resto, risponde alla ratio della normativa che va rinvenuta «nel principio di libera concorrenza enunciato nell’art. 9 del Modello di Convenzione OCSE”», sicché la valutazione in base al valore normale investe la “sostanza economica dell’operazione” che va confrontata “con analoghe operazioni realizzate in circostanze comparabili in condizioni di libero mercato tra soggetti indipendenti” (v. in particolare Cass. n. 27018 del 15/11/2017 che, nel ricomporre le diverse opzioni interpretative emerse nella giurisprudenza della Corte, ha espressamente affermato «la ratio della disciplina di cui all’art. 110, comma 7, tuir, va individuata nel principio di libera concorrenza, esclusa ogni qualificazione della stessa come norma antielusiva»).

Per inciso, va rilevato che le attuali linee guida OCSE, in termini non dissimili da quanto previsto sin dagli anni ’70, sono univoche nel chiarire (Capitolo VII delle linee guida del 2010, par. 7.14 e 7.15 in ordine all’individuazione e remunerazione dei finanziamenti come servizi infragruppo, nonché 7.19, 7.29 e 7.31 con riguardo alla determinazione del pagamento), che la remunerazione di un finanziamento infragruppo deve avvenire, di norma, attraverso la corresponsione di un tasso di interesse corrispondente a quello che sarebbe stato previsto tra imprese indipendenti in circostanze comparabili.

4.3. Orbene, nella vicenda in esame la CTR ha escluso l’applicazione dell’istituto sull’assunto che “l’interesse più favorevole concesso ad una controllata per l’acquisizione di una società operante nello stesso settore in Spagna non ha necessariamente carattere elusivo” e, dunque, pur a fronte del dato oggettivo della divergenza rispetto al valore normale, ne ha escluso la rilevanza in base ad un presupposto irrilevante ed estraneo alla disposizione, di cui ha fatto errata applicazione, derivandone, in parte qua, la cassazione della sentenza.

5. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 68 (ora 103) tuir per aver la CTR ritenuto ammortizzabili le spese di acquisto del software applicativo gestionale, pagate tra il 1998 e il 2002 e capitalizzate, a partire dal 2003, anno di messa in funzione, in cinque quote annuali, mentre l’importo era deducibile in quote costanti. di 1/3 a partire dall’esercizio di sostenimento del costo.

5.1. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 74 (ora 108) tuir per aver la CTR negato che le spese di adeguamento alle esigenze aziendali del software applicativo gestionale acquisito dalla contribuente fossero qualificabili come spese di ricerca e sviluppo, ritenendo corretta la deducibilità, per quote costanti di 1/5 a partire dall’entrata in funzione dell’applicativo così adattato anziché dall’esercizio di sostenimento.

6. I motivi terzo e quarto postulano una unitaria questione, sicché vanno esaminati congiuntamente: il primo è inammissibile, il secondo infondato.

6.1. Occorre premettere che l’art. 68, commi 1 e 2, (ora 103) tuir, ratione temporis vigente, stabilisce «1. Le quote di ammortamento del costo dei diritti di utilizzazione di opere dell’ingegno, dei brevetti industriali, dei processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite in campo industriale, commerciale o scientifico sono deducibili in misura non superiore a un terzo del costo; quelle relative al costo dei marchi d’impresa sono deducibili in misura non superiore ad un decimo del costo. 2. Le quote di ammortamento del costo dei diritti di concessione e degli altri diritti iscritti nell’attivo del bilancio sono deducibili in misura corrispondente alla durata di utilizzazione prevista dal contratto o dalla legge».

La disposizione regola, specificamente, l’ammortamento delle immobilizzazioni costituite dai beni immateriali che consistono in idee, ovvero prodotti dell’attività intellettuale dell’uomo, suscettibili di utilizzazione economica, tra cui rientrano anche i software, cioè i programmi per l’utilizzo degli apparati elettronici; in ragione di ciò le categorie dei beni sono distinte secondo i diritti acquisiti dal soggetto economico che intende operare la deduzione. Giova sottolineare, per quanto interessa il presente giudizio, che la normativa sulle opere dell’ingegno, dettata in tema di programmi per elaboratore dall’art. 64-bis della I. n. 633 del 1941, prevede “fatte salve le disposizioni dei successivi articoli 64-ter e 64-quater, i diritti esclusivi conferiti dalla presente legge sui programmi per elaboratore comprendono il diritto di effettuare o autorizzare; a) la riproduzione, permanente o temporanea, totale o parziale, del programma per elaboratore con qualsiasi mezzo o in qualsiasi forma. Nella misura in cui operazioni quali il caricamento, la visualizzazione, l’esecuzione, la trasmissione o la memorizzazione del programma per elaboratore richiedano una riproduzione, anche tali operazioni sono soggette all’autorizzazione del titolare dei diritti; b) la traduzione, l’adattamento, la trasformazione e ogni altra modificazione del programma per elaboratore, nonché la riproduzione dell’opera che ne risulti, senza pregiudizio dei diritti di chi modifica il programma; c) [..]».

Si tratta di disposizione che rende bene l’idea dell’ampiezza dei diritti cedibili e trasferibili e delle facoltà incluse nei diritti stessi. Infine, il Principio contabile n. 24, redatto dall’OIC, include í software tra i beni immateriali strumentali all’attività d’impresa e distingue, con riguardo agli applicativi funzionali a specifiche esigenze dell’utente (come nella specie), tra acquisto proprietario (cui è assimilato l’acquisto della licenza d’uso a tempo indeterminato) e produzione del software ad uso interno (tutelato o non tutelato).

Mentre per nel primo caso l’ammortamento, trattandosi di prodotto funzionante, è imputato, per quote, dall’esercizio di acquisto, nella diversa ipotesi le quote sono imputate a ciascun esercizio con decorrenza «dal momento in cui l’immobilizzazione è disponibile e pronta per l’uso».

6.2. Dalla lettura del quadro normativo su delineato, opportunamente coordinata con la disciplina civilistica in tema di bilancio, appare dunque evidente che l’intera fattispecie – acquisto di software applicativo; adattamento modifica e trasformazione del medesimo software – resta compiutamente disciplinata nell’alveo dell’art. 68 tuir, ratione temporis vigente.

6.3. Alla stregua dei principi sopra esposti ne deriva, in primo luogo, l’inammissibilità del terzo motivo.

L’Agenzia, infatti, nel considerare, in termini singolari, l’acquisto del software, con individuazione delle caratteristiche proprie del diritto immateriale e della correlata disciplina di ammortamento, ha inammissibilmente modificato – in sede di legittimità – l’originaria contestazione che riguardava, in termini unitari, «costi indeducibili relativi ad un ammortamento software: nel processo verbale viene contestata la capitalizzazione e il relativo ammortamento di costi relativi a “studi e ricerche” e quindi deducibili ex art. 74 tuir nell’esercizio in cui sono state sostenute o in quote costanti nell’esercizio stesso e nei successivi» (v. avviso di accertamento). Nello stesso pvc, del resto, mentre i costi per l’adattamento del software sono oggetto di disamina sotto la voce «consulenze e costi indiretti per il personale» (e ricondotti alla disciplina di cui all’art. 74 tuir), l’acquisto originario del software è trattato nella diversa sezione «licenze – anno 1998» (e con richiamo della disciplina di cui all’art. 68 tuir), la quale, tuttavia, non è stata trasfusa né nella contestazione, né, quindi, nei successivi atti (v. anche atto di gravame).

