La Corte di cassazione sul contratto ad uso abitativo stipulato verbalmente e non registrato.

La Corte di cassazione sul contratto a uso abitativo stipulato verbalmente e non registrato. Nullità locazione, via obbligata

    1. Vizio azionabile solo dal conduttore e non rilevabile d’ufficio

Il contratto di locazione ad uso abitativo stipulato in forma verbale e non registrato è affetto da nullità relativa che può essere fatta valere solo dal conduttore e non è rilevabile d’ufficio dal giudice.

Questo il principio espresso dalla Cassazione, Sez. 3 civ., Pres. Graziosi, Rel. Iannello, che con la sentenza n. 9475 del 9.4.2021 ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la pronuncia n. 2055/2017 della Corte di appello di Firenze che, nell’ambito di un contenzioso di intimazione di licenza per finita locazione di immobile ad uso abitativo, aveva dichiarato la nullità del contratto di locazione concluso per fatti concludenti nel 2012 e non registrato, disponendo il rilascio del bene.

I giudici di secondo grado avevano applicato l’art. 1, comma 346, della L. 311/2014 secondo cui “i contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di loro porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati” avendo ritenuto inapplicabile l’art. 13, c. 6, L. 432/1998 come sostituito dall’art. 1, c. 59, L. 208/2015.

La Cassazione, con un’interpretazione innovativa, si sofferma sulle modifiche alla L. 431/98 introdotte dalla Legge Finanziaria 2016, in particolare, sulla legge applicabile ai contratti conclusi prima del 2016, offrendo una diversa lettura dell’art. 13, comma 6, come sostituito dall’art. 1, comma 59, della L. 208/2015 che attribuisce al conduttore la facoltà di richiedere che la locazione venga ricondotta a condizioni conformi a quanto previsto dall’art. 2 c. 1 o c. 3.

Innanzitutto, per il Collegio la disposizione è applicabile a tutti i contratti stipulati post 30.12.1998, non già solo a quelli dall’1.1.2016, poiché la locuzione “entrata in vigore della presente legge” menzionata nel testo dell’art. 13, c. 6, va ricollegato non già alla L. 208/2015, che ha novellato l’art. 13, bensì alla L. 431/1998 nel cui ambito va contestualizzato. Secondo la Corte tale argomento letterale sarebbe confermato da uno logico per cui, in virtù del principio di irretroattività delle leggi di cui all’art. 11 delle preleggi, “una tale disposizione rimarrebbe priva di senso, in quanto inutile, se riferita alla legge di modifica (anziché a quella modificata)”.

In questa cornice e dalla soggezione della fattispecie all’art. 13, c. 6., L. 431/1998 la Cassazione fa poi discendere la nullità (solo) relativa del contratto: ciò in forza del carattere protettivo del vizio a favore della parte locataria considerata debole. In proposito, rammentano gli Ermellini, la modifica introdotta dall’art. 1, comma 599, L. 208/2015 è intervenuta a poco più di tre mesi dalla pronuncia n. 18214/2015 con la quale le SS.UU. avevano affermato che il contratto di locazione ad uso abitativo stipulato senza la forma scritta ex art. 1, comma 4, L. 431/1998 è affetto da nullità assoluta, rilevabile d’ufficio, attesa la ‘ratio’ pubblicistica di contrasto all’evasione fiscale. Fa eccezione l’ipotesi in cui la forma verbale sia stata imposta dal locatore, nel qual caso l’invalidità è una nullità di protezione del conduttore, da lui solo denunciabile, per consentirgli “non solo di fare salvi taluni effetti del rapporto locatizio prodottisi in passato, ma anche di fare in modo che il contratto stesso continui a produrre effetti in futuro, regolando, con le necessarie integrazioni, il rapporto fra le parti”.

Di talchè, in siffatta ipotesi, la nullità ha il carattere protettivo e relativo di cui sopra.

In sostanza, poiché l’art. 13, c. 6, L. 431/1998 è stato novellato nel 2015 nel senso di estendere la facoltà di riconduzione al caso in cui “il locatore non abbia provveduto alla prescritta registrazione del contratto nel termine di cui al comma 1 del presente articolo”, il carattere protettivo della nullità e la connessa legittimazione relativa a farla valere, sostiene il Collegio, riguarda l’ipotesi di mancata registrazione vertendosi, viceversa, nell’ambito di nullità rilevabile d’ufficio allorchè il contratto sia non scritto ma registrato

Avv. Paola Cavallero - Senior Partner

#Studiomaininiassociati

Pubblicato sulla rivista giuridica @Affarilegali

EREDITA’ ACCETTATA PER FATTI – Voltura o accertamento della proprietà sono evidenti segnali

L’accettazione tacita di eredità può essere desunta dal comportamento del chiamato che ponga in essere atti che non abbiano solo natura meramente fiscale, quale la denuncia di successione, ma che siano, al contempo, fiscali e civili, come la voltura catastale, che rileva non solo dal punto di vista tributario, per il pagamento dell’imposta, ma anche dal punto di vista civile, per l’accertamento, legale o semplicemente materiale, della proprietà immobiliare e dei relativi passaggi. Del resto, solo chi intende accettare l’eredità si assume l’onere di effettuare la voltura catastale e di attuare il passaggio della proprietà dal defunto a sé stesso.

E’ il principio ribadito dalla Cassazione, Sez. 6 civ, con l’ordinanza n. 11478 del 30.4.2021 che, sul solco del suo consolidato orientamento, torna a pronunciarsi sulla questione relativa alla configurabilità dell’accettazione tacita dell’eredità nell’ipotesi in cui il chiamato proceda ad effettuare la voltura catastale dei beni immobili ricompresi nella massa ereditaria.

Nel caso di specie, gli Ermellini hanno rigettato l’impugnazione promossa dalla moglie del de cuius avverso la sentenza con la quale la Corte d’appello di Milano aveva confermato la decisione resa nell’ambito del giudizio promosso dal creditore al fine di far accertare che la debitrice aveva accettato l’eredità del proprio coniuge, divenendone erede pura e semplice, dovendo procedere alla trascrizione dell’acquisto ai fini della continuità delle trascrizioni.

Più precisamente, il Collegio aveva ritenuto che la pronuncia con la quale il Tribunale aveva accertato una fattispecie di accettazione tacita oltre che di accettazione legale ex art. 485 cc, fosse pienamente conforme all’orientamento della giurisprudenza di legittimità: l’immobile oggetto dell’espropriazione era infatti pervenuto per successione del coniuge alla convenuta, per avere quest’ultima non solo presentato la dichiarazione di successione ma altresì curato la voltura catastale del bene.

