AGENTE DI COMMERCIO IN FORMA DI SAS: SUL PIGNORAMENTO DEL COMPENSO SI APPLICA LA REGOLA “DEL QUINTO”?

Il pignoramento ad opera di Equitalia nei confronti di un soggetto debitore agente di commercio che esercita la sua attività sotto forma di società in accomandita semplice è esente dall’applicazione del limite del quinto?

Il pignoramento che abbia la sua genesi in un debito contratto con l’Agenzia delle Entrate non segue gli ordinari percorsi previsti dal Codice di Procedura Civile per quanto concerne il procedimento esecutivo ma, piuttosto, trova la sua natura causale nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 602/1973 e successive modifiche. Tale previsione normativa ha introdotto nell’ordinamento giuridico un procedimento privilegiato per l’ente concessionario per la riscossione che permette una riscossione coattiva più rapida rispetto a quella prevista agli articoli 545 C.p.C. e seguenti. La procedura in oggetto ha carattere stragiudiziale e non richiede la presenza del Giudice per la fase iniziale della riscossione. Come previsto dall’articolo 72 bis del suddetto D.P.R.: “[…] l’atto di pignoramento dei crediti del debitore verso terzi può contenere, in luogo della citazione di cui all’articolo 543, secondo comma, numero 4, dello stesso codice di procedura civile, l’ordine al terzo di pagare il credito direttamente al concessionario, fino a concorrenza del credito per cui si procede […] nel caso di inottemperanza all’ordine di pagamento, si applicano le disposizioni di cui all’articolo 72, comma 2.. Il disposto normativo chiarisce il motivo per cui il terzo pignorato debba pagare immediatamente e senza dover comparire in udienza: ciò in quanto l’articolo 72 comma 2 dichiara la necessità dell’udienza di comparizione solamente nel caso in cui il terzo non provveda al pagamento.

Per quanto attiene all’oggetto della procedura esecutiva, il successivo art. 72 ter, rubricato “Limiti alla pignorabilità” cosi stabilisce: “Le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate dall’agente della riscossione in misura pari ad un decimo per importi fino a 2.500 euro e in misura pari ad un settimo per importi superiori a 2.500 euro e non superiori a 5.000 euro. Resta ferma la misura di cui all’articolo 545, quarto comma, del codice di procedura civile, se le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, superano i cinquemila euro”. Il Legislatore ha quindi previsto per la presente fattispecie tre soglie limite ulteriori rispetto alla disciplina codicistica: soglie oltre le quali il concessionario della riscossione non può pignorare “le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro” (medesima perifrasi riscontrabile nel dettato normativo dell’art. 545 C.p.C.).

Le norme di riferimento appena citate sono applicabili dunque anche ad un agente di commercio che opera sotto forma di S.a.s.?

I passaggi logici per poter arrivare ad una decisione condivisa sono due: in primis è necessario verificare se la disciplina in esame possa attanagliarsi alla figura dell’agente di commercio e, secundis, se l’esercizio dell’attività in forma societaria possa rappresentare un limite all’applicazione della disciplina stessa.

Può sicuramente essere di supporto la disamina del contratto intercorso tra il terzo pignorato ed il debitore al fine di  verificare l’origine causale dei pagamenti con, tuttavia, la considerazione che a nulla rileva che le parti abbiano stipulato un mandato di agenzia, stante la necessità di verificare se le somme oggetto del pignoramento possano essere definite come “stipendi, salari o altre indennità”. Risulta essenziale, oltre a ciò, comprendere quale sia il significato del riferimento al “rapporto di lavoro o di impiego”. Tale espressione si ritiene debba essere interpretata in coerenza con la normativa generale mediante un procedimento di analogia sistematica: si potrebbe quindi affermare che il Legislatore, con tale locuzione, abbia voluto intendere soltanto i rapporti di lavoro subordinato e parasubordinato. A fondamento di quanto appena sostenuto, giova considerare come termine di analogia quanto previsto dal Legislatore all’art. 409 C.p.C., rubricato “Controversie individuali di lavoro”, ove viene elencata ogni tipologia di rapporto di lavoro a cui si possono applicare le norme riferibili al Titolo IV C.p.C. e, quindi, a cui si può accostare la nozione di lavoro subordinato e parasubordinato.

Qualora si riuscisse a ricondurre la figura dell’agente di commercio nel novero dei rapporti di lavoro a cui si applica l’art. 409 C.p.C., si potrebbe considerare verosimile l’applicazione alla stessa anche del limite di pignorabilità del quinto. Il presente passaggio logico trova presupposto giuridico nella sentenza della Corte di Cassazione n. 685 del 2012 ove afferma che “In tema di espropriazione forzata presso terzi, le modifiche apportate […] hanno comportato la totale estensione al settore del lavoro privato delle disposizioni originariamente dettate per il lavoro pubblico. Ne consegue che i crediti derivanti dai rapporti di cui al n. 3 dell’art 409 sono pignorabili nei limiti del quinto previsto dall’art. 545”. Si tratterebbe quindi di effettuare una valutazione a contrario, ovverosia verificando quali fattispecie non siano ricomprese nel disposto dell’art. 409 C.p.C. e, di conseguenza, non siano oggetto dell’applicazione dell’eccezione del quinto.

Parrebbe quindi risolto in senso affermativo il primo passaggio logico sopra premesso.

Purtuttavia, al punto numero 3 del primo comma del citato articolo viene espressamente previsto: “Si osservano le disposizioni del presente capo nelle controversie relative a: 3) rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”. Fuor di dubbio, quindi, che la figura dell’agente di commercio, qualora eserciti un’attività continuativa e coordinata, prevalentemente personale, sarebbe soggetta alle norme riferibili ai rapporti “di lavoro e di impiego” di cui all’articolo 72 ter del D.P.R. n. 602/1973 o di cui all’art. 545 C.p.C.. A tale conclusione si può ben giungere se si verifichino l’esistenza dei requisiti previsti dall’art. 409 c.p.c. della “prestazione continuativa, coordinata e personale”.

Nulla questio circa i primi due requisiti; necessaria invece la disamina sul significato dell’aggettivo “personale”. Non riscontrando in alcuna norma del codice un chiarimento in merito, il tema è stato oggetto di numerose decisioni giurisprudenziali. Interessata della questione nel corso degli anni, la Suprema Corte ha mantenuto una linea interpretativa uniforme: “Va esclusa la competenza del giudice del lavoro allorché si prospetti che l’attività viene realizzata attraverso una struttura organizzativa piramidale” (Cass. Civ. n. 8214/2009), ovvero “La prevalenza personale va esclusa laddove l’attività dell’agente abbia natura imprenditoriale (98/709, 94/2836); “l’attività esercitata da una società, anche se di persone fisiche, e quindi, non riveste, cosi come richiesto dall’art. 409 n. 3, carattere prevalentemente personale” (11/9273; 11/8940) o ancora “In materia di rapporti di agenzia ove l’agente abbia organizzato la propria attività di collaborazione in forma societaria. Anche di persone, o comunque si avvalga di una autonoma struttura imprenditoriale, non è ravvisabile un rapporto di lavoro coordinato e continuativo ai sensi dell’art 409, c. 1, n. 3” (Cass. Civ. n. 3029 del 2015).

Risulta ormai evidente come la figura della S.a.s. che svolga attività di agenzia non rientri nel novero delle figure previste dal Legislatore all’art. 409 C.p.c. e, per l’effetto, non sembrerebbe neppure rientrare nelle categorie di “rapporto di lavoro ed impiego” previste all’art. 545 C.p.C. e 72ter D.P.R. n. 602/73 a cui si applica il limite del quinto dello stipendio.

In conclusione, un terzo pignorato per un debito di un suo agente di commercio che, purtuttavia, esercita la propria attività sotto forma di S.a.s., sarà tenuto alla corresponsione ad Equitalia della totalità dell’importo mensilmente erogato all’agente senza poter/dover trattenere il quinto dello stesso.

Avv. Andrea Filippo Mainini

IMPATTO DELLA DISCIPLINA DEI FINANZIAMENTI PREVISTI CON GARANZIA SACE SULLA POSSIBILITÀ DI LICENZIAMENTI

IMPATTO DELLA DISCIPLINA DEI FINANZIAMENTI PREVISTI CON GARANZIA SACE SULLA POSSIBILITÀ DI LICENZIAMENTI

 

Il Decreto-Legge 8 aprile 2020, n. 23, c.d. “Decreto Liquidità”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 8 aprile 2020 n. 94 ed in vigore dal 9 aprile 2020, consente l’intervento di garanzia da parte di SACE S.P.A., con previsioni agevolate di accesso al credito attraverso un impegno finanziario per sostenere le imprese in crisi in un periodo di emergenza sanitaria.

Tra le varie disposizioni del provvedimento de quo, concordo con coloro che hanno rinvenuto la presenza di un inciso che può avere un notevole impatto, includendo un requisito imprescindibile per l’ottenimento del finanziamento.

Più precisamente, il comma 2, lettera l dell’articolo 1 intitolato “Misure temporanee per il sostegno alla liquidità delle imprese”, richiede all’impresa a cui venga riconosciuto il beneficio del sostegno economico, tra le altre condizioni, di assumere anche “l’impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali.

Rilevo che la ratio della norma in commento appare essere quella di circoscrivere il potere dell’imprenditore di effettuare scelte unilaterali occupazionali, limitandone in concreto il suo raggio d’azione, onde perseguire un equilibrio a tutela della posizione dei dipendenti, con il sindacato che assume un ruolo fondamentale. In effetti, trattasi del difficile contemperamento tra la libertà dell’iniziativa economica privata ai sensi dell’art. 41 cost.[1]) in modo coerente alla propria organizzazione produttiva e, dall’altro, il mantenimento dei livelli occupazionali (cfr. in particolare gli artt. 35 cost.[2] , 1 cost. e 4 cost.).

Al riguardo, segnalo gli aspetti principali che riterrei prima facie meritevoli di attenzione nell’analisi interpretativa della disposizione in esame e che stanno dando adito a contrasti dottrinali in virtù della sua formulazione generica e lacunosa:

  • innanzitutto, qualora l’azienda riuscisse ad ottenere il finanziamento per averne i requisiti, considererei potersi desumere implicitamente che gli sia precluso, in linea di principio, di attuare liberamente riduzioni del personale di qualsivoglia tipo (ossia licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo[3] e/o licenziamenti collettivi) ed entità numerica, ad eccezione dei soli licenziamenti frutto di accordi sindacali. Di conseguenza, non è sufficiente un’informativa, né una consultazione sindacale, ma vi è il richiamo ad un consenso sindacale sancito da un accordo. Sul punto della prescritta intesa negoziale, alcuni lamentano la mancata individuazione degli interlocutori sindacali reputati idonei allo scopo, nonché l’assenza di specificazione del livello di contrattazione necessario (aziendale? provinciale?) per procedere ad un licenziamento;
  • inoltre, sarei dell’opinione che non si possa escludere, a priori ed in via teorica, che l’accordo sindacale si estenda a tutte quelle scelte datoriali che influiscano, direttamente o indirettamente, sui “livelli occupazionali” (quali, ad esempio, le decisioni che attengano all’assunzione di nuovo personale o il ricorso alla somministrazione di lavoro). Infatti, vi possono essere delle iniziative imprenditoriali che determinano cambiamenti nell’assetto occupazionale, slegati dal recesso datoriale nel rapporto di lavoro;
  • un ulteriore importante interrogativo che mi sembra ancora lasciato aperto è, poi, quello derivante dalla sconoscenza della durata di siffatto obbligo datoriale che, in assenza di una sua espressa delimitazione, potrebbe ricoprire l’intero arco temporale delle risorse finanziate (la restituzione del prestito può essere dilazionata fino a sei anni);
  • infine, tra le evenienze prospettabili in caso di successiva inottemperanza all’impegno assunto da parte del datore di lavoro, potrei ipotizzare in astratto tematiche di non semplice ed univoca soluzione, sempre per l’inadeguata formulazione normativa. Tali questioni (tra cui ad esempio: l’impugnazione dei licenziamenti perché considerati illegittimi e nulli, la contestazione della condotta antisindacale ex art. 28 Stat. Lav. o la revoca del finanziamento, che potrebbe comportare l’immediata restituzione delle somme percepite) ove insorgessero, potrebbero sfociare, in ultima analisi, in potenziali contenziosi giudiziali, lunghi e dall’esito incerto per le parti in causa.

