Appunti: il contratto di collaborazione coordinata e continuativa

 

(…) Il contratto di collaborazione coordinata e continuativa previsto all’art. 409 C.p.C. mira a soddisfare esigenze di flessibilità e di minori costi. Tale tipologia contrattuale è tornata a rivestire un ruolo determinante nel nostro ordinamento giuridico dopo che il D.Lgs. 81/2015, misura attuativa del Jobs Act, ha reso il contratto a progetto non più stipulabile a far tempo dal 25 giugno 2015. Secondo parte della dottrina, la riforma introdotta con il citato D.Lgs. 81/2015 ha lasciato sopravvivere le collaborazioni coordinate e continuative come forma di lavoro autonomo, fermi i limiti previsti dall’art. 2, comma 1 dello stesso D.Lgs. 81[1]: in virtù di tale comma, si presumono svolte in regime di subordinazione le prestazioni fornite da collaboratori, allorquando sussistano le seguenti caratteristiche: – personalità della prestazione; – natura continuativa, ossia svolgimento di una prestazione non occasionale, con impegno costante a favore del committente; – eterodirezione della prestazione con particolare riferimento al tempo e al luogo ove la stessa viene svolta.

Dunque, l’elemento decisivo ai fini della configurabilità della presunzione di subordinazione è il fatto che il collaboratore, benchè habbia sottoscritto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, sia vincolato dal committente a svolgere la propria attività all’interno della sede aziendale ed in fasce orarie imposte dal medesimo committente.[2]

(…) Il Legislatore della riforma ha voluto introdurre una rilevante novità, la c.d. “etero-organizzazione”: il collaboratore, perché si tratti di genuina e non fittizia collaborazione, non deve subire le ingerenze del committente, ma organizzare in via autonoma la propria attività. La legge recepisce ed attribuisce rilevanza normativa a taluni degli indici “sintomatici” della subordinazione nel rapporto di lavoro elaborati nella giurisprudenza. Da tale impostazione deriva la piena applicazione al collaboratore (ove considerato un lavoratore dipendente) dello Statuto del Lavoro subordinato, in tutti i suoi profili, giuslavoristici, sindacali e previdenziali. Peraltro, la presunzione legale di subordinazione che accompagna tutti i contratti di collaborazione coordinata e continuativa caratterizzati da un coordinamento organizzativo del committente non opera per i settori in cui il trattamento economico e normativo del collaboratore sia disciplinato dal contratto collettivo nazionale di riferimento.

(…) Infatti, è principio consolidato in giurisprudenza che la volontà delle parti risulta irrilevante di fronte ad una realizzazione del rapporto con le caratteristiche proprie della subordinazione: la Corte di Cassazione ha sostenuto l’irrilevanza della qualificazione giuridica data ai fini dell’integrazione di una determinata fattispecie contrattuale, per esempio la collaborazione coordinata e continuativa, in quanto le parti potrebbero aver simulato l’esistenza di un’altra tipologia contrattuale al mero scopo di eluderne la disciplina legale (Cass. N.4476/2012). Nella pratica, può anche succedere che le parti abbiano voluto realmente un certo tipo di contratto, salvo poi mutare interesse durante il suo svolgimento.[3]

Una recente sentenza del Tribunale di Torino può essere di supporto per meglio comprendere le criticità menzionate con relazione ad un contratto di call center: nella fattispecie, un’operatrice telefonica addetta al recupero credito in forza di contratti a progetto, e poi, di collaborazione coordinata e continuativa, promuoveva un giudizio volto a rivendicare la natura subordinata del rapporto e la spettanza delle differenze retributive in suo favore. A parere del Giudice del lavoro, il contattare telefonicamente una serie di clienti i cui nominativi erano stati forniti dalla committente è da considerare elemento di carenza di autonomia, non consentendo al collaboratore di individuare autonomamente i clienti di contattare “in quanto il tutto avveniva sulla base di elenchi che la società forniva” (v. sentenza del Tribunale di Torino n.518/2017). Anche nell’individuazione del turno avrebbero dovuto esserci margini di autonomia come pure nella fascia oraria, posto che non deve essere di fatto imposta l’alternanza sui turni essendo “….. assolutamente evidente come ciò sia incompatibile con una modalità organizzativa autonoma, nell’ambito della quale non devono esistere turni preconfezionati dalla datrice di lavoro, né imposizioni di alternanze. Il collaboratore autonomo, in quanto tale, deve essere libero di decidere, per ciascuna giornata, quale numero di ore lavorare e se farlo al mattino o al pomeriggio.”

La sentenza in questione ha affermato, infine, che: “Nel caso in esame, il carattere semplice e ripetitivo delle mansioni, l’assenza di organizzazione imprenditoriale e di rischio d’impresa, l’esistenza di controlli e direttive, la natura predeterminata del compenso inducono a concludere fondatamente per la subordinazione”.

Una decisione della Corte di Cassazione (l’ordinanza n.28190/2017) ha ribadito recentemente che, se il lavoratore (nel caso sempre di una operatrice di call center) svolga la propria attività nei locali dell’azienda, con l’utilizzo di strumenti da quest’ultima messi a disposizione (computer, telefono, ecc.), in fasce orarie prestabilite, con l’indicazione di obiettivi minimi da raggiungere e dei criteri di valutazione della prestazione, il rapporto di lavoro va inquadrato come subordinato a tempo indeterminato e non come collaborazione coordinata e continuativa[4].

Avv Leonardo Merrino

 

[1]  art. l’art. 2 del D.Lgs. 81/2015  rubricato “Collaborazioni organizzate dal committente”: “1. A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoroLa disposizione di cui al comma 1 non trova applicazione con riferimento: a) alle collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente piu’ rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore; b) alle collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali e’ necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali; c) alle attivita’ prestate nell’esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle societa’ e dai partecipanti a collegi e commissioni; d) alle collaborazioni rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e societa’ sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I., come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289. d-bis) alle collaborazioni prestate nell’ambito della produzione e della realizzazione di spettacoli da parte delle fondazioni di cui al decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367. Le parti possono richiedere alle commissioni di cui all’articolo 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, la certificazione dell’assenza dei requisiti di cui al comma 1. Il lavoratore puo’ farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro”.

