Permessi e visti post-Brexit: funziona così per gli italiani che sognano la Gran Bretagna

DIRITTO INTERNAZIONALE

Permessi e visti post-Brexit: funziona così per gli italiani che sognano la Gran Bretagna

Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto rispetto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo

ANDREA FILIPPO MAININI E MELISSA TREVISAN PALHAVAN

Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved

12 marzo 2021 • 16:55

  • Per chi fosse intenzionato a continuare la propria permanenza in UK sarà necessario registrarsi attraverso un sistema online e gratuito (il cd. EU-Settlement Scheme) entro il 30 giugno 2021.
  • Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto rispetto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo.
  • Ci sono quindi varie tipologie di visti tra cui districarsi, sulla base di requisiti negoziabili e obbligatori: dallo “standard visitor” alla “Skilled worker visa”.

A distanza di quasi quattro anni e mezzo del referendum popolare inglese con il quale Il Regno Unito aveva deciso di “lasciare” l’Unione Europea, a fine dicembre 2020, dopo lunghe e interminabili trattive, le parti del più importante negoziato degli ultimi tempi hanno raggiunto un accordo destinato a disciplinare l’uscita del paese della Regina dalla Comunità Europea, dopo ben 47 anni di adesione.

LO STATUS SETTLED E PRE-SETTLED

L’accordo di recesso tutela ampiamente i diritti dei cittadini europei giù residenti nel Regno Unito prima del 31/12/2020.

Per chi fosse intenzionato a continuare la propria permanenza in UK sarà necessario registrarsi attraverso un sistema online e gratuito (il cd. EU-Settlement Scheme) entro il 30 giugno 2021. Inoltrata la propria domanda, in caso di esito positivo,il cittadino europeo (quindi anche italiano) riceverà il permesso di settled o pre-settled (una sorta di permesso di soggiorno): la tipologia di permesso non può essere scelta dal richiedente ma viene assegnato in base agli anni di permanenza in suolo inglese.

Solitamente, il primo tipo di permesso (settled) si consegue avendo abitato in Regno Unito per un periodo continuativo di 5 anni (noto come “residenza continua” ovvero continuous residence). Se invece il tempo di permanenza nel Regno è inferiore a 5 anni è molto probabile che venga assegnata lo status di pre-settled.  La richiesta del permesso dovrà necessariamente essere corredata da 3 elementi fondamentali:

1) la prova valida della propria identità;

2) la prova valida di residenza continuativa nel Regno Unito;

3) il superamento del controllo dei precedenti penali. Nell’ipotesi di assenza pari o superiore a cinque anni dal territorio inglese, è prevista la perdita del settled status mentre il pre-settled status si perde con un’assenza dal paese pari o superiore a due anni.

Contrariamente, i cittadini italiani che arriveranno nel Regno Unito a partire dal 2021, non potranno beneficiare del settled o pre-settled status ma saranno soggetti alle nuove leggi sull’immigrazione.

LAVORARE IN UK

A partire dal 1° febbraio 2021 il Regno Unito ha implementato un sistema di immigrazione a punti (il cd. points-based immigration system) che prevede il raggiungimento di una serie di requisiti (obbligatori e “negoziabili”).

Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto riseptto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo. Sulla base di queste prime indicazioni è evidente come tale nuovo meccanismo si presenti come altamente restrittivo per i lavoratori non specializzati: svanisce quasi completamente la possibilità di trasferirsi in UK per imparare l’inglese o svolgere lavori più o meno saltuari (ad esempio, il cameriere).

Sul sito del Governo inglese, nella sezione “Check if you need a UK visa” è possibile verificare, sulla base della nazionalità di provenienza, del motivo della permanenza nonché della durata del soggiorno, la necessità o meno di richiedere un visto per entrare in Regno Unito.

I TIPI DI VISTI

Sulla base di tali permesse, si possono analizzare alcune tipologie di  visti:

Standard Visitor, che permette a un cittadino italiano di visitare il Regno Unito per un determinato periodo di tempo (solitamente 6 mesi) e per scopi generalmente collegati al turismo, alla visita ad amici o familiari, allo svolgimento di un breve corso di studio e comunque attività non coperti da altri visti.

È necessario precisare sin da subito che questa tipologia di regime non consente in alcun modo lo svolgimento di attività lavorativa retribuita in UK. Tra i documenti necessari, oltre a un valido passaporto, sarà necessario indicare: lo scopo della visita, i mezzi di sostegno economico durante il soggiorno, l’alloggio, l’assicurazione medica e dimostrare la propria intenzione di lasciare il Regno Unito una volta conclusa la propria visita (ad esempio, esibendo i biglietti di andata e ritorno).

Skilled worker visa: si tratta di un visto dedicato a lavoratori qualificati e per ottenerlo servono 70 punti. Per il raggiungimento dei primi 50 punti l’individuo deve soddisfare tre requisiti obbligatori: disporre di un’offerta di lavoro da uno sponsor autorizzato dall’Home Office; il lavoro offerto deve essere al livello RQF 3 o superiore e attestare una conoscenza della lingua inglese a livello B1 o superiore.

Gli altri 20 punti si possono ottenere mediante requisiti “negoziabili”. Facciamo alcuni esempi: il possesso di un dottorato in materia di scienze, tecnologie, ingegneria o matematica (10 punti), un’offerta di lavoro in un settore dove sussiste carenza di personale, come quello sanitario (20 punti), un salario che supera le 25.600,00 sterline annue (20 punti), un salario che varia tra le 23.040,00 e 25.999,00 sterline (10 punti). Invece chi ha un reddito inferiore a 23.039,00 sterline annue non ottiene alcun punto aggiuntivo.

Intra-company transfers: si tratta di un visto dedicato ai trasferimenti interni a una società e che permette lo spostamento di personale esclusivamente all’interno di aziende multinazionali o tra diverse filiali della stessa organizzazione.

L’iltra-company trasfers si presenta come valida alternativa per esportare lavoratori stranieri in Regno Unito e così incrementare la forza lavoro. Per ottenere questo visto si devono rispettare alcuni requisiti: disporre di un certificato di sponsorship, di un lavoro ad un livello di competenza adeguato e di un salario al livello richiesto.

I posted workers sono lavoratori che vengono indirizzati in UK dalla propria azienda per brevi periodi di tempo allo scopo di procedere alla realizzazione di un progetto specifico e i quali restano soggetti al sistema di sicurezza sociale del Paese di origine. Lo status di questa tipologia di lavoratori è ancora incerto e si attendono risposte e indicazioni da parte del Governo britannico.

Global talent: si tratta di un visto destinato a soggetti in possesso di specializzazioni in ambito tecnologico, artistico e scientifico. Si dispone, inoltre, che gli individui più qualificati potranno accedere in Regno Unito senza un’offerta di lavoro purché siano supportati da un ente inglese approvato dall’Home Office (ad esempio, la The Royal Society in materia di scienza e medicina).