Proposta impugnazione sull’unico motivo della pretesa violazione degli artt. 112 cpc e 476 cc per non avere il giudice di secondo grado proceduto all’indagine richiesta dall’art. 476 cc, la Cassazione non ritiene il convincimento cui è pervenuto il Collegio, desunto dal complessivo comportamento mantenuto dalla chiamata, nè illogico né tantomeno affetto da vizi giuridici.

E ciò sulla scorta del costante orientamento secondo cui “l’accettazione tacita dell’eredità può essere desunta dal comportamento complessivo del chiamato che ponga in essere non solo atti di natura meramente fiscale, come la denuncia di successione, inidonea di per sé a comprovare un’accettazione tacita dell’eredità (Cass. n. 178/1996; n. 5463/1988; n. 5688/1988), ma anche atti che siano al contempo fiscali e civili, come la voltura catastale. Infatti, in tal caso l’atto (voltura catastale) rileva non solo dal punto di vista tributario, per il pagamento dell’imposta, ma anche dal punto di vista civile per l’accertamento, legale o semplicemente materiale, della proprietà immobiliare e dei relativi passaggi (…)” (Cass. n. 7075/1999; n. 5226/2002; n. 10796/2009)”.

In questo senso, continuano gli Ermellini, la voltura catastale non integra incondizionatamente “gli estremi di un’accettazione tacita dell’eredità efficace ad ampio spettro soggettivo”, bensì si coordina con il consolidato principio che “l’accettazione tacita di eredità – pur potendo avvenire attraverso negotiorum gestio, cui segua la successiva ratifica del chiamato, o per mezzo del conferimento di una delega o dello svolgimento di attività procuratoria – può tuttavia desumersi soltanto da un comportamento del successibile e non di altri, sicché non ricorre ove solo l’altro chiamato all’eredità, in assenza di elementi dai quali desumere il conferimento di una delega o la successiva ratifica del suo operato, abbia fatto richiesta di voltura catastale di un immobile del de cuius (Cass. n. 8980/2017)”.

Avv. Paola Cavallero

Senior Partner - #Studiomainini&Associati
pubblicato il 28.06.2021
@milanofinanza
@italiaoggi7

Studio del Notariato su un’innovativa decisione delle sezioni unite della Corte di Cassazione Divisioni, immobile abusivo non passa in successione.

Divisioni, immobili abusivi non passano in succesione, ma i co-eredi possono regolarizzare la situazione per tempo

Il negozio divisorio avente ad oggetto una massa ereditaria può qualificarsi in termini di atto inter vivos avente natura “costitutivo-traslativa” con conseguente applicabilità delle previsioni di cui agli artt. 40, comma 2, l. 47/1985 e 46, comma 1, D.P.R. 380/2001: un immobile abusivo, seppure circoli per successione mortis causa, non potrà quindi far parte dei beni da dividere, pena la nullità del negozio per violazione di norme imperative e per impossibilità giuridica dell’oggetto, salvo che, prima di procedere alla divisione, i coeredi provvedano, ove possibile, a regolarizzare la situazione sotto il profilo amministrativo.

Questa l’innovativa posizione in ordine alla natura giuridica del contratto di divisione assunta dalle Sezioni unite della Cassazione con la  sentenza n. 25021/2019 del 7.10.2019  che effettua un revirement risolvendo, con un articolato iter argomentativo, una querelle dottrinale e giurisprudenziale: i) la divisione ereditaria è un atto inter vivos e non mortis causa, atteso che l’apertura della successione è soltanto un suo presupposto logico ma non ne va ad intaccare la natura giuridica; ii)  l’acquisto conseguito dal coerede all’esito della divisione è paragonato a quello di un atto come la compravendita, non avendo il negozio effetti meramente dichiarativi.

Con il recente studio n. 28-201/C, pubblicato il 5.5.2021, avente ad oggetto “Spunti di riflessione sulla natura della divisione ereditaria (anche alla luce della pronunzia delle Sezioni Unite n. 25021/2019)”, il Consiglio nazionale del notariato torna ad occuparsi della delicata materia affrontata dalle SS.UU..

Pur condividendo nella sostanza la ricostruzione della divisione operata in modo autorevole dalle SS.U., lo studio, con un approccio di revisione critica, esprime perplessità circa l’applicazione indiscriminata degli artt. 40, comma 2, l. 47/1985 e 46, comma 1, D.P.R. 380/2001 e rivolge un  invito a non utilizzare l’affermazione della “natura costitutiva” della divisione al fine di determinare l’applicazione ovvero la disapplicazione di regole la cui ratio prescinde dalla tipologia degli effetti conseguenti al perfezionamento dello stesso atto divisorio.

L’accoglimento di una particolare ricostruzione in ordine alla natura giuridica di una determinata fattispecie (la natura c.d. costitutiva della divisione ereditaria), infatti, non necessariamente deve comportare radicali cambiamenti nell’applicazione della disciplina complessivamente intesa di quella fattispecie, allorché la valutazione degli interessi in gioco, quali emergenti dall’esame del quadro normativo di riferimento, autorizzi l’interprete a mantenersi nel solco tracciato dalle interpretazioni e prassi corrente.

Nella pronunzia delle Sezioni Unite sembrerebbe mancare ogni riferimento alla funzione che la divisione ereditaria pare svolgere nell’articolato quadro del diritto successorio, risultando le argomentazioni ivi sviluppate ispirate ad una logica giuridica connotata per lo più in senso economicistico, senza tenere conto che nella circolazione e trasmissione dei diritti a causa di morte manca, per definizione, quella “finalità lucrativa” che può caratterizzare, invece, la circolazione e trasmissione di diritti per atto tra vivi.

Trattandosi di aspetti di rilevanza nello svolgimento della professione notarile, vengono enunciati taluni principi cui il notaio deve adeguarsi nell’esercizio della professione al fine di evitare di estendere indebitamente la portata dei principi emergenti dalla citata pronunzia anche al di là dei rapporti tra divisione ereditaria e disciplina urbanistica, senza aver preventivamente verificato se le conclusioni cui sono pervenute le SS.UU. sulla natura giuridica della divisione ereditaria, ove estese a differenti profili regolamentari del negozio divisorio, si rivelino parimenti suscettibili di incidere sull’esegesi delle diverse regole ad esso applicabili.