[2] In questo quadro si inserisce la recente modifica dell’art. 409 c. p.c che ha introdotto l’inciso: “La collaborazione si intende coordinata quando, nel rispetto delle modalità di coordinamento stabilite di comune accordo dalle parti, il collaboratore organizza autonomamente l’attività lavorativa;”.

[3]In linea generale, la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui, al fine di accertare la natura subordinata o autonoma di un rapporto di lavoro, il giudice deve in primo luogo aver riguardo alla volontà manifestata dalle parti. Di conseguenza, se queste hanno espressamente dichiarato di voler escludere la subordinazione o hanno qualificato la collaborazione con il nomen iuris di un istituto di per sè incompatibile con essa (per esempio, contratto d’opera ai sensi dell’art. 2222 c.c., appalto, associazione in partecipazione, collaborazione coordinata e continuativa, collaborazione a progetto, contratto d’agenzia, etc), sarà possibile pervenire a una diversa qualificazione giuridica solo qualora sia dimostrato che la subordinazione si è realizzata, di fatto, nella fase dell’esecuzione (v., ex multis, Cass., Sez. Lav., 7 novembre 2001, n. 13778; 6 marzo 1996, n. 2690; 4 agosto 1995, n. 8565).” (v. Corte di Appello di Perugia, sez. lav., 07/09/2015, n. 147)

[4]In tema di qualificazione del rapporto di lavoro, va riconosciuta la natura subordinata della prestazione, nonostante il “nomen iuris” adottato dalle parti, essendo stato rilevato che la stessa si svolgeva nei locali dell’azienda, con l’utilizzo di strumenti da quest’ultima messi a disposizione (computer, telefono, ecc.), in fasce orarie prestabilite con l’indicazione di obiettivi minimi da raggiungere e dei criteri di valutazione della prestazione, elementi sussidiari che, valutati nel loro complesso, rivelano la ricorrenza della subordinazione.” (Cassazione civile, sez. VI, 27/11/2017,  n. 28190).

Lo studio Mainini & Associati premiato con Le Fonti Awards

MILANO – Lo Studio Mainini & Associati è stato invitato a partecipare alla serata organizzata da Le Fonti, il 13 novembre scorso, per la consegna dei premi Le Fonti Awards.  Le Fonti Awards è espressione dei premi internazionali IAIR Awards ed è presente, oltre a Milano, sulle piazze borsistiche di New York, Hong Kong, Dubai, Singapore, Londra. Milano ha rappresentato l’unica tappa italiana ed ha visto in gara numerosi studi legali nazionali; la serata si è svolta presso la sede della Borsa Italiana a Palazzo Mezzanotte.

Partner e Media Partner esclusivi delle edizioni de Le Fonti Awards sono state le principali testate nazionali e la Commissione Europea.  La serata è stata ampiamente diffusa nello speciale dedicato su Il Sole 24 Ore,  La Repubblica – Affari e Finanza, Il Corriere della Sera, L’Impresa  e Harvard Business Review.

Lo Studio si presentava alla premiazione come finalista in due categorie: “Team legale societario dell’anno” e “Boutique legale di eccellenza per la consulenza societaria”.

La consegna dei premi e l’annuncio dei primi vincitori riserva subito una lieta notizia per lo Studio: “Per essere presente nel panorama italiano sin dal 1960. Grazie alle aree di specializzazione chiaramente delineate e le risposte rapide ed esaustive, lo Studio è in grado di predisporre sartorialmente ogni atto a seconda delle esigenze dei clienti”. Questa la motivazione che ha accompagnato la consegna del premio “Boutique di eccellenza per la consulenza societaria” direttamente nelle mani dei soci senior dello Studio, l’avv. Pier Angelo Mainini e il dott. Aldo Mainini.

Orgogliosa del riconoscimento ricevuto, testimonianza della passione che muove ogni componente dello Studio che con il proprio lavoro ha consentito di raggiungere questo ambito premio, la grande famiglia dello Studio Mainini & Associati punta a  nuovi ed ulteriori traguardi.

Lo Studio Mainini & Associati

Distribuzione verticale selettiva: efficacia erga omnes degli accordi produttore-distributore

Possibilità di estendere a terze parti obbligazioni contrattuali stipulate nel rapporto produttore-distributore

Con riferimento alla distribuzione di prodotti di lusso, l’adozione di una rete di distribuzione selettiva (si ricorre al contratto di distribuzione selettiva allorquando risulti rilevante che l’immagine del marchio e del produttore sia valorizzata) consente di derogare alcuni divieti e restrizioni che altrimenti sarebbero imposti dalla normativa sulla concorrenza a livello europeo (1) e dall’articolo 101 TFUE (2) al contratto di distribuzione puro.

Le esenzioni previste per il contratto di distribuzione selettiva non si applicano tuttavia, ai sensi dell’art. 4 del Regolamento, alle cosiddette “restrizioni fondamentali”. Tali sono per esempio la “[…] restrizione della facoltà dell’acquirente di determinare il proprio prezzo di vendita, fatta salva la possibilità per il fornitore di imporre un prezzo massimo di vendita o di raccomandare un prezzo di vendita, a condizione che questi non equivalgano ad un prezzo fisso o ad un prezzo minimo di vendita per effetto di pressioni esercitate o incentivi offerti da una delle parti […]” e ancora “[…] la restrizione delle vendite attive o passive (3) agli utenti finali […]” (art 4, comma 1, lett. a) e c) del Regolamento 330/2010).

Con riferimento alle politiche sui prezzi, l’Autorità Garante italiana ha espresso più volte le proprie indicazioni circa la determinazione dei prezzi minimi e dei prezzi massimi imposti ai distributori. Ad avviso dell’Autorità Garante, gli inviti rivolti alla rete di rivenditori a non oltrepassare un certo prezzo indicato minimo/massimo rappresenta una violazione delle restrizioni c.d. fondamentali. Come sopra riportato, a livello europeo è possibile definire prezzi massimi (4). Rimane pacifico il divieto di indicare prezzi minimi dal momento che il produttore, nel fissare il prezzo, riduce od elimina l’indipendenza decisionale del distributore, limitando la concorrenza.