Il quadro sopra descritto è al momento frammentario, approssimativo e suscettibile di interpretazioni diverse plausibili, in quanto regna l’incertezza per alcuni aspetti che possono venire in rilievo causata dalla lettura della disposizione in oggetto e dall’assenza di verità assolute ed inconfutabili per decifrarla.

Nell’ottica strettamente aziendale, l’accesso ai finanziamenti previsti con garanzia SACE dovrebbe avvenire solamente nel momento in cui l’azienda sia in grado di valutare ex ante, prima della presentazione della domanda, i vincoli, i rischi e la convenienza dell’operazione economica: infatti, rebus sic stantibus, sarei dell’avviso che rimangano criticità che potrebbero indurre a percorrere misure più sicure ed alternative di liquidità o a giustificare pretese inadempienze. Del resto, anche a tutela degli stessi lavoratori, gli elementi di vaghezza e di non coordinamento, potrebbero essere agevolmente risolti con chiarimenti ed in ambito legislativo.

In conclusione, condivido l’auspicio espresso dalla maggioranza degli interpreti di un pronto intervento integrativo o di parziale riforma, al fine di dipanare i molteplici dubbi ed incertezze che avvolgono tutti i soggetti coinvolti che potrebbero provocare inutili ritardi e complicazioni nell’applicazione pratica dell’accesso allo strumento di sostegno finanziario nell’attuale situazione emergenziale.

[1] che però continua: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

[2]La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.”

[3] Non si può trascurare la legittimità dell’indirizzo contrario, che esclude dall’ambito coperto dalla disposizione in commento i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, in quanto non prevedono l’essenzialità di una negoziazione sindacale ed avendo una disciplina specifica previgente.

Avv. Leonardo Merrino
Law Department -senior associate

Le misure per famiglie e lavoratori 3 Il DL “Cura Italia” 3 Attuazione del Fondo solidarietà mutui “prima casa”, c.d. “Fondo Gasparrini” 3

Le misure per famiglie e lavoratori 
Il DL “Cura Italia” 
1. Attuazione del Fondo solidarietà mutui “prima casa”, c.d. “Fondo Gasparrini”
2. Incentivi fiscali per erogazioni liberali per il sostegno dell’emergenza da Covid-19
3. Proroga dei termini di presentazione delle domande di disoccupazione agricola nel 2020
4. Proroga dei termini in materia di disoccupazione NASpI e DIS-COLL
5 Multe, Rc auto e contributi lavoratori domestici
6 Revisione auto e documenti d’identità
7 Premio ai lavoratori dipendenti

8. Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore privato, i lavoratori iscritti alla Gestione separata e i lavoratori autonomi, per emergenza COVID – 19

9. Estensione durata permessi retribuiti Legge 104

10. Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore pubblico, nonché bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting per i dipendenti del settore sanitario pubblico e privato accreditato
Indennità

Le misure per famiglie e lavoratori
Il DL “Cura Italia”
Il Governo ha attuato un nuovo decreto legge, il “Cura Italia”, contenente misure economiche destinate a famiglie, imprese e lavoratori per fronteggiare l’emergenza che sta interessando il territorio nazionale a causa del Covid-19. Analizziamo nel dettaglio le disposizioni del DL n.18/2020 riservate a famiglie e lavoratori.
Attuazione del Fondo solidarietà mutui “prima casa”, c.d. “Fondo Gasparrini”
Tale Fondo di solidarietà consente ai titolari di un mutuo contratto per l’acquisto della prima casa, di beneficiare della sospensione del pagamento delle rate, fino a 18 mesi, al verificarsi di specifiche situazioni di temporanea difficoltà.
Fino al 18 dicembre 2020 (9 mesi dalla data di entrata in vigore del decreto) possono accedere al Fondo anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.
Tali soggetti dovranno autocertificare di aver registrato, in un trimestre successivo al 21 febbraio 2020 ovvero nel minor lasso di tempo intercorrente tra la data della domanda e la predetta data, un calo del proprio fatturato, superiore al 33% del fatturato dell’ultimo trimestre 2019 in conseguenza della chiusura o della restrizione della propria attività operata in attuazione delle disposizioni adottate dall’autorità competente per l’emergenza coronavirus.

NOTA BENE – Per l’accesso al Fondo non è richiesta la presentazione dell’ISEE.

Nel caso di mutui concessi da intermediari bancari o finanziari, il Fondo istituito per i mutui prima casa, su richiesta del mutuatario che intende avvalersi della facoltà di sospendere il pagamento delle rate, presentata per il tramite dell’intermediario medesimo, provvede al pagamento degli interessi compensativi nella misura pari al 50% degli interessi maturati sul debito residuo durante il periodo di sospensione.

Incentivi fiscali per erogazioni liberali per il sostegno dell’emergenza da Covid-19
Le erogazioni liberali in denaro e natura, a sostegno delle misure di contrasto all’emergenza epidemiologica da COVID-19, effettuate da effettuate dalle persone fisiche, a favore dello Stato, delle regioni, degli enti locali territoriali, di enti o istituzioni pubbliche, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute senza scopo di lucro spetta una detrazione dall’imposta lorda ai fini dell’imposta sul reddito pari al 30%. La detrazione non può essere di importo superiore a 30.000 euro.
Proroga dei termini di presentazione delle domande di disoccupazione agricola nel 2020
Per gli operai agricoli a tempo determinato e indeterminato e per le figure equiparate di cui all’art. 8 della legge 12 marzo 1968, n. 334, ovunque residenti o domiciliati sul territorio nazionale, il termine per la presentazione delle domande di disoccupazione agricola (che, secondo la normativa vigente deve essere presentata entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui si è verificata la disoccupazione, pena la decadenza dal diritto) è prorogato, solo per le domande in competenza 2019, al 1° giugno 2020.
Proroga dei termini in materia di disoccupazione NASpI e DIS-COLL
Sono allungati da 68 a 128 giorni i termini di decadenza per la presentazione delle domande di disoccupazione NASpI e DIS-COLL per gli eventi di cessazione involontaria dall’attività lavorativa verificatisi nell’anno 2020.
OSSERVA – per le domande presentate oltre il termine ordinario viene fatta salva la decorrenza della prestazione dal 68° giorno successivo alla data di cessazione involontaria del rapporto di lavoro. Sono ampliati altresì di 30 giorni i termini previsti per la presentazione della domanda di incentivo all’autoimprenditorialità nonché i termini per l’assolvimento degli obblighi informativi posti a carico del lavoratore.

Multe, Rc auto e contributi lavoratori domestici
Considerati l’evolversi della situazione epidemiologica COVID-19 e il carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia con il costante incremento dei casi su tutto il territorio nazionale, al fine di consentire il rispetto delle norme igienico-sanitarie previste dalla vigente normativa volte a contenere il diffondersi della pandemia, in via del tutto eccezionale e transitoria, il pagamento delle multe stradali, dal 17 marzo e fino al 31 maggio 2020, è ridotta del 30 per cento se il pagamento è effettuato entro 30 giorni dalla contestazione o notificazione della violazione.
Fino al 31 luglio 2020
il termine entro cui l’impresa di assicurazione è tenuta a mantenere operante la garanzia prestata con il contratto assicurativo fino all’effetto della nuova polizza, è prorogato di ulteriori 15 giorni. Pertanto, le polizze saranno valide un mese oltre la scadenza.
Sono sospesi i termini relativi ai versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria dovuti dai datori di lavoro domestico in scadenza nel periodo dal 23 febbraio 2020 al 31 maggio 2020.
Non si fa luogo al rimborso dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria già versati. I versamenti sospesi andranno effettuati entro il 10 giugno 2020, senza applicazione di sanzioni e interessi.
Revisione auto e documenti d’identità
In considerazione dello stato di emergenza nazionale è autorizzata fino al 31 ottobre 2020 la circolazione dei veicoli da sottoporre entro il 31 luglio 2020 alle attività di visita e prova ovvero alle attività di revisione.
La validità ad ogni effetto dei documenti di riconoscimento e di identità, rilasciati da amministrazioni pubbliche, scaduti o in scadenza successivamente 17 marzo 2020 è prorogata al 31 agosto 2020.
La validità ai fini dell’espatrio resta limitata alla data di scadenza indicata nel documento.

Ai lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, che possiedono un reddito complessivo non superiore a 40.000 euro nell’anno precedente, i quali, durante il periodo di emergenza sanitaria COVID-19, continuino a prestare servizio nella propria sede di lavoro nel mese di marzo 2020, spetta un premio che non concorre alla formazione del reddito, pari a 100 euro da rapportare al numero di giorni di lavoro svolti nella propria sede di lavoro nel predetto mese.
L’incentivo è riconosciuto in via automatica a partire dalla retribuzione corrisposta nel mese di aprile e comunque entro il termine di effettuazione delle operazioni di conguaglio di fine anno.
I sostituti d’imposta recuperano il premio erogato mediante l’istituto della compensazione.
Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore privato, i lavoratori iscritti alla Gestione separata e i lavoratori autonomi, per emergenza COVID -19
Per fronteggiare l’emergenza sanitaria e in conseguenza dei provvedimenti di sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, il Governo ha istituito speciali congedi validi per:
 i lavoratori dipendenti del settore privato,
 i lavoratori iscritti alla Gestione separata
 i lavoratori autonomi.
Limitatamente all’anno 2020, a decorrere dal 5 marzo e per un periodo continuativo o frazionato comunque non superiore a 15 giorni, viene concesso:

OSSERVA – la medesima indennità è estesa ai genitori lavoratori autonomi iscritti all’INPS ed è commisurata, per ciascuna giornata indennizzabile, al 50 per cento della retribuzione convenzionale giornaliera stabilita annualmente dalla legge, a seconda della tipologia di lavoro autonomo svolto.
La fruizione del congedo è riconosciuta alternativamente ad entrambi i genitori, per un totale complessivo di 15 giorni, ed è subordinata alla condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa o altro genitore disoccupato o non lavoratore.
NOTA BENE – Il limite di età di cui dei 12 anni non si applica in riferimento ai figli con disabilità in situazione di gravità accertata, iscritti a scuole di ogni ordine e grado o ospitati in centri diurni a carattere assistenziale

I genitori, lavoratori dipendenti del settore privato con figli minori, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, a condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito, in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa, hanno diritto di astenersi dal lavoro per il periodo di sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, senza corresponsione di indennità né riconoscimento di contribuzione figurativa. Il datore di lavoro è tenuto ad osservare il divieto di licenziamento e il diritto alla conservazione del posto di lavoro.
Le disposizioni descritte trovano applicazione anche nei confronti dei genitori affidatari.
In alternativa ai congedi, a decorrere da 17 marzo 2020, è prevista la possibilità di scegliere la corresponsione di un bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting nel limite massimo complessivo di 600 euro. Il bonus viene erogato mediante il libretto famiglia.

