Sicurezza del lavoro: sanzioni in materia

Il datore di lavoro è colui che ha le maggiori responsabilità in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Ha, innanzitutto, due obblighi non delegabili.

  • La valutazione di tutti i rischi (redazione del Documento di Valutazione dei Rischi),
  • la nomina del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP).     

Il Datore di Lavoro, che non ottemperasse a tale  obbligo di redazione del DVR, è suscettibile di sanzione con ammenda che va da un minimo di 1.096€ ad un massimo di 4.384€ (se il documento risulta incompleto). In caso di omessa redazione invece, il Datore di lavoro rischia l’arresto da tre a sei mesi o un’ammenda da 2.500€ a 6.400€.

Se a mancare invece è la nomina dello RSPP, vi è l’arresto da tre a sei mesi o un’ammenda da 2.500€ a 6.400€.

Per inadempienze relative agli obblighi di informazione, formazione e addestramento dei dirigenti, dei preposti nonché dei lavoratori e dei loro rappresentanti, il datore di lavoro può essere sanzionato con l’arresto da due a quattro mesi o con un’ammenda da 1.315,20 € a 5.699,20 €.

Gli obblighi in capo sia al Datore di lavoro che al Dirigente.

  • arresto da due a quattro mesi o ammenda da 1.315,20€ a 5.699,20€ nel caso in cui i lavoratori vengano adibiti a mansioni non adatte alle loro capacità professionali o alle loro condizioni di salute;
  • ammenda da 2.192€ a 4.384€ per mancato invio dei lavoratori alla visita medica entro le scadenze previste,
  • arresto da due a quattro mesi o ammenda da 822€ a 4.384€ per mancata consegna agli RLS del Documento di Valutazione dei Rischi.
  • sanzione amministrativa pecuniaria da 500€ a 1.800€ per omessa comunicazione all’INAIL degli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro di almeno 1 giorno, escluso dell’evento, ai soli fini statistici e informativi;
  • sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000€ a 4.500€ per omessa denuncia all’INAIL degli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro superiore a 3 giorni;
  • sanzione amministrativa pecuniaria da 50€ a 300€ per omessa comunicazione all’INAIL dei nominativi del RLS.

 

Secondo il principio di competenza l’indennità dell’agente è deducibile

 #Agenti – E.N.AS.A.R.CO

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 16 novembre 2018, n. 29529

 

Fatti di causa

S.F. Spa (ora xxxxx) impugnava l’avviso di accertamento per l’anno 2003 per Iva, Irpeg ed Irap con cui venivano ripresi maggiori interessi passivi, erroneamente computati, costi non di competenza per l’indennità di clientela corrisposta ad un agente cessato nel 2003, nonché costi per l’irregolare ammortamento dell’acquisto di un software e delle relative spese di sviluppo, per le royalties corrisposte per l’utilizzazione di un marchio, non ripartite con le altre società del gruppo. Venivano altresì ripresi a tassazione i maggiori interessi attivi per un finanziamento concesso ad una controllata estera con tasso inferiore al valore normale, i costi per premi assicurativi per i dirigenti ed un credito d’imposta per dividendi percepiti dalla controllata francese. Veniva, infine, recuperata a tassazione l’Iva per fatture straniere non oggetto di integrazione, con irrogazione della sanzione per mancata autofattura.

La Commissione tributaria provinciale di Mantova accoglieva l’impugnazione ad eccezione delle riprese per i costi assicurativi ed il credito d’imposta sui dividendi esteri. Il giudice d’appello, in parziale riforma, confermava l’accertamento in ordine alla ripresa sui risconti attivi per l’utilizzo di un marchio e sul credito d’imposta.

L’Agenzia delle entrate ricorre per cassazione con otto motivi; resiste la contribuente con controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale con due motivi, poi illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.