Per quanto concerne le vendite attive e passive, si può pacificamente sostenere che qualsiasi distributore, collocato in una catena di distribuzione pura o in una catena di distribuzione selettiva non può essere limitato nell’utilizzo di internet finalizzato alla vendita dei prodotti (5). Come già accennato, si tratta di una restrizione fondamentale (c.d. hard core) a cui non possono essere applicate esenzioni di alcun genere. Interviene in tal senso anche la Giurisprudenza europea, con la questione pregiudiziale sollevata dalla Corte d’appello di Parigi nella causa promossa dalla società Pierre Fabre Dermo-Cosmètique S.A.S. La Pierre Fabre venne sanzionata dall’autorità francese a tutela della concorrenza per aver imposto ai propri distributori autorizzati un divieto generalizzato di rivendita on line. La conclusione a cui giunge la Corte Europea al punto 46  afferma testualmente che “[…] L’obiettivo di preservare l’immagine di prestigio non può rappresentare un obiettivo legittimo per restringere la concorrenza e non può quindi giustificare che una clausola contrattuale diretta ad un simile obiettivo non ricada nell’articolo 101, n. 1 TFUE”. Un’ulteriore decisione dell’Avvocato Generale, emanata il 26 luglio 2017 nel caso C-230/16 Coty Germany GmbH v. Parfumerie Akzente GmbH conferma quanto appena esposto (6). Il divieto assoluto di vendere su internet è un “[…] divieto che la CGEU ha ritenuto sproporzionato e illegittimo rispetto al fine di preservare l’immagine di prestigio dei prodotti […] l’obiettivo del mantenimento di un’immagine di prestigio del marchio non può giustificare, in base alla sentenza del 13 ottobre 2011, Pierre Fabre Dermo-Cosmétique (C 439/09, EU:C:2011:649), l’introduzione di un sistema di distribuzione selettiva, che è, per definizione, restrittivo della concorrenza. La clausola contrattuale controversa costituirebbe inoltre una restrizione fondamentale, ai sensi dell’articolo 4, lettera c), del regolamento n. 330/2010 e non potrebbe quindi beneficiare di un’esenzione per categoria in base a tale regolamento […] in tale sentenza Pierre Fabre Dermo-Cosmétique, la Corte ha statuito che la clausola di un contratto che vietava in modo assoluto ai distributori autorizzati di vendere on-line i prodotti oggetto del contratto poteva costituire una restrizione per oggetto e quindi essere contraria all’articolo 101, paragrafo 1, TFUE se, «a seguito di un esame individuale e concreto del tenore e dell’obiettivo della clausola contrattuale in parola nonché del contesto giuridico ed economico in cui si colloca, risulta che, alla luce delle caratteristiche dei prodotti di cui trattasi, tale clausola non è oggettivamente giustificata”. L’Avvocato Generale specifica tuttavia che una limitazione nell’utilizzo di piattaforme internet da parte del distributore può essere legittimamente imposta dal produttore dal momento che “[…] il divieto di vendere prodotti di lusso tramite piattaforme di terzi diverse da quelle del produttore o del distributore (a cui deve essere sempre permesso di vendere online) sia oggettivamente indispensabile per l’immagine del marchio”.

A tal proposito si pone il problema principale, affrontato anche dall’Avvocato Generale: “in assenza di legame contrattuale con la piattaforma terza, il produttore non può esercitare alcuna influenza pregnante e preventiva sulle modalità con cui i prodotti sono presentati e commercializzati su detta piattaforma”.

È necessario quindi verificare se quanto appena esposto trovi la sua giustificazione giuridica solamente in un contratto sottoscritto tra il produttore ed il distributore oppure, viceversa, possa essere imposto anche a terze parti. Ad una lettura di quanto argomentato dall’Avvocato Generale, il produttore non ha alcuna forza vincolante nell’imporre a terzi le proprie restrizioni. I terzi, infatti, non partecipano delle obbligazioni contrattuali tra il produttore ed il distributore. Cosi anche la sentenza CGE S. 15.02.1996 Causa C-309/94-Nissan France SA e altri o ancora CGE S. 30.11.2004 causa C-16/03 Peak>Holding AB: “[…] solo i rapporti contrattuali tra i fornitori e distributori ufficiali della loro rete e, mentre definiscono quello che gli uni e gli altri possono o non possono impegnarsi a fare nei confronti di terzi, non hanno, invece la funzione di disciplinare l’attività di detti terzi che possono intervenire sul mercato fuori dal circuito degli accordi di distribuzione […]”

Sui può considerare tuttavia un’ulteriore scenario.

Sempre secondo la giurisprudenza della CGE, il titolare del marchio può agire in giudizio contro il terzo la cui attività determini un ingiustificato pregiudizio; ad esempio: “nel caso in cui il terzo utilizzi il marchio per commercializzare dei prodotti o promuovere la commercializzazione di prodotti con modalità e contenuti qualitativi tali da nuocere gravemente al prestigio del marchio” (si cfr. CGE S. 4.11.1997 C-337/95 Parfums Christian Dior SA).

Ecco che, in tal senso, interviene anche  la normativa italiana. Il legislatore infatti ha previsto l’articolo 2598 (7) del Codice Civile, rubricato: “Atti di concorrenza sleale”. Potrebbe essere configurata la violazione dell’art. 2598.3 c.c. da parte di terzi soggetti che vendono i prodotti su siti internet che non rivestono le caratteristiche essenziali per il produttore (8). L’esistenza di una rete di distribuzione selettiva conferisce al titolare del marchio, come abbiamo già esposto, un diritto ad un riconoscimento particolarmente pregnante delle qualità dei propri prodotti. Dal momento che si tratta di un prodotto di lusso o di prestigio, le condizioni di vendita possono essere quantomeno vincolate.

La giurisprudenza italiana osserva che “configura atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3 c.c., la condotta tenuta dal venditore consistente nel continuare a commercializzare prodotti di una certa marca anche dopo che il produttore ha reso nota l’esistenza di un sistema di distribuzione selettiva” (9). È necessario tuttavia che i prodotti venduti siano lesivi del marchio e alterino l’immagine e la qualità che il produttore collega ai suoi prodotti.