Start up: si tratta di una particolare forma di visto dedicata a individui che intendono creare un business innovativo nel Regno Unito. È necessario il raggiungimento di particolari requisiti: essere supportato da un ente autorizzato dall’Home Office; dimostrare che la propria idea sia nuova, innovativa e con potenziale di crescita; avere un’età superiore a 18 anni; buona conoscenza della lingua inglese (almeno a livello B2) e, infine, se il richiedente non è ancora entrato nel Regno Unito, oppure risiede in Regno Unito da meno di 12 mesi, è necessario dimostrare di avere fondi sufficienti per sopportare l’attività.

In conclusione, è lampante quale sia lo scopo del Regno Unito dopo la Brexit: maggiore competenza, specializzazione e rafforzamento dei settori più carenti e rinascita del paese. “The United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland remains open for business!” D’altronde non si può negare che per il resto del mondo, compreso l’Italia, il sogno inglese, fino a poco tempo fa possibile, attualmente appare molto più lontano e difficoltoso.

Tuttavia, è evidente che siano ancora tanti gli aspetti da approfondire e chiarire

© Riproduzione riservata

ANDREA FILIPPO MAININI E MELISSA TREVISAN PALHAVAN

Andrea Filippo Mainini, avvocato, 
Junior Partner di Mainini & Associati. 
Laureato in giurisprudenza all'Università Cattolica del 
Sacro Cuore di Milano. Ha frequentato un corso di specializzazione
di un anno in diritto di impresa all'Università Bocconi 
di Milano. Iscritto al terzo anno di Economia e Legislazione
di Impresa all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. 
Assistente di diritto privato all'Università Statale di Milano
facoltà di Scienze Politiche. Autore su diverse riviste 
scientifiche e giuridiche.

Melissa Trevisan Palhavan: praticante avvocato presso Mainini
& Associati di Monza. Laureata in giurisprudenza presso 
l’Università degli Studi di Milano Bicocca. 
Appassionata degli strumenti di ADR, (particolarmente 
mediazione e arbitrato) e dell’utilizzo della tecnologia nel 
mondo della giustizia.

Processo civile: TPF e AI, una moda passeggera o il futuro?

https://www.filodiritto.com/processo-civile-tpf-e-ai-una-moda-passeggera-o-il-futuro

Abstract

Dagli antichi romani alle ultime novità in tema di Intelligenza Artificiale, il processo civile ha ormai tanti anni di vita. Durante tutta la sua storia è stato bistrattato e criticato ma rimane l’unico baluardo di libertà e civiltà. Le spinte evolutive arrivano da ogni dove. Il Legislatore è intervenuto negli anni sulla scorta delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di condanna all’Italia sulla durata dei contenziosi ma è il mondo stesso a far pressioni al sistema giuridico affinché qualcosa cambi.

Indice:

  1. Introduzione
  2. TPF
  3. AI
  4. Conclusioni
  5. Introduzione

Il processo civile è stato oggetto, negli anni, di molti interventi ad opera del Legislatore volti, da un lato, a velocizzare e snellire la procedura e, dall’altra, finalizzati a ridurre l’utilizzo stesso del procedimento civile vero e proprio a favore delle cosiddette ADR – alternative dispute resolution – quali la mediazione, la negoziazione assistita, la conciliazione o gli arbitrati. Gli operatori del diritto sono tuttavia consci del fatto che il Legislatore molte volte introduca una norma sulla scorta di prassi, più o meno condivise, che si fanno largo nel substrato dei Tribunali italiani.

Portando all’estremo questo concetto e mutuando alcuni fenomeni che già sono presenti nel panorama giuridico dei paesi di common law e in alcuni paesi di civil law europei, è utile evidenziare due novità che potrebbero rivestire un ruolo rilevante all’interno dell’impianto procedurale italiano. Stiamo parlando dei TPF, ossia i Third party funding e di AI, ovvero Artificial Intelligence. Come ogni novità, questi strumenti sono sconosciuti ai più e sono invece sulla bocca di molti, più o meno esperti, che ritengono che possano essere la soluzione di ogni male. Ora, ognuno può trarre le proprie conclusioni in merito ma un giudizio di qualsivoglia sorta deve seguire una conoscenza degli argomenti in oggetto.

  1. TPF

Attore, convenuto, organo giudicante. Questi sono i soggetti necessari affinché, tranne alcune eccezioni, si possa incardinare un giudizio. Parte attrice può rivestire forme giuridiche diverse o essere parte plurisoggettiva. Può capitare, a volte, che parte attrice abbia diritto per intentare un’azione giudiziaria ma sia restia a farlo per alcune motivazioni che esulano dall’aspetto prettamente giuridico della domanda giudiziaria. I motivi sono vari. L’attore non dispone delle risorse economiche necessarie per iniziare e proseguire un lungo contenzioso. L’attore, pur avendo la disponibilità economia per pagare la parcella dell’avvocato, non ha invece la disponibilità per assumere i consulenti tecnici che sarebbe necessario nominare nel corso di una causa con elementi decisionali di elevata tecnicalità (pensiamo al campo della responsabilità medica o finanziaria). Può, ancora, essere la natura stessa del soggetto a rappresentare un ostacolo per l’inizio di un giudizio: pensiamo ad un curatore fallimentare che vorrebbe intentare azioni legali di responsabilità contro ex organi della società ovvero azioni revocatorie potenzialmente di importo elevato ma l’alea del giudizio, la durata dello stesso ovvero la mancanza di liquidità per far fronte alle spese fanno propendere il giudice delegato per chiudere la procedura più velocemente possibile e liquidare il poco attivo ai creditori privilegiati. Oppure, l’ufficio legale di una società, anche multinazionale, ha raggiunto il tetto massimo di spesa e non ha budget per nuovi giudizi.

Ecco che, proprio in queste occasioni, nei paesi anglosassoni ma ormai anche in molti paesi europei come ad esempio la Spagna, intervengono i TPF. Si tratta di soggetti presenti sul mercato che “finanziano” il contenzioso. Sorge però necessaria una precisazione: il termine “finanziare” viene utilizzato in questo contesto in senso atecnico. Il “finanziamento” del TPF non deve essere restituito, i TPF saranno soddisfatti da una quota parte dell’importo liquidato dal giudice a favore dell’attore. A fronte di un finanziamento erogato a parte attrice per dare avvio, per esempio, ad un’azione di responsabilità medica, il fondo “guadagna” un importo che varia tra il 30% e il 40% della condanna giudiziale – nell’esempio appena delineato, il risarcimento sarebbe corrisposto dalla compagnia assicurativa del medico condannato. L’utilità del fondo sarebbe quindi rappresentata dalla differenza tra quanto corrisposto per le spese legali e la percentuale decisa con la parte finanziata in caso di soccombenza del convenuto.