Ragioni della decisione

1. In via preliminare deve valutarsi l’ammissibilità del ricorso, redatto con la tecnica dell’assemblaggio.

In ordine all’utilizzo di tale tecnica di redazione dell’atto impugnativo, ritenuta generalmente motivo di inammissibilità del ricorso per mancato rispetto del contenuto prescritto dall’art. 366, primo comma, n. 3, c.p.c., la giurisprudenza ha opportunamente puntualizzato che l’integrale riproduzione di una serie di documenti si traduce in un mascheramento dei dati effettivamente rilevanti, tanto da risolversi in un difetto di autosufficienza, sicché è sanzionabile con l’inammissibilità a meno che il coacervo dei documenti integralmente riprodotti, essendo facilmente individuabile ed isolabile, possa essere separato ed espunto dall’atto processuale, la cui autosufficienza, una volta resi conformi al principio di sinteticità il contenuto e le dimensioni globali, dovrà essere valutata in base agli ordinari criteri ed in relazione ai singoli motivi (Cass. n. 18363 del 2015).

Nel caso in questione, benché 135 delle 158 pagine del ricorso siano costituite da allegati (atto impositivo ed atti processuali), quanta residua dalla loro estrapolazione consente di percepire i fatti sostanziali e processuali, esclusa dunque l’inammissibilità.

1.1. Sempre in via preliminare va poi dato atto che non è stata impugnata, ed è quindi definitiva, la statuizione di annullamento dell’avviso di accertamento quanto ai maggiori interessi passivi ed ai costi assicurativi.

2. Il primo motivo del ricorso principale denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1751 c.c. e 75 tuir (ratione temporis vigente, oggi 109) per aver la CTR ritenuta corretta l’imputazione nel 2003 dell’indennità suppletiva di clientela corrisposta nel 2004 ad un agente cessato dal rapporto al 31 dicembre 2003.

2.1. Il motivo non è fondato.

 2.2. La questione, invero, è stata oggetto di ampia disamina da parte di questa Corte con la sentenza n. 26534 del 17/12/2014 (conforme a Cass. n. 13506 del 11/06/2009) sia sotto il profilo della deducibilità dell’indennità suppletiva di clientela (quanto alle quote maturate), sia, conseguentemente, della sua imputazione per competenza (e non per cassa), avuto anche riguardo al precedente di cui a Cass. n. 4115 del 20/02/2014, apparentemente dissonante.