Quanto sopra, da verificarsi caso per caso, solamente nell’eventualità che il terzo, estraneo all’accordo di distribuzione, fosse a conoscenza del sistema di distribuzione selettiva.

Per quanto sopra esposto, si può affermare che non il distributore e neppure il produttore può vietare la completa commercializzazione dei prodotti a mezzo canali online e dare indicazioni in ordine al prezzo degli stessi. Gli obblighi a cui deve sottostare il distributore contenuti nel testo contrattuale non sono efficaci nei confronti dei terzi ed il distributore non è tenuto a garantire l’osservanza degli stessi da parte di questi. L’unica tutela per il buon nome e la qualità dei prodotti è ravvisabile nella difesa del produttore in sede giudiziale nei confronti di quei terzi che siano stati preventivamente informati dell’esistenza di una rete di distribuzione selettiva.

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Dott. Andrea Filippo Mainini

 

(1) Ai sensi del Regolamento UE 330/2010, in vigore dal 1.06.2010 sino al 31.5.2022. Si tratta, in realtà, di una normativa applicabile ai paesi dell’area SEE (Spazio Economico Europeo).

(2) Art 101 TFUE: “Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno ed in particolare quelli consistenti nel: a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazioneb) limitare o controllare la produzione, gli sbocchi, lo sviluppo tecnico o gli investimenti; c) ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento; d) applicare, nei rapporti commerciali con gli altri contraenti, condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, così da determinare per questi ultimi uno svantaggio nella concorrenza; e) subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi. Gli accordi o decisioni, vietati in virtù del presente articolo, sono nulli di pieno diritto.Tuttavia, le disposizioni del paragrafo 1 possono essere dichiarate inapplicabili: – a qualsiasi accordo o categoria di accordi fra imprese, – a qualsiasi decisione o categoria di decisioni di associazioni di imprese, e – a qualsiasi pratica concordata o categoria di pratiche concordate, che contribuiscano a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico, pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dell’utile che ne deriva, ed evitando di: a) imporre alle imprese interessate restrizioni che non siano indispensabili per raggiungere tali obiettivi; b) dare a tali imprese la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi.”

Art. 102 TFUE: “È incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo. Tali pratiche abusive possono consistere in particolare: a) nell’imporre direttamente od indirettamente prezzi d’acquisto, di vendita od altre condizioni di transazione non equeb) nel limitare la produzione, gli sbocchi o lo sviluppo tecnico, a danno dei consumatori; c) nell’applicare nei rapporti commerciali con gli altri contraenti condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, determinando così per questi ultimi uno svantaggio per la concorrenza; d) nel subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.”

(3) Per una definizione di ‘vendite attive’ e ‘vendite passive’, si veda il paragrafo 51 delle nuove Linee direttrici, in cui si legge: “vendite attive: il contatto attivo con singoli clienti ad esempio per posta, compreso mediante l’invio di messaggi di posta elettronica non sollecitati, o mediante visite ai clienti; oppure il contatto attivo con uno specifico gruppo di clienti, o con clienti situati in uno specifico territorio attraverso inserzioni pubblicitarie sui media o via internet o altre promozioni specificamente indirizzate a quel gruppo di clienti o a clienti in quel territorio. La pubblicità o le promozioni che sono interessanti per l’acquirente soltanto se raggiungono (anche) uno specifico gruppo di clienti o clienti in un territorio specifico, sono considerati vendite attive a tale gruppo di clienti o ai clienti in tale territorio”;

(3) Sono vendite passive “[…] le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale che raggiungano clienti all’interno dei territori (esclusivi) o dei gruppi di clienti (esclusivi) di altri distributori, ma che costituiscano un modo ragionevole per raggiungere clienti al di fuori di tali territori o gruppi di clienti, ad esempio per raggiungere clienti all’interno del proprio territorio. Le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale sono considerate un modo ragionevole per raggiungere tali clienti se è interessante per l’acquirente attuare tali investimenti anche se non raggiungono clienti all’interno del territorio (esclusivo) o del gruppo di clienti (esclusivo) di altri distributori”.

(4) Art 4, comma 1, lett. c) del Regolamento 330/2010.

(5) L’esistenza di un sito internet è considerata una forma di vendita passiva; si configura infatti come una modalità usuale e non lesiva di alcun diritto che permette ai clienti di raggiungere il distributore. Si deve tuttavia evidenziare che, per quanto riguarda la distribuzione selettiva, il produttore può esigere che il distributore rispetti gli standard qualitativi imposti anche per quanto concerne la distribuzione via internet; tuttavia, come si dirà nel prosieguo della trattazione, tale obbligo può essere imposto soltanto al distributore, non a terze parti che acquistano i prodotti dallo stesso per rivenderli.

(6) Ecco i quesiti di diritto posti all’Avvocato Generale: “1) Se un sistema di distribuzione selettiva finalizzato a preservare l’immagine di prestigio e di lusso dei prodotti oggetto dell’accordo di distribuzione sia in sé compatibile con il divieto di accordi restrittivi della concorrenza di cui al par. 1 dell’articolo 101 del Trattato sul Funzionamento della UE; 2) Se un divieto imposto dal produttore ai propri distributori autorizzati in un sistema di distribuzione selettiva, di vendere i prodotti su internet tramite piattaforme di e-commerce di terzi distinguibili da quelle del produttore o del distributore autorizzato sia compatibile con il divieto di cui all’articolo 101 TFUE, indipendentemente dai requisiti qualitativi legittimi imposti dal produttore come condizione per aderire alla rete siano rispettati dalla piattaforma del caso specifico; 3) Se tale divieto, applicato aprioristicamente e indipendentemente dalla verifica sul rispetto di determinati criteri qualitativi da parte della piattaforma terza, sia da considerare restrizione “per oggetto” ai sensi dell’articolo 101 TFUE o una restrizione “hardcore” ai sensi del regolamento 330/2010 sull’esenzione in blocco di determinati accordi verticali.”

(7)“Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.

(8) Si tratta di un‘analisi da effettuarsi caso per caso.

(9) Cfr. Tribunale di Palermo, sez Imprese, ordinanza 1.03.2013.

Art. 96 C.p.c.