Senza scomodare i TPF americani più capienti, possiamo correttamente affermare che in Italia un TPF è interessato a finanziare contenziosi che possano avere un rapporto tra spese di giudizio e risarcimento finale di 1:3 o 1:6; il risarcimento deve essere maggiore delle spese di almeno tre, massimo sei volte. Nel caso in cui a soccombere dovesse essere l’attore? Il fondo si assume il rischio della soccombenza nella sua totalità, facendosi carico di ogni spesa. Molte volte, infatti, il fondo può farsi coprire il rischio soccombenza da un’assicurazione.

Il fondo si assume il rischio del finanziamento ma un “investimento” oculato può garantire un profitto anche sei volte la somma investita. Parte attrice si trova nella condizione di poter far valere un proprio diritto che, in caso contrario, non avrebbe potuto far valere.

Ricordiamo inoltre che le decisioni rimangono in capo alla parte: quali professionisti nominare, se transare o rinunciare all’azione, se appellare.

Il fondo interviene nel finanziamento di contenziosi da incardinarsi avanti alle corti italiane di ogni grado e specialità nonché nei procedimenti arbitrali nazionali ed esteri. A tal proposito, la Camera arbitrale di Milano ha deciso di predisporre un documento guida per regolare la prassi nel caso in cui dovesse intervenire un terzo finanziatore nell’arbitrato.

  1. AI

La conclusione del paragrafo precedente è uno spunto per affrontare il tema dell’intelligenza artificiale nel processo civile e nell’arbitrato. Una domanda che spesso si pongono gli operatori del diritto è: l’intelligenza artificiale potrà mai essere protagonista in una decisione giuridica?

In linea puramente teorica un sistema imperniato su norme giuridiche precise sulla cui base un organo giudicante emette una decisione dovrebbe essere l’ambiente ideale per l’utilizzo della tecnologia. Sappiamo invece che l’affermazione precedente è molto lontana dalla realtà. Le norme, purtroppo, non sono affatto precise né tantomeno chiare. Sorgono innumerevoli interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali che il giudice deve tenere in considerazione. A ciò si aggiunga la competenza dell’avvocato nel riuscire ad argomentare la propria tesi in modo vincente, “non sempre chi ha ragione vince”.

Nonostante queste premesse, il progresso tecnologico è riuscito a farsi strada anche nel diritto dei Tribunali, soprattutto con riferimento agli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, compreso l’arbitrato.

L’arbitrato e le nuove tecnologie condividono una relazione reciprocamente vantaggiosa: da una parte le nuove tecnologie possono apportare diversi miglioramenti al procedimento arbitrale come una maggiore efficienza e una riduzione dei costi. In che modo quindi l’AI può trovare sede nell’arbitrato? Si può pensare a due distinte modalità:

1) procedure arbitrali completamente online e

2) procedimenti arbitrali tradizionali che fanno ricorso e utilizzo di strumenti informatici/telematici per il loro svolgimento.

Esempio concreto del secondo caso è rappresentato dalla camera arbitrale del Piemonte o di Milano (in vigore dal 1 luglio 2020) e dalla procedura di arbitrato rapido. Infinite sono invece le modalità con cui l’uomo può predisporre un’intelligenza artificiale a decidere in un arbitrato completamente online.

Possiamo prevedere tre differenti gradi di interazione con riferimento, per esempio, alla figura dell’arbitro:

1) l’IA può sostituire gli arbitri umani che compongono il collegio arbitrale;

2) l’IA può lavorare in combinazione con gli arbitri umani;

3) gli arbitri umani possono consultarsi con l’IA.

Se pensiamo invece all’AI unitamente alla blockchain, un interessante esempio è rappresentato da Jur, l’ecosistema decentralizzato di risoluzioni di dispute online lanciato a fine 2019. Si tratta di una tradizionale procedura arbitrale sulla blockchain progettata per controversie complesse e di medio/alto valore, nella quale gli Admins – Istituzioni arbitrali o studi legali – possono creare i c.d. “Arbitration Hubs”, equivalenti alle camere arbitrali.

Diversi studi in ambito giudiziario hanno dimostrato come l’intelligenza artificiale possa essere applicata per prevedere ex ante il contenuto di una decisione, esempi significativi sono rappresentati dall’algoritmo elaborato nel 2016 ad opera dell’University College of London che aveva ad oggetto le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ovvero l’algoritmo elaborato nel 2017 ad opera di alcuni ricercatori inerente alle decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America di ben due secoli – dal 1861 al 2015. L’obiettivo dello studio era quello di prevedere l’accoglimento o il rigetto dell’appello della Corte nonché il voto del singolo giudice. I risultati furono assolutamente soddisfacenti.

4. Conclusioni

Nonostante il ricorso ai TPF e all’AI faccia sorgere questioni molto delicate sotto il profilo giuridico ed etico, si tratta di strumenti che rispondono alle esigenze delle Parti che necessitano di fondi, di certezza e di velocità del processo.

Al momento è difficile prevedere lo sviluppo di queste nuove realtà all’interno di un impianto normativo antico e poco propenso all’innovazione. Ad ognuno la propria valutazione. Tuttavia, le esigenze del mercato e gli sviluppi tecnologici non posso essere ignorati a lungo ed anzi, se il Legislatore interviene con una regolamentazione organica e chiara è in grado prevenire derive patologiche dell’utilizzo di questi strumenti. È inoltre dovere di tutti gli operatori del diritto essere sempre consci di come si sta muovendo il mondo attorno a loro. Dopo tutto, “Il vero pericolo non è che inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come i computer.” (cit. Sidney J. Harris)

Avv. Andrea Filippo Mainini

Junior Partner - Studio Mainini&Associati 

La leva fiscale a sostegno della quotazione in Borsa delle PMI Innovative

L’agenzia delle Entrate con la circolare n. 32/2020 chiarisce che le PMI innovative che potranno continuare a beneficiare della disciplina fiscale di natura agevolativa ad esse riservata.

La quotazione in Borsa e l’accesso al mercato dei capitali in generale non è prerogativa esclusiva delle grandi imprese. Le Piccole Medie Imprese (PMI) spesso ritengono di essere troppo “piccole” per avviare un processo di quotazione in Borsa: si tratta di un pregiudizio degli imprenditori privo di una reale giustificazione.