In simile prospettiva pare doversi escludere i) la necessità di allegazione all’atto di divisione (ereditaria e non) dell’attestato di prestazione energetica; ii) la rilevanza, quanto alla conformità catastale, dell’identificazione nella divisione di un atto di natura costitutiva piuttosto che dichiarativa; iii) con riguardo al profilo dei rapporti tra divisione e regime di comunione legale dei beni, l’opzione in favore dell’una o dell’altra qualificazione della natura giuridica della divisione ai fini dell’attrazione del bene acquistato per effetto della divisione alla categoria dei beni comuni ovvero a quella dei beni personali.

Il dibattito ancora aperto sulle impostazioni della dottrina e della giurisprudenza, sottolinea lo studio, dovrebbe indurre a valutare con minor rigore gli atti di divisione ereditaria precedentemente perfezionati, nei quali non siano state rese le dichiarazioni prescritte dagli artt. 40, comma 2, l. 47/1985 e 46, comma 1, D.P.R. 380/2001.

Secondo i più recenti orientamenti in materia di responsabilità del notaio l’applicazione dell’art. 28 l. not. alla condotta di quest’ultimo viene, comunque, fatta dipendere non da una mera violazione di legge, ma da un contrasto dell’atto da questi ricevuto o autenticato con la legge, purché frutto di un “consolidato orientamento interpretativo dottrinale”.

avv. Paola Cavallero 21.6.2021 su  @Italiaoggi7

SUL TAVOLO L’AMMISSIONE AL CONCORDATO – Fallimenti al primo presidente

Sull’ammissibilità dell’istanza di fallimento nei confronti di un’impresa già ammessa al concordato preventivo omologato, senza preventiva risoluzione, parola al primo presidente della Cassazione.

Con ordinanza interlocutoria n. 8919 del 31.03.2021 la prima sezione della Suprema corte ha rimesso al primo presidente gli atti con riferimento ad una questione di massima di particolare rilevanza concernente l’ammissibilità dell’istanza di fallimento ex artt. 6 e 7 l.f. nei confronti di impresa già ammessa al concordato preventivo omologato e non eseguito, a prescindere dalla risoluzione del medesimo.

La decisione si giustifica in ragione della speciale importanza attribuita alla quaestio iuris sulla quale provocare l’intervento delle sezioni unite al fine di individuare un precedente vincolante, che funga da guida interpretativa per la giurisprudenza di merito e di legittimità.

Premette il Collegio l’inesistenza di un contrasto nella giurisprudenza di legittimità sul punto, richiamando due precedenti pronunce della Sesta Sezione (ordinanze n. 17703/2017 e n. 29632/2017) favorevoli all’ammissibilità.

L’orientamento seguito poggia sul principio secondo il quale, in ipotesi di impresa ammessa al concordato preventivo poi omologato e in costanza di inadempimento dei debiti concorsuali, il creditore insoddisfatto può avanzare istanza di fallimento, a prescinderne dall’intervenuta risoluzione del concordato, per far valere il proprio credito purché nella misura ristrutturata e non originaria, ritenendo superato l’automatismo tra risoluzione del concordato e dichiarazione di fallimento a seguito della riforma dell’art. 186 l.f. operata dal D.lgs. N. 169 del 2007.

Nelle menzionate pronunce, la specialità di cui all’art. 186 l.f. non si considera soppressiva del potere ex artt. 6 e 7 l.f. – espressione di un principio generale – di provocare la dichiarazione di fallimento dell’impresa insolvente, sul presupposto che, omologato il concordato e scaduto il termine per la risoluzione, il debitore continua ad essere obbligato all’adempimento.

Autorevole dottrina avanza censure alla dichiarabilità del fallimento omisso medio, assumendo una posizione in netto contrasto con l’orientamento di legittimità.

Evidenzia, infatti, la mancanza di una norma che facoltizzi i legittimati ex artt. 6 e 7 l.f. a chiedere, come raccordo, una conversione del concordato inadempiuto e irrisolto in fallimento, diversamente da quanto previsto dal legislatore in altre ipotesi dalla stessa l.f..

Secondo tale impostazione dottrinale, inoltre, la specialità di cui all’art. 186 l.f. osterebbe all’indiscriminata applicazione dell’art. 6 l.f. a qualsivoglia situazione di insolvenza.

Le istanze della dottrina hanno trovato accoglimento, nonostante la coerenza mantenuta dagli Ermellini in materia, sollevando un quesito di carattere generale che sottende ulteriori ricadute applicative e sistematiche non ignorate dal collegio e, anzi, rimesse al primo presidente, con l’auspicio che sulla questione si pronuncino le sezioni unite al fine di chiarire il dubbio dirimente.

Avv. Paola Cavallero - Studio Mainini&Associati

Dott.ssa Clara Cimino

#fallimento #concordato #procedure #creditore

Sulla giustizia si gioca una partita decisiva

Il sistema giudiziario italiano versa in una grave crisi di efficienza e di funzionalità. Le parole chiave sono semplificare, sburocratizzare, digitalizzare. 

Paola Cavallero: gli interventi della riforma della giustizia

Gli interventi in cui si snoda la riforma del settore giustizia civile: processi più brevi, procedure alternative, tagli ai tempi ed alle formalità.

Giustizia ritardata è giustizia negata”, esordisce il capitolo del PNRR dedicato al tema, per focalizzarsi subito sul “fattore tempo”: per ottenere questa rapidità, “la riforma della giustizia interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari”.

“La riforma della giustizia ha l’obiettivo di affrontare i nodi strutturali del processo civile e penale”, scrive Draghi “e rivedere l’organizzazione degli uffici giudiziari. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale, in primo grado e in appello, e si implementa definitivamente il processo telematico”, mentre per alleggerire il peso degli arretrati giudiziari e per la completa digitalizzazione degli archivi sono previste assunzioni mirate e temporanee. Si snoda in alcuni ambiti di intervento prioritari: interventi sull’organizzazione: ufficio del processo; riforma del processo civile e Alternative Dispute Resolution (Adr); riforma della giustizia tributaria; riforma del processo penale; riforma dell’Ordinamento giudiziario, nell’intento dichiarato di riportare il processo italiano a un modello di efficienza e competitività.

Occorre potenziare le risorse umane e le dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario per consentire la trasparenza e la prevedibilità della durata dei procedimenti civili e penali. Rendere efficiente l’amministrazione della giustizia consente di assicurare “rimedi giurisdizionali effettivi” per la tutela dei diritti, specie dei soggetti più deboli.