6.4. Il quarto motivo è invece infondato poiché l’attività in oggetto non va ricondotta a studi e ricerche ma integra una ipotesi di «adattamento, trasformazione e ogni altra modificazione del programma», suscettibile, dunque, di ammortamento (nei limiti indicati dall’art. 68, comma 1, tuir atteso il carattere proprietario del bene) dal momento della sua effettiva utilizzabilità.

7. Il sesto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 17 d.P.R. n. 633 del 1972, 10 I. n. 212 del 2000 e 6 d.lgs. n. 472 del 1997 per non aver la contribuente emesso autofattura per prestazioni di servizi imponibili rese in Italia da soggetto comunitario.

Il settimo e l’ottavo (rubricato come “9”) motivo denunciano, rispettivamente, omessa pronuncia e omessa motivazione.

7.1. L’Agenzia delle entrate, in sostanza, lamenta che la CTR, nel ritenere esistente il diritto a detrazione dell’Iva per le suddette operazioni, abbia anche escluso la sanzione irrogata per la mancata emissione di autofattura.

7.2. I motivi, da esaminare unitariamente per connessione logica, sono fondati nei termini che seguono.

7.3. Va disattesa, preliminarmente, l’eccepita inammissibilità, risultando inalterati i fatti costitutivi della pretesa sanzionatoria (l’omessa autofatturazione).

7.4. La CTR si è limitata ad affermare «pure il rilievo n. 8 riguardante l’obbligo della autofatturazione va annullato essendo intervenuta sul punto la Corte Europea che ha dichiarato sussistere il diritto alla detrazione anche in assenza di auto fatturazione».

La CTR, dunque, sì è pronunciata esplicitamente sul diritto a detrazione della contribuente, così implicitamente statuendo, atteso il tenore della doglianza in appello dell’Agenzia (che cumulava recupero dell’imposta e sanzione), anche sulle sanzioni. Né la motivazione è omessa, riferendosi la giustificazione posta a riferimento della pretesa sostanziale anche alla sanzione. Va peraltro rilevato, con riguardo agli acquisiti intracomunitari, che il principio fondamentale della neutralità dell’Iva esige sì che «la detrazione dell’imposta a monte sia accordata, nonostante l’inadempimento di taluni obblighi formali, se sono soddisfatti tutti gli obblighi sostanziali, di cui le violazioni formali non impediscano la prova certa» (v. Cass. n. 7576 del 15/04/2015; Cass. n. 3586 del 24/02/2016), ma da esso non deriva, di necessità, anche la caducazione della sanzione per omessa autofatturazione, la quale, anzi, costituisce modalità di adempimento degli obblighi in materia di Iva idonea a consentire i controlli e gli accertamenti fiscali. Il riconoscimento del diritto di detrazione pur nell’inosservanza dI fatturazioni e registrazioni, infatti, non conduce a ritenere, al contempo, meramente formale la violazione del reverse charge e, dunque, non punibile in base all’art. 10 della I. n. 212 del 2000 (Cass. n. 7576 del 15/04/2015; Cass. n. 9505 del 12/04/2017; Cass. n. 20806 del 06/09/2017).

8. Passando al ricorso incidentale, il primo motivo denuncia violazione degli artt. 75 (ora 109) tuir, ratione temporis applicabile, e 2697 c.c. per aver la CTR confermato la ripresa dei costi delle royalties pagate dalla società per l’utilizzo del marchio F. della H.I., nonostante la totale inerenza della quota di ammortamento dell’utilizzo del marchio stesso.

8.1. Il motivo è infondato ed ai limiti dell’inammissibilità.

Secondo la società ricorrente la sottoscrizione apposta dalle altre società del gruppo al contratto relativo all’utilizzo del marchio F. era solo “per presa conoscenza”; l’assunto è stato disatteso dalla CTR poiché «la sottoscrizione delle altre società per presa conoscenza non risulta provata non essendo agli atti il documento da cui risulti che le sottoscrizioni erano per mera conoscenza». Tale affermazione, peraltro, è contestata in termini meramente generici ed assertivi. Né può addossarsi il mancato assolvimento dell’onere probatorio in capo all’Ufficio poiché «la prova dell’inerenza di un costo quale atto d’impresa, ossia dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe sul contribuente in quanto tenuto a provare l’imponibile maturato» (da ultimo Cass. n. 18904 del 17/07/2018), sicché legittimamente la CTR ha ritenuto la correttezza della ripresa.

9. Il secondo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c., vizio di motivazione nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 24 della Convenzione italo-francese del 5.10.1989, 15 e 96 bis tuir quanto al mancato riconoscimento del credito d’imposta dI € 49.925,50 su dividendi percepiti dalla controllata francese.

9.1. Il motivo non è fondato.

9.2. La questione è già stata oggetto di approfondita disamina da parte di questa Corte con la sentenza n. 2257 del 31/01/2011 (che, tra l’altro, vedeva come parte la medesima contribuente), i cui principi, condivisi dal Collegio, sono stati recentemente ribaditi, con specifico riguardo all’applicazione della Convenzione italofrancese in esame, dalla sentenza Cass. n. 23367 del 06/10/2017 (v. anche Cass. n. 27111 del 28/12/2016 in motivazione).

9.3. L’interpretazione letterale e sistematica delle norme di riferimento induce a ritenere che la società non abbia diritto al credito d’imposta richiesto. Non si comprende, infatti, per quale ragione le imposte che incidono sui dividendi tassati all’estero – che non entrano nella formazione della base imponibile in Italia e quindi sono esenti da imposta in Italia (per cui non sussiste il rischio della doppia imposizione) – dovrebbero essere recuperate in Italia, attraverso il meccanismo del credito/detrazione d’imposta, con la conseguenza non tanto di evitare la doppia imposizione, ma di fare ottenere al contribuente addirittura la totale esenzione sui dividendi, che dopo essere stati tassati all’estero vengono “detassati” in Italia, attraverso il meccanismo della detrazione d’imposta. L’art. 15, comma 1, tuir, vigente ratione temporis, disponeva testualmente che “Se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta fino alla concorrenza della quota di imposta italiana corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero e il reddito complessivo al lordo delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione”.

Dalla lettera della legge risulta chiaramente che per usufruire del credito di imposta occorre che il contribuente sia titolare di redditi prodotti e tassati all’estero e che tali redditi concorrano alla formazione del reddito complessivo tassabile in Italia. Soltanto dopo che sia stato determinato il reddito complessivo tassabile in Italia entra in gioco il limite di detraibilità derivante dal rapporto tra i redditi prodotti all’estero e il reddito complessivo al lordo delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione.