Le modalità operative per accedere al congedo, ovvero, al bonus saranno stabilite dall’INPS previa apposita circolare operativa.
Estensione durata permessi retribuiti Legge 104
Viene incrementato il numero di giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa di cui all’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, di ulteriori complessive 12 giornate condizionandone, però, la fruizione nei mesi di marzo e aprile 2020.
Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore pubblico, nonché bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting per i dipendenti del settore sanitario pubblico e privato accreditato
Le misure già previste dall’art. 23, commi 1, 2, 4, 5, 6 e 7, per i genitori lavoratori del settore privato vengono estesi anche a quelli del settore pubblico.
Per i lavoratori dipendenti del settore sanitario, pubblico e privato accreditato, appartenenti alla categoria dei medici, degli infermieri, dei tecnici di laboratorio biomedico, dei tecnici di radiologia medica e degli operatori sociosanitari, nonché dipendenti dalla Polizia di Stato, il bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting per l’assistenza e la sorveglianza dei figli minori fino a 12 anni di età, in alternativa ai congedi parentali straordinari retribuiti, è riconosciuto nel limite massimo complessivo di 1.000,00 euro.

Indennità
È riconosciuta un’indennità una tantum di ammontare pari a 600 euro in favore delle seguenti categorie di lavoratori:
+ liberi professionisti titolari di partita iva (attiva alla data del 23 febbraio 2020) e lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (attivi alla medesima data), iscritti alla Gestione separata di cui all’art. 2, comma 26, della n. 335/1995, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie;
+ co.co.co. che svolgono attività in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche;
+ lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Ago, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie;
+ lavoratori dipendenti stagionali del settore turismo e degli stabilimenti termali che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e la data di entrata in vigore del decreto, non titolari di pensione e non titolari di rapporto di lavoro dipendente alla medesima data;
+ operai agricoli a tempo determinato, non titolari di pensione, che nel 2019 abbiano effettuato almeno 50 giornate effettive di attività di lavoro agricolo;
+ lavoratori iscritti al Fondo pensioni Lavoratori dello spettacolo, con almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 al medesimo Fondo, cui deriva un reddito non superiore a 50.000 euro, e non titolari di pensione Le indennità non concorrono alla formazione del reddito ai sensi del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR), non sono tra esse cumulabili e non sono riconosciute ai percettori di reddito di cittadinanza.
Le indennità sono erogate dall’INPS previa presentazione di apposita dLe misure per famiglie e lavoratori 3
Il DL “Cura Italia” 3
Attuazione del Fondo solidarietà mutui “prima casa”, c.d. “Fondo Gasparrini” 3
Incentivi fiscali per erogazioni liberali per il sostegno dell’emergenza da Covid-19
Proroga dei termini di presentazione delle domande di disoccupazione agricola nel 2020
Proroga dei termini in materia di disoccupazione NASpI e DIS-COLL 4
Multe, Rc auto e contributi lavoratori domestici 5
Revisione auto e documenti d’identità 5
Premio ai lavoratori dipendenti 6

Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore privato, i lavoratori iscritti alla Gestione separata e i lavoratori autonomi, per emergenza COVID -19

Estensione durata permessi retribuiti Legge 104

Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore pubblico, nonché bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting per i dipendenti del settore sanitario pubblico e privato accreditato

Indennità

Le misure per famiglie e lavoratori
Il DL “Cura Italia”
Il Governo ha attuato un nuovo decreto legge, il “Cura Italia”, contenente misure economiche destinate a famiglie, imprese e lavoratori per fronteggiare l’emergenza che sta interessando il territorio nazionale a causa del Covid-19. Analizziamo nel dettaglio le disposizioni del DL n.18/2020 riservate a famiglie e lavoratori.
Attuazione del Fondo solidarietà mutui “prima casa”, c.d. “Fondo Gasparrini”
Tale Fondo di solidarietà consente ai titolari di un mutuo contratto per l’acquisto della prima casa, di beneficiare della sospensione del pagamento delle rate, fino a 18 mesi, al verificarsi di specifiche situazioni di temporanea difficoltà.
Fino al 18 dicembre 2020 (9 mesi dalla data di entrata in vigore del decreto) possono accedere al Fondo anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.
Tali soggetti dovranno autocertificare di aver registrato, in un trimestre successivo al 21 febbraio 2020 ovvero nel minor lasso di tempo intercorrente tra la data della domanda e la predetta data, un calo del proprio fatturato, superiore al 33% del fatturato dell’ultimo trimestre 2019 in conseguenza della chiusura o della restrizione della propria attività operata in attuazione delle disposizioni adottate dall’autorità competente per l’emergenza coronavirus.

NOTA BENE – Per l’accesso al Fondo non è richiesta la presentazione dell’ISEE.

Nel caso di mutui concessi da intermediari bancari o finanziari, il Fondo istituito per i mutui prima casa, su richiesta del mutuatario che intende avvalersi della facoltà di sospendere il pagamento delle rate, presentata per il tramite dell’intermediario medesimo, provvede al pagamento degli interessi compensativi nella misura pari al 50% degli interessi maturati sul debito residuo durante il periodo di sospensione.

Incentivi fiscali per erogazioni liberali per il sostegno dell’emergenza da Covid-19
Le erogazioni liberali in denaro e natura, a sostegno delle misure di contrasto all’emergenza
epidemiologica da COVID-19, effettuate da effettuate dalle persone fisiche, a favore dello Stato, delle regioni, degli enti locali territoriali, di enti o istituzioni pubbliche, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute senza scopo di lucro spetta una detrazione dall’imposta lorda ai fini dell’imposta sul reddito pari al 30%. La detrazione non può essere di importo superiore a 30.000 euro.
Proroga dei termini di presentazione delle domande di disoccupazione agricola nel 2020
Per gli operai agricoli a tempo determinato e indeterminato e per le figure equiparate di cui all’art. 8 della legge 12 marzo 1968, n. 334, ovunque residenti o domiciliati sul territorio nazionale, il termine per la presentazione delle domande di disoccupazione agricola (che, secondo la normativa vigente deve essere presentata entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui si è verificata la disoccupazione, pena la decadenza dal diritto) è prorogato, solo per le domande in competenza 2019, al 1° giugno 2020.
Proroga dei termini in materia di disoccupazione NASpI e DIS-COLL
Sono allungati da 68 a 128 giorni i termini di decadenza per la presentazione delle domande di disoccupazione NASpI e DIS-COLL per gli eventi di cessazione involontaria dall’attività lavorativa verificatisi nell’anno 2020.
OSSERVA – per le domande presentate oltre il termine ordinario viene fatta salva la decorrenza della prestazione dal 68° giorno successivo alla data di cessazione involontaria del rapporto di lavoro. Sono ampliati altresì di 30 giorni i termini previsti per la presentazione della domanda di incentivo all’autoimprenditorialità nonché i termini per l’assolvimento degli obblighi informativi posti a carico del lavoratore.

Multe, Rc auto e contributi lavoratori domestici
Considerati l’evolversi della situazione epidemiologica COVID-19 e il carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia con il costante incremento dei casi su tutto il territorio nazionale, al fine di consentire il rispetto delle norme igienico-sanitarie previste dalla vigente normativa volte a contenere il diffondersi della pandemia, in via del tutto eccezionale e transitoria, il pagamento delle multe stradali, dal 17 marzo e fino al 31 maggio 2020, è ridotta del 30 per cento se il pagamento è effettuato entro 30 giorni dalla contestazione o notificazione della violazione.
Fino al 31 luglio 2020
il termine entro cui l’impresa di assicurazione è tenuta a mantenere operante la garanzia prestata con il contratto assicurativo fino all’effetto della nuova polizza, è prorogato di ulteriori 15 giorni. Pertanto, le polizze saranno valide un mese oltre la scadenza.
Sono sospesi i termini relativi ai versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria dovuti dai datori di lavoro domestico in scadenza nel periodo dal 23 febbraio 2020 al 31 maggio 2020.
Non si fa luogo al rimborso dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria già versati. I versamenti sospesi andranno effettuati entro il 10 giugno 2020, senza applicazione di sanzioni e interessi.
Revisione auto e documenti d’identità
In considerazione dello stato di emergenza nazionale è autorizzata fino al 31 ottobre 2020 la circolazione dei veicoli da sottoporre entro il 31 luglio 2020 alle attività di visita e prova ovvero alle attività di revisione.
La validità ad ogni effetto dei documenti di riconoscimento e di identità, rilasciati da amministrazioni pubbliche, scaduti o in scadenza successivamente 17 marzo 2020 è prorogata al 31 agosto 2020.
La validità ai fini dell’espatrio resta limitata alla data di scadenza indicata nel documento.

Ai lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, che possiedono un reddito complessivo non superiore a 40.000 euro nell’anno precedente, i quali, durante il periodo di emergenza sanitaria COVID-19, continuino a prestare servizio nella propria sede di lavoro nel mese di marzo 2020,
 spetta un premio che non concorre alla formazione del reddito, pari a 100 euro da rapportare al numero di giorni di lavoro svolti nella propria sede di lavoro nel predetto mese.
L’incentivo è riconosciuto in via automatica a partire dalla retribuzione corrisposta nel mese di aprile e comunque entro il termine di effettuazione delle operazioni di conguaglio di fine anno.
I sostituti d’imposta recuperano il premio erogato mediante l’istituto della compensazione.
Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore privato, i lavoratori iscritti alla Gestione separata e i lavoratori autonomi, per emergenza COVID -19
Per fronteggiare l’emergenza sanitaria e in conseguenza dei provvedimenti di sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, il Governo ha istituito speciali congedi validi per:
 i lavoratori dipendenti del settore privato,
 i lavoratori iscritti alla Gestione separata
 i lavoratori autonomi.
Limitatamente all’anno 2020, a decorrere dal 5 marzo e per un periodo continuativo o frazionato comunque non superiore a 15 giorni, viene concesso:

OSSERVA – la medesima indennità è estesa ai genitori lavoratori autonomi iscritti all’INPS ed è commisurata, per ciascuna giornata indennizzabile, al 50 per cento della retribuzione convenzionale giornaliera stabilita annualmente dalla legge, a seconda della tipologia di lavoro autonomo svolto.
La fruizione del congedo è riconosciuta alternativamente ad entrambi i genitori, per un totale complessivo di 15 giorni, ed è subordinata alla condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa o altro genitore disoccupato o non lavoratore.
NOTA BENE – Il limite di età di cui dei 12 anni non si applica in riferimento ai figli con disabilità in situazione di gravità accertata, iscritti a scuole di ogni ordine e grado o ospitati in centri diurni a carattere assistenziale

I genitori, lavoratori dipendenti del settore privato con figli minori, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, a condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito, in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa, hanno diritto di astenersi dal lavoro per il periodo di sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, senza corresponsione di indennità né riconoscimento di contribuzione figurativa. Il datore di lavoro è tenuto ad osservare il divieto di licenziamento e il diritto alla conservazione del posto di lavoro.
Le disposizioni descritte trovano applicazione anche nei confronti dei genitori affidatari.
In alternativa ai congedi, a decorrere da 17 marzo 2020, è prevista la possibilità di scegliere la corresponsione di un bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting nel limite massimo complessivo di 600 euro. Il bonus viene erogato mediante il libretto famiglia.