2.3. La Corte, in particolare, ha rilevato che «a) l’art. 1751 cod. civ. contiene ormai l’intera disciplina dell’indennità di fine rapporto dell’agente di commercio, essendo caduta la pregressa distinzione fra “indennità di scioglimento del contratto” (obbligatoria perché di origine codicistica) ed “indennità suppletiva di clientela”, prevista dalla contrattazione collettiva e fruibile solo a determinate condizioni (cfr. Cass. nn. 2126/2001 e 4586/1991); b) l’espressione “indennità, per la cessazione di rapporti di agenzia”, contenuta nell’art. 16, comma 1, lett. d)» d.P.R. n. 917 del 1986 ratione temporis vigente «, ha una portata estesa, senza ulteriori distinzioni, alla materia regolata dall’art. 1751 cod. civ.; c) a fronte del chiaro dato normativo e della conseguita unitarietà del trattamento di fine rapporto dell’agente di commercio, non sarebbe corretto fondare l’indeducibilità dei relativi accantonamenti sul suo carattere aleatorio, dal momento che anche i fondi di previdenza del personale, cui si riferisce il medesimo art. 70, comma 1, cit. – e, in genere, tutti gli accantonamenti per rischi, cui si riferiscono gli articoli successivi – contemplano spese di carattere aleatorio; d) il legislatore, favorendo l’accantonamento mediante un beneficio fiscale, ha inteso favorire il comportamento previdente del preponente e, al tempo stesso, tutelare l’agente, quale soggetto contrattualmente più debole; e) vi è una indubbia tendenza legislativa ad uniformare – in tema di reddito d’impresa, e specificamente di accantonamenti – i diversi criteri contabili imposti dalle norme civilistiche o specificamente stabiliti da quelle tributarie (Cass. n. 15213/2000); f) la stessa Amministrazione, con le risoluzioni 21 luglio 1976, n. 8/731 e 9 aprile 2004 n. 59/E, aveva chiarito come, ai fini della deduzione degli accantonamenti al fondo ISC, in base al combinato disposto degli artt. 105, comma 4 e 17, comma 1, nuovo t.u.i.r., non contasse la circostanza che talune componenti della complessiva indennità avessero natura aleatoria (come l’indennità suppletiva di clientela), eliminando così ogni dubbio sulla deducibilità di accantonamenti per accadimenti anche solo eventuali; g) i precedenti contrari alla deducibilità riguardavano anni d’imposta anteriori alla modifica dell’art. 1751 cod. civ. (anno 1989 per Cass. n. 7690/2003, anno 1991 per Cass. n. 17602/2008, mentre Cass. n. 24973/2006 non esplicita l’annualità d’imposta, ma si allinea alla prima pronuncia), quando “si riteneva che l’indennità di scioglimento del contratto di agenzia e quella suppletiva di clientela assolvessero funzioni distinte pur se concorrenti, differenziandosi fra loro soprattutto perché, mentre la prima era sempre dovuta al momento della cessazione del rapporto ed era corrisposta dall’ente previdenziale (E.N.AS.A.R.CO), la seconda era soggetta a particolari regole e limitazioni, derivanti dagli accordi economici collettivi succedutisi nel tempo, e non trovava corrispondenza nella disciplina legale dell’indennità vera e propria di fine rapporto; sicché sembrava evidente che non avesse natura previdenziale, sia perché non accantonata in apposito fondo tenuto dall’ente di previdenza per gli agenti e rappresentanti di commercio”, sia perché “caratterizzata dalla mera eventualità dell’obbligo del preponente alla sua corresponsione”; sicché si trattava di casi nei quali “le indennità di fine rapporto potevano dirsi effettivamente distinte, nei termini sopra indicati, non essendo ancora entrata in vigore (1.1.1993) la menzionata modifica dell’art. 1751 c.c., che le ha unificate, rendendo così univoca, nel senso della deducibilità dell’accantonamento, l’interpretazione delle norme fiscali citate>.

2.4. Tutto ciò ha portato la Corte a ritenere – conclusione cui il collegio intende dare continuità – che, in conseguenza della nuova configurazione data dal d.lgs. n. 303 del 1991 all’art. 1751 c.c., in esecuzione della direttiva n. 86/653/CEE (e a decorrere, quindi, dal 1 gennaio 1993, data di entrata in vigore della disposizione) l’indennità in questione «rientra pacificamente nell’art. 105, comma 4, nuovo t.u.i.r. (art. 70 vecchio t.u.i.r) – nei quali la deducibilità ai fini delle imposte sui redditi si ha per competenza, e non per cassa».

2.5. L’antinomia emergente da Cass. n. 4115 del 20/02/2014 (come pure nei più risalenti precedenti sopra citati), poi, è solo apparente poiché in quella fattispecie concreta si discuteva di annualità d’imposta antecedente la richiamata riforma dell’art. 1751 c.c. (segnatamente, l’anno di imposta 1978).

2.6. Va poi disatteso l’ulteriore profilo, sotteso alla doglianza, che, attesa l’indeterminatezza nell’an e nel quantum dell’indennità in questione, lo stesso art. 75 tuir (ora 109) imporrebbe l’applicazione del principio di cassa.

Dal tenore della norma («I ricavi, le spese e gli altri componenti positivi e negativi, per i quali le precedenti norme del presente capo non dispongono diversamente, concorrono a formare il reddito nell’esercizio di competenza; tuttavia i ricavi, le spese e gli altri componenti di cui nell’esercizio di competenza non sia ancora certa l’esistenza o determinabile in modo obiettivo l’ammontare concorrono a formarlo nell’esercizio in cui si verificano tali condizioni») si evince, infatti, che il principio di cassa soppianta quello di competenza, in presenza di incertezza nell’an o indeterminabilità nel quantum solo in mancanza di diverse disposizioni specifiche, che, nella specie, sono rinvenibili proprio nel combinato disposto dell’art. 70 (ora 105) («1. Gli accantonamenti ai fondi per le indennità di fine rapporto […] sono deducibili nei limiti delle quote maturate nell’esercizio in conformità alle disposizioni legislative e contrattuali che regolano il rapporto di lavoro dei dipendenti stessi. [..] 3. Le disposizioni dei commi 1 e 2 valgono anche per gli accantonamenti relativi alle indennità di fine rapporto di cui alle lett. c), d), e f) del comma 1 dell’art. 16») e 16 (ora 17) («/. […] d) indennità per la cessazione di rapporti di agenzia delle persone fisiche [..];») del d.P.R. n. 917 del 1986, ratione temporis vigente.