In altri termini, il diritto alla detrazione dell’imposta pagata all’estero opera nei limiti in cui il reddito di fonte estera entra a far parte della base imponibile in Italia, fatto salvo l’ulteriore limite stabilito dalla legge. Ne deriva che il prelievo fiscale su redditi esteri che non concorrono alla formazione del reddito complessivo, non dà diritto a detrazione. La norma mette al riparo i contribuenti dalla doppia imposizione in senso giuridico (che, notoriamente, è quella che colpisce più volte lo stesso presupposto d’imposta in capo allo stesso soggetto o in capo a soggetti differenti), in quanto l’imposta pagata all’estero sulla parte di reddito che sia tassabile anche in Italia da diritto alla corrispondente detrazione. Non è così, ovviamente, per i redditi prodotti e tassati all’estero che non siano tassabili anche in Italia (in quanto non entrano a far parte della base imponibile), perché in tal caso non v’è rischio di doppia imposizione e, addirittura, il meccanismo della detrazione porterebbe alla vanificazione dell’imposta pagata all’estero, che verrebbe detratta indebitamente in Italia.

Rispetto all’art. 15, che contiene una norma di carattere generale, che stabilisce quali siano i presupposti per beneficiare della detrazione d’imposta (titolarità di redditi prodotti e tassati all’estero ma che entrino a far parte della base imponibile in Italia), gli artt. 96 e 96 bis tuir, nel testo vigente ratione temporis, dettavano uno speciale regime fiscale per un particolare tipo di reddito di provenienza estera, quali i dividendi esteri, prevedendo che dovessero entrare a far parte della base imponibile in Italia soltanto nella percentuale del 40% e del 5%. Infatti, l’art. 96 TUIR, vigente stabiliva che gli utili distribuiti da società collegate, ai sensi dell’art. 2359 c.c. non residenti nel territorio dello Stato concorrevano a formare il reddito soltanto per il 40 per cento del loro ammontare. L’art. 96 bis tuir invece prevedeva che gli utili distribuiti, in occasione diversa dalla liquidazione, da società non residenti aventi particolari requisiti concorressero alla formazione del reddito soltanto nella misura del 5% del loro ammontare, in presenza di particolari condizioni.

In base a tali disposizioni, soltanto una percentuale dei dividendi esteri concorre alla formazione della base imponibile in Italia. Ne consegue che soltanto per questa percentuale si pone il problema della doppia imposizione, che viene risolto con il sistema della detrazione dell’imposta pagata all’estero sulla frazione di dividendi che entrano nella base imponibile in Italia.

9.4. Come ha rilevato la CTR, è evidente che se il 95% dei dividendi esteri non subisce tassazione in Italia, ma solo all’estero, su tale percentuale non può verificarsi alcuna doppia imposizione.

10. Accolti, nei termini di cui in motivazione, il secondo, quinto, sesto, settimo e ottavo motivo del ricorso principale, rigettati il primo e il quarto ed inammissibile il terzo, e rigettato il ricorso incidentale, la sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese, alla CTR competente, in diversa composizione, per l’ulteriore esame.

P.Q.M.

Accoglie, nei termini di cui in motivazione, il secondo, il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo motivo del ricorso principale, rigettati il primo e il quarto, inammissibile il terzo; rigetta il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla CTR della Lombardia in diversa composizione.

 Si conclude perciò che l’indennità suppletiva di clientela spettante agli agenti è inclusa tra le “indennità per la cessazione di rapporti di agenzia” – cui fa riferimento l’attuale articolo 17, comma 1, lett. d) del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, richiamato dall’attuale articolo 105, comma 4 del citato Testo Unico – locuzione che si riferisce alla materia regolata dall’art. 1751 c.c., modificato dal D.Lgs. n. 303 del 1991, di attuazione della Dir. n. 86/653/CEE, che prescinde dall’origine codicistica o contrattuale dell’indennità stessa, pertanto, dal primo gennaio 1993, data di entrata in vigore della nuova regolamentazione, l’indennità è deducibile secondo il principio di competenza e non per cassa, essendo irrilevante il carattere aleatorio della stessa.

Diritto all’#oblio e #diritto di #cronaca: le nuove regole della Cassazione

Il quadro giurisprudenziale nazionale ed europeo sul principio della riservatezza si apprende che il diritto all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti presupposti:

  1. contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico;
  2. interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia;
  3. elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese;
  4. modalità impiegate per ottenere e dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali;
  5. la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.

 Così Cassazione, Ordinanza n. 6919 del 20/03/2018:

[…] 3. Da tale quadro normativo – desumibile da un reticolo di norme nazionali (artt. 2 Cost., 10 cod. civ., 97 legge n. 633 del 1941) ed europee (artt. 8 e 10, comma 2 CEDU, 7 e 8 della Carta di Nizza) – e giurisprudenziale di riferimento deve, pertanto, inferirsi che il diritto fondamentale all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza di specifici e determinati presupposti: 1) il contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) l’interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali), da reputarsi mancante in caso di prevalenza di un interesse divulgativo o, peggio, meramente economico o commerciale del soggetto che diffonde la notizia o l’immagine; 3) l’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica e, segnatamente, nella realtà economica o politica del Paese; 4) le modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera (poiché attinta da fonti affidabili, e con un diligente lavoro di ricerca), diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al grande pubblico. In assenza di tali presupposti, la pubblicazione di una informazione concernente una persona determinata, a distanza di tempo da fatti ed avvenimenti che la riguardano, non può che integrare, pertanto, la violazione del fondamentale diritto all’oblio, come configurato dalle disposizioni normative e dai principi giurisprudenziali su esposti […] 

Fonte: www.cortedicassazione.it

Distribuzione verticale selettiva: efficacia erga omnes degli accordi produttore-distributore

Possibilità di estendere a terze parti obbligazioni contrattuali stipulate nel rapporto produttore-distributore

Con riferimento alla distribuzione di prodotti di lusso, l’adozione di una rete di distribuzione selettiva (si ricorre al contratto di distribuzione selettiva allorquando risulti rilevante che l’immagine del marchio e del produttore sia valorizzata) consente di derogare alcuni divieti e restrizioni che altrimenti sarebbero imposti dalla normativa sulla concorrenza a livello europeo (1) e dall’articolo 101 TFUE (2) al contratto di distribuzione puro.

Le esenzioni previste per il contratto di distribuzione selettiva non si applicano tuttavia, ai sensi dell’art. 4 del Regolamento, alle cosiddette “restrizioni fondamentali”. Tali sono per esempio la “[…] restrizione della facoltà dell’acquirente di determinare il proprio prezzo di vendita, fatta salva la possibilità per il fornitore di imporre un prezzo massimo di vendita o di raccomandare un prezzo di vendita, a condizione che questi non equivalgano ad un prezzo fisso o ad un prezzo minimo di vendita per effetto di pressioni esercitate o incentivi offerti da una delle parti […]” e ancora “[…] la restrizione delle vendite attive o passive (3) agli utenti finali […]” (art 4, comma 1, lett. a) e c) del Regolamento 330/2010).

Con riferimento alle politiche sui prezzi, l’Autorità Garante italiana ha espresso più volte le proprie indicazioni circa la determinazione dei prezzi minimi e dei prezzi massimi imposti ai distributori. Ad avviso dell’Autorità Garante, gli inviti rivolti alla rete di rivenditori a non oltrepassare un certo prezzo indicato minimo/massimo rappresenta una violazione delle restrizioni c.d. fondamentali. Come sopra riportato, a livello europeo è possibile definire prezzi massimi (4). Rimane pacifico il divieto di indicare prezzi minimi dal momento che il produttore, nel fissare il prezzo, riduce od elimina l’indipendenza decisionale del distributore, limitando la concorrenza.