“…La responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. integra una forma particolare di responsabilità processuale a carico di quella parte che agisce o resiste in giudizio in malafede o con colpa grave. La totalità delle pronunce della Suprema Corte ha ravvisato un onere processuale in capo alla parte che agisce per vedersi riconoscere il predetto risarcimento. L’onere consiste nel “dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte” (Cass. Civ. n. 21393/05). Tale responsabilità, di natura pacificamente extracontrattuale (si veda Cass. n. 9080/13, n. 133395/07, n. 3388/07, n. 18169/04), richiede che venga provato l’an ed il quantum del danno subito.

Oltre all’onere processuale circa l’allegazione del danno subito, la legge prevede ulteriori condizioni di ammissibilità della condanna per responsabilità aggravata: la soccombenza totale della parte e la prova dell’elemento soggettivo. Quest’ultimo qualificabile come dolo ovvero colpa grave, intesa come “consapevolezza o ignoranza derivante dal mandato uso di un minimo di diligenza, della infondatezza delle tesi esposte in giudizio e/o del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere alla controversia” Cass. Civ, Sez. III, sent. N. 4443/15…”

 

Dott. Andrea Filippo Mainini

Inadempimento contratto di appalto e presenza di vizi: azione ex art. 1667 o 1453?

In caso di inadempimento di un contratto di appalto, gli articoli 1667 e ss. c.c. e gli articoli 1453 e ss. c.c. possono essere parimenti presi in considerazione.

Diverso è, tuttavia, l’ambito di applicazione degli stessi. Si riporta infatti, infra multis, uno stralcio della sentenza della Corte di Cassazione (Sez. Civ., sent. n. 6284/15) il cui merito verteva sui vizi di un impianto di riscaldamento installato a seguito della stipula di un contratto di appalto: “La consolidata giurisprudenza di questa Corte, in tema di appalto, è nel senso che la responsabilità dell’assuntore del lavoro inerente alla garanzia per vizi e difformità dell’opera eseguita, prevista dagli artt. 1667 e ss. c.c., può configurarsi unicamente quando lo stesso, nell’intervenuto completamento dei lavori, consegni alla controparte un’opera realizzata nel mancato rispetto dei patti o non a regola d’arte, mentre nel caso di non integrale esecuzione dei lavori o di ritardo o di rifiuto della consegna del risultato di questi a carico dell’appaltatore può operare unicamente la comune responsabilità per inadempimento contrattuale di cui agli artt. 1453 e ss. c.c. (di recente, Cass. 22 gennaio 2015 n. 1186; ma già Cass. 6 aprile 2006 n. 8103 ed in passato Cass. 15 dicembre 1990 n. 11950; Cass. 11 gennaio 1988 n. 49; Cass 12 aprile 1983 n. 2573)”.

Nel contratto di appalto il committente ha la possibilità di esperire sì l’azione ex art. 1453 c.c. ma nel solo caso in cui l’inadempimento derivi da motivi diversi dalla presenza di vizi e difetti (ad esempio, l’appaltatore ha iniziato l’opera ma successivamente non l’ha portata a termine). Diversamente, in caso di presenza di vizi e malfunzionamenti dell’opera, risulta giocoforza necessario richiedere l’applicazione prevista dagli articoli 1667 e ss. c.c.

Ancora, secondo i principi costantemente affermati dalla Suprema Corte, ai fini della risoluzione del contratto di appalto si richiede un inadempimento più grave di quello richiesto per la risoluzione della compravendita per i vizi della cosa, atteso che l’art. 1668 c.c, comma 2 sancisce che la risoluzione possa essere dichiarata soltanto se i vizi dell’opera sono tali da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione.

Pertanto la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto d’appalto è ammessa nella sola ipotesi in cui l’opera, considerata nella sua unicità e complessità, sia “assolutamente inadatta alla destinazione sua propria” (si vedano, infra multis: Cass. Civ. Sez. VI, sent. n. 16611/17 Cass. Civ. Sez. II, sent. N. 19868/2009, Cass. Civ,. Sez. II, sent. n. 3752/07, Cass. n. 5250/2004)…

 

Dott. Andrea Filippo Mainnini

Successioni e protezione del patrimonio.

 

#SUCCESSIONE E #PROTEZIONE DEL PATRIMONIO

 

Abolita nel 2001 e reintrodotta nel 2006, la tassa di successione è attualmente in vigore ed è in procinto di essere modificata dall’attuale Governo.

L’imposta di successione è la tassa che una persona che riceve un’eredità deve pagare allo Stato Italiano in sede di presentazione della dichiarazione di successione.

Sorge spontanea una domanda; quali beni dell’eredità ricevuta costituiscono base imponibile per l’applicazione della tassa?

I beni ereditati che costituiscono il patrimonio tassato sono i beni immobili, i beni mobili quali barche, gioielli, opere d’arte, conti correnti bancari e postali, denaro, investimenti, oltre ad aziende e partecipazioni di società di ogni genere.

Premesso che l’Italia ha una delle tassazioni più favorevoli in tema di successioni nel panorama europeo, proviamo a fare un confronto con gli stati più similari al nostro dal punto di vista impositivo.

Le aliquote

  1. Successioni in Italia:
    1. 4% per il coniuge o i parenti in linea retta;
    2. 6% per i fratelli, sino al’8% in alcuni casi particolari;
    3. soltanto se il patrimonio ereditato supera il milione di euro nel caso di linea diretta, i 100.000,00 € negli altri casi.
  2. Successioni in Germania:
    1. 7% al 50%.
  3. Successioni in Francia:
    1. 5% fino al 45% per gli eredi in linea retta,
    2. dal 35% al 55% per gli altri familiari,
    3. 60% per i soggetti terzi.
  4. Successioni nel Regno Unito: a. aliquota del 40%.
  5. Successioni in altri paesi europei: Belgio: 60/80%.  Spagna: sino al 80%

Si può facilmente intuire come, in un siffatto panorama europeo, non sarebbe un evento del tutto eccezionale un futuro aumento delle aliquote italiane di qualche punto percentuale.

 

Perché prevenire la Successione

  1. Tutela della continuità aziendale
  2. Gestione del passaggio di ricchezza
  3. Tutela patrimoniale
  4. Risparmio di imposta

Il passaggio generazionale è qualcosa che si manifesta in un istante, ma conclude un processo che dura decenni … non è un evento, è un progetto.