Il nostro Paese conosce moltissime PMI eccellenti in possesso dei requisiti richiesti dal mercato per essere considerate “appealing” dagli investitori. In sostanza, la quotazione altro non è che una forma di finanziamento per l’impresa e al tempo stesso un processo di “rivoluzione” aziendale per mezzo del quale l’impresa è chiamata a modificarsi sotto il profilo manageriale, proprietario e delle relazioni con i terzi interessati (stakeholders). E’ un momento di crescita! Le motivazioni che spingono una impresa ad intraprendere un processo di quotazione possono essere diverse (passaggio generazionale, pianificazione di nuovi ingenti investimenti, monetizzazione del valore da parte degli azionisti): si tratta di una scelta di natura strategica che necessita di una attenta valutazione in relazione all’impatto che può avere sull’impresa stessa. I vantaggi derivanti dalla quotazione in Borsa vanno dalla raccolta di nuovo capitale da investire per lo sviluppo fino all’accrescimento della visibilità e reputazione aziendale, passando per il miglioramento del merito creditizio e della efficienza operativa. Le società quotate, infatti, essendo sottoposte ad un regime di trasparenza informativa devono avere sistemi di controllo adeguati che risultano utili anche al management aziendale per monitorare l’operato e valutare gli obiettivi e i risultati raggiunti.

Fatta questa doverosa premessa, preme evidenziare che il nostro legislatore è stato molto attento alla tematica della quotazione delle PMI, sia dal punto di vista della disciplina legale e regolamentare che dal punto di vista della incentivazione fiscale. In particolare, con la creazione del sistema multilaterale di negoziazione denominato Alternative Investment Market (Aim Italia), gestito da Borsa Italiana S.p.A, si è voluto dare la possibilità alle PMI di quotarsi in Borsa pur non rispettando i requisiti per accedere al Mercato regolamentato MTA di Borsa italiana: vi è un match tra le esigenze delle imprese in termini di semplificazione degli adempimenti e la tutela degli investitori, assicurata dalla presenza di un operatore specializzato (c.d. Nomad – Nominated Adviser) che assiste e supporta la società nell’assolvimento dei compiti e degli adempimenti previsti dalla legge e dal Regolamento di Borsa italiana S.p.A.

Dal punto di vista fiscale il legislatore ha previsto diverse misure agevolative al fine di incentivare sia le aziende a quotarsi ma anche gli investitori ad investire in esse. Innanzitutto, per le società emittenti è previsto un credito di imposta pari al 50% delle spese sostenute fino al 31 dicembre 2021 e fino ad un massimo di 500.000 euro. In tali spese rientrano i costi di consulenza legale, fiscale, finanziaria e tutti quei costi inerenti il processo di quotazione. Il credito di imposta può essere utilizzato in compensazione a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in cui è stata ottenuta la quotazione.

Lato investitori va segnalata l’agevolazione per gli investimenti in PMI Innovative, vale a dire tutte quelle società che, ricorrendone i requisiti, sono iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. L’investimento in queste società è incentivato mediante la previsione di una detrazione per le persone fisiche del 50% per investimenti nel capitale sociale fino ad euro 300.000 e nella misura del 30% sopra tale soglia e fino a 1.300.000 di euro. Per le persone giuridiche soggette ad IRES (società, fondi di private equity, venture capitale etc.) è prevista una deduzione dal reddito imponibile ai fini IRES nella misura del 30% per investimenti nel capitale sociale fino a 1.800.000 euro. Le agevolazioni fiscali si applicano agli investimenti in PMI innovative effettuati in sede di costituzione o a seguito di una delibera di aumento di capitale. Resta inteso che l’agevolazione spetta anche in caso di sottoscrizione di quote o azioni mediante Initial Public Offering (IPO), ovverossia la quotazione in Borsa.

È di tutta evidenza come il legislatore, con le predette norme, abbia voluto fortemente incentivare gli investimenti nelle PMI innovative anche attraverso i processi di quotazione e consideri la leva fiscale un volano importantissimo sia per le imprese che per gli investitori per avvicinare il mondo delle PMI al mercato dei capitali. A tale riguardo, è da leggere con estremo favore anche l’orientamento dell’Agenzia delle Entrate che, con la recente circolare n. 32/2020 relativa alla nozione di mercato regolamentato rilevante – in materia di imposte sui redditi – ha chiarito alcune criticità, prontamente evidenziate dagli operatori del settore in sede di consultazione pubblica sulla bozza di circolare, che avrebbero potuto compromettere quanto di buono è stato fatto fino ad ora per lo sviluppo del sistema multilaterale di negoziazione Aim e disincentivare il ricorso ai processi di quotazione da parte delle PMI innovative e l’investimento da parte degli investitori. In particolare, nella bozza di circolare, l’Agenzia delle Entrate riconduceva, ai fini fiscali, i sistemi multilaterali di negoziazione (Aim, ad esempio) alla nozione di mercato regolamentato senza prevedere eccezioni o casi particolari.

Ai fini che qui interessano, la conseguenza sarebbe stata la perdita delle agevolazioni fiscali per gli investimenti in PMI innovative. Per espressa previsione normativa, per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali è necessario che le PMI siano innovative e, per essere tali, tra gli altri requisiti, vi è la necessita che le azioni o quote non siano quotate in un mercato regolamentato. Secondo le definizioni del T.U.F (Testo Unico della Finanza) non vi è assimilazione tra mercato regolamentato e sistema multilaterale di negoziazione; sono due mercati distinti. Per l’Agenzia delle Entrate, ai fini fiscali, i due mercati sono assimilabili. Di conseguenza, equiparando tout court i sistemi multilaterali di negoziazione alla nozione di mercato regolamentato, qualora una PMI innovativa decida di quotarsi sull’Aim (sistema multilaterale di negoziazione) perde il requisito dell’”innovatività” e quindi, gli investitori non potrebbero beneficiare (o li perderebbero nel caso in cui abbiano precedentemente investito) dei benefici fiscali.

Con la pubblicazione della versione definitiva della Circolare, fortunatamente, l’agenzia ha corretto il tiro e previsto alcune eccezioni e casi particolari. Pur riconducendo i sistemi multilaterali di negoziazione alla nozione di mercato regolamentato ha previsto che l’assimilazione non opera nel caso di PMI innovative, con la conseguenza che queste resteranno innovative anche in caso di quotazione su un sistema multilaterale di negoziazione (ad esempio AIM) e, in quanto innovative, ad esse continueranno ad applicarsi le norme fiscali di natura agevolativa.

Mennato Fusco
Partner responsabile del dipartimento M&A e Capital Market
di Mainini & Associati

Andrea Filippo Mainini
Junior Partner di Mainini & Associati

 

Avv. Paola Cavallero: smettere di pensare che non ci diano spazio

pubblicato su EconomiaNews  08.03.2021

Le donne non hanno ancora gli spazi che meritano ma questo non solo  per “colpa” degli uomini, sarebbe riduttivo semplificare la realtà lavorativa/professionale femminile in un discorso polarizzante donne/uomini. La transazione verso un modello paritario è economicamente rilevante oltre che necessaria sul piano sociale: occorre una sempre più netta inclusione finanziaria al femminile, promuovendo la partecipazione attiva delle donne

Nella giornata internazionale delle donne non possiamo non celebrare il protagonismo femminile nell’economia, nell’impresa, nella finanza e nella società.