Per quanto concerne le vendite attive e passive, si può pacificamente sostenere che qualsiasi distributore, collocato in una catena di distribuzione pura o in una catena di distribuzione selettiva non può essere limitato nell’utilizzo di internet finalizzato alla vendita dei prodotti (5). Come già accennato, si tratta di una restrizione fondamentale (c.d. hard core) a cui non possono essere applicate esenzioni di alcun genere. Interviene in tal senso anche la Giurisprudenza europea, con la questione pregiudiziale sollevata dalla Corte d’appello di Parigi nella causa promossa dalla società Pierre Fabre Dermo-Cosmètique S.A.S. La Pierre Fabre venne sanzionata dall’autorità francese a tutela della concorrenza per aver imposto ai propri distributori autorizzati un divieto generalizzato di rivendita on line. La conclusione a cui giunge la Corte Europea al punto 46  afferma testualmente che “[…] L’obiettivo di preservare l’immagine di prestigio non può rappresentare un obiettivo legittimo per restringere la concorrenza e non può quindi giustificare che una clausola contrattuale diretta ad un simile obiettivo non ricada nell’articolo 101, n. 1 TFUE”. Un’ulteriore decisione dell’Avvocato Generale, emanata il 26 luglio 2017 nel caso C-230/16 Coty Germany GmbH v. Parfumerie Akzente GmbH conferma quanto appena esposto (6). Il divieto assoluto di vendere su internet è un “[…] divieto che la CGEU ha ritenuto sproporzionato e illegittimo rispetto al fine di preservare l’immagine di prestigio dei prodotti […] l’obiettivo del mantenimento di un’immagine di prestigio del marchio non può giustificare, in base alla sentenza del 13 ottobre 2011, Pierre Fabre Dermo-Cosmétique (C 439/09, EU:C:2011:649), l’introduzione di un sistema di distribuzione selettiva, che è, per definizione, restrittivo della concorrenza. La clausola contrattuale controversa costituirebbe inoltre una restrizione fondamentale, ai sensi dell’articolo 4, lettera c), del regolamento n. 330/2010 e non potrebbe quindi beneficiare di un’esenzione per categoria in base a tale regolamento […] in tale sentenza Pierre Fabre Dermo-Cosmétique, la Corte ha statuito che la clausola di un contratto che vietava in modo assoluto ai distributori autorizzati di vendere on-line i prodotti oggetto del contratto poteva costituire una restrizione per oggetto e quindi essere contraria all’articolo 101, paragrafo 1, TFUE se, «a seguito di un esame individuale e concreto del tenore e dell’obiettivo della clausola contrattuale in parola nonché del contesto giuridico ed economico in cui si colloca, risulta che, alla luce delle caratteristiche dei prodotti di cui trattasi, tale clausola non è oggettivamente giustificata”. L’Avvocato Generale specifica tuttavia che una limitazione nell’utilizzo di piattaforme internet da parte del distributore può essere legittimamente imposta dal produttore dal momento che “[…] il divieto di vendere prodotti di lusso tramite piattaforme di terzi diverse da quelle del produttore o del distributore (a cui deve essere sempre permesso di vendere online) sia oggettivamente indispensabile per l’immagine del marchio”.

A tal proposito si pone il problema principale, affrontato anche dall’Avvocato Generale: “in assenza di legame contrattuale con la piattaforma terza, il produttore non può esercitare alcuna influenza pregnante e preventiva sulle modalità con cui i prodotti sono presentati e commercializzati su detta piattaforma”.

È necessario quindi verificare se quanto appena esposto trovi la sua giustificazione giuridica solamente in un contratto sottoscritto tra il produttore ed il distributore oppure, viceversa, possa essere imposto anche a terze parti. Ad una lettura di quanto argomentato dall’Avvocato Generale, il produttore non ha alcuna forza vincolante nell’imporre a terzi le proprie restrizioni. I terzi, infatti, non partecipano delle obbligazioni contrattuali tra il produttore ed il distributore. Cosi anche la sentenza CGE S. 15.02.1996 Causa C-309/94-Nissan France SA e altri o ancora CGE S. 30.11.2004 causa C-16/03 Peak>Holding AB: “[…] solo i rapporti contrattuali tra i fornitori e distributori ufficiali della loro rete e, mentre definiscono quello che gli uni e gli altri possono o non possono impegnarsi a fare nei confronti di terzi, non hanno, invece la funzione di disciplinare l’attività di detti terzi che possono intervenire sul mercato fuori dal circuito degli accordi di distribuzione […]”

Sui può considerare tuttavia un’ulteriore scenario.

Sempre secondo la giurisprudenza della CGE, il titolare del marchio può agire in giudizio contro il terzo la cui attività determini un ingiustificato pregiudizio; ad esempio: “nel caso in cui il terzo utilizzi il marchio per commercializzare dei prodotti o promuovere la commercializzazione di prodotti con modalità e contenuti qualitativi tali da nuocere gravemente al prestigio del marchio” (si cfr. CGE S. 4.11.1997 C-337/95 Parfums Christian Dior SA).

Ecco che, in tal senso, interviene anche  la normativa italiana. Il legislatore infatti ha previsto l’articolo 2598 (7) del Codice Civile, rubricato: “Atti di concorrenza sleale”. Potrebbe essere configurata la violazione dell’art. 2598.3 c.c. da parte di terzi soggetti che vendono i prodotti su siti internet che non rivestono le caratteristiche essenziali per il produttore (8). L’esistenza di una rete di distribuzione selettiva conferisce al titolare del marchio, come abbiamo già esposto, un diritto ad un riconoscimento particolarmente pregnante delle qualità dei propri prodotti. Dal momento che si tratta di un prodotto di lusso o di prestigio, le condizioni di vendita possono essere quantomeno vincolate.

La giurisprudenza italiana osserva che “configura atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3 c.c., la condotta tenuta dal venditore consistente nel continuare a commercializzare prodotti di una certa marca anche dopo che il produttore ha reso nota l’esistenza di un sistema di distribuzione selettiva” (9). È necessario tuttavia che i prodotti venduti siano lesivi del marchio e alterino l’immagine e la qualità che il produttore collega ai suoi prodotti.

Quanto sopra, da verificarsi caso per caso, solamente nell’eventualità che il terzo, estraneo all’accordo di distribuzione, fosse a conoscenza del sistema di distribuzione selettiva.

Per quanto sopra esposto, si può affermare che non il distributore e neppure il produttore può vietare la completa commercializzazione dei prodotti a mezzo canali online e dare indicazioni in ordine al prezzo degli stessi. Gli obblighi a cui deve sottostare il distributore contenuti nel testo contrattuale non sono efficaci nei confronti dei terzi ed il distributore non è tenuto a garantire l’osservanza degli stessi da parte di questi. L’unica tutela per il buon nome e la qualità dei prodotti è ravvisabile nella difesa del produttore in sede giudiziale nei confronti di quei terzi che siano stati preventivamente informati dell’esistenza di una rete di distribuzione selettiva.

Riproduzione riservata.