Le modalità operative per accedere al congedo, ovvero, al bonus saranno stabilite dall’INPS previa apposita circolare operativa.
Estensione durata permessi retribuiti Legge 104
Viene incrementato il numero di giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa di cui all’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, di ulteriori complessive 12 giornate condizionandone, però, la fruizione nei mesi di marzo e aprile 2020.
Congedo e indennità per i lavoratori dipendenti del settore pubblico, nonché bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting per i dipendenti del settore sanitario pubblico e privato accreditato
Le misure già previste dall’art. 23, commi 1, 2, 4, 5, 6 e 7, per i genitori lavoratori del settore privato vengono estesi anche a quelli del settore pubblico.
Per i lavoratori dipendenti del settore sanitario, pubblico e privato accreditato, appartenenti alla categoria dei medici, degli infermieri, dei tecnici di laboratorio biomedico, dei tecnici di radiologia medica e degli operatori sociosanitari, nonché dipendenti dalla Polizia di Stato, il bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting per l’assistenza e la sorveglianza dei figli minori fino a 12 anni di età, in alternativa ai congedi parentali straordinari retribuiti, è riconosciuto nel limite massimo complessivo di 1.000,00 euro.

Indennità
È riconosciuta un’indennità una tantum di ammontare pari a 600 euro in favore delle seguenti categorie di lavoratori:
+ liberi professionisti titolari di partita iva (attiva alla data del 23 febbraio 2020) e lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (attivi alla medesima data), iscritti alla Gestione separata di cui all’art. 2, comma 26, della n. 335/1995, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie;
+ co.co.co. che svolgono attività in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche;
+ lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Ago, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie;
+ lavoratori dipendenti stagionali del settore turismo e degli stabilimenti termali che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e la data di entrata in vigore del decreto, non titolari di pensione e non titolari di rapporto di lavoro dipendente alla medesima data;
+ operai agricoli a tempo determinato, non titolari di pensione, che nel 2019 abbiano effettuato almeno 50 giornate effettive di attività di lavoro agricolo;
+ lavoratori iscritti al Fondo pensioni Lavoratori dello spettacolo, con almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 al medesimo Fondo, cui deriva un reddito non superiore a 50.000 euro, e non titolari di pensione Le indennità non concorrono alla formazione del reddito ai sensi del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR), non sono tra esse cumulabili e non sono riconosciute ai percettori di reddito di cittadinanza.
Le indennità sono erogate dall’INPS previa presentazione di apposita domanda.

Lo Studio ringrazia per l’attenzione riservatagli e rimane a disposizione per ogni ulteriore chiarimento, riservandosi la facoltà di tenervi costantemente aggiornati sulle novità e relativi adempimenti di Vostro interesse. Distinti saluti.

modalità di accesso allo “smart working” nell’attuale panorama emergenziale derivante dal #coronavirus

L’evolversi della situazione di pericolo di contagio e diffusione dell’epidemia da coronavirus 2019-nCoV si riverbera nel campo del lavoro, che sta cercando di affrontare gli aspetti correlati al rischio biologico in atto.

            Tra le misure preventive ed operative da attuare, sia per evitare possibili rischi di salute sui lavoratori derivanti dal contatto con persone infette, sia per scongiurare la sospensione (parziale o totale) dell’ordinaria attività, con riflessi negativi sul volume d’affari delle aziende, vi è la modalità del lavoro a distanza (c.d. “lavoro agile” o “smart working”).

           Il lavoro agile è definito dalla L. n. 81/2017 quale modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, senza una postazione fissa, allo scopo di incrementarne la produttività ed agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, che prescinde dalla esatta definizione del luogo e dell’orario di lavoro, nel rispetto dei limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale stabiliti dalla legge e dai CCNL.

            Quindi, implica l’utilizzo di strumenti che permettano di lavorare “da remoto” (ad esempio pc portatili, smartphone e tablet), con un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra il dipendente e datore di lavoro. Proprio in ragione della sua strutturazione, potrebbero essere determinate delle fasce orarie di reperibilità, che possono essere diverse dall’orario osservato all’interno dell’azienda dai colleghi di lavoro.

Occorre aggiungere che l’Italia ha già avuto esperienze di ricorso al lavoro agile in situazioni di emergenza, per rilanciare un sistema produttivo locale e sostenere le attività presenti nell’area colpita, come per il crollo del ponte Morandi a Genova avvenuto il 14 agosto 2018.

           Orbene, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° marzo 2020, in vigore dal 2.03.2020, recante ulteriori disposizioni attuative del D.L. n. 6 del 23 febbraio 2020 per l’emergenza epidemiologica, ha esteso per i datori di lavoro (imprese e professionisti) l’applicazione del lavoro agile all’intero territorio nazionale (e non più limitato ad aree ristrette interessate dal rischio), determinandone la durata fino al 31 luglio 2020. Con il nuovo D.P.C.M.: “cessano di produrre effetti il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 febbraio 2020, nonché il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 febbraio 2020“.

            I tratti salienti di tale tipologia di modalità lavorativa, nella veste “semplificata” che il richiamato D.P.C.M. ha voluto tracciare, possono essere i seguenti:

  1. innanzitutto, per la maggior parte degli interpreti la decisione in merito alla sua attuazione compete sempre al datore di lavoro, non essendoci l’inciso “in via automatica” presente nel primo testo del D.P.C.M. del 23.02.2020 e, soprattutto, alla luce del dato testuale, laddove si legge che: “la modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81 può essere applicata … dai datori di lavoro … anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti”. Alcuni operatori del diritto hanno ritenuto di evincere, dall’analisi del testo e dalla ratio normativa, la circostanza che il dipendente non possa rifiutare la disposizione datoriale, con la conseguenza di poter incorrere in una contestazione disciplinare ed un procedimento relativo a suo carico.

Peraltro, il datore di lavoro nell’esercitare o meno tale facoltà, è bene che valuti che l’eventuale suo rifiuto a concedere l’esecuzione della prestazione lavorativa anche all’esterno dei locali aziendali, potrebbe essere fonte di un’azione risarcitoria nei suoi confronti da parte del dipendente, ove il diniego si riveli ingiustificato, per averlo esposto ad un rischio o, addirittura, per avere patito dei danni.

  1. La novità principale è riconnessa all’attivazione della modalità “agile” di svolgimento del rapporto, che è consentita anche in assenza di un accordo individuale scritto tra le parti.

In proposito:

  1. a) ci potrà essere una comunicazione unilaterale del datore di lavoro per il dipendente, nella quale quest’ultimo viene reso edotto dell’adozione dello smart working;
  2. b) appare sufficiente nella procedura telematica d’emergenza, una comunicazione proveniente dal datore di lavoro al Ministero del lavoro, in forma di autocertificazione, di avviso di attivazione, come chiarito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nella sua nota del 24 febbraio 2020: nel campo “data di sottoscrizione dell’accordo”, andrà inserita la data di inizio dello smart working;
  3. c) il lavoratore in smart working è tutelato contro i rischi da infortuni e da malattie professionali per una prestazione lavorativa resa all’esterno dei locali aziendali. Gli obblighi di informativa di cui all’art. 22 della legge 22 maggio 2017, n. 81, che prevede la: “consegna al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro”, sono considerati assolti in via telematica anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito INAIL (cfr. art.4, comma 1, lett.a) D.P.C.M. dell’1.03.2020);
  4. tuttavia, si pone all’attenzione che non vi è esonero dal rispettare gli articoli dal 18 al 23 della legge n. 81 del 22 maggio 2017, che regolano lo smart working (ad esempio per l’orario di lavoro, l’utilizzo degli strumenti tecnologici, l’esercizio del potere organizzativo e di controllo, ecc.), posto che sono espressamente richiamati all’articolo 4 del D.P.C.M. dell’1.03.2020.

Malgrado le facilitazioni, si segnala l’esigenza di comunicare al dipendente le indicazioni e previsioni che la legge impone debbano essere contenute nell’accordo di lavoro sottoscritto dal datore di lavoro e dal dipendente, per evitare problematiche, incomprensioni e/o rivendicazioni durante il rapporto di lavoro inter partes o alla sua cessazione.

E’ auspicabile un’apposita comunicazione completa, onde regolamentare alcuni aspetti dell’esecuzione della prestazione lavorativa, stabilendo i tempi di disconnessione dagli strumenti, la fruizione dei riposi, l’esercizio del potere di controllo e le condotte rilevanti per la disciplina del rapporto di lavoro de quo;

  1. l’adozione dello smart working ovviamente dipende dalle mansioni del lavoratore (è più efficace in ambito di information work, lavoro impiegatizio ed informatizzato, mentre è difficilmente prospettabile ad esempio per un operaio addetto ad un impianto), dalla sostenibilità per il datore di lavoro di fornire degli strumenti digitali per lavorare in mobilità, dalla fiducia da riporre nei confronti del dipendente, e da altri fattori differenti caso per caso;
  2. il nuovo decreto consente il ricorso al lavoro agile nell’alveo di quelli in precedenza emanati nella situazione emergenziale e, come precisato, ha una valenza transitoria (la durata termina al 31.07.2020), che è probabile che subisca ulteriori modifiche ed integrazioni, anche per fugare alcuni dubbi interpretativi.

Di conseguenza, la struttura ordinaria e le modalità “normali” di lavoro agile, prescritte dalla legge 22 maggio 2017, n. 81, non sono messe in discussione dalle deroghe parziali.

****

In conclusione, appare indubbio che l’impatto dello smart working rispetto alle modalità ordinarie comporti un mutamento culturale, che determina la necessità di modificare le abituali procedure di lavoro e di fissare delle regole comportamentali.

Allo stesso tempo, è essenziale l’adeguamento degli aspetti di sicurezza informatica per i dati sensibili, personali ed aziendali coinvolti, lavorando il dipendente al di fuori dell’area “protetta” aziendale.

Per focalizzare la questione, è utile sottolineare che, ad avviso dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, lo smart working rappresenta: “un’opportunità per non arrestare la produzione e sperimentare con successo modelli che prediligono la flessibilità”, in vista di una futura sua estensione.

In generale, gli studi hanno ravvisato che il lavoro agile determina un elevato incremento di produttività per le performance individuali e collettive (calcolato in un aumento di produttività dell’ordine del 15 e 20% secondo i dati del Politecnico di Milano), con una ricaduta positiva a livello ambientale in termini di Co2, per la minore mobilità delle persone, con una diminuzione del traffico veicolare.

Da ultimo, è significativo che per i lavoratori che vi rientrano, si rileva una maggiore soddisfazione, collegata alla conciliazione della vita lavorative e personale, nonché la riduzione dello “stress da pendolare”.

Avv. Leonardo Merrino 

Labour Department - Studio Mainini&Associati

 

Accoglimento totale contro Poste Italiane. 2019 #StudioMaininini contro #posteitaliane

Il Ricorrente, supportato dal dipartimento di lavoro dello Studio Maininini & Associati, contro Poste Italiane – avv. Pier Angelo Mainini, avv. Leonardo Merrino, avv. Manuela Oldani..

 

Tribunale Ordinario di Milano Sezione Lavoro

Il Giudice —-

letti gli atti e i documenti della causa iscritta al n. —- RGL pendente tra:

IL RICORRENTE

contro

POSTE ITALIANE SPA

–         resistente –

IN FATTO

—-

MOTIVI DELLA DECISIONE

—-

ordina a POSTE ITALIANE S.p.A.

di disporre l’immediato trasferimento del RICORRENTE presso una delle sedi della provincia di Napoli indicate con comunicazione a mezzo pec 2.8.2019;

 

Sicurezza del lavoro: sanzioni in materia

Il datore di lavoro è colui che ha le maggiori responsabilità in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Ha, innanzitutto, due obblighi non delegabili.

  • La valutazione di tutti i rischi (redazione del Documento di Valutazione dei Rischi),
  • la nomina del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP).     