Nel mercato del lavoro e delle imprese sono ancora innegabili i gap di carriera e di stipendio tra uomini e donne, in termini di occupazione, di segregazione orizzontale (posizioni di line o in quelle di staff) e verticale (fare carriera con le proprie competenze), di pay gap (differenza di stipendio e benefit).

Le donne non hanno ancora gli spazi che meritano ma questo non solo per ‘colpa’ degli uomini, sarebbe riduttivo semplificare la realtà lavorativa/professionale femminile in un discorso polarizzante donne/uomini.

Tanto si è fatto per promuovere la leadership e l’empowerment del talento femminile verso il raggiungimento della cd. parità di genere: molte donne ricoprono ruoli di board member di società quotate, posizioni apicali d’impresa e di istituzioni ma per impattare in modo ancora più decisivo sulla ‘rivoluzione’ in atto dobbiamo abbandonare la competizione e rivalità perché i tempi sono maturi affinché anche le donne acquisiscano un ruolo leader nell’impresa, nella società civile, nella politica e in tutti gli altri ambiti.

Ma tanto si può e deve ancora fare …

E per far ciò le donne devono imparare a fare squadra’: la complicità, la solidarietà non è mai stata un nostro punto di forza, raramente abbiamo fatto fronte comune affinché una donna emergesse, vuoi perché in parte insito nel mostro modo di essere vuoi perché per decenni nel mondo del lavoro siamo state ‘relegate’ senza aver modo di ricoprire ruoli di responsabilità, omologate al modello maschile.

Oggi più che mai è necessario cambiare (ma occorre averne voglia !) il modo di pensare, ma non bastano le parole, ci vuole coraggio e dare/creare fiducia: ci saranno più donne a ricoprire ruoli di responsabilità ma bisogna lavorare tutti insieme affinché questo avvenga.

La transizione verso un modello paritario è economicamente rilevante oltre che necessaria sul piano sociale: occorre una sempre più piena inclusione finanziaria al femminile, promuovendo la partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro attraverso investimenti, agevolando l’accesso al credito delle imprese femminili, creando opportunità e liberando le donne da quanto potrebbe ostacolare la loro indipendenza economica e realizzazione professionale.

Il mondo femminile, per accedere a ruoli chiave e aprirsi l’accesso ai luoghi in cui si ‘decide’, deve però progredire al pari degli uomini, potendo maturare esperienza senza bruciare le tappe: le donne possono fare la differenza includendo in questo percorso gli uomini ma devono aver modo di dimostrare la loro professionalità, competenza, expertise e quanto la loro presenza possa essere un valore aggiunto e un volano di crescita per l’economia del nostro Paese.

Avv. Paola Cavallero - studiomainini&associati

Paola Cavallero: smettere di pensare che non ci danno spazio (economia.news)

 

Fusioni e acquisizioni, Avv. Mennato Fusco: “Le nostre PMI soffrono la concorrenza del mercato straniero”

Il mercato straniero domina in Italia su quello nostrano e fusioni, acquisizioni e private equity soffrono la concorrenza senza, apparentemente, riuscire a reagire. «Anche se ci stiamo evolvendo, grazie anche al cambiamento di mentalità degli imprenditori, su dieci operazioni oggi almeno sette sono ad appannaggio di fondi private equity o strategici oltreconfine», spiega Mennato Fusco, responsabile del dipartimento M&A e Capital market di Mainini & Associati. «Nel 2020 questo tipo di operazioni sono valse 48 miliardi d’euro nel nostro Paese, in linea con i dati del 2019 nonostante la crisi scatenata dal Coronavirus. Per il solo Merger e Acquisition gli investimenti sono stimabili in 39 miliardi d’euro, dato in salita del 6% rispetto l’anno precedente. Tale crescita può passare anche da realtà estere, il problema è che lo scenario italiano non è sviluppato come quello europeo o americano. Questo implica che diversi soggetti acquisiscono società in Italia che hanno grande spazio e poca concorrenza».

Con il golden power da una parte si vogliono tutelare le società strategiche dalle cosiddette scalate ostili straniere, ma dall’altra non si rischia di scoraggiare gli investimenti in Italia?

«Il problema è che le aziende italiane non solo non investono su quelle straniere, ma non sono in grado di farlo neanche sulle italiane stesse. Motivo che ha spinto il legislatore a intervenire anche in materia di incentivi».

Quali incentivi sono previsti per questo tipo di operazione?

«La quotazione in borsa, per esempio, è molto incentivata dal punto di vista fiscale. Sulle aziende gravano molto le spese professionali, quindi il legislatore ha previsto la deducibilità, un credito del 50% nella fattispecie, per spese notarili, fiscali, legali e via dicendo. Poi bisogna tenere presente tutte quelle norme che consentono di ottenere crediti d’imposta, deduzioni e detrazioni per chi investe in aumento di capitale».

Per quale motivo una piccola media impresa, soprattutto in un momento come questo, dovrebbe orientarsi verso strumenti come l’M&A, il private equity o la quotazione in borsa?

«È proprio in un momento di incertezza come questo che ha più senso. L’Italia è composta da tante piccole imprese eccellenti. L’aggregazione tra queste, in termini di M&A o private equity, potrebbe renderle competitive sul mercato globale. Per esempio l’ingresso di un fondo di private equity nel capitale di una Pmi non solo apporterebbe liquidità, ma anche know how, relazioni, network. Così facendo si potrebbero fronteggiare i grossi player internazionali, che molte volte sono gli avversari delle realtà non strutturate. Da parte nostra notiamo comunque una crescita del numero di operazioni che interessano le società più piccole».

Di quanto sono aumentate?

«Rispetto al 2017/18 almeno di un 20%. Non solo i fondi guardano sempre con più attenzione alle aziende di dimensioni minori, ma c’è un approccio diverso degli imprenditori, che stanno cambiando mentalità. Solitamente c’è una certa reticenza da parte delle imprese familiari ad aprire il capitale a terzi, a divulgare informazioni. Esistono realtà eccellenti nelle province italiane che non conoscono l’impatto positivo che queste operazioni potrebbero avere».

Una Pmi quale strumento dovrebbe scegliere?

«Dipende dal tipo di azienda, dal momento che sta attraversando. Immagiamo un imprenditore che non ha eredi. Se vuole fa sopravvivere la sua società lo strumento migliore è la cessione a un fondo di private equity, che sarà in grado, grazie alle competenze manageriali, di farla sopravvivere al proprietario a prescindere dalla sua presenza».