Dott. Andrea Filippo Mainini

 

(1) Ai sensi del Regolamento UE 330/2010, in vigore dal 1.06.2010 sino al 31.5.2022. Si tratta, in realtà, di una normativa applicabile ai paesi dell’area SEE (Spazio Economico Europeo).

(2) Art 101 TFUE: “Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno ed in particolare quelli consistenti nel: a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazioneb) limitare o controllare la produzione, gli sbocchi, lo sviluppo tecnico o gli investimenti; c) ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento; d) applicare, nei rapporti commerciali con gli altri contraenti, condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, così da determinare per questi ultimi uno svantaggio nella concorrenza; e) subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi. Gli accordi o decisioni, vietati in virtù del presente articolo, sono nulli di pieno diritto.Tuttavia, le disposizioni del paragrafo 1 possono essere dichiarate inapplicabili: – a qualsiasi accordo o categoria di accordi fra imprese, – a qualsiasi decisione o categoria di decisioni di associazioni di imprese, e – a qualsiasi pratica concordata o categoria di pratiche concordate, che contribuiscano a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico, pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dell’utile che ne deriva, ed evitando di: a) imporre alle imprese interessate restrizioni che non siano indispensabili per raggiungere tali obiettivi; b) dare a tali imprese la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi.”

Art. 102 TFUE: “È incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo. Tali pratiche abusive possono consistere in particolare: a) nell’imporre direttamente od indirettamente prezzi d’acquisto, di vendita od altre condizioni di transazione non equeb) nel limitare la produzione, gli sbocchi o lo sviluppo tecnico, a danno dei consumatori; c) nell’applicare nei rapporti commerciali con gli altri contraenti condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, determinando così per questi ultimi uno svantaggio per la concorrenza; d) nel subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.”

(3) Per una definizione di ‘vendite attive’ e ‘vendite passive’, si veda il paragrafo 51 delle nuove Linee direttrici, in cui si legge: “vendite attive: il contatto attivo con singoli clienti ad esempio per posta, compreso mediante l’invio di messaggi di posta elettronica non sollecitati, o mediante visite ai clienti; oppure il contatto attivo con uno specifico gruppo di clienti, o con clienti situati in uno specifico territorio attraverso inserzioni pubblicitarie sui media o via internet o altre promozioni specificamente indirizzate a quel gruppo di clienti o a clienti in quel territorio. La pubblicità o le promozioni che sono interessanti per l’acquirente soltanto se raggiungono (anche) uno specifico gruppo di clienti o clienti in un territorio specifico, sono considerati vendite attive a tale gruppo di clienti o ai clienti in tale territorio”;

(3) Sono vendite passive “[…] le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale che raggiungano clienti all’interno dei territori (esclusivi) o dei gruppi di clienti (esclusivi) di altri distributori, ma che costituiscano un modo ragionevole per raggiungere clienti al di fuori di tali territori o gruppi di clienti, ad esempio per raggiungere clienti all’interno del proprio territorio. Le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale sono considerate un modo ragionevole per raggiungere tali clienti se è interessante per l’acquirente attuare tali investimenti anche se non raggiungono clienti all’interno del territorio (esclusivo) o del gruppo di clienti (esclusivo) di altri distributori”.

(4) Art 4, comma 1, lett. c) del Regolamento 330/2010.

(5) L’esistenza di un sito internet è considerata una forma di vendita passiva; si configura infatti come una modalità usuale e non lesiva di alcun diritto che permette ai clienti di raggiungere il distributore. Si deve tuttavia evidenziare che, per quanto riguarda la distribuzione selettiva, il produttore può esigere che il distributore rispetti gli standard qualitativi imposti anche per quanto concerne la distribuzione via internet; tuttavia, come si dirà nel prosieguo della trattazione, tale obbligo può essere imposto soltanto al distributore, non a terze parti che acquistano i prodotti dallo stesso per rivenderli.

(6) Ecco i quesiti di diritto posti all’Avvocato Generale: “1) Se un sistema di distribuzione selettiva finalizzato a preservare l’immagine di prestigio e di lusso dei prodotti oggetto dell’accordo di distribuzione sia in sé compatibile con il divieto di accordi restrittivi della concorrenza di cui al par. 1 dell’articolo 101 del Trattato sul Funzionamento della UE; 2) Se un divieto imposto dal produttore ai propri distributori autorizzati in un sistema di distribuzione selettiva, di vendere i prodotti su internet tramite piattaforme di e-commerce di terzi distinguibili da quelle del produttore o del distributore autorizzato sia compatibile con il divieto di cui all’articolo 101 TFUE, indipendentemente dai requisiti qualitativi legittimi imposti dal produttore come condizione per aderire alla rete siano rispettati dalla piattaforma del caso specifico; 3) Se tale divieto, applicato aprioristicamente e indipendentemente dalla verifica sul rispetto di determinati criteri qualitativi da parte della piattaforma terza, sia da considerare restrizione “per oggetto” ai sensi dell’articolo 101 TFUE o una restrizione “hardcore” ai sensi del regolamento 330/2010 sull’esenzione in blocco di determinati accordi verticali.”

(7)“Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.

(8) Si tratta di un‘analisi da effettuarsi caso per caso.

(9) Cfr. Tribunale di Palermo, sez Imprese, ordinanza 1.03.2013.

Art. 96 C.p.c.

“…La responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. integra una forma particolare di responsabilità processuale a carico di quella parte che agisce o resiste in giudizio in malafede o con colpa grave. La totalità delle pronunce della Suprema Corte ha ravvisato un onere processuale in capo alla parte che agisce per vedersi riconoscere il predetto risarcimento. L’onere consiste nel “dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte” (Cass. Civ. n. 21393/05). Tale responsabilità, di natura pacificamente extracontrattuale (si veda Cass. n. 9080/13, n. 133395/07, n. 3388/07, n. 18169/04), richiede che venga provato l’an ed il quantum del danno subito.

Oltre all’onere processuale circa l’allegazione del danno subito, la legge prevede ulteriori condizioni di ammissibilità della condanna per responsabilità aggravata: la soccombenza totale della parte e la prova dell’elemento soggettivo. Quest’ultimo qualificabile come dolo ovvero colpa grave, intesa come “consapevolezza o ignoranza derivante dal mandato uso di un minimo di diligenza, della infondatezza delle tesi esposte in giudizio e/o del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere alla controversia” Cass. Civ, Sez. III, sent. N. 4443/15…”

 

Dott. Andrea Filippo Mainini

Inadempimento contratto di appalto e presenza di vizi: azione ex art. 1667 o 1453?

In caso di inadempimento di un contratto di appalto, gli articoli 1667 e ss. c.c. e gli articoli 1453 e ss. c.c. possono essere parimenti presi in considerazione.