Nel campo della giustizia civile si prevede la semplificazione del processo, in primo grado e in appello, attraverso la limitazione di udienze superflue e decisioni collegiali, l’implementazione del processo telematico e l’incentivazione delle procedure di mediazione. Tra gli elementi di novità il cd. Ufficio del processo, composto da personale qualificato che non solo coadiuverà il magistrato nello studio e nella preparazione della causa ma svolgerà altresì attività di ricerca, studio e redazione di bozze e provvedimenti, al fine di meglio ripartire la mole di lavoro tra più persone e ridurre così gli arretrati.

Il Piano, inoltre, predispone interventi volti a ridurre il contenzioso tributario e i tempi della sua definizione; in materia penale, il Governo intende riformare la fase delle indagini e dell’udienza preliminare; ampliare il ricorso a riti alternativi; rendere più selettivo l’esercizio dell’azione penale e l’accesso al dibattimento; definire termini di durata dei processi, con tempi più certi e stringenti per lo svolgimento delle indagini preliminari, una maggior scorrevolezza nel dibattimento e l’ampliamento delle possibilità di ricorso a riti alternativi.

Quanto all’Ordinamento Giudiziario, l’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza e la gestione complessiva delle risorse umane responsabilizzando maggiormente i dirigenti, che dovranno monitorare l’andamento dei ritardi processuali e delle pendenze innanzi ai singoli magistrati, intervenendo opportunamente al fine di limitarne il più possibile gli effetti pregiudizievoli.
Questo complesso di interventi garantirà, secondo le previsioni di Draghi, entro il 2024, di ridurre del 40% i tempi del processo civile e del 25% i tempi del processo penale: in altre parole, basterebbero 5 anni per una sentenza civile definitiva e circa tre anni per una sentenza penale definitiva.

Il “fattore tempo” al centro della riforma della giustizia

L’attuale sistema del processo deve essere migliorato riportando al centro degli interessi generali l’effettività della tutela giurisdizionale: in questo senso il PNRR può essere risolutivo.

Al centro il “fattore tempo”:

  • dimezzare la durata dei procedimenti civili così da consentire di accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere del 10%;
  • ridurre da 9 a 5 anni i tempi di definizione delle procedure fallimentari per consentire di generare un incremento di produttività dell’economia dell’1,6%, perché l’efficienza del settore giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato.

Insomma, conclude la nota del Ministro Cartabia, richiamando i contenuti del Piano “Le prospettive di rilancio del nostro Paese sono fortemente condizionate dall’approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della Giustizia”.

Questo è l’auspicio del governo ma anche quello che ci chiede l’Unione Europea.

Ed è a partire da quest’assunto, prosegue il Ministro, che si sviluppano gli interventi indicati nel PNRR per “riportare il processo italiano a un modello di efficienza e di competitività”. E lo fa partendo proprio dall’impatto sul PIL di un corretto funzionamento del processo: “Il sistema giudiziario sostiene il funzionamento dell’intera economia. L’efficienza del settore Giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato”.

Che una riforma sia necessaria per far funzionare meglio la Giustizia è evidente a tutti, addetti ai lavori e non: si deve però trovare una convergenza ed è fondamentale, dal punto di vista tecnico, riuscire a fare una riforma realmente efficace, strutturale e complessiva per evitare di rincorrere un “efficientismo” sprovvisto di misure in grado di garantire gli equilibri del giusto processo, con ricadute inaccettabili in termini di compressione dei diritti dei cittadini.

E servono significativi investimenti: senza un considerevole e convinto impegno economico, ogni riforma, seppur sulla carta pregevole, potrebbe risultare inadeguata e inefficace. Le riforme che incidono sul processo, civile o penale, o sugli assetti ordinamentali o, ancora, sulla crisi d’impresa, dovranno, quindi, essere accompagnate da interventi complessi e articolati che prevedano riforme imprescindibili sulle risorse umane e materiali da destinare al servizio giustizia.

Qual è l’obiettivo della riforma della giustizia?

La riforma della giustizia viene definita come una delle riforme di contesto del PNRR e, come tale, una “riforma orizzontale” che viene trattata congiuntamente a quella della pubblica amministrazione.

Come sottolineato dal Presidente Draghi, le raccomandazioni UE (Country Specific Recommendations del 2019 e anche del 2020) in tema di giustizia si concentrano, in particolare, sulla riduzione della durata dei processi civili in tutti i gradi. Tra gli interventi previsti dal PNRR quello di rivedere i nodi strutturali del processo civile e penale, ottimizzare gli uffici, rinforzando le risorse umane e potenziando le infrastrutture digitali. Le raccomandazioni, in particolare, hanno ad oggetto richieste di intervento sui seguenti aspetti del nostro sistema giudiziario: i) riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio; ii) riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione; iii) necessità di semplificazione delle procedure; iv) eliminazione della disomogeneità territoriali nella gestione dei processi; v) repressione della corruzione; iv) attuazione tempestiva dei decreti di riforma in materia di insolvenza; vii) promozione di soluzioni sostenibili per i debitori solvibili colpiti dalla crisi.

Ed ecco che il PNRR interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari, prevedendo assunzioni mirate e temporanee per eliminare il carico di casi pendenti e rafforza l’Ufficio del Processo ed interventi di revisione del quadro normativo e procedurale. Sono previste riforme di revisione del quadro normativo e procedurale, ad esempio un aumento del ricorso a procedure di mediazione e interventi di semplificazione sui diversi gradi del processo, volte ad accelerare lo svolgimento dei processi, e lo stanziamento di 2,3 miliardi, per la digitalizzazione dei procedimenti giudiziari e la gestione del carico pregresso di cause civili e penali, e di 0,41 miliardi per l’efficientamento degli edifici giudiziari.

Per consentire un rapido ed immediato miglioramento della performance degli uffici giudiziari è prevista l’assunzione di nuovo personale per un totale di 21.910 unità e l’innovazione, sul piano organizzativo, con l’Ufficio del processo (introdotto nel sistema con d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114, ma solo in via sperimentale) per affiancare al giudice un team di personale qualificato di supporto ed agevolarlo nelle attività preparatorie del giudizio e in tutto ciò che può velocizzare la redazione di provvedimenti.

Come garantire una giustizia più effettiva, efficiente oltre che giusta?