Il Datore di Lavoro, che non ottemperasse a tale  obbligo di redazione del DVR, è suscettibile di sanzione con ammenda che va da un minimo di 1.096€ ad un massimo di 4.384€ (se il documento risulta incompleto). In caso di omessa redazione invece, il Datore di lavoro rischia l’arresto da tre a sei mesi o un’ammenda da 2.500€ a 6.400€.

Se a mancare invece è la nomina dello RSPP, vi è l’arresto da tre a sei mesi o un’ammenda da 2.500€ a 6.400€.

Per inadempienze relative agli obblighi di informazione, formazione e addestramento dei dirigenti, dei preposti nonché dei lavoratori e dei loro rappresentanti, il datore di lavoro può essere sanzionato con l’arresto da due a quattro mesi o con un’ammenda da 1.315,20 € a 5.699,20 €.

Gli obblighi in capo sia al Datore di lavoro che al Dirigente.

  • arresto da due a quattro mesi o ammenda da 1.315,20€ a 5.699,20€ nel caso in cui i lavoratori vengano adibiti a mansioni non adatte alle loro capacità professionali o alle loro condizioni di salute;
  • ammenda da 2.192€ a 4.384€ per mancato invio dei lavoratori alla visita medica entro le scadenze previste,
  • arresto da due a quattro mesi o ammenda da 822€ a 4.384€ per mancata consegna agli RLS del Documento di Valutazione dei Rischi.
  • sanzione amministrativa pecuniaria da 500€ a 1.800€ per omessa comunicazione all’INAIL degli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro di almeno 1 giorno, escluso dell’evento, ai soli fini statistici e informativi;
  • sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000€ a 4.500€ per omessa denuncia all’INAIL degli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro superiore a 3 giorni;
  • sanzione amministrativa pecuniaria da 50€ a 300€ per omessa comunicazione all’INAIL dei nominativi del RLS.

 

Secondo il principio di competenza l’indennità dell’agente è deducibile

 #Agenti – E.N.AS.A.R.CO

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 16 novembre 2018, n. 29529

 

Fatti di causa

S.F. Spa (ora xxxxx) impugnava l’avviso di accertamento per l’anno 2003 per Iva, Irpeg ed Irap con cui venivano ripresi maggiori interessi passivi, erroneamente computati, costi non di competenza per l’indennità di clientela corrisposta ad un agente cessato nel 2003, nonché costi per l’irregolare ammortamento dell’acquisto di un software e delle relative spese di sviluppo, per le royalties corrisposte per l’utilizzazione di un marchio, non ripartite con le altre società del gruppo. Venivano altresì ripresi a tassazione i maggiori interessi attivi per un finanziamento concesso ad una controllata estera con tasso inferiore al valore normale, i costi per premi assicurativi per i dirigenti ed un credito d’imposta per dividendi percepiti dalla controllata francese. Veniva, infine, recuperata a tassazione l’Iva per fatture straniere non oggetto di integrazione, con irrogazione della sanzione per mancata autofattura.

La Commissione tributaria provinciale di Mantova accoglieva l’impugnazione ad eccezione delle riprese per i costi assicurativi ed il credito d’imposta sui dividendi esteri. Il giudice d’appello, in parziale riforma, confermava l’accertamento in ordine alla ripresa sui risconti attivi per l’utilizzo di un marchio e sul credito d’imposta.

L’Agenzia delle entrate ricorre per cassazione con otto motivi; resiste la contribuente con controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale con due motivi, poi illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.

Ragioni della decisione

1. In via preliminare deve valutarsi l’ammissibilità del ricorso, redatto con la tecnica dell’assemblaggio.

In ordine all’utilizzo di tale tecnica di redazione dell’atto impugnativo, ritenuta generalmente motivo di inammissibilità del ricorso per mancato rispetto del contenuto prescritto dall’art. 366, primo comma, n. 3, c.p.c., la giurisprudenza ha opportunamente puntualizzato che l’integrale riproduzione di una serie di documenti si traduce in un mascheramento dei dati effettivamente rilevanti, tanto da risolversi in un difetto di autosufficienza, sicché è sanzionabile con l’inammissibilità a meno che il coacervo dei documenti integralmente riprodotti, essendo facilmente individuabile ed isolabile, possa essere separato ed espunto dall’atto processuale, la cui autosufficienza, una volta resi conformi al principio di sinteticità il contenuto e le dimensioni globali, dovrà essere valutata in base agli ordinari criteri ed in relazione ai singoli motivi (Cass. n. 18363 del 2015).

Nel caso in questione, benché 135 delle 158 pagine del ricorso siano costituite da allegati (atto impositivo ed atti processuali), quanta residua dalla loro estrapolazione consente di percepire i fatti sostanziali e processuali, esclusa dunque l’inammissibilità.

1.1. Sempre in via preliminare va poi dato atto che non è stata impugnata, ed è quindi definitiva, la statuizione di annullamento dell’avviso di accertamento quanto ai maggiori interessi passivi ed ai costi assicurativi.

2. Il primo motivo del ricorso principale denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1751 c.c. e 75 tuir (ratione temporis vigente, oggi 109) per aver la CTR ritenuta corretta l’imputazione nel 2003 dell’indennità suppletiva di clientela corrisposta nel 2004 ad un agente cessato dal rapporto al 31 dicembre 2003.

2.1. Il motivo non è fondato.

 2.2. La questione, invero, è stata oggetto di ampia disamina da parte di questa Corte con la sentenza n. 26534 del 17/12/2014 (conforme a Cass. n. 13506 del 11/06/2009) sia sotto il profilo della deducibilità dell’indennità suppletiva di clientela (quanto alle quote maturate), sia, conseguentemente, della sua imputazione per competenza (e non per cassa), avuto anche riguardo al precedente di cui a Cass. n. 4115 del 20/02/2014, apparentemente dissonante.

2.3. La Corte, in particolare, ha rilevato che «a) l’art. 1751 cod. civ. contiene ormai l’intera disciplina dell’indennità di fine rapporto dell’agente di commercio, essendo caduta la pregressa distinzione fra “indennità di scioglimento del contratto” (obbligatoria perché di origine codicistica) ed “indennità suppletiva di clientela”, prevista dalla contrattazione collettiva e fruibile solo a determinate condizioni (cfr. Cass. nn. 2126/2001 e 4586/1991); b) l’espressione “indennità, per la cessazione di rapporti di agenzia”, contenuta nell’art. 16, comma 1, lett. d)» d.P.R. n. 917 del 1986 ratione temporis vigente «, ha una portata estesa, senza ulteriori distinzioni, alla materia regolata dall’art. 1751 cod. civ.; c) a fronte del chiaro dato normativo e della conseguita unitarietà del trattamento di fine rapporto dell’agente di commercio, non sarebbe corretto fondare l’indeducibilità dei relativi accantonamenti sul suo carattere aleatorio, dal momento che anche i fondi di previdenza del personale, cui si riferisce il medesimo art. 70, comma 1, cit. – e, in genere, tutti gli accantonamenti per rischi, cui si riferiscono gli articoli successivi – contemplano spese di carattere aleatorio; d) il legislatore, favorendo l’accantonamento mediante un beneficio fiscale, ha inteso favorire il comportamento previdente del preponente e, al tempo stesso, tutelare l’agente, quale soggetto contrattualmente più debole; e) vi è una indubbia tendenza legislativa ad uniformare – in tema di reddito d’impresa, e specificamente di accantonamenti – i diversi criteri contabili imposti dalle norme civilistiche o specificamente stabiliti da quelle tributarie (Cass. n. 15213/2000); f) la stessa Amministrazione, con le risoluzioni 21 luglio 1976, n. 8/731 e 9 aprile 2004 n. 59/E, aveva chiarito come, ai fini della deduzione degli accantonamenti al fondo ISC, in base al combinato disposto degli artt. 105, comma 4 e 17, comma 1, nuovo t.u.i.r., non contasse la circostanza che talune componenti della complessiva indennità avessero natura aleatoria (come l’indennità suppletiva di clientela), eliminando così ogni dubbio sulla deducibilità di accantonamenti per accadimenti anche solo eventuali; g) i precedenti contrari alla deducibilità riguardavano anni d’imposta anteriori alla modifica dell’art. 1751 cod. civ. (anno 1989 per Cass. n. 7690/2003, anno 1991 per Cass. n. 17602/2008, mentre Cass. n. 24973/2006 non esplicita l’annualità d’imposta, ma si allinea alla prima pronuncia), quando “si riteneva che l’indennità di scioglimento del contratto di agenzia e quella suppletiva di clientela assolvessero funzioni distinte pur se concorrenti, differenziandosi fra loro soprattutto perché, mentre la prima era sempre dovuta al momento della cessazione del rapporto ed era corrisposta dall’ente previdenziale (E.N.AS.A.R.CO), la seconda era soggetta a particolari regole e limitazioni, derivanti dagli accordi economici collettivi succedutisi nel tempo, e non trovava corrispondenza nella disciplina legale dell’indennità vera e propria di fine rapporto; sicché sembrava evidente che non avesse natura previdenziale, sia perché non accantonata in apposito fondo tenuto dall’ente di previdenza per gli agenti e rappresentanti di commercio”, sia perché “caratterizzata dalla mera eventualità dell’obbligo del preponente alla sua corresponsione”; sicché si trattava di casi nei quali “le indennità di fine rapporto potevano dirsi effettivamente distinte, nei termini sopra indicati, non essendo ancora entrata in vigore (1.1.1993) la menzionata modifica dell’art. 1751 c.c., che le ha unificate, rendendo così univoca, nel senso della deducibilità dell’accantonamento, l’interpretazione delle norme fiscali citate>.

2.4. Tutto ciò ha portato la Corte a ritenere – conclusione cui il collegio intende dare continuità – che, in conseguenza della nuova configurazione data dal d.lgs. n. 303 del 1991 all’art. 1751 c.c., in esecuzione della direttiva n. 86/653/CEE (e a decorrere, quindi, dal 1 gennaio 1993, data di entrata in vigore della disposizione) l’indennità in questione «rientra pacificamente nell’art. 105, comma 4, nuovo t.u.i.r. (art. 70 vecchio t.u.i.r) – nei quali la deducibilità ai fini delle imposte sui redditi si ha per competenza, e non per cassa».

2.5. L’antinomia emergente da Cass. n. 4115 del 20/02/2014 (come pure nei più risalenti precedenti sopra citati), poi, è solo apparente poiché in quella fattispecie concreta si discuteva di annualità d’imposta antecedente la richiamata riforma dell’art. 1751 c.c. (segnatamente, l’anno di imposta 1978).

2.6. Va poi disatteso l’ulteriore profilo, sotteso alla doglianza, che, attesa l’indeterminatezza nell’an e nel quantum dell’indennità in questione, lo stesso art. 75 tuir (ora 109) imporrebbe l’applicazione del principio di cassa.

Dal tenore della norma («I ricavi, le spese e gli altri componenti positivi e negativi, per i quali le precedenti norme del presente capo non dispongono diversamente, concorrono a formare il reddito nell’esercizio di competenza; tuttavia i ricavi, le spese e gli altri componenti di cui nell’esercizio di competenza non sia ancora certa l’esistenza o determinabile in modo obiettivo l’ammontare concorrono a formarlo nell’esercizio in cui si verificano tali condizioni») si evince, infatti, che il principio di cassa soppianta quello di competenza, in presenza di incertezza nell’an o indeterminabilità nel quantum solo in mancanza di diverse disposizioni specifiche, che, nella specie, sono rinvenibili proprio nel combinato disposto dell’art. 70 (ora 105) («1. Gli accantonamenti ai fondi per le indennità di fine rapporto […] sono deducibili nei limiti delle quote maturate nell’esercizio in conformità alle disposizioni legislative e contrattuali che regolano il rapporto di lavoro dei dipendenti stessi. [..] 3. Le disposizioni dei commi 1 e 2 valgono anche per gli accantonamenti relativi alle indennità di fine rapporto di cui alle lett. c), d), e f) del comma 1 dell’art. 16») e 16 (ora 17) («/. […] d) indennità per la cessazione di rapporti di agenzia delle persone fisiche [..];») del d.P.R. n. 917 del 1986, ratione temporis vigente.