Il più grosso errore è considerare la successione come un obbligo verso il passato non come una opportunità per il futuro.

I cambiamenti devono essere affrontati con una pianificazione che consenta di valutare per tempo tutte le opzioni, scartando quelle inefficaci. Si tratta di un tema complesso che deve tenere in considerazione le condizioni economiche, reddituali, finanziarie e patrimoniali, nonché le norme civilistiche e fiscali.

Cosa si protegge

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L’impresa

Secondo una ricerca dell’Università Cattolica di Milano, solo il 50% delle Imprese Italiane passa alla seconda generazione, solo il 15% arriva alla terza

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Ciò significa che l’85% delle imprese falliscono e chiudono alla terza generazione.

La ricchezza dell’impresa, faticosamente costruita in anni di lavoro e sacrifici, viene dissipata nella successione per alcuni motivi principali:

  • Disinteresse dell’erede nella gestione dell’azienda
  • Incapacità dell’erede nella gestione dell’azienda
  • Azienda ereditata da soggetti terzi e che non hanno interesse
  • Tensioni tra gli eredi nella gestione dell’azienda.

 

Come risolvere il problema

La legge prevede alcuni istituti giuridici che possono essere adoperati come strumenti per veicolare la governance della società verso i soggetti più adatti alla gestione, assicurando, allo stesso tempo, la parte di eredità garantita agli ulteriori eredi.

Si può fare accenno a:

  • Patto di famiglia e Family buy-out
  • Usufrutto e nuda proprietà
  • Trust
  • Strutture di governance
  • Patti parasociali

Mediante la predisposizione di particolari atti si può decidere di:

  • Affidare solo alcuni poteri gestori ad un erede in particolare;
  • Affidare la completa gestione dell’azienda ad un erede e liquidare gli altri;
  • Alienare la nuda proprietà agli eredi in quote e mantenere l’usufrutto ed il potere gestorio;
  • Alienare l’usufrutto ma mantenere la nuda proprietà dell’azienda;
  • Modulare l’ingresso nella società degli eredi con compiti e obiettivi precisi.

 

Esempio di risparmio

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Patologie

Impresa Alfa

 

 

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IL coniuge B, esploratore, nessuna esperienza in azienda, diventa titolare di una grossa quota dell’azienda stessa.

Qualora venisse a mancare anche il fratello A (con due figli), il coniuge del fratello B diventerebbe socio di maggioranza.

Nel caso venisse a mancare il coniuge B (senza figli), il socio di maggioranza potrebbe diventare un parente B che non ha mai avuto neppure alcun contatto o rapporto con la famiglia ormai ex proprietaria della società Alfa.

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

Dipartimento Diritto Commerciale e Societario

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La qualificazione giuridica del calciatore dilettante nelle procedure fallimentari

La qualificazione giuridica del calciatore #dilettante nelle #Procedure Fallimentari

 

La figura del calciatore dilettante è da sempre caratterizzata da un assoluto vuoto di tutela a causa del fatto che non esiste né nell’ordinamento sportivo né in quello civile nazionale, una disciplina giuridica compiuta, essendo regolati solo alcuni aspetti specifici, in particolare di diritto tributario.

La Legge n. 91 del 1981 sul professionismo sportivo, infatti, si è limitata a definire la categoria dei calciatori professionisti, individuando nella continuità, nell’onerosità e nella qualificazione da parte della Federazione d’appartenenza, i caratteri che la prestazione dell’atleta deve avere per potersi configurare il professionismo sportivo.

Non si è fatto, tuttavia, accenno alla più ampia categoria dei calciatori dilettanti, che, pertanto, si devono ritenere esclusi dall’applicabilità della normativa.

Anche le N.O.I.F. (Norme Organizzative Interne della F.I.G.C.), a livello federale, si astengono dal fornire una definizione chiara della categoria dilettantistica, aggiungendo all’art. 29 comma 2 che: “Per tutti i calciatori “non professionisti” è esclusa ogni forma di lavoro, sia autonomo che subordinato”.

A differenza di quanto accade per i professionisti, pertanto, tutti i calciatori dilettanti non potranno stipulare alcun contratto individuale di lavoro con le società per le quale sono tesserati, né tantomeno potranno ricevere da queste ultime somme o altre erogazioni a titolo di retribuzione.

Ferma restando tale esclusione, la normativa federale prevede (articolo 94 ter) l’obbligo per i calciatori non professionisti tesserati per società partecipanti ai Campionati Nazionali della L.N.D. (Lega Nazionale Dilettanti), di sottoscrivere con queste ultime degli accordi economici annuali relativi alla prestazione sportiva che verrà fornita.

Da queste premesse sul tema sembra essere del tutto pacifica la natura chirografaria del credito dei calciatori dilettanti in una possibile procedura fallimentare che coinvolga una società di calcio relativamente al mancato pagamento del corrispettivo pattuito negli accordi economici sopraccitati (eventualità, purtroppo, neanche troppo remota, considerati gli svariati esempi di apertura di procedure fallimentari nei confronti di società di calcio avvenuti negli ultimi anni).

Sul punto, tuttavia, a parer dello scrivente, è doveroso soffermarsi esaminando il tenore dell’accordo economico riconosciuto dalla F.I.G.C. e delle pronunce giurisprudenziali in merito che si sono susseguite nel tempo.

Infatti, dalla disamina dell’accordo economico che viene sottoscritto dal calciatore dilettante e dalla società, emergono chiaramente indici di subordinazione, a prescindere dall’indicazione nello stesso dell’espressa esclusione di “ogni forma di lavoro subordinato”.

Tali indici si riscontrano innanzitutto all’art. 3 di detto accordo che prevede la possibilità per i calciatori di proporre un reclamo innanzi alla C.A.E. (Commissione Accordi Economici della Lega Nazionale Dilettanti) in caso di inadempienza della società; all’art. 5 che contempla la corresponsione della retribuzione all’atleta a cadenza pressoché mensile, ed ancora, all’art. 6 che prevede la possibilità di erogazione di sanzioni in caso di inadempimento contrattuale.