Avv. Mennato Fusco

Fusioni e acquisizioni, Fusco: «Le nostre PMI soffrono la concorrenza del mercato straniero» – il Bollettino , Ilbollettino

 

I limiti dell’intelligenza artificiale: le emozioni, l’umanità delle azioni e soluzioni per il futuro

L’ intelligenza artificiale è  in grado di comprendere i sentimenti o esprimere emozioni?

Nonostante la tecnologia si sia evoluta molto negli anni e abbia dato soluzioni efficienti a problemi fino a poco tempo fa impossibili, i sistemi di intelligenza artificiale non sono ancora in grado di provare emozioni. Si sostiene, infatti, che i computer non siano dotati di uno stato di coscienza, intesa come consapevolezza del proprio essere e della propria realtà mentale, e che pertanto non sarebbero in grado di elaborare quei complicati processi che integrano le informazioni, dandone un significato.

D’altra parte invece, l’essere umano è per definizione dotato di forte intelligenza emotiva. Le emozioni, infatti,  sono esperienze soggettive complesse che variano a seconda della nostra storia, cultura e contesto di riferimento. Tra le tante, ad esempio, la rabbia svolge un ruolo molto importante nella nostra vita in quanto genera una naturale predisposizione alla lotta contro le ingiustizie; allo stesso modo, l’empatia è cruciale in quanto permette l’instaurazione di relazioni trasparenti e positive: “mettersi nei panni dell’altro”, comprendere le fragilità altrui e agire di conseguenza.

L’infinità di sentimenti e emozioni che caratterizzano l’essere umano, sembrerebbe rappresentare un presupposto per la costruzione di un rapporto fiducia tra simili. Pertanto, è evidente che la mancanza di emotività e umanità nei sistemi intelligenti potrebbe rappresentare in futuro un insormontabile ostacolo per una solida interazione tra IA e esseri umani.

Tuttavia, la realtà potrebbe cambiare radicalmente attraverso la creazione di un processo di costruzione di fiducia nei sistemi di intelligenza artificiale.

A tal proposito, l’IA ha già dimostrato un notevole successo nel trattamento di pazienti/veterani affetti di DPTS (Disturbo post traumatico da stress): si tratta di una terapista virtuale creata dall’Institute for Creative Technologies della University of Southern California e finanziata dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA). Ellie, così si chiama, è molto brava ad ascoltare senza pregiudizi, a fornire adeguate risposte ai paziente ed è in grado di abbattere i muri che si possono creare nel rapporto medico/paziente, determinati dalla riluttanza di un soggetto a rivelare informazioni sensibili a un altro essere umano: i veterani hanno dimostrato più disponibilità ad aprirsi e ad avere fiducia nell’IA!

Infine, non mancano i tentativi nel mondo della robotica di creazione di sistemi di “intelligenza artificiale emotiva” ovvero macchine in grado di comprendere lo stato d’animo dell’essere umano (ad esempio, Affectiva e Empath).

In conclusione, i sistemi intelligenti dovranno ancora superare molti ostacoli, tra cui la mancanza di emozioni e quindi di “umanità”; tuttavia i progressi nel mondo della tecnologia continuano a dare ampia prova dell’elevata capacità dell’IA, che tende a migliorare con il passare del tempo.

Dopo tutto, “il vero pericolo non è che i computer inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come i computer(Sydney Harris).

Melissa Trevisan Palhavan e Andrea Filippo Mainini

Studio Mainini & Associati, avvocati e commercialisti

#ia#robot#ai

Mancata partecipazione del litisconsorte necessario al giudizio di primo grado e ragionevole durata del processo

Il litisconsorte necessario pretermesso che interviene nel giudizio di impugnazione accettando lo stato degli atti preclude il rimedio di cui all’art. 354 c.p.c.

In relazione alla mancata partecipazione del litisconsorte necessario al giudizio di primo grado, l’art. 354 c.p.c. predispone, quale rimedio necessario alla integrazione del contraddittorio, la rimessione del giudizio al primo grado. La ratio della disposizione risiede nella esigenza di tutelare il diritto di difesa della parte che, pur avendone diritto, non è stata chiamata a partecipare al giudizio e nei cui confronti la decisione produce effetti (art. 102 c.p.c.). Mediante la rimessione (artt. 353-354 c.p.c.), infatti, si determina la parziale nullità del giudizio di primo grado, limitato dalla mancata partecipazione di un contraddittore necessario. A quest’ultimo, si deve infatti assicurare la parità di armi difensive consentendogli, con la riapertura del giudizio di primo grado, di articolare le proprie difese analogamente a quanto garantito alle controparti.

Occorre precisare che il rimedio ex art. 354 c.p.c., con riferimento all’ipotesi del litisconsorte pretermesso, è da intendersi quale norma posta ad esclusiva protezione della parte in questione e non già delle altre che astrattamente potrebbero contestare la lesione del proprio diritto di difesa da farsi valere nei confronti della parte pretermessa. Difatti, la fattispecie in commento poggia sulla duplice necessità di garantire il contraddittorio ed anche  ragionevole durata del processo. Sul punto, l’orientamento granitico della Corte di Cassazione è diretto a ritenere che il giudice non possa rilevare d’ufficio il difetto di contraddittorio né rimettere la causa al giudice di primo grado, nell’ipotesi di intervento volontario in appello del litisconsorte necessario pretermesso qualora la parte accetti la causa nello stato in cui si trova. Tale tesi, come anticipato, poggia sul principio fondamentale della ragionevole durata del processo (espresso all’art. 111 co. 2 Cost. e all’art. 6 CEDU), principio che verrebbe compromesso da comportamenti ostativi ad una celere definizione della controversia, come nel caso in cui, per espressa accettazione della parte pretermessa, debba decidersi la causa in conformità con quanto statuito in primo grado. Il predetto indirizzo, attestato da oltre vent’anni (ex plurimis Cass. 4883/1993; Cass. 5674/1997; Cass. 16504/2005; Cass. 9117/2015) trova conferma, da ultimo, nelle più recenti pronunce di legittimità (si veda Cass. 26631/2018; Cass. 10660/2020).

Pertanto, in ossequio al principio di ragionevole durata del processo, nell’applicazione della fattispecie in esame occorre evitare comportamenti che si concretino in dispendio di attività processuale e inconcludenti formalità. In ossequio al menzionato principio, la Corte ritiene che insistere per la rimessione in primo grado nei casi in cui la riapertura del giudizio non soccorra esigenze difensive del litisconsorte determini un ingiustificato e inutile appesantimento e retrocessione della controversia.