2.7. Va quindi affermato il seguente principio:

«L’indennità suppletiva di clientela spettante agli agenti è inclusa tra le “indennità per la cessazione di rapporti di agenzia”, cui fa riferimento l’art. 16 (ora 17), comma 1, lettera d), tuir, richiamato dall’art. 70 (ora 105), comma 3, tuir, locuzione che si riferisce alla materia regolata dall’art. 1751 c. c., modificato dal d.lgs. n. 303 del 1991, di attuazione della direttiva n. 86/653/CEE, che prescinde dall’origine codicistica o contrattuale dell’indennità stessa, sicché, dal 1 gennaio 1993, data di entrata in vigore della nuova regolamentazione, l’indennità è deducibile secondo il principio di competenza e non per cassa, irrilevante il carattere aleatorio della stessa»

2.8. In applicazione dell’anzidetto principio, dunque, la sentenza – riguardando la controversia l’anno d’imposta 2003 – va sul punto confermata.

3. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 42 d.P.R. n. 600 del 1973 e 6 d.lgs. n. 218 del 1997. L’Agenzia, in sostanza, lamenta che la CTR abbia ritenuto l’illegittimità dell’avviso di accertamento in ordine al recupero a tassazione, oltre che dell’indennità di clientela, dei rilievi riferiti agli interessi attivi per violazione della disciplina del transfer pricing e – con riguardo alla riduzione del quantum da € 101.775,20 a € 84.300,00 – al pagamento delle royalties per l’utilizzazione di un marchio, per aver l’Ufficio insistito integralmente nonostante i suddetti rilievi fossero stati ridotti od abbandonati nella procedura di accertamento con adesione a seguito della notifica dell’avviso stesso ma non andata a buon fine.

3.1. Il mezzo è inammissibile con riferimento all’indennità di clientela avendo la CTR annullato il rilievo in base ad una duplice ratio, la prima della quale, pur censurata, è, come sopra precisato, corretta in diritto.

3.2. In ordine ai restanti rilievi, invece, la doglianza è fondata, esclusa ogni inammissibilità, risultando, da un lato, correttamente censurate le disposizioni asseritamente violate e, dall’altro, quanto alle royalties, esattamente impugnata la motivazione della CTR nei limiti di quanto sfavorevolmente statuito nei confronti dell’Ufficio.

Giova sottolineare, sul punto, che anche con riguardo al rilievo sul transfer pricing la CTR ha fondato la propria statuizione su una duplice ratio, escludendo altresì il carattere elusivo dell’operazione – fondamento censurato dall’Ufficio con il quinto motivo del ricorso – , mentre, quanto al risconto, il giudice d’appello ha escluso, per il fondamento qui in esame, solo la correttezza del maggior importo preteso.

3.3. La CTR, invero, ha tratto conclusioni non corrette dal mancato perfezionamento della procedura di accertamento con adesione, nella specie avviata dal contribuente (come emerge, tra l’altro, dal verbale di contraddittorio, riprodotto in parte qua per autosufficienza dall’Ufficio), cui era stato notificato l’avviso.

La formulazione da parte dell’Ufficio, in sede di accertamento con adesione, di una proposta avente un contenuto ridotto rispetto a quanto preteso con l’avviso notificato non determina né la rinuncia a far valere la pretesa tributaria, né il disconoscimento, ex se, della consistenza probatoria conseguente all’accertamento esperito (v. Cass. n. 9659 del 14/04/2017).