Ulteriormente confermativo in tal senso il fatto che i calciatori tesserati per una società dilettantistica abbiano l’obbligo di presenziare a tutti gli allenamenti della squadra nei luoghi indicati dalla società, nonché di partecipare alle gare ufficiali disputate dalla stessa.

La tesi della subordinazione dei calciatori qualificati come dilettanti, come detto, è stata più volte ribadita anche dalla giurisprudenza di merito.

Sul punto, in particolare, preme richiamare l’ordinanza del Tribunale di Pescara del 18 ottobre 2001 (Foro it, 2002, I, 897), in cui si afferma testualmente che “Il tenore volutamente «universale» scelto dal legislatore (in riferimento all’art. 43 Dlgs 286/98) consente, poi, di ritenere che ogni attività di rilievo sociale costituisca oggetto di protezione, e non soltanto quella che rivesta un preminente significato economico-professionale. La distinzione (peraltro assai sfuggente nell’agonismo del nostro tempo) tra professionismo e dilettantismo nella prestazione sportiva si mostra priva di ogni rilievo, non comprendendosi per quale via potrebbe mai legittimarsi una discriminazione del dilettante”.

Anche la pronuncia del TAR Lazio (Sezione Terza – ter, 12 maggio 2003, n. 4103), esaminando la legittimità di una norma regolamentare della F.I.P., ha incidentalmente osservato che: “certamente la mancata applicazione al settore del basket femminile della legge 23 marzo 1981 n. 91 è la vera causa della vicenda quando, come nel caso in esame, appare difficile configurare come dilettantistica un’attività sportiva comunque connotata dai due requisiti richiesti dall’art. 2 (remunerazione comunque denominata e continuità delle prestazioni) per l’attività professionistica”.

Con riferimento all’irrilevanza del “nomen iuris” utilizzato dalle parti per la qualificazione del rapporto di lavoro sportivo è intervenuta anche la Suprema Corte che così testualmente si è espressa: “la qualificazione attribuita dalle parti al rapporto non ha valore determinante rispetto agli effettivi contenuti dello stesso, ben potendosi pervenire ad una diversa qualificazione, ove si dimostri che l’elemento della subordinazione si sia di fatto realizzato nello svolgimento del rapporto” ed ancora: “nei casi in cui può essere ridotta, per il concreto atteggiarsi del rapporto, l’evidenza immediata della subordinazione, è lecito far riferimento a criteri complementari e sussidiari (“quali la collaborazione, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario predeterminato, il versamento, a cadenze fisse, di una retribuzione prestabilita, il coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo dato all’impresa dal datore di lavoro) i quali – se individualmente considerati… privi di valore decisivo – ben possono essere valutati globalmente come indizi probatori da parte del giudice di merito” (in tal senso Cass. 6114/1998).

È appena il caso di osservare, che la Corte di Giustizia europea da sempre ha stabilito che l’unico parametro di distinzione sia costituito dallo svolgimento di prestazioni sportive retribuite o non retribuite e, quindi, l’analisi deve essere incentrata sul dato di fatto concreto, indipendentemente dalla qualificazione giuridica attribuita dalla Federazione (in tal senso, Corte di Giustizia, sentenza dell’11 aprile 2000, cause riunite C-51/96 e C-191/97, Christelle Deliège contro Ligue francophone de judo et disciplines associées ASBL, Ligue belge de judo ASBL, Union européenne de judo e Francois Pacquée;  Corte di Giustizia, sentenza dell’8 maggio 2003, causa C-438/00, Deutscher Handballbund e. V. / Maros Kolpak).

In considerazione della giurisprudenza nazionale ed europea sopracitata, i crediti dei calciatori cosiddetti “dilettanti” potrebbero essere ritenuti alla stregua di quelli dovuti ai prestatori di lavoro subordinato e, di conseguenza, in ambito fallimentare, godere del privilegio di cui all’art. 2751 bis n. 1 c.c.

Dott. Luca Fortunato

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

Dipartimento Diritto Sportivo

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Fondo Rischi appostato per vertenze legali

#Fondo rischi appostato per #vertenze legali

 

I fondi per rischi sono destinati a coprire passività non certe, ma soltanto probabili.

La caratteristica principale degli eventi ricondotti nel fondo è, quindi, l’incertezza, sia dell’effettivo potenziale verificarsi dell’evento, sia del rischio economico e degli effetti patrimoniali che potrebbero negativamente riverberarsi sul patrimonio sociale nel caso in cui il detto evento dovesse verificarsi.

A titolo esemplificativo, rientrano in questa categoria gli accantonamenti a fondo rischi per cause in corso, per contratti ad esecuzione differita, per rischi non assicurati e così via.

La legge disciplina detti accantonamenti all’articolo 2424 bis, comma terzo del codice civile (“[…] Gli accantonamenti per rischi ed oneri sono destinati soltanto a coprire perdite o debiti di natura determinata, di esistenza certa o probabile, dei quali tuttavia alla chiusura dell’esercizio sono indeterminati o l’ammontare o la data di sopravvenienza […]”).

Anche i principi contabili pubblicati dall’OIC disciplinano gli accantonamenti.

In particolare l’OIC n. 31 definisce  i criteri per la rilevazione, classificazione e valutazione dei fondi per rischi ed oneri nonché le informazioni da indicare nella nota integrativa.

Qualora si decidesse di accantonare una somma appostando un fondo rischi per cause legali in bilancio, risulterebbe necessario predisporre una nota con l’indicazione delle ragioni che hanno condotto ad appostare l’accantonamento e la sede opportuna sarà la nota integrativa.

E’ bene precisare che la nota integrativa dovrà contenere soltanto una spiegazione generica dell’accantonamento e ciò al fine di evitare che un’accurata illustrazione della causa in oggetto, della probabilità di soccombenza ed una analisi delle pretese di parte attrice possa avere, ex art. 2709 c.c, efficacia probatoria contro la società.

I fondi rischi sono pertanto destinati a fronteggiare spese e perdite che probabilmente si verificheranno in futuro, ma che traggono origine da eventi specifici manifestatisi nel corso dell’esercizio in chiusura e che vanno, quindi, rilevati nello stesso in ossequio al principio di competenza economica.