2.7. Va quindi affermato il seguente principio:

«L’indennità suppletiva di clientela spettante agli agenti è inclusa tra le “indennità per la cessazione di rapporti di agenzia”, cui fa riferimento l’art. 16 (ora 17), comma 1, lettera d), tuir, richiamato dall’art. 70 (ora 105), comma 3, tuir, locuzione che si riferisce alla materia regolata dall’art. 1751 c. c., modificato dal d.lgs. n. 303 del 1991, di attuazione della direttiva n. 86/653/CEE, che prescinde dall’origine codicistica o contrattuale dell’indennità stessa, sicché, dal 1 gennaio 1993, data di entrata in vigore della nuova regolamentazione, l’indennità è deducibile secondo il principio di competenza e non per cassa, irrilevante il carattere aleatorio della stessa»

2.8. In applicazione dell’anzidetto principio, dunque, la sentenza – riguardando la controversia l’anno d’imposta 2003 – va sul punto confermata.

3. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 42 d.P.R. n. 600 del 1973 e 6 d.lgs. n. 218 del 1997. L’Agenzia, in sostanza, lamenta che la CTR abbia ritenuto l’illegittimità dell’avviso di accertamento in ordine al recupero a tassazione, oltre che dell’indennità di clientela, dei rilievi riferiti agli interessi attivi per violazione della disciplina del transfer pricing e – con riguardo alla riduzione del quantum da € 101.775,20 a € 84.300,00 – al pagamento delle royalties per l’utilizzazione di un marchio, per aver l’Ufficio insistito integralmente nonostante i suddetti rilievi fossero stati ridotti od abbandonati nella procedura di accertamento con adesione a seguito della notifica dell’avviso stesso ma non andata a buon fine.

3.1. Il mezzo è inammissibile con riferimento all’indennità di clientela avendo la CTR annullato il rilievo in base ad una duplice ratio, la prima della quale, pur censurata, è, come sopra precisato, corretta in diritto.

3.2. In ordine ai restanti rilievi, invece, la doglianza è fondata, esclusa ogni inammissibilità, risultando, da un lato, correttamente censurate le disposizioni asseritamente violate e, dall’altro, quanto alle royalties, esattamente impugnata la motivazione della CTR nei limiti di quanto sfavorevolmente statuito nei confronti dell’Ufficio.

Giova sottolineare, sul punto, che anche con riguardo al rilievo sul transfer pricing la CTR ha fondato la propria statuizione su una duplice ratio, escludendo altresì il carattere elusivo dell’operazione – fondamento censurato dall’Ufficio con il quinto motivo del ricorso – , mentre, quanto al risconto, il giudice d’appello ha escluso, per il fondamento qui in esame, solo la correttezza del maggior importo preteso.

3.3. La CTR, invero, ha tratto conclusioni non corrette dal mancato perfezionamento della procedura di accertamento con adesione, nella specie avviata dal contribuente (come emerge, tra l’altro, dal verbale di contraddittorio, riprodotto in parte qua per autosufficienza dall’Ufficio), cui era stato notificato l’avviso.

La formulazione da parte dell’Ufficio, in sede di accertamento con adesione, di una proposta avente un contenuto ridotto rispetto a quanto preteso con l’avviso notificato non determina né la rinuncia a far valere la pretesa tributaria, né il disconoscimento, ex se, della consistenza probatoria conseguente all’accertamento esperito (v. Cass. n. 9659 del 14/04/2017).

Va rilevato, del resto, che l’atto di accertamento con adesione non ha natura negoziale o transattiva, non potendo l’Amministrazione negoziare la pretesa tributaria, ma di atto unilaterale, espressione del potere potestativo impositivo della stessa.

Ne deriva che, in caso di mancata adesione, contribuente e Amministrazione finanziaria semplicemente non hanno concordato nella determinazione della pretesa tributaria alla luce dei complessivi elementi emersi nel contraddittorio, sicché l’Ufficio, in tale evenienza, procede legittimamente a dare corso all’avviso di accertamento già notificato, la cui intempestiva impugnazione (ossia oltre il termine di giorni sessanta al netto dell’effetto sospensivo di cui all’art. 6, comma 3, d.lgs. n. 218 del 1997) ne determina l’incontrovertibilità, segno evidente della non rilevanza del contenuto della mera proposta non accolta. Del resto, l’art. 6, comma 4, d.lgs. n. 218 cit. prevede che l’avviso perda efficacia solamente «all’atto del perfezionamento della definizione».

3.4. è ben vero, infine, che potrebbe essere richiesto un onere aggravato di motivazione; ciò, tuttavia, si pone nei casi in cui il contraddittorio sia stato attivato anteriormente all’invio dell’avviso (e segnatamente in caso di accertamento in base a studi di settore, costituendo l’attivazione del contraddittorio endoprocedimentale momento costitutivo essenziale per la legittimità della procedura: v. Cass. n. 13907 del 31/05/2018) e sempreché, ovviamente, il contribuente abbia fornito elementi in tal senso, condizioni entrambe assenti nella vicenda in giudizio, tanto più avendo la CTR ritenuto viziato l’avviso sul solo fatto dell’asserito “abbandono” del rilievo in sede di accertamento con adesione.

4. Per connessione logica appare opportuno, quindi, esaminare il quinto motivo del ricorso principale, che denuncia, in ordine alla seconda ratio sul recupero a tassazione degli interessi attivi per la  differenza tra il valore normale e quanto effettivamente pagato, violazione e falsa applicazione dell’art. 76 (ora 110) tuir.

4.1. Il motivo – ammissibile non involgendo questioni di merito ma la corretta applicazione della norma – è fondato.

4.2. Occorre evidenziare, infatti, che l’art. 76 (oggi 110) tuir non integra una disciplina antielusiva in senso proprio, ma è finalizzata alla repressione del fenomeno economico del transfer pricing (spostamento d’imponibile fiscale a seguito di operazioni tra società appartenenti al medesimo gruppo e soggette a normative nazionali differenti) in sé considerato, sicché la prova gravante sull’Amministrazione finanziaria non riguarda la maggiore fiscalità nazionale o il concreto vantaggio fiscale conseguito dal contribuente, ma solo l’esistenza di transazioni, tra imprese collegate, ad un prezzo apparentemente inferiore a quello normale, incombendo, invece, sul contribuente, giusta le regole ordinarie di vicinanza della prova ex art. 2697 c.c. ed in materia di deduzioni fiscali, l’onere di dimostrare che tali transazioni siano intervenute per valori di mercato da considerarsi normali alla stregua di quanto specificamente previsto dall’art. 9, comma 3, tuir (v. Cass. n. 11949 del 2012; Cass. n. 10742 del 2013; Cass. n. 18392 del 2015; Cass. n. 7493 del 2016).

Tale conclusione, del resto, risponde alla ratio della normativa che va rinvenuta «nel principio di libera concorrenza enunciato nell’art. 9 del Modello di Convenzione OCSE”», sicché la valutazione in base al valore normale investe la “sostanza economica dell’operazione” che va confrontata “con analoghe operazioni realizzate in circostanze comparabili in condizioni di libero mercato tra soggetti indipendenti” (v. in particolare Cass. n. 27018 del 15/11/2017 che, nel ricomporre le diverse opzioni interpretative emerse nella giurisprudenza della Corte, ha espressamente affermato «la ratio della disciplina di cui all’art. 110, comma 7, tuir, va individuata nel principio di libera concorrenza, esclusa ogni qualificazione della stessa come norma antielusiva»).

Per inciso, va rilevato che le attuali linee guida OCSE, in termini non dissimili da quanto previsto sin dagli anni ’70, sono univoche nel chiarire (Capitolo VII delle linee guida del 2010, par. 7.14 e 7.15 in ordine all’individuazione e remunerazione dei finanziamenti come servizi infragruppo, nonché 7.19, 7.29 e 7.31 con riguardo alla determinazione del pagamento), che la remunerazione di un finanziamento infragruppo deve avvenire, di norma, attraverso la corresponsione di un tasso di interesse corrispondente a quello che sarebbe stato previsto tra imprese indipendenti in circostanze comparabili.

4.3. Orbene, nella vicenda in esame la CTR ha escluso l’applicazione dell’istituto sull’assunto che “l’interesse più favorevole concesso ad una controllata per l’acquisizione di una società operante nello stesso settore in Spagna non ha necessariamente carattere elusivo” e, dunque, pur a fronte del dato oggettivo della divergenza rispetto al valore normale, ne ha escluso la rilevanza in base ad un presupposto irrilevante ed estraneo alla disposizione, di cui ha fatto errata applicazione, derivandone, in parte qua, la cassazione della sentenza.

5. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 68 (ora 103) tuir per aver la CTR ritenuto ammortizzabili le spese di acquisto del software applicativo gestionale, pagate tra il 1998 e il 2002 e capitalizzate, a partire dal 2003, anno di messa in funzione, in cinque quote annuali, mentre l’importo era deducibile in quote costanti. di 1/3 a partire dall’esercizio di sostenimento del costo.

5.1. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 74 (ora 108) tuir per aver la CTR negato che le spese di adeguamento alle esigenze aziendali del software applicativo gestionale acquisito dalla contribuente fossero qualificabili come spese di ricerca e sviluppo, ritenendo corretta la deducibilità, per quote costanti di 1/5 a partire dall’entrata in funzione dell’applicativo così adattato anziché dall’esercizio di sostenimento.

6. I motivi terzo e quarto postulano una unitaria questione, sicché vanno esaminati congiuntamente: il primo è inammissibile, il secondo infondato.

6.1. Occorre premettere che l’art. 68, commi 1 e 2, (ora 103) tuir, ratione temporis vigente, stabilisce «1. Le quote di ammortamento del costo dei diritti di utilizzazione di opere dell’ingegno, dei brevetti industriali, dei processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite in campo industriale, commerciale o scientifico sono deducibili in misura non superiore a un terzo del costo; quelle relative al costo dei marchi d’impresa sono deducibili in misura non superiore ad un decimo del costo. 2. Le quote di ammortamento del costo dei diritti di concessione e degli altri diritti iscritti nell’attivo del bilancio sono deducibili in misura corrispondente alla durata di utilizzazione prevista dal contratto o dalla legge».

La disposizione regola, specificamente, l’ammortamento delle immobilizzazioni costituite dai beni immateriali che consistono in idee, ovvero prodotti dell’attività intellettuale dell’uomo, suscettibili di utilizzazione economica, tra cui rientrano anche i software, cioè i programmi per l’utilizzo degli apparati elettronici; in ragione di ciò le categorie dei beni sono distinte secondo i diritti acquisiti dal soggetto economico che intende operare la deduzione. Giova sottolineare, per quanto interessa il presente giudizio, che la normativa sulle opere dell’ingegno, dettata in tema di programmi per elaboratore dall’art. 64-bis della I. n. 633 del 1941, prevede “fatte salve le disposizioni dei successivi articoli 64-ter e 64-quater, i diritti esclusivi conferiti dalla presente legge sui programmi per elaboratore comprendono il diritto di effettuare o autorizzare; a) la riproduzione, permanente o temporanea, totale o parziale, del programma per elaboratore con qualsiasi mezzo o in qualsiasi forma. Nella misura in cui operazioni quali il caricamento, la visualizzazione, l’esecuzione, la trasmissione o la memorizzazione del programma per elaboratore richiedano una riproduzione, anche tali operazioni sono soggette all’autorizzazione del titolare dei diritti; b) la traduzione, l’adattamento, la trasformazione e ogni altra modificazione del programma per elaboratore, nonché la riproduzione dell’opera che ne risulti, senza pregiudizio dei diritti di chi modifica il programma; c) [..]».