Diverso è, tuttavia, l’ambito di applicazione degli stessi. Si riporta infatti, infra multis, uno stralcio della sentenza della Corte di Cassazione (Sez. Civ., sent. n. 6284/15) il cui merito verteva sui vizi di un impianto di riscaldamento installato a seguito della stipula di un contratto di appalto: “La consolidata giurisprudenza di questa Corte, in tema di appalto, è nel senso che la responsabilità dell’assuntore del lavoro inerente alla garanzia per vizi e difformità dell’opera eseguita, prevista dagli artt. 1667 e ss. c.c., può configurarsi unicamente quando lo stesso, nell’intervenuto completamento dei lavori, consegni alla controparte un’opera realizzata nel mancato rispetto dei patti o non a regola d’arte, mentre nel caso di non integrale esecuzione dei lavori o di ritardo o di rifiuto della consegna del risultato di questi a carico dell’appaltatore può operare unicamente la comune responsabilità per inadempimento contrattuale di cui agli artt. 1453 e ss. c.c. (di recente, Cass. 22 gennaio 2015 n. 1186; ma già Cass. 6 aprile 2006 n. 8103 ed in passato Cass. 15 dicembre 1990 n. 11950; Cass. 11 gennaio 1988 n. 49; Cass 12 aprile 1983 n. 2573)”.

Nel contratto di appalto il committente ha la possibilità di esperire sì l’azione ex art. 1453 c.c. ma nel solo caso in cui l’inadempimento derivi da motivi diversi dalla presenza di vizi e difetti (ad esempio, l’appaltatore ha iniziato l’opera ma successivamente non l’ha portata a termine). Diversamente, in caso di presenza di vizi e malfunzionamenti dell’opera, risulta giocoforza necessario richiedere l’applicazione prevista dagli articoli 1667 e ss. c.c.

Ancora, secondo i principi costantemente affermati dalla Suprema Corte, ai fini della risoluzione del contratto di appalto si richiede un inadempimento più grave di quello richiesto per la risoluzione della compravendita per i vizi della cosa, atteso che l’art. 1668 c.c, comma 2 sancisce che la risoluzione possa essere dichiarata soltanto se i vizi dell’opera sono tali da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione.

Pertanto la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto d’appalto è ammessa nella sola ipotesi in cui l’opera, considerata nella sua unicità e complessità, sia “assolutamente inadatta alla destinazione sua propria” (si vedano, infra multis: Cass. Civ. Sez. VI, sent. n. 16611/17 Cass. Civ. Sez. II, sent. N. 19868/2009, Cass. Civ,. Sez. II, sent. n. 3752/07, Cass. n. 5250/2004)…

 

Dott. Andrea Filippo Mainnini

Fondo Rischi appostato per vertenze legali

#Fondo rischi appostato per #vertenze legali

 

I fondi per rischi sono destinati a coprire passività non certe, ma soltanto probabili.

La caratteristica principale degli eventi ricondotti nel fondo è, quindi, l’incertezza, sia dell’effettivo potenziale verificarsi dell’evento, sia del rischio economico e degli effetti patrimoniali che potrebbero negativamente riverberarsi sul patrimonio sociale nel caso in cui il detto evento dovesse verificarsi.

A titolo esemplificativo, rientrano in questa categoria gli accantonamenti a fondo rischi per cause in corso, per contratti ad esecuzione differita, per rischi non assicurati e così via.

La legge disciplina detti accantonamenti all’articolo 2424 bis, comma terzo del codice civile (“[…] Gli accantonamenti per rischi ed oneri sono destinati soltanto a coprire perdite o debiti di natura determinata, di esistenza certa o probabile, dei quali tuttavia alla chiusura dell’esercizio sono indeterminati o l’ammontare o la data di sopravvenienza […]”).

Anche i principi contabili pubblicati dall’OIC disciplinano gli accantonamenti.

In particolare l’OIC n. 31 definisce  i criteri per la rilevazione, classificazione e valutazione dei fondi per rischi ed oneri nonché le informazioni da indicare nella nota integrativa.

Qualora si decidesse di accantonare una somma appostando un fondo rischi per cause legali in bilancio, risulterebbe necessario predisporre una nota con l’indicazione delle ragioni che hanno condotto ad appostare l’accantonamento e la sede opportuna sarà la nota integrativa.

E’ bene precisare che la nota integrativa dovrà contenere soltanto una spiegazione generica dell’accantonamento e ciò al fine di evitare che un’accurata illustrazione della causa in oggetto, della probabilità di soccombenza ed una analisi delle pretese di parte attrice possa avere, ex art. 2709 c.c, efficacia probatoria contro la società.

I fondi rischi sono pertanto destinati a fronteggiare spese e perdite che probabilmente si verificheranno in futuro, ma che traggono origine da eventi specifici manifestatisi nel corso dell’esercizio in chiusura e che vanno, quindi, rilevati nello stesso in ossequio al principio di competenza economica.

Nel caso in cui l’evento da cui scaturisce la necessità di appostare un fondo si verificasse in un momento immediatamente successivo alla chiusura dell’esercizio, l’annotazione, dovrebbe essere indicata nel bilancio che andrà a chiudersi l’anno seguente.

In via prudenziale, nondimeno, deve essere indicato anche nel bilancio in chiusura un commento, sempre contenuto dalla nota integrativa, riguardante il predetto evento, come fatto avvenuto dopo la chiusura dell’esercizio (non dovrà essere apposta alcuna specifica voce in bilancio). Anche in quest’ultimo caso intervengono i principi contabili laddove l’OIC n.29,  (“fatti intervenuti dopo la chiusura dell’esercizio”) richiede che vengano segnalati quei fatti, positivi o negativi, che intervengono tra la data di chiusura dell’esercizio e la data di formazione del bilancio, in genere individuata come la data in cui viene redatto il progetto di bilancio da parte degli amministratori. Tali fatti, pur non essendo rilevati in bilancio, devono essere illustrati nella nota integrativa affinché i destinatari dell’informazione societaria possano effettuare le opportune valutazioni ed assumere le proprie decisioni in modo maggiormente consapevole.

Anche il codice richiede che dalla relazione sulla gestione risultino, in ogni caso, i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio. Di conseguenza, l’informazione richiesta nella nota integrativa potrà avvenire anche mediante un richiamo all’illustrazione fatta dagli amministratori nella relazione sulla gestione.

I principi contabili stabiliscono che tale fondo debba essere stanziato nell’ambito del passivo del bilancio e non, invece, come poste rettificative dell’attivo patrimoniale: più precisamente, nella classe B dello stato patrimoniale.

Passando ad esaminare il grado di probabilità che l’evento rischio possa verificarsi, occorre precisare che potremmo avere:

o             passività probabili

o             passività possibili

o             passività remote

La rappresentazione in bilancio e l’obbligo della stessa risulta differente a seconda della qualificazione che verrà data in forza della elencazione sopra riportata.

L’accadimento dell’evento in ognuna delle tre differenti passività risulta essere sempre incerto, purtuttavia, il grado di potenziale verificazione dell’evento stesso varia.

Alla presenza di fondate motivazioni che inducono a ritenere che l’evento  si verificherà, si farà riferimento ad una passività probabile ed in tal caso dovrebbe essere effettuato un accantonamento di bilancio, in via prudenziale.

Qualora il grado di certezza fosse inferiore e quindi, benché possibile, meno probabile l’avveramento dell’evento, non dovrà effettuarsi alcun accantonamento. In questo caso parte della dottrina ritiene che sia sufficiente indicare nella sola nota integrativa la possibilità del verificarsi di un tale evento, altra parte ritiene  che in nota integrativa dovrebbero essere evidenziate soltanto problematiche che trovano riscontro nelle voci di bilancio.