Il PNRR, coniugando gli interventi normativi con investimenti adeguati a sostenerli nel tempo, nella direzione di maggiore semplificazione e, dunque, efficienza del processo civile – anche grazie agli interventi predisposti dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia – si pone l’obiettivo, da un lato, di rimediare ai ritardi processuali e, dall’altro lato, di snellire l’arretrato presente nelle aule di Tribunale.

Con specifico riguardo al processo civile, particolare attenzione meritano i profili organizzativi e strutturali a cui sono destinate le risorse economiche previste dal Piano ed il potenziamento di una delle “tre dorsali” previste dal Piano, gli ADR, che fa leva sulla spinta deflattiva del contenzioso civile derivante dal rafforzamento dei c.d. Alternative Dispute Resolution:

  • conferire più potere agli arbitri (rafforzamento delle garanzie di imparzialità dell’arbitro attuato attraverso la previsione di uno specifico dovere di disclosure, nonché e potere di emanare provvedimenti di natura cautelare);
  • maggiore attenzione alla mediazione con l’introduzione di incentivi economici e fiscali, nonché misure di favore per le parti sulle spese giudiziali, estenderne la portata in ulteriori settori non precedentemente ricompresi nell’ambito di operatività, sviluppare la mediazione demandata dal giudice;
  • negoziazione assistita (estensione anche alle crisi della famiglia non matrimoniale per eliminare disparità di trattamento dei figli nati fuori dal matrimonio);
  • puntare, dunque, sugli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie(Alternative Dispute Resolution) per deflazionare il carico degli uffici giudiziari, tema non nuovo ma che sinora non si è dimostrato (purtroppo) risolutivo;
  • introdurre un unico rito per le separazioni e i divorzi nonché per l’affidamento e il mantenimento dei figli nati al di fuori del matrimonio
  • rendere effettivi i principi di sinteticità degli atti e di leale collaborazione tra il giudice e le parti (e i loro difensori), introducendo strumenti premiali e sanzionando i casi di inosservanza; rendere più celere l’istruttoria processuale;
  • implementare definitivamente il processo telematico, attraverso la maggiore digitalizzazione del contenzioso di primo grado e dei gradi successivi, nonché con il consolidamento delle udienze da remoto e della cd. trattazione scrittura.
  • semplificare il processo di legittimità con la previsione di ricorsi più sintetici e pronunce in camera di consiglio, e la possibilità per il giudice di merito di rivolgersi direttamente alla Corte di Cassazione per la risoluzione di una questione nuova di diritto e di particolare importanza, difficile da interpretare e suscettibile di porsi in numerose controversie;
  • prevedere agevolazioni in tema di esecuzione forzata abrogate le disposizioni relative alla formula esecutiva e alla spedizione in forma esecutiva per snellire l’avvio dell’esecuzione.

Paola Cavallero

Senior Associate Lawyer at Mainini & Associati

https://www.economia.news/article/15096/paola-sulla-giustizia-gioca-partita-decisiva

Avv. Paola Cavallero

#StudioMainini&Associati

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#sistemagiudiziarioitaliano #crisiefficienza

 

La Cassazione censura l’operato di alcune banche in caso di firma disgiunta Il decesso non blocca il conto

Nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il *contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare.

La Cassazione censura l’operato di alcune banche in caso di firma disgiunta

Prelievo ok nonostante la morte del cointestatario

Nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare.

Questo il principio espresso dalla Corte di cassazione, sez. II civile, con l’ordinanza n. 7862 del 19 marzo 2021 in tema di configurabilità o meno della responsabilità in capo all’istituto bancario nel caso in cui all’indomani del decesso di uno dei cointestatari a firma disgiunta di un conto corrente, l’altro provveda a ritirare tutte le somme sul medesimo giacenti, senza opposizioni da parte della banca.

La pronuncia di legittimità interviene nell’ambito di un contenzioso promosso avanti il Tribunale di Roma dalle figlie della defunta con l’azione di reintegra delle quota di legittima, vantata nella successione della madre, nei confronti degli eredi dell’erede testamentario (il convivente) e della banca, presso la quale quest’ultimo aveva acceso in conto corrente cointestato con il de cuius.

Lamentavano che l’istituto, pur essendo a conoscenza del decesso della correntista, avesse consentito al cointestatario senza alcuna opposizione, in spregio agli obblighi contrattuali derivanti dal contratto di deposito bancario, di prelevare tutte le somme giacenti sul conto, con conseguente grave pregiudizio del diritto alla loro quota successoria.

Rigettata la domanda in primo grado, le figlie interponevano appello che, con sentenza n. 4503 del 14 luglio 2016, veniva respinto dalla Corte d’appello di Roma in accoglimento dell’eccezione di prescrizione della domanda verso l’istituto: nelle more, infatti, le attrici avevano transatto la controversia con gli aventi causa del convivente della madre e “tale circostanza rompeva in modo definitivo ogni possibile collegamento di responsabilità tra la banca e la parte erede, nei confronti solamente del quale le appellanti avrebbero potuto far valere la tutela dei loro diritti ereditari”.

Con l’ordinanza n. 7862/2021 la Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendo i motivi inammissibili.

In particolare, pur avendo la sentenza d’appello fondato la propria decisione sul rilievo della prescrizione, precisa il Collegio, “la domanda proposta risulterebbe in ogni caso infondata nel merito, essendo uno specifico obbligo della banca, scaturente dalla disciplina del contratto bancario, quello di permettere al singolo cointestatario, anche dopo la morte dell’altro titolare del rapporto, di poter pienamente disporre delle somme depositate, ferma restando la necessità di dover verificare la correttezza di tale attività nell’ambito dei rapporti interni tra colui che abbia prelevato e gli eredi del cointestatario deceduto (rapporti che, come correttamente ricordato dalla Corte d’Appello, sono stati oggetto di definizione in via transattiva)”.

 La Cassazione ha quindi precisato come, nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone con facoltà per le medesime di compiere operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizzi una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari che non determina l’estinzione del rapporto.

Per effetto del principio di solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione ciascuno dei cointestatari ha diritto di pretendere la prestazione per l’intero, cioè a dire, il contitolare superstite può chiedere l’adempimento dell’intero saldo e l’istituto è legittimato a liquidarlo al cointestatario superstite.

In tale ipotesi, il blocco del conto corrente sarebbe illegittimo: la banca non solo non potrà opporsi ma non potrà essere chiamata a rispondere delle somme prelevate dal cointestatario, anche se si tratta dell’intera giacenza presente.