Si tratta di disposizione che rende bene l’idea dell’ampiezza dei diritti cedibili e trasferibili e delle facoltà incluse nei diritti stessi. Infine, il Principio contabile n. 24, redatto dall’OIC, include í software tra i beni immateriali strumentali all’attività d’impresa e distingue, con riguardo agli applicativi funzionali a specifiche esigenze dell’utente (come nella specie), tra acquisto proprietario (cui è assimilato l’acquisto della licenza d’uso a tempo indeterminato) e produzione del software ad uso interno (tutelato o non tutelato).

Mentre per nel primo caso l’ammortamento, trattandosi di prodotto funzionante, è imputato, per quote, dall’esercizio di acquisto, nella diversa ipotesi le quote sono imputate a ciascun esercizio con decorrenza «dal momento in cui l’immobilizzazione è disponibile e pronta per l’uso».

6.2. Dalla lettura del quadro normativo su delineato, opportunamente coordinata con la disciplina civilistica in tema di bilancio, appare dunque evidente che l’intera fattispecie – acquisto di software applicativo; adattamento modifica e trasformazione del medesimo software – resta compiutamente disciplinata nell’alveo dell’art. 68 tuir, ratione temporis vigente.

6.3. Alla stregua dei principi sopra esposti ne deriva, in primo luogo, l’inammissibilità del terzo motivo.

L’Agenzia, infatti, nel considerare, in termini singolari, l’acquisto del software, con individuazione delle caratteristiche proprie del diritto immateriale e della correlata disciplina di ammortamento, ha inammissibilmente modificato – in sede di legittimità – l’originaria contestazione che riguardava, in termini unitari, «costi indeducibili relativi ad un ammortamento software: nel processo verbale viene contestata la capitalizzazione e il relativo ammortamento di costi relativi a “studi e ricerche” e quindi deducibili ex art. 74 tuir nell’esercizio in cui sono state sostenute o in quote costanti nell’esercizio stesso e nei successivi» (v. avviso di accertamento). Nello stesso pvc, del resto, mentre i costi per l’adattamento del software sono oggetto di disamina sotto la voce «consulenze e costi indiretti per il personale» (e ricondotti alla disciplina di cui all’art. 74 tuir), l’acquisto originario del software è trattato nella diversa sezione «licenze – anno 1998» (e con richiamo della disciplina di cui all’art. 68 tuir), la quale, tuttavia, non è stata trasfusa né nella contestazione, né, quindi, nei successivi atti (v. anche atto di gravame).

6.4. Il quarto motivo è invece infondato poiché l’attività in oggetto non va ricondotta a studi e ricerche ma integra una ipotesi di «adattamento, trasformazione e ogni altra modificazione del programma», suscettibile, dunque, di ammortamento (nei limiti indicati dall’art. 68, comma 1, tuir atteso il carattere proprietario del bene) dal momento della sua effettiva utilizzabilità.

7. Il sesto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 17 d.P.R. n. 633 del 1972, 10 I. n. 212 del 2000 e 6 d.lgs. n. 472 del 1997 per non aver la contribuente emesso autofattura per prestazioni di servizi imponibili rese in Italia da soggetto comunitario.

Il settimo e l’ottavo (rubricato come “9”) motivo denunciano, rispettivamente, omessa pronuncia e omessa motivazione.

7.1. L’Agenzia delle entrate, in sostanza, lamenta che la CTR, nel ritenere esistente il diritto a detrazione dell’Iva per le suddette operazioni, abbia anche escluso la sanzione irrogata per la mancata emissione di autofattura.

7.2. I motivi, da esaminare unitariamente per connessione logica, sono fondati nei termini che seguono.

7.3. Va disattesa, preliminarmente, l’eccepita inammissibilità, risultando inalterati i fatti costitutivi della pretesa sanzionatoria (l’omessa autofatturazione).

7.4. La CTR si è limitata ad affermare «pure il rilievo n. 8 riguardante l’obbligo della autofatturazione va annullato essendo intervenuta sul punto la Corte Europea che ha dichiarato sussistere il diritto alla detrazione anche in assenza di auto fatturazione».

La CTR, dunque, sì è pronunciata esplicitamente sul diritto a detrazione della contribuente, così implicitamente statuendo, atteso il tenore della doglianza in appello dell’Agenzia (che cumulava recupero dell’imposta e sanzione), anche sulle sanzioni. Né la motivazione è omessa, riferendosi la giustificazione posta a riferimento della pretesa sostanziale anche alla sanzione. Va peraltro rilevato, con riguardo agli acquisiti intracomunitari, che il principio fondamentale della neutralità dell’Iva esige sì che «la detrazione dell’imposta a monte sia accordata, nonostante l’inadempimento di taluni obblighi formali, se sono soddisfatti tutti gli obblighi sostanziali, di cui le violazioni formali non impediscano la prova certa» (v. Cass. n. 7576 del 15/04/2015; Cass. n. 3586 del 24/02/2016), ma da esso non deriva, di necessità, anche la caducazione della sanzione per omessa autofatturazione, la quale, anzi, costituisce modalità di adempimento degli obblighi in materia di Iva idonea a consentire i controlli e gli accertamenti fiscali. Il riconoscimento del diritto di detrazione pur nell’inosservanza dI fatturazioni e registrazioni, infatti, non conduce a ritenere, al contempo, meramente formale la violazione del reverse charge e, dunque, non punibile in base all’art. 10 della I. n. 212 del 2000 (Cass. n. 7576 del 15/04/2015; Cass. n. 9505 del 12/04/2017; Cass. n. 20806 del 06/09/2017).

8. Passando al ricorso incidentale, il primo motivo denuncia violazione degli artt. 75 (ora 109) tuir, ratione temporis applicabile, e 2697 c.c. per aver la CTR confermato la ripresa dei costi delle royalties pagate dalla società per l’utilizzo del marchio F. della H.I., nonostante la totale inerenza della quota di ammortamento dell’utilizzo del marchio stesso.

8.1. Il motivo è infondato ed ai limiti dell’inammissibilità.

Secondo la società ricorrente la sottoscrizione apposta dalle altre società del gruppo al contratto relativo all’utilizzo del marchio F. era solo “per presa conoscenza”; l’assunto è stato disatteso dalla CTR poiché «la sottoscrizione delle altre società per presa conoscenza non risulta provata non essendo agli atti il documento da cui risulti che le sottoscrizioni erano per mera conoscenza». Tale affermazione, peraltro, è contestata in termini meramente generici ed assertivi. Né può addossarsi il mancato assolvimento dell’onere probatorio in capo all’Ufficio poiché «la prova dell’inerenza di un costo quale atto d’impresa, ossia dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe sul contribuente in quanto tenuto a provare l’imponibile maturato» (da ultimo Cass. n. 18904 del 17/07/2018), sicché legittimamente la CTR ha ritenuto la correttezza della ripresa.

9. Il secondo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c., vizio di motivazione nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 24 della Convenzione italo-francese del 5.10.1989, 15 e 96 bis tuir quanto al mancato riconoscimento del credito d’imposta dI € 49.925,50 su dividendi percepiti dalla controllata francese.

9.1. Il motivo non è fondato.

9.2. La questione è già stata oggetto di approfondita disamina da parte di questa Corte con la sentenza n. 2257 del 31/01/2011 (che, tra l’altro, vedeva come parte la medesima contribuente), i cui principi, condivisi dal Collegio, sono stati recentemente ribaditi, con specifico riguardo all’applicazione della Convenzione italofrancese in esame, dalla sentenza Cass. n. 23367 del 06/10/2017 (v. anche Cass. n. 27111 del 28/12/2016 in motivazione).

9.3. L’interpretazione letterale e sistematica delle norme di riferimento induce a ritenere che la società non abbia diritto al credito d’imposta richiesto. Non si comprende, infatti, per quale ragione le imposte che incidono sui dividendi tassati all’estero – che non entrano nella formazione della base imponibile in Italia e quindi sono esenti da imposta in Italia (per cui non sussiste il rischio della doppia imposizione) – dovrebbero essere recuperate in Italia, attraverso il meccanismo del credito/detrazione d’imposta, con la conseguenza non tanto di evitare la doppia imposizione, ma di fare ottenere al contribuente addirittura la totale esenzione sui dividendi, che dopo essere stati tassati all’estero vengono “detassati” in Italia, attraverso il meccanismo della detrazione d’imposta. L’art. 15, comma 1, tuir, vigente ratione temporis, disponeva testualmente che “Se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta fino alla concorrenza della quota di imposta italiana corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero e il reddito complessivo al lordo delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione”.

Dalla lettera della legge risulta chiaramente che per usufruire del credito di imposta occorre che il contribuente sia titolare di redditi prodotti e tassati all’estero e che tali redditi concorrano alla formazione del reddito complessivo tassabile in Italia. Soltanto dopo che sia stato determinato il reddito complessivo tassabile in Italia entra in gioco il limite di detraibilità derivante dal rapporto tra i redditi prodotti all’estero e il reddito complessivo al lordo delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione.

In altri termini, il diritto alla detrazione dell’imposta pagata all’estero opera nei limiti in cui il reddito di fonte estera entra a far parte della base imponibile in Italia, fatto salvo l’ulteriore limite stabilito dalla legge. Ne deriva che il prelievo fiscale su redditi esteri che non concorrono alla formazione del reddito complessivo, non dà diritto a detrazione. La norma mette al riparo i contribuenti dalla doppia imposizione in senso giuridico (che, notoriamente, è quella che colpisce più volte lo stesso presupposto d’imposta in capo allo stesso soggetto o in capo a soggetti differenti), in quanto l’imposta pagata all’estero sulla parte di reddito che sia tassabile anche in Italia da diritto alla corrispondente detrazione. Non è così, ovviamente, per i redditi prodotti e tassati all’estero che non siano tassabili anche in Italia (in quanto non entrano a far parte della base imponibile), perché in tal caso non v’è rischio di doppia imposizione e, addirittura, il meccanismo della detrazione porterebbe alla vanificazione dell’imposta pagata all’estero, che verrebbe detratta indebitamente in Italia.

Rispetto all’art. 15, che contiene una norma di carattere generale, che stabilisce quali siano i presupposti per beneficiare della detrazione d’imposta (titolarità di redditi prodotti e tassati all’estero ma che entrino a far parte della base imponibile in Italia), gli artt. 96 e 96 bis tuir, nel testo vigente ratione temporis, dettavano uno speciale regime fiscale per un particolare tipo di reddito di provenienza estera, quali i dividendi esteri, prevedendo che dovessero entrare a far parte della base imponibile in Italia soltanto nella percentuale del 40% e del 5%. Infatti, l’art. 96 TUIR, vigente stabiliva che gli utili distribuiti da società collegate, ai sensi dell’art. 2359 c.c. non residenti nel territorio dello Stato concorrevano a formare il reddito soltanto per il 40 per cento del loro ammontare. L’art. 96 bis tuir invece prevedeva che gli utili distribuiti, in occasione diversa dalla liquidazione, da società non residenti aventi particolari requisiti concorressero alla formazione del reddito soltanto nella misura del 5% del loro ammontare, in presenza di particolari condizioni.