Infine per ciò che attiene il terzo caso e cioè quando la passività si può considerare soltanto remota, con scarsa probabilità di accadimento, non deve essere effettuato alcun stanziamento in bilancio e nessuna menzione in nota integrativa.

Nel caso in cui si ritenesse di appostare un fondo per vertenze legali occorrerà poi effettuare una valutazione circa la fondatezza delle domande avanzate in giudizio da controparte, sulla base della documentazione agli atti e delle evidenze probatorie.

Ove il rischio di soccombenza fosse molto elevato, la società dovrà sicuramente, per le ragioni sopra illustrate, accantonare una somma congrua così da paralizzarne gli effetti nel caso in cui dovesse risultare soccombente alla fine del giudizio. Dovrà anche, l’amministratore, effettuare una valutazione dell’impatto economico al fine di calcolare nel modo più congruo possibile l’importo  dell’accantonamento.

La quantificazione dovrà essere effettuata in via prudenziale tenendo conto della domanda di controparte, delle spese accessorie e  dei compensi legali. Ovviamente, poiché il fondo rischi verrà indicato in bilancio come passività, è necessario considerare che, quanto stanziato, andrà inevitabilmente ad influenzare negativamente il patrimonio sociale con il rischio per la società di ricadere delle norme, particolarmente delicate, che disciplinano l’agire dell’ amministratore nel caso in cui il patrimonio si riducesse in modo sensibile artt. 2446 e 2447 del c.c..

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

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Indennità di incasso; agenti di commercio (c.d. indennità di maneggio somme)

#Indennità di incasso; #agenti di commercio  (c.d. indennità di maneggio somme)

L’attività di recupero del credito posta in essere da un agente di commercio esula dalle sue competenze lavorative. L’articolo 1742 del Codice Civile (libro quarto, Titolo III, Capo X) afferma: “Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti […]”. Nella prassi, tuttavia, la situazione risulta differente; non è inusuale che l’agente debba anche riscuotere i pagamenti di clienti morosi operanti nella sua zona di competenza. Per risolvere la problematica, la giurisprudenza ha sancito la necessità di corrispondere all’agente una indennità, corrisposta a norma dell’articolo 2225 del Codice Civile: “Il corrispettivo, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe professionali o gli usi, è stabilito dal giudice in relazione al risultato ottenuto e al lavoro normalmente necessario per ottenerlo […]”e, quindi, anche con riferimento a quanto previsto dagli Accordi Economici Collettivi di settore. Generalmente il predetto corrispettivo viene deciso di comune accordo tra le parti ed inserito in una specifica clausola presente nel contratto di agenzia. Invero, risulta necessario porre attenzione al fatto che l’indicazione di tale corrispettivo, per giurisprudenza consolidata, debba essere indicata con una percentuale ben identificata, disgiunta e diversa rispetto a quella prevista a titolo di provvigione sula vendita. Una clausola che prevedesse una percentuale di vendita in cui fosse ricompresa anche la indennità di incasso sarebbe impugnabile. Giova ricordare che l’attività di incasso deve essere formalizzata attraverso un accordo scritto e deve consistere in una attività a carattere continuativo; in aggiunta, deve essere prevista una responsabilità in capo all’agente per “errore contabile”(…)  

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

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VOLUNTARY BIS, E’ QUASI TUTTO PRONTO

È cosa nota ormai agli operatori di mercato, e lo stesso Ministro Padoan lo ha confermato, che prossimamente il Governo varerà alcune disposizioni, probabilmente all’interno della legge di bilancio, concernenti l’apertura di una voluntary bis.

La prima idea del Governo era quella di riproporre esattamente la stessa legge n. 186/14 che regolava la prima voluntary; soltanto una la variazione in merito agli anni accertabili: l’aggiunta delle annualità 2015 e 2016.

D’altra parte, la prima voluntary aveva mostrato alcune lacune concernenti, soprattutto, l’emersione di contanti e beni contenuti all’interno delle cassette di sicurezza. Inoltre, la proposta di considerare anche l’annualità 2016 si scontra con il fatto che i termini dichiarativi per questa annualità sono tuttora aperti; all’opposto, tentare di inserire anni che sono ormai non più accertabili da parte dell’Agenzia delle Entrate può risultare un ostacolo per la più completa adesione da parte dei contribuenti.

È fuori di dubbio che, con l’avvicinarsi del 2018 e la conseguente apertura allo scambio di informazioni in ambito fiscale in vigore dall’entrata del Common Reporting Standard, sarà pressoché impossibile detenere illegalmente all’estero attività, considerando anche il fatto che la lista dei paesi collaborativi si sta sempre più ampliando e pure alcuni paesi black list quali Panama stanno procedendo per essere inseriti nella lista white.

La situazione al momento è quindi la seguente: verosimilmente con la legge di bilancio, verrà varata una nuova Voluntary, con le stesse caratteristiche della precedente in quanto tassi e sanzioni; con un maggior controllo sul rientro del capitale in Italia e comprendente anche l’annualità 2015.

Il Governo non ha ancora le idee chiare in merito all’inserimento, nella nuova procedura, degli anni non più accertabili oltre i 5/6 previsti per legge. Le possibilità sono due: nel caso in cui il Governo volesse attenersi alla normativa ordinaria, l’accertamento partirebbe dall’anno 2011 nel caso di dichiarazione infedele o dal 2010 nel caso di dichiarazione omessa; contrariamente, le annualità 2009 o 2010 verrebbero sanzionate con percentuali molto basse e l’introito recuperato da queste andrebbe vincolato solo a fini sociali, come per esempio per il fondo di emergenza del terremoto.

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Dott. Andrea Filippo Mainini

Responsabilità civile degli Amministratori degli enti associativi

In tema di enti associativi, il Codice Civile distingue espressamente le associazione riconosciute come persone giuridiche (artt. da 14 a 35 c.c.) e le associazioni non riconosciute come persone giuridiche (artt. da 36 a 38 c.c.).

Le associazioni riconosciute si configurano come gli enti che hanno acquistato personalità giuridica mediante riconoscimento da parte dello Stato. Tuttavia il procedimento di riconoscimento è complesso e molto oneroso. È necessario infatti che l’atto costitutivo e lo statuto siano costituiti sotto forma di atto pubblico. Per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica è necessario stanziare un capitale che rimarrà vincolato: non potrà essere utilizzato per altri scopi dall’associazione perché rappresenta la garanzia della solvibilità dell’associazione stessa in caso di obbligazioni verso terzi.

L’acquisto della personalità giuridica consente alle associazioni di essere fornite di un’autonomia patrimoniale perfetta grazie alla quale il patrimonio dell’associazione si presenta distinto ed autonomo rispetto a quello degli associati.

Da ciò discende che solo l’associazione con il suo patrimonio risponde delle obbligazioni assunte in nome dell’associazione stessa con esclusione di responsabilità in capo agli amministratori o di coloro che hanno agito in nome e per conto della stessa.

Occorre, tuttavia, precisare sul punto che, ai sensi dell’art. 18 c.c., gli amministratori sono comunque responsabili verso l’ente secondo le norme sul mandato.