Contributo pubblicato su Italia Oggi

Avvocato Paola Cavallero

Senior partner  - Studio Mainini & Associati

La Cassazione ribadisce i principi di diritto  per il riconoscimento della proprietà.

Usucapione, iter impegnativo

Possesso delle chiavi e spese non bastano al coerede

La disponibilità delle chiavi dell’immobile da parte del coerede, che già abitava l’immobile con il genitore e che, dopo il suo decesso, abbia continuato ad essere il solo ad averne la disponibilità, non può essere ritenuta elemento di per sé sufficiente ad attestarne il possesso esclusivo necessario per l’acquisto della proprietà esclusiva del bene per usucapione ventennale.

Questo il principio espresso dalla Corte Suprema di Cassazione, Sez. 2 Civ., con l’ordinanza n. 9359 dell’8 aprile 2021 che ha accolto il ricorso  del coerede che chiedeva di accertare in suo favore l’intervenuto acquisto per usucapione dell’intera proprietà di un immobile, in compossesso con i resistenti pro indiviso e iure hereditario.

La domanda era stata accolta dalla Corte di Appello di Roma che, ai fini probatori, aveva valorizzato la disponibilità delle chiavi di accesso al bene unicamente in capo all’attore.

Gli Ermellini hanno considerato tale circostanza riferibile a fatti secondari che, ove non contestati, sono idonei a fondare argomenti di prova (art. 116 co. 2 c.p.c.) liberamente utilizzabili quali argomenti di prova (Cass. 19709/2012, Cass. 5191/2008), ma senza effetti vincolanti per il giudice.

Secondo la Corte se è vero che il coerede che già possiede l’immobile animo proprio e a titolo di comproprietà, che sia rimasto nel possesso del bene ereditario post decesso, può usucapire la quota degli altri eredi, prima della divisione, senza necessità di interversione del titolo del possesso, è altrettanto necessario estendere tale possesso in termini di esclusività. Il che avviene quando il compossessore gode del bene con modalità incompatibili con la possibilità di godimento altrui (da ultimo Cass. 9360/2021) e tali da evidenziare un’inequivoca volontà di possedere come proprietario e non più uti condominus (Cass. 10734/2018, Cass. 7221/2009, Cass. 13921/2002) “non essendo sufficiente l’astensione degli altri partecipanti dall’uso della cosa comune” (Cass. 966/2019).

In tale prospettiva, afferma il Collegio la sostituzione della serratura potrebbe assumere diverso valore solo ove fosse fornita prova che l’azione è stata voluta e manifestata al fine d’escludere il compossesso degli altri coeredi – che siano in possesso però della chiave –  e non piuttosto per l’ordinaria manutenzione del bene.

Né l’accollo da parte del coerede delle spese relative all’immobile è dirimente ai fini della prova dell’esclusività del suo possesso. A ribadirlo la recente ordinanza n. 9360 dell’8 aprile 2021 che si inserisce nel solco dell’orientamento della Corte che considera gli atti di gestione del bene comune non sufficienti per ritenere dimostrato un possesso inconciliabile con la possibilità di godimento del bene degli altri comproprietari iure hereditario (Cass. 13921/2002).

Quanto, infine, al riferimento operato dalla Corte d’Appello capitolina alla tolleranza da parte degli altri compossessori, il Collegio non l’ha ritenuto conferente al caso di specie in cui il coerede era già compossessore del bene. All’usucapiente è richiesta la prova ulteriore dell’esercizio esclusivo del dominio sulla res comune, a dimostrazione dell’attiva ed effettiva esclusione dei comproprietari dal godimento dell’immobile. La lunga durata dell’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o altro diritto reale sul bene può integrare un elemento presuntivo nel senso dell’esclusione della tolleranza qualora non si verta nell’ambito di rapporti di parentela, bensì di mera amicizia o buon vicinato, “giacchè nei secondi, di per sé labili e mutevoli, è più difficile, a differenza dei primi, il mantenimento della tolleranza per un lungo arco di tempo” (anche, Cass. 11277/2015).

Avv. Paola Cavallero e 

Dott.ssa Clara Cimino

#studiomainini

Estratto da Economia news

AUTOCERTIFICAZIONE COVID: DICHIARARE IL FALSO NON COSTITUISCE REATO.

La magistratura assolve dalle imputazioni per falso ideologico i cittadini che dichiarano il falso nell’autocertificazione. Cede l’efficacia deterrente della disciplina emergenziale di contenimento a favore della riaffermazione dei principi costituzionali.