In base a tali disposizioni, soltanto una percentuale dei dividendi esteri concorre alla formazione della base imponibile in Italia. Ne consegue che soltanto per questa percentuale si pone il problema della doppia imposizione, che viene risolto con il sistema della detrazione dell’imposta pagata all’estero sulla frazione di dividendi che entrano nella base imponibile in Italia.

9.4. Come ha rilevato la CTR, è evidente che se il 95% dei dividendi esteri non subisce tassazione in Italia, ma solo all’estero, su tale percentuale non può verificarsi alcuna doppia imposizione.

10. Accolti, nei termini di cui in motivazione, il secondo, quinto, sesto, settimo e ottavo motivo del ricorso principale, rigettati il primo e il quarto ed inammissibile il terzo, e rigettato il ricorso incidentale, la sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese, alla CTR competente, in diversa composizione, per l’ulteriore esame.

P.Q.M.

Accoglie, nei termini di cui in motivazione, il secondo, il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo motivo del ricorso principale, rigettati il primo e il quarto, inammissibile il terzo; rigetta il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla CTR della Lombardia in diversa composizione.

 Si conclude perciò che l’indennità suppletiva di clientela spettante agli agenti è inclusa tra le “indennità per la cessazione di rapporti di agenzia” – cui fa riferimento l’attuale articolo 17, comma 1, lett. d) del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, richiamato dall’attuale articolo 105, comma 4 del citato Testo Unico – locuzione che si riferisce alla materia regolata dall’art. 1751 c.c., modificato dal D.Lgs. n. 303 del 1991, di attuazione della Dir. n. 86/653/CEE, che prescinde dall’origine codicistica o contrattuale dell’indennità stessa, pertanto, dal primo gennaio 1993, data di entrata in vigore della nuova regolamentazione, l’indennità è deducibile secondo il principio di competenza e non per cassa, essendo irrilevante il carattere aleatorio della stessa.

Appunti: il contratto di collaborazione coordinata e continuativa

 

(…) Il contratto di collaborazione coordinata e continuativa previsto all’art. 409 C.p.C. mira a soddisfare esigenze di flessibilità e di minori costi. Tale tipologia contrattuale è tornata a rivestire un ruolo determinante nel nostro ordinamento giuridico dopo che il D.Lgs. 81/2015, misura attuativa del Jobs Act, ha reso il contratto a progetto non più stipulabile a far tempo dal 25 giugno 2015. Secondo parte della dottrina, la riforma introdotta con il citato D.Lgs. 81/2015 ha lasciato sopravvivere le collaborazioni coordinate e continuative come forma di lavoro autonomo, fermi i limiti previsti dall’art. 2, comma 1 dello stesso D.Lgs. 81[1]: in virtù di tale comma, si presumono svolte in regime di subordinazione le prestazioni fornite da collaboratori, allorquando sussistano le seguenti caratteristiche: – personalità della prestazione; – natura continuativa, ossia svolgimento di una prestazione non occasionale, con impegno costante a favore del committente; – eterodirezione della prestazione con particolare riferimento al tempo e al luogo ove la stessa viene svolta.

Dunque, l’elemento decisivo ai fini della configurabilità della presunzione di subordinazione è il fatto che il collaboratore, benchè habbia sottoscritto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, sia vincolato dal committente a svolgere la propria attività all’interno della sede aziendale ed in fasce orarie imposte dal medesimo committente.[2]

(…) Il Legislatore della riforma ha voluto introdurre una rilevante novità, la c.d. “etero-organizzazione”: il collaboratore, perché si tratti di genuina e non fittizia collaborazione, non deve subire le ingerenze del committente, ma organizzare in via autonoma la propria attività. La legge recepisce ed attribuisce rilevanza normativa a taluni degli indici “sintomatici” della subordinazione nel rapporto di lavoro elaborati nella giurisprudenza. Da tale impostazione deriva la piena applicazione al collaboratore (ove considerato un lavoratore dipendente) dello Statuto del Lavoro subordinato, in tutti i suoi profili, giuslavoristici, sindacali e previdenziali. Peraltro, la presunzione legale di subordinazione che accompagna tutti i contratti di collaborazione coordinata e continuativa caratterizzati da un coordinamento organizzativo del committente non opera per i settori in cui il trattamento economico e normativo del collaboratore sia disciplinato dal contratto collettivo nazionale di riferimento.

(…) Infatti, è principio consolidato in giurisprudenza che la volontà delle parti risulta irrilevante di fronte ad una realizzazione del rapporto con le caratteristiche proprie della subordinazione: la Corte di Cassazione ha sostenuto l’irrilevanza della qualificazione giuridica data ai fini dell’integrazione di una determinata fattispecie contrattuale, per esempio la collaborazione coordinata e continuativa, in quanto le parti potrebbero aver simulato l’esistenza di un’altra tipologia contrattuale al mero scopo di eluderne la disciplina legale (Cass. N.4476/2012). Nella pratica, può anche succedere che le parti abbiano voluto realmente un certo tipo di contratto, salvo poi mutare interesse durante il suo svolgimento.[3]

Una recente sentenza del Tribunale di Torino può essere di supporto per meglio comprendere le criticità menzionate con relazione ad un contratto di call center: nella fattispecie, un’operatrice telefonica addetta al recupero credito in forza di contratti a progetto, e poi, di collaborazione coordinata e continuativa, promuoveva un giudizio volto a rivendicare la natura subordinata del rapporto e la spettanza delle differenze retributive in suo favore. A parere del Giudice del lavoro, il contattare telefonicamente una serie di clienti i cui nominativi erano stati forniti dalla committente è da considerare elemento di carenza di autonomia, non consentendo al collaboratore di individuare autonomamente i clienti di contattare “in quanto il tutto avveniva sulla base di elenchi che la società forniva” (v. sentenza del Tribunale di Torino n.518/2017). Anche nell’individuazione del turno avrebbero dovuto esserci margini di autonomia come pure nella fascia oraria, posto che non deve essere di fatto imposta l’alternanza sui turni essendo “….. assolutamente evidente come ciò sia incompatibile con una modalità organizzativa autonoma, nell’ambito della quale non devono esistere turni preconfezionati dalla datrice di lavoro, né imposizioni di alternanze. Il collaboratore autonomo, in quanto tale, deve essere libero di decidere, per ciascuna giornata, quale numero di ore lavorare e se farlo al mattino o al pomeriggio.”

La sentenza in questione ha affermato, infine, che: “Nel caso in esame, il carattere semplice e ripetitivo delle mansioni, l’assenza di organizzazione imprenditoriale e di rischio d’impresa, l’esistenza di controlli e direttive, la natura predeterminata del compenso inducono a concludere fondatamente per la subordinazione”.

Una decisione della Corte di Cassazione (l’ordinanza n.28190/2017) ha ribadito recentemente che, se il lavoratore (nel caso sempre di una operatrice di call center) svolga la propria attività nei locali dell’azienda, con l’utilizzo di strumenti da quest’ultima messi a disposizione (computer, telefono, ecc.), in fasce orarie prestabilite, con l’indicazione di obiettivi minimi da raggiungere e dei criteri di valutazione della prestazione, il rapporto di lavoro va inquadrato come subordinato a tempo indeterminato e non come collaborazione coordinata e continuativa[4].

Avv Leonardo Merrino

 

[1]  art. l’art. 2 del D.Lgs. 81/2015  rubricato “Collaborazioni organizzate dal committente”: “1. A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoroLa disposizione di cui al comma 1 non trova applicazione con riferimento: a) alle collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente piu’ rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore; b) alle collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali e’ necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali; c) alle attivita’ prestate nell’esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle societa’ e dai partecipanti a collegi e commissioni; d) alle collaborazioni rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e societa’ sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I., come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289. d-bis) alle collaborazioni prestate nell’ambito della produzione e della realizzazione di spettacoli da parte delle fondazioni di cui al decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367. Le parti possono richiedere alle commissioni di cui all’articolo 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, la certificazione dell’assenza dei requisiti di cui al comma 1. Il lavoratore puo’ farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro”.

[2] In questo quadro si inserisce la recente modifica dell’art. 409 c. p.c che ha introdotto l’inciso: “La collaborazione si intende coordinata quando, nel rispetto delle modalità di coordinamento stabilite di comune accordo dalle parti, il collaboratore organizza autonomamente l’attività lavorativa;”.

[3]In linea generale, la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui, al fine di accertare la natura subordinata o autonoma di un rapporto di lavoro, il giudice deve in primo luogo aver riguardo alla volontà manifestata dalle parti. Di conseguenza, se queste hanno espressamente dichiarato di voler escludere la subordinazione o hanno qualificato la collaborazione con il nomen iuris di un istituto di per sè incompatibile con essa (per esempio, contratto d’opera ai sensi dell’art. 2222 c.c., appalto, associazione in partecipazione, collaborazione coordinata e continuativa, collaborazione a progetto, contratto d’agenzia, etc), sarà possibile pervenire a una diversa qualificazione giuridica solo qualora sia dimostrato che la subordinazione si è realizzata, di fatto, nella fase dell’esecuzione (v., ex multis, Cass., Sez. Lav., 7 novembre 2001, n. 13778; 6 marzo 1996, n. 2690; 4 agosto 1995, n. 8565).” (v. Corte di Appello di Perugia, sez. lav., 07/09/2015, n. 147)

[4]In tema di qualificazione del rapporto di lavoro, va riconosciuta la natura subordinata della prestazione, nonostante il “nomen iuris” adottato dalle parti, essendo stato rilevato che la stessa si svolgeva nei locali dell’azienda, con l’utilizzo di strumenti da quest’ultima messi a disposizione (computer, telefono, ecc.), in fasce orarie prestabilite con l’indicazione di obiettivi minimi da raggiungere e dei criteri di valutazione della prestazione, elementi sussidiari che, valutati nel loro complesso, rivelano la ricorrenza della subordinazione.” (Cassazione civile, sez. VI, 27/11/2017,  n. 28190).

Indennità di incasso; agenti di commercio (c.d. indennità di maneggio somme)

#Indennità di incasso; #agenti di commercio  (c.d. indennità di maneggio somme)

L’attività di recupero del credito posta in essere da un agente di commercio esula dalle sue competenze lavorative. L’articolo 1742 del Codice Civile (libro quarto, Titolo III, Capo X) afferma: “Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti […]”. Nella prassi, tuttavia, la situazione risulta differente; non è inusuale che l’agente debba anche riscuotere i pagamenti di clienti morosi operanti nella sua zona di competenza. Per risolvere la problematica, la giurisprudenza ha sancito la necessità di corrispondere all’agente una indennità, corrisposta a norma dell’articolo 2225 del Codice Civile: “Il corrispettivo, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe professionali o gli usi, è stabilito dal giudice in relazione al risultato ottenuto e al lavoro normalmente necessario per ottenerlo […]”e, quindi, anche con riferimento a quanto previsto dagli Accordi Economici Collettivi di settore. Generalmente il predetto corrispettivo viene deciso di comune accordo tra le parti ed inserito in una specifica clausola presente nel contratto di agenzia. Invero, risulta necessario porre attenzione al fatto che l’indicazione di tale corrispettivo, per giurisprudenza consolidata, debba essere indicata con una percentuale ben identificata, disgiunta e diversa rispetto a quella prevista a titolo di provvigione sula vendita. Una clausola che prevedesse una percentuale di vendita in cui fosse ricompresa anche la indennità di incasso sarebbe impugnabile. Giova ricordare che l’attività di incasso deve essere formalizzata attraverso un accordo scritto e deve consistere in una attività a carattere continuativo; in aggiunta, deve essere prevista una responsabilità in capo all’agente per “errore contabile”(…)  

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

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