Nel caso in cui l’evento da cui scaturisce la necessità di appostare un fondo si verificasse in un momento immediatamente successivo alla chiusura dell’esercizio, l’annotazione, dovrebbe essere indicata nel bilancio che andrà a chiudersi l’anno seguente.

In via prudenziale, nondimeno, deve essere indicato anche nel bilancio in chiusura un commento, sempre contenuto dalla nota integrativa, riguardante il predetto evento, come fatto avvenuto dopo la chiusura dell’esercizio (non dovrà essere apposta alcuna specifica voce in bilancio). Anche in quest’ultimo caso intervengono i principi contabili laddove l’OIC n.29,  (“fatti intervenuti dopo la chiusura dell’esercizio”) richiede che vengano segnalati quei fatti, positivi o negativi, che intervengono tra la data di chiusura dell’esercizio e la data di formazione del bilancio, in genere individuata come la data in cui viene redatto il progetto di bilancio da parte degli amministratori. Tali fatti, pur non essendo rilevati in bilancio, devono essere illustrati nella nota integrativa affinché i destinatari dell’informazione societaria possano effettuare le opportune valutazioni ed assumere le proprie decisioni in modo maggiormente consapevole.

Anche il codice richiede che dalla relazione sulla gestione risultino, in ogni caso, i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio. Di conseguenza, l’informazione richiesta nella nota integrativa potrà avvenire anche mediante un richiamo all’illustrazione fatta dagli amministratori nella relazione sulla gestione.

I principi contabili stabiliscono che tale fondo debba essere stanziato nell’ambito del passivo del bilancio e non, invece, come poste rettificative dell’attivo patrimoniale: più precisamente, nella classe B dello stato patrimoniale.

Passando ad esaminare il grado di probabilità che l’evento rischio possa verificarsi, occorre precisare che potremmo avere:

o             passività probabili

o             passività possibili

o             passività remote

La rappresentazione in bilancio e l’obbligo della stessa risulta differente a seconda della qualificazione che verrà data in forza della elencazione sopra riportata.

L’accadimento dell’evento in ognuna delle tre differenti passività risulta essere sempre incerto, purtuttavia, il grado di potenziale verificazione dell’evento stesso varia.

Alla presenza di fondate motivazioni che inducono a ritenere che l’evento  si verificherà, si farà riferimento ad una passività probabile ed in tal caso dovrebbe essere effettuato un accantonamento di bilancio, in via prudenziale.

Qualora il grado di certezza fosse inferiore e quindi, benché possibile, meno probabile l’avveramento dell’evento, non dovrà effettuarsi alcun accantonamento. In questo caso parte della dottrina ritiene che sia sufficiente indicare nella sola nota integrativa la possibilità del verificarsi di un tale evento, altra parte ritiene  che in nota integrativa dovrebbero essere evidenziate soltanto problematiche che trovano riscontro nelle voci di bilancio.

Infine per ciò che attiene il terzo caso e cioè quando la passività si può considerare soltanto remota, con scarsa probabilità di accadimento, non deve essere effettuato alcun stanziamento in bilancio e nessuna menzione in nota integrativa.

Nel caso in cui si ritenesse di appostare un fondo per vertenze legali occorrerà poi effettuare una valutazione circa la fondatezza delle domande avanzate in giudizio da controparte, sulla base della documentazione agli atti e delle evidenze probatorie.

Ove il rischio di soccombenza fosse molto elevato, la società dovrà sicuramente, per le ragioni sopra illustrate, accantonare una somma congrua così da paralizzarne gli effetti nel caso in cui dovesse risultare soccombente alla fine del giudizio. Dovrà anche, l’amministratore, effettuare una valutazione dell’impatto economico al fine di calcolare nel modo più congruo possibile l’importo  dell’accantonamento.

La quantificazione dovrà essere effettuata in via prudenziale tenendo conto della domanda di controparte, delle spese accessorie e  dei compensi legali. Ovviamente, poiché il fondo rischi verrà indicato in bilancio come passività, è necessario considerare che, quanto stanziato, andrà inevitabilmente ad influenzare negativamente il patrimonio sociale con il rischio per la società di ricadere delle norme, particolarmente delicate, che disciplinano l’agire dell’ amministratore nel caso in cui il patrimonio si riducesse in modo sensibile artt. 2446 e 2447 del c.c..

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

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Indennità di incasso; agenti di commercio (c.d. indennità di maneggio somme)

#Indennità di incasso; #agenti di commercio  (c.d. indennità di maneggio somme)

L’attività di recupero del credito posta in essere da un agente di commercio esula dalle sue competenze lavorative. L’articolo 1742 del Codice Civile (libro quarto, Titolo III, Capo X) afferma: “Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti […]”. Nella prassi, tuttavia, la situazione risulta differente; non è inusuale che l’agente debba anche riscuotere i pagamenti di clienti morosi operanti nella sua zona di competenza. Per risolvere la problematica, la giurisprudenza ha sancito la necessità di corrispondere all’agente una indennità, corrisposta a norma dell’articolo 2225 del Codice Civile: “Il corrispettivo, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe professionali o gli usi, è stabilito dal giudice in relazione al risultato ottenuto e al lavoro normalmente necessario per ottenerlo […]”e, quindi, anche con riferimento a quanto previsto dagli Accordi Economici Collettivi di settore. Generalmente il predetto corrispettivo viene deciso di comune accordo tra le parti ed inserito in una specifica clausola presente nel contratto di agenzia. Invero, risulta necessario porre attenzione al fatto che l’indicazione di tale corrispettivo, per giurisprudenza consolidata, debba essere indicata con una percentuale ben identificata, disgiunta e diversa rispetto a quella prevista a titolo di provvigione sula vendita. Una clausola che prevedesse una percentuale di vendita in cui fosse ricompresa anche la indennità di incasso sarebbe impugnabile. Giova ricordare che l’attività di incasso deve essere formalizzata attraverso un accordo scritto e deve consistere in una attività a carattere continuativo; in aggiunta, deve essere prevista una responsabilità in capo all’agente per “errore contabile”(…)  

Dott. Andrea Filippo Mainini

Praticante Avvocato abilitato al patrocinio

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