Gli amministratori, infatti, sono tenuti a svolgere l’incarico ricevuto con la diligenza media adeguata al tipo di attività e, pertanto, sono tenuti al risarcimento del danno arrecato all’ente in caso di negligente adempimento di un obbligo imposto dalla legge o dallo statuto.

È doveroso sottolineare che la responsabilità degli amministratori, tuttavia, non discende dalla mera e semplice appartenenza all’organo amministrativo ma dipende dalla partecipazione effettiva all’atto dannoso o dal mancato dissenso.

Gli amministratori sono altresì responsabili nei confronti dei creditori dell’ente per il pregiudizio arrecato violando i doveri relativi alla conservazione dell’integrità del patrimonio configurandosi, pertanto, una responsabilità di natura extracontrattuale ex art. 2043 c.c.

Data la complessità e l’onerosità del procedimento di riconoscimento sopracitato, la gran parte degli enti associativi presenti in Italia non sono dotati di personalità giuridica. Un’associazione non riconosciuta è costituita mediante un accordo che non richiede particolari requisiti di forma e si presenta come un ente collettivo costituente un centro autonomo di interessi di varia natura (sindacali, religiosi, culturali, sportivi, ecc.) fornito di autonomia patrimoniale e, anche se priva di personalità giuridica, rappresenta comunque un soggetto di diritto, disciplinato dagli accordi stipulati dagli associati.

L’autonomia patrimoniale di cui gode l’associazione non riconosciuta, tuttavia, è imperfetta.

Nello specifico, in tema di responsabilità per le obbligazioni contratte dalle associazioni non riconosciute, assume rilevanza l’art. 38 c.c. ai sensi del quale: “Per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l’associazione i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per dell’associazione“. In primo luogo tale articolo dispone che i creditori dell’ente non possono far valere i propri diritti sul patrimonio dei singoli associati, dovendo soddisfarsi sul fondo comune.

Inoltre l’articolo in commento sancisce che per le obbligazioni dell’associazione non riconosciuta, oltre che il fondo comune, rispondono anche personalmente e solidalmente anche tutti coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione medesima, a prescindere dal ruolo in concreto assunto.

In particolare si ritiene opportuno richiamare alcuni pareri giurisprudenziali che illustrano il regime applicabile alle associazioni non riconosciute: “La responsabilità personale e solidale prevista dall’art. 38, comma II, c.c., per colui che agisce in nome e per conto dell’associazione non riconosciuta non è collegata alla mera titolarità della rappresentanza dell’associazione, bensì all’attività negoziale concretamente svolta per conto di essa e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori fra questi ed i terzi, con la conseguenza che chi invoca in giudizio tale responsabilità è gravato dall’onere di provare la concreta attività svolta in nome e nell’interesse dell’associazione, non essendo sufficiente la prova in ordine alla carica rivestita all’interno dell’ente” (Cass. Civ, sez. III, n. 18188 del 25.08.2014).

Occorre altresì evidenziare che tale articolo, in ossequio alla giurisprudenza maggioritaria, prevede un tipo di responsabilità non assistita dal beneficium excussionis. L’obbligazione solidale di colui che ha agito per l’associazione, infatti, sarebbe inquadrabile fra quelle di garanzia ex lege, assimilabili alla fideiussione, e, pertanto, ne consegue, da un lato, che il diritto del terzo creditore è assoggettato alla decadenza di cui all’art. 1957 c.c. e, dall’altro, che non è richiesta la preventiva e tempestiva escussione del debitore principale.

È pertanto sufficiente che il creditore eserciti tempestivamente l’azione nei confronti, a scelta, del debitore principale o del fideiussore.

Sul punto occorre, da ultimo, accennare all’art. 6 della L. n. 383/2000 che ha introdotto una particolare disciplina in tema di responsabilità degli amministratori degli enti associativi non riconosciuti. Viene infatti previsto che per le obbligazioni contratte da un’associazione di promozione sociale non riconosciuta (come, ad esempio, le associazioni sportive dilettantistiche) risponde in primo luogo il patrimonio dell’ente, e soltanto in via sussidiaria rispondono personalmente gli amministratori. Tale previsione, pertanto, configura un’ipotesi di beneficium excussionis, in deroga rispetto all’ordinario regime applicabile sopraesposto.

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Dott. Luca Fortunato 

Tasse di Successione 2016

#SUCCESSIONE
Abolita nel 2001 e reintrodotta nel 2006, la tassa di successione è attualmente in vigore ed è in procinto di essere modificata dall’attuale Governo.
L’imposta di successione è la tassa che una persona che riceve un’eredità deve pagare allo stato italiano in sede di presentazione della dichiarazione di successione.
Sorge spontanea una domanda; quali beni dell’eredità ricevuta costituiscono base imponibile per l’applicazione della tassa?

Bisogna precisare che l’imposta colpisce il patrimonio ereditato considerato nella sua complessità. Si deve esaminare non solo l’attivo ma anche il passivo; la differenza risultante tra queste due poste sarà la base imponibile soggetta a tassazione.

I beni ereditati che costituiscono il patrimonio tassato sono i beni immobili, i beni mobili quali barche, gioielli, opere d’arte, conti correnti bancari e postali, denaro, investimenti, oltre ad aziende e partecipazioni di società di ogni genere.

Il Legislatore italiano, con la normativa vigente, ha voluto tuttavia predisporre alcune esenzioni alla regola generale: stiamo parlando delle cosiddette franchigie.
Premesso che l’Italia ha una delle tassazioni più favorevoli in tema di successioni nel panorama europeo, proviamo a fare un confronto con gli stati più similari al nostro dal punto di vista impositivo.
1. Successioni in Italia: l’imposta di successione è del 4% per il coniuge o i parenti in linea retta e del 6% per i fratelli, sino al’8% in alcuni casi particolari; ciò soltanto se il patrimonio ereditato supera il milione di euro nel caso di linea diretta, i 100.000,00 € negli altri casi.

2. Successioni in Germania: l’importo della tassazione varia a seconda del grado di parentela e del valore del patrimonio. Le aliquote variano tuttavia dal 7% al 50%.
Successioni in Francia: l’imposta si colloca tra un’aliquota dal 5% fino al 45% per gli eredi in linea retta, dal 35% al 55% per gli altri familiari, addirittura al 60% per i soggetti terzi.

3. Successioni nel Regno Unito: esenzione per i patrimoni inferiori ai 380.000,00 €, per i patrimoni superiori aliquota del 40%.

Successioni in altri paesi europei:
Belgio: si raggiungono aliquote fino al 60/80%.
Finlandia: si raggiungono aliquote sino al 30%.
Spagna: si raggiungono aliquote sino al 80%

Si può peciò facilmente intuire come, in un siffatto panorama europeo, non sarebbe un evento del tutto eccezionale un futuro aumento delle aliquote italiane di qualche punto percentuale.

In considerazione di quanto sopra esposto molti studi legali italiani e società di consulenza, tra le quali ovviamente anche il Nostro Studio, si stanno muovendo per approfondire alcune operazioni che potrebbero essere poste in attuazione per evitare di incorrere, in futuro, in un prelievo decisamente
maggiore da parte dello stato sul patrimonio del pater familias.

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dott. Andrea Filippo Mainini