Concludendo, il litisconsorte necessario pretermesso che intervenga volontariamente nel giudizio di impugnazione accettando lo stato della causa nonché gli atti compiuti senza la sua partecipazione e domandando che la stessa sia decisa in conformità a quanto già statuito sana la precedente irregolarità. La parte pretermessa recupera la garanzia del diritto di difesa, precludendo, così, l’applicazione del rimedio di cui all’art. 354 c.p.c., divenuto ormai superfluo. La giurisprudenza, costante nell’esposizione della citata impostazione reputa, secondo un giudizio astratto, che nessuna delle altre parti venga lesa nelle proprie facoltà processuali nel caso di mancata rimessione per accettazione da parte del litisconsorte. Un eventuale pregiudizio sofferto in concreto potrebbe, dunque, essere in grado di smuovere la radicata tendenza del diritto vivente che, ad oggi, non incontra dissensi.

Dott.ssa Clara Cimino

Avv. Andrea Filippo Mainini 

Finanziamenti garantiti dallo stato per l’emergenza covid: quali conseguenze per le imprese inadempienti

Finanziamenti garantiti: quali conseguenze per le imprese inadempienti? (economia.news)

EMERGENZA COVID-19

FONDI GARANTITI DALLO STATO: QUALI CONSEGUENZE SOTTO UN PROFILO CIVILISTICO E PENALE PER LE IMPRESE INADEMPIENTI?

 Ogni impresa, dalla più strutturata a quella meno organizzata, può essere messa in ginocchio da eventi accidentali. Così è stato per la maggior parte delle imprese italiane che si sono ritrovate improvvisamente in crisi di liquidità a causa della crisi pandemica. In questi casi diviene necessario l’intervento di un ente “quasi supremo” – lo Stato – che apparentemente sembra non possa essere sconfitto nemmeno da una pandemia. Il Governo italiano, a fronte dell’alterazione violenta del tessuto economico determinata dall’emergenza Covid-19 ed al fine di assicurare il necessario sostegno al sistema produttivo del Bel Paese, ha messo in campo misure a supporto di imprese, artigiani, lavoratori autonomi e liberi professionisti.

I predetti decreti, in sostanza, hanno agevolato le imprese nell’accesso al credito bancario. In che modo? Con il Decreto Liquidità, in particolare, è stato deciso di trasformare il Fondo PMI in uno strumento capace di garantire fino a 100 miliardi di euro di liquidità – estendendone l’utilizzo anche alle imprese fino a 499 dipendenti – con tre interventi: 1) garanzia al 100% per i prestiti di importo non superiore al 25% dei ricavi fino a un massimo di 25.000 euro, senza alcuna valutazione del merito di credito e senza attendere il benestare del Fondo di Garanzia; 2) garanzia al 100% di cui 90% Stato e 10% Confidi per i prestiti di importo non superiore al 25% dei ricavi, fino ad un massimo di 800.000 euro e senza effettuare la consueta analisi andamentale; 3) garanzia al 90% fino a 5 milioni di euro e senza la valutazione del merito creditizio.

Per tutte le altre imprese (di grandi dimensioni) e per quelle PMI (inclusi lavoratori autonomi e liberi professionisti) che avevano esaurito il proprio plafond di accesso al Fondo PMI era stata prevista la concessione fino al 31 dicembre 2020 (ora differita al 31 giugno 2021) di una garanzia di SACE S.p.A. sui finanziamenti bancari accordati, rispettando sempre il perimetro fissato dalle linee guida dettate dal paragrafo 3.2. del Temporary Framework della Commissione UE in materia di aiuti di Stato alle imprese colpite dall’emergenza, alle seguenti condizioni: durata non superiore a 6 anni e con possibilità di avere fino a 24 mesi di preammortamento; impresa beneficiaria non inclusa nella categoria delle imprese in difficoltà e non avente esposizioni deteriorate, salvo quelle maturate da febbraio 2020; impegno dell’impresa beneficiaria a non approvare la distribuzione di dividendi o acquisto azioni proprie con riferimento al periodo intercorrente dalla data del 9 aprile 2020 fino al 31 dicembre 2020 e di gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali; importo garantito non superiore al maggiore tra il 25% del fatturato annuo dell’impresa del 2019 e il doppio dei costi del personale dell’impresa relativi al 2019. In relazione ai finanziamenti aventi le suddette caratteristiche è stata prevista la possibilità di ottenere una copertura: pari al 90% dei finanziamenti destinati a imprese con meno di 5mila dipendenti in Italia e fatturato non superiore a 1,5 miliardi; pari all’80% dei finanziamenti destinati a imprese con più di 5mila dipendenti in Italia e fatturato compresso tra 1,5 e 5 miliardi (su base consolidata); pari al 70% per imprese con fatturato superiore a 5 miliardi (su base consolidata).

QUALI CONSEGUENZE SOTTO UN PROFILO CIVILE

Gli strumenti messi in campo dal Governo hanno avuto un notevole successo in termini di numero di utilizzatori. Infatti, sono moltissimi i soggetti che si sono serviti delle garanzie statali.

Chi non lo avrebbe fatto? Soprattutto se lo scenario (erroneamente) ipotizzabile fosse stato quello in cui, come unica peggiore conseguenza, l’impresa inadempiente si sarebbe vista soccorrere dallo Stato che, in qualità di garante del prestito concesso dalla Banca, avrebbe provveduto a saldare gli importi insoluti e fine della storia. Ma non funziona proprio così…!

Per meglio comprendere quali siano i reali risvolti giuridici sotto un profilo civilistico, in caso di inadempimento dell’Impresa beneficiaria, è bene rammentare e tenere in considerazione le fattispecie configurabili in una situazione del genere.

Anzitutto – in forza di quanto previsto dall’art. 2, comma 4, del D.M. 20 giugno 2005 – in caso di inadempimento delle piccole e medie imprese, i soggetti finanziatori possono rivalersi sul Fondo per gli importi da esso garantiti, anziché continuare a perseguire il debitore principale. Inoltre, ai sensi dell’art. 1203 del codice civile, nell’effettuare il pagamento, il Fondo acquisisce il diritto di surrogarsi nella posizione creditoria e perciò può rivalersi sulle Piccole e Medie Imprese inadempienti per le somme da esso pagate.

Nello svolgimento delle procedure di recupero del credito per conto del Fondo di gestione si applica, così come previsto dall’art. 9, comma 5, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 123, la procedura esattoriale di cui all’art. 67 del decreto del Presidente della Repubblica 8 gennaio 1988, n. 43, così come sostituita dall’art.17 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46.

Tale procedura si sostanzia, in estrema sintesi, in vero e proprio recupero coattivo del credito (attivata dal Fondo con il coinvolgimento dell’Agenzia delle Entrate) nei confronti del debitore principale.