La situazione emergenziale causata dalla pandemia da Covid-19 ha costretto l’Esecutivo a porre in essere severe limitazioni alla libertà di movimento dei cittadini, restrizioni la cui osservanza è rimessa al senso di responsabilità individuale attraverso lo strumento dell’autodichiarazione. Fermo restando le sanzioni di natura amministrativa relative alla violazione dei predetti limiti, nonché l’obbligo di veridicità circa l’identità e le qualità personali indicate nell’autodichiarazione, le recenti pronunce dei tribunali hanno escluso che dichiarare il falso in ordine alle ragioni dello spostamento integri reato di falsità ideologica (art. 483 c.p.). Varie sono state le pronunce in merito. Da ultimo, il Tribunale di Milano (sez. Gip, 16.03.2021) ha assolto con formula piena un privato cittadino che riferiva fatti non corrispondenti al vero motivando che «non sussistono nemmeno astrattamente […] i presupposti costitutivi della fattispecie delittuosa di cui all’art. 483 c.p.». Lo stesso tribunale, in precedenza (16.11.2020), aveva escluso la riconducibilità alla fattispecie in esame delle dichiarazioni vertenti su mere intenzioni e non già su fatti occorsi, dichiarando «estranee all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. le dichiarazioni che non riguardino “fatti” di cui può essere attestata la verità hic et nunc ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi». Infatti, l’art. 483 c.p. trova applicazione nei soli casi in cui i fatti attestati dal privato siano trasfusi in un atto pubblico destinato a provarne la verità e, quindi, quando «una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto-documento nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale». Quanto alle cd. autocertificazioni Covid, il cui fondamento normativo si rinviene agli artt. 46 e 47 del D.P.R. 445/2000, la decisione in esame nega che tali disposizioni prevedevano un generale obbligo di veridicità e, con riferimento alla destinazione alla prova delle dichiarazioni, evidenzia la difficoltà di «stabilire quale sia l’atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire». In realtà, l’interpretazione non appare aderente al dato testuale del D.P.R. 445/2000. Qui il legislatore impiega il termine “comprovare”, che suggerisce l’assegnazione di efficacia probatoria alle dichiarazioni sostitutive e prescrive inoltre il divieto di elaborare dichiarazioni mendaci e false. Ciò detto, la sentenza milanese evidenzia il grosso equivoco nel quale si incorrerebbe nel sanzionare falsità rese in occasione del controllo, poiché tale esito determinerebbe la violazione del principio nemo tenetur se detegere e del diritto di difesa previsto in Costituzione. Infatti, come osserva la pronuncia, al privato che avesse infranto i limiti prescritti spostandosi in assenza di legittima ragione giustificativa si sarebbe posta l’alternativa fra asserire il falso per fuggire all’incriminazione ex art. 650 c.p., rispondendo tuttavia ai sensi dell’art. 483 c.p., o auto-denunciarsi riferendo il vero «nella consapevolezza di poter essere sottoposto a indagini per il reato di cui all’art. 650 c.p.». Ancor più ardita la posizione assunta dal Tribunale di Reggio Emilia (sent. 27.01.2021 n. 54) che, pronunciandosi su un caso analogo, definisce il D.P.C.M. dell’8.03.2020 (nonché di quelli successivi), contenente un generale e assoluto divieto di spostamento al di fuori della propria abitazione, illegittimo. Il D.P.C.M. configurava, infatti, un obbligo di permanenza domiciliare ma l’obbligo di permanenza domiciliare consiste in una «sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal Giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio (ovvero in via cautelare […] nella ricorrenza di rigidi presupposti di legge, all’esito di un procedimento disciplinato normativamente), in ogni caso nel rispetto del diritto di difesa». Si capisce come tale limitazione della libertà persona non possa trovare giustificazione in un D.P.C.M. ma nei soli casi e modi prescritti dall’art. 13 della Costituzione. Al di là dei percorsi argomentativi fra loro disomogenei e talvolta censurabili, appaiono condivisibili le soluzioni adottate sul punto dalla magistratura – convergenti verso pronunce assolutorie -, poiché restituiscono ordine (e misura) alla caotica e spesso contraddittoria disciplina di contenimento dell’emergenza sanitaria, ribadendo la supremazia dei principi costituzionali: il divieto di autoincriminazione e l’inviolabilità della libertà personale.

Dottoressa Clara Cimino

Avvocato Andrea Filippo Mainini

Processo civile: TPF e AI, una moda passeggera o il futuro?

https://www.filodiritto.com/processo-civile-tpf-e-ai-una-moda-passeggera-o-il-futuro

Abstract

Dagli antichi romani alle ultime novità in tema di Intelligenza Artificiale, il processo civile ha ormai tanti anni di vita. Durante tutta la sua storia è stato bistrattato e criticato ma rimane l’unico baluardo di libertà e civiltà. Le spinte evolutive arrivano da ogni dove. Il Legislatore è intervenuto negli anni sulla scorta delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di condanna all’Italia sulla durata dei contenziosi ma è il mondo stesso a far pressioni al sistema giuridico affinché qualcosa cambi.

Indice:

  1. Introduzione
  2. TPF
  3. AI
  4. Conclusioni
  5. Introduzione

Il processo civile è stato oggetto, negli anni, di molti interventi ad opera del Legislatore volti, da un lato, a velocizzare e snellire la procedura e, dall’altra, finalizzati a ridurre l’utilizzo stesso del procedimento civile vero e proprio a favore delle cosiddette ADR – alternative dispute resolution – quali la mediazione, la negoziazione assistita, la conciliazione o gli arbitrati. Gli operatori del diritto sono tuttavia consci del fatto che il Legislatore molte volte introduca una norma sulla scorta di prassi, più o meno condivise, che si fanno largo nel substrato dei Tribunali italiani.

Portando all’estremo questo concetto e mutuando alcuni fenomeni che già sono presenti nel panorama giuridico dei paesi di common law e in alcuni paesi di civil law europei, è utile evidenziare due novità che potrebbero rivestire un ruolo rilevante all’interno dell’impianto procedurale italiano. Stiamo parlando dei TPF, ossia i Third party funding e di AI, ovvero Artificial Intelligence. Come ogni novità, questi strumenti sono sconosciuti ai più e sono invece sulla bocca di molti, più o meno esperti, che ritengono che possano essere la soluzione di ogni male. Ora, ognuno può trarre le proprie conclusioni in merito ma un giudizio di qualsivoglia sorta deve seguire una conoscenza degli argomenti in oggetto.

  1. TPF

Attore, convenuto, organo giudicante. Questi sono i soggetti necessari affinché, tranne alcune eccezioni, si possa incardinare un giudizio. Parte attrice può rivestire forme giuridiche diverse o essere parte plurisoggettiva. Può capitare, a volte, che parte attrice abbia diritto per intentare un’azione giudiziaria ma sia restia a farlo per alcune motivazioni che esulano dall’aspetto prettamente giuridico della domanda giudiziaria. I motivi sono vari. L’attore non dispone delle risorse economiche necessarie per iniziare e proseguire un lungo contenzioso. L’attore, pur avendo la disponibilità economia per pagare la parcella dell’avvocato, non ha invece la disponibilità per assumere i consulenti tecnici che sarebbe necessario nominare nel corso di una causa con elementi decisionali di elevata tecnicalità (pensiamo al campo della responsabilità medica o finanziaria). Può, ancora, essere la natura stessa del soggetto a rappresentare un ostacolo per l’inizio di un giudizio: pensiamo ad un curatore fallimentare che vorrebbe intentare azioni legali di responsabilità contro ex organi della società ovvero azioni revocatorie potenzialmente di importo elevato ma l’alea del giudizio, la durata dello stesso ovvero la mancanza di liquidità per far fronte alle spese fanno propendere il giudice delegato per chiudere la procedura più velocemente possibile e liquidare il poco attivo ai creditori privilegiati. Oppure, l’ufficio legale di una società, anche multinazionale, ha raggiunto il tetto massimo di spesa e non ha budget per nuovi giudizi.