 QUALI CONSEGUENZE SOTTO UN PROFILO PENALE

Una manovra di grande portata, quella eseguita dal Governo durante la Pandemia, che di fatto ha permesso a tutto il tessuto economico italiano di poter prendere una boccata d’aria fresca accedendo al sistema creditizio durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria.

In molti si domandano se, in tale circostanza, le porte del sistema bancario non siano state aperte anche a possibili “Furbetti” che avrebbero potuto cogliere l’opportunità di ottenere somme di denaro – garantite dallo Stato – mediante l’utilizzo di stratagemmi tanto in fase di acquisizione dei prestiti quanto più in fase di impiego degli stessi. Inoltre, le maggiori incognite – oggetto dei più recenti dibattiti pubblici – sono rappresentate dalle richieste di delucidazione in merito alla previsione o meno di specifiche norme penali con effetti deterrenti in grado di ridurre al minimo le possibili condotte criminose a danno dello Stato. Le risposte, in tal senso, sono da ricercare nella qualificazione delle condotte tenute dai soggetti richiedenti. Volendo procedere per gradi, nella prima fase di richiesta del finanziamento garantito – in cui le imprese sono obbligate a compilare un’autocertificazione – è facilmente configurabile un “reato di falso in atto pubblico” ai sensi dell’art. 483 c.p. che prevede la reclusione fino a 2 anni per chiunque attesti il falso in un atto pubblico. Per di più, con l’art. 264 c. 1 lett. a) del d.l. n. 34 del 2020, Il Governo ha provveduto a riformare l’articolo 76 DPR 445/2000 – dedicato proprio alle sanzioni penali che conseguono alla fattispecie in esame – inasprendo la pena di reclusione con un aumento da un terzo alla metà. Per giunta, si potrebbe ipotizzare una Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai sensi dell’art. 640 bis codice penale con reclusione da 2 a 7 anni e con procedura d’ufficio se il fatto riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello stato, di altri enti pubblici o delle comunità europee.

Inoltre, le condotte illecite di acquisizione e impiego dei finanziamenti garantiti costituiscono altresì fattispecie penali di “Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato” (316 ter c.p.) e “malversazione”, in quanto trattasi di fondi ad onerosità attenuata (316 bis c.p.).

In fine, è prevedibile, laddove le condotte siano state commesse nell’interesse dell’impresa beneficiaria o a suo vantaggio e in danno allo Stato, una responsabilità amministrativa da reato come previsto dall’ art. 24 del D.Lgs 8 giugno 2001, n. 231.

CONCLUSIONI

Dalla disamina della possibile condotta inadempiente del debitore principale e dei possibili abusi e/o frodi ipotizzabili tanto in fase di acquisizione quanto in fase di impiego delle somme di denaro percepite, appare evidente come, a prescindere dal fatto che il proprio finanziamento sia assistito dalla garanzia statale, l’imprenditore risponderà sempre delle proprie obbligazioni, nonché dei propri comportamenti.

 

 

Crediti “inesistenti” e crediti “non spettanti”

La Cassazione interviene sulla differenza tra il dato normativo e il consolidato orientamento giurisprudenziale dell’indebita compensazione dei crediti

di Mennato Fusco e Andrea Filippo Mainini

La Corte di Cassazione, Sezione Tributaria (VI), è intervenuta sulla questione dell’indebita compensazione dei crediti ritenendo non aderente alla ratio e alla lettera della norma il consolidato orientamento della Corte secondo cui non vi è alcun distinguo tra crediti inesistenti e crediti non spettanti. Con ordinanza interlocutoria n. 29717 del 29.12.20 i giudici hanno rinviato la causa alla Sezione V della Corte. Il fatto era inerente l’impugnazione di un atto di recupero di un credito IVA emesso nei confronti di una società dall’Agenzia delle Entrate.

La CTR lombarda rigettava l’appello della stessa avverso la sentenza di primo grado che aveva annullato l’atto impositivo con riferimento ad un credito ritenuto “non spettante”, considerando l’amministrazione finanziaria decaduta dal potere di accertamento. L’avviso di accertamento veniva notificato oltre il termine quadriennale di cui al D.P.R. n. 600/1973, art. 43, ritenendo applicabile alla fattispecie in esame il termine di otto anni previsto dal D.L. n. 1852008, art. 27, comma 16, convertito dalla L. n. 2/2009. Per la CTR, invece, il termine di otto anni non è applicabile alla predetta fattispecie in quanto riferibile ai soli crediti “inesistenti” – “l’atto [] emesso a seguito del controllo degli importi a credito indicati nei modelli di pagamento unificato per la riscossione di crediti inesistenti utilizzati in compensazione [] deve essere notificato, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre dell’ottavo anno successivo a quello del relativo utilizzo” (art. 27, comma 16, del D.L. n. 185 del 2008). Per la riscossione dei crediti “non spettanti” deve applicarsi il termine decadenziale “corto” (oggi quinquennale) previsto per la notifica degli avvisi di accertamento (art. 43, DPR 600/1973).

Differente è anche il regime sanzionatorio: “Nel caso di utilizzo di un’eccedenza o di un credito d’imposta esistenti in misura superiore a quella spettante o in violazione delle modalità di utilizzo previste dalle leggi vigenti si applica [] la sanzione pari al trenta per cento del credito utilizzato” (art. 13 del d.lgs. 18.12.97, n. 471, comma quarto)  con riferimento ai crediti “non spettanti” e “Nel caso di utilizzo in compensazione di crediti inesistenti per il pagamento delle somme dovute è applicata la sanzione dal cento al duecento per cento della misura dei crediti stessi” (comma quinto) per i crediti inesistenti. La VI Sezione, pur rilevando che l’orientamento consolidato della Corte sia quello di “non elevare l'”inesistenza” del credito a categoria distinta dalla “non spettanza” in riferimento al termine di decadenza per il recupero del credito (Cass., Sez. Trib., 21 aprile 2017, n. 10112; Cass., Sez. Trib., 2 agosto 2017, n. 19237; e, da ultimo, Cass., Sez. Trib., 30 ottobre 2020, n. 24093), ritiene non essere priva di rilevanza logico-giuridica la distinzione tra le due ipotesi, avendo il Legislatore previsto chiaramente due diverse categorie di crediti indebitamente compensati.

Alla luce della discrepanza tra il dato normativo e il consolidato orientamento della Suprema Corte e dell’Agenzia delle Entrate (circolare n. 31/E del 23 dicembre 2020) appare condivisibile – anche tenuto conto delle rilevanti ripercussioni che potrebbero conseguire dal mancato distinguo tra le due ipotesi – la scelta di rimettere la causa a Sezione diversa della Corte.

Su Italia Oggi – avvocati Mennato Fusco e Andrea Mainini

#compensazione #crediti #inesistenza #cassazione