Ecco che, proprio in queste occasioni, nei paesi anglosassoni ma ormai anche in molti paesi europei come ad esempio la Spagna, intervengono i TPF. Si tratta di soggetti presenti sul mercato che “finanziano” il contenzioso. Sorge però necessaria una precisazione: il termine “finanziare” viene utilizzato in questo contesto in senso atecnico. Il “finanziamento” del TPF non deve essere restituito, i TPF saranno soddisfatti da una quota parte dell’importo liquidato dal giudice a favore dell’attore. A fronte di un finanziamento erogato a parte attrice per dare avvio, per esempio, ad un’azione di responsabilità medica, il fondo “guadagna” un importo che varia tra il 30% e il 40% della condanna giudiziale – nell’esempio appena delineato, il risarcimento sarebbe corrisposto dalla compagnia assicurativa del medico condannato. L’utilità del fondo sarebbe quindi rappresentata dalla differenza tra quanto corrisposto per le spese legali e la percentuale decisa con la parte finanziata in caso di soccombenza del convenuto.

Senza scomodare i TPF americani più capienti, possiamo correttamente affermare che in Italia un TPF è interessato a finanziare contenziosi che possano avere un rapporto tra spese di giudizio e risarcimento finale di 1:3 o 1:6; il risarcimento deve essere maggiore delle spese di almeno tre, massimo sei volte. Nel caso in cui a soccombere dovesse essere l’attore? Il fondo si assume il rischio della soccombenza nella sua totalità, facendosi carico di ogni spesa. Molte volte, infatti, il fondo può farsi coprire il rischio soccombenza da un’assicurazione.

Il fondo si assume il rischio del finanziamento ma un “investimento” oculato può garantire un profitto anche sei volte la somma investita. Parte attrice si trova nella condizione di poter far valere un proprio diritto che, in caso contrario, non avrebbe potuto far valere.

Ricordiamo inoltre che le decisioni rimangono in capo alla parte: quali professionisti nominare, se transare o rinunciare all’azione, se appellare.

Il fondo interviene nel finanziamento di contenziosi da incardinarsi avanti alle corti italiane di ogni grado e specialità nonché nei procedimenti arbitrali nazionali ed esteri. A tal proposito, la Camera arbitrale di Milano ha deciso di predisporre un documento guida per regolare la prassi nel caso in cui dovesse intervenire un terzo finanziatore nell’arbitrato.

  1. AI

La conclusione del paragrafo precedente è uno spunto per affrontare il tema dell’intelligenza artificiale nel processo civile e nell’arbitrato. Una domanda che spesso si pongono gli operatori del diritto è: l’intelligenza artificiale potrà mai essere protagonista in una decisione giuridica?

In linea puramente teorica un sistema imperniato su norme giuridiche precise sulla cui base un organo giudicante emette una decisione dovrebbe essere l’ambiente ideale per l’utilizzo della tecnologia. Sappiamo invece che l’affermazione precedente è molto lontana dalla realtà. Le norme, purtroppo, non sono affatto precise né tantomeno chiare. Sorgono innumerevoli interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali che il giudice deve tenere in considerazione. A ciò si aggiunga la competenza dell’avvocato nel riuscire ad argomentare la propria tesi in modo vincente, “non sempre chi ha ragione vince”.

Nonostante queste premesse, il progresso tecnologico è riuscito a farsi strada anche nel diritto dei Tribunali, soprattutto con riferimento agli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, compreso l’arbitrato.

L’arbitrato e le nuove tecnologie condividono una relazione reciprocamente vantaggiosa: da una parte le nuove tecnologie possono apportare diversi miglioramenti al procedimento arbitrale come una maggiore efficienza e una riduzione dei costi. In che modo quindi l’AI può trovare sede nell’arbitrato? Si può pensare a due distinte modalità:

1) procedure arbitrali completamente online e

2) procedimenti arbitrali tradizionali che fanno ricorso e utilizzo di strumenti informatici/telematici per il loro svolgimento.

Esempio concreto del secondo caso è rappresentato dalla camera arbitrale del Piemonte o di Milano (in vigore dal 1 luglio 2020) e dalla procedura di arbitrato rapido. Infinite sono invece le modalità con cui l’uomo può predisporre un’intelligenza artificiale a decidere in un arbitrato completamente online.

Possiamo prevedere tre differenti gradi di interazione con riferimento, per esempio, alla figura dell’arbitro:

1) l’IA può sostituire gli arbitri umani che compongono il collegio arbitrale;

2) l’IA può lavorare in combinazione con gli arbitri umani;

3) gli arbitri umani possono consultarsi con l’IA.

Se pensiamo invece all’AI unitamente alla blockchain, un interessante esempio è rappresentato da Jur, l’ecosistema decentralizzato di risoluzioni di dispute online lanciato a fine 2019. Si tratta di una tradizionale procedura arbitrale sulla blockchain progettata per controversie complesse e di medio/alto valore, nella quale gli Admins – Istituzioni arbitrali o studi legali – possono creare i c.d. “Arbitration Hubs”, equivalenti alle camere arbitrali.

Diversi studi in ambito giudiziario hanno dimostrato come l’intelligenza artificiale possa essere applicata per prevedere ex ante il contenuto di una decisione, esempi significativi sono rappresentati dall’algoritmo elaborato nel 2016 ad opera dell’University College of London che aveva ad oggetto le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ovvero l’algoritmo elaborato nel 2017 ad opera di alcuni ricercatori inerente alle decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America di ben due secoli – dal 1861 al 2015. L’obiettivo dello studio era quello di prevedere l’accoglimento o il rigetto dell’appello della Corte nonché il voto del singolo giudice. I risultati furono assolutamente soddisfacenti.

4. Conclusioni

Nonostante il ricorso ai TPF e all’AI faccia sorgere questioni molto delicate sotto il profilo giuridico ed etico, si tratta di strumenti che rispondono alle esigenze delle Parti che necessitano di fondi, di certezza e di velocità del processo.

Al momento è difficile prevedere lo sviluppo di queste nuove realtà all’interno di un impianto normativo antico e poco propenso all’innovazione. Ad ognuno la propria valutazione. Tuttavia, le esigenze del mercato e gli sviluppi tecnologici non posso essere ignorati a lungo ed anzi, se il Legislatore interviene con una regolamentazione organica e chiara è in grado prevenire derive patologiche dell’utilizzo di questi strumenti. È inoltre dovere di tutti gli operatori del diritto essere sempre consci di come si sta muovendo il mondo attorno a loro. Dopo tutto, “Il vero pericolo non è che inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come i computer.” (cit. Sidney J. Harris)

Avv. Andrea Filippo Mainini

Junior Partner - Studio Mainini&Associati