Va rilevato, del resto, che l’atto di accertamento con adesione non ha natura negoziale o transattiva, non potendo l’Amministrazione negoziare la pretesa tributaria, ma di atto unilaterale, espressione del potere potestativo impositivo della stessa.

Ne deriva che, in caso di mancata adesione, contribuente e Amministrazione finanziaria semplicemente non hanno concordato nella determinazione della pretesa tributaria alla luce dei complessivi elementi emersi nel contraddittorio, sicché l’Ufficio, in tale evenienza, procede legittimamente a dare corso all’avviso di accertamento già notificato, la cui intempestiva impugnazione (ossia oltre il termine di giorni sessanta al netto dell’effetto sospensivo di cui all’art. 6, comma 3, d.lgs. n. 218 del 1997) ne determina l’incontrovertibilità, segno evidente della non rilevanza del contenuto della mera proposta non accolta. Del resto, l’art. 6, comma 4, d.lgs. n. 218 cit. prevede che l’avviso perda efficacia solamente «all’atto del perfezionamento della definizione».

3.4. è ben vero, infine, che potrebbe essere richiesto un onere aggravato di motivazione; ciò, tuttavia, si pone nei casi in cui il contraddittorio sia stato attivato anteriormente all’invio dell’avviso (e segnatamente in caso di accertamento in base a studi di settore, costituendo l’attivazione del contraddittorio endoprocedimentale momento costitutivo essenziale per la legittimità della procedura: v. Cass. n. 13907 del 31/05/2018) e sempreché, ovviamente, il contribuente abbia fornito elementi in tal senso, condizioni entrambe assenti nella vicenda in giudizio, tanto più avendo la CTR ritenuto viziato l’avviso sul solo fatto dell’asserito “abbandono” del rilievo in sede di accertamento con adesione.

4. Per connessione logica appare opportuno, quindi, esaminare il quinto motivo del ricorso principale, che denuncia, in ordine alla seconda ratio sul recupero a tassazione degli interessi attivi per la  differenza tra il valore normale e quanto effettivamente pagato, violazione e falsa applicazione dell’art. 76 (ora 110) tuir.

4.1. Il motivo – ammissibile non involgendo questioni di merito ma la corretta applicazione della norma – è fondato.

4.2. Occorre evidenziare, infatti, che l’art. 76 (oggi 110) tuir non integra una disciplina antielusiva in senso proprio, ma è finalizzata alla repressione del fenomeno economico del transfer pricing (spostamento d’imponibile fiscale a seguito di operazioni tra società appartenenti al medesimo gruppo e soggette a normative nazionali differenti) in sé considerato, sicché la prova gravante sull’Amministrazione finanziaria non riguarda la maggiore fiscalità nazionale o il concreto vantaggio fiscale conseguito dal contribuente, ma solo l’esistenza di transazioni, tra imprese collegate, ad un prezzo apparentemente inferiore a quello normale, incombendo, invece, sul contribuente, giusta le regole ordinarie di vicinanza della prova ex art. 2697 c.c. ed in materia di deduzioni fiscali, l’onere di dimostrare che tali transazioni siano intervenute per valori di mercato da considerarsi normali alla stregua di quanto specificamente previsto dall’art. 9, comma 3, tuir (v. Cass. n. 11949 del 2012; Cass. n. 10742 del 2013; Cass. n. 18392 del 2015; Cass. n. 7493 del 2016).

Tale conclusione, del resto, risponde alla ratio della normativa che va rinvenuta «nel principio di libera concorrenza enunciato nell’art. 9 del Modello di Convenzione OCSE”», sicché la valutazione in base al valore normale investe la “sostanza economica dell’operazione” che va confrontata “con analoghe operazioni realizzate in circostanze comparabili in condizioni di libero mercato tra soggetti indipendenti” (v. in particolare Cass. n. 27018 del 15/11/2017 che, nel ricomporre le diverse opzioni interpretative emerse nella giurisprudenza della Corte, ha espressamente affermato «la ratio della disciplina di cui all’art. 110, comma 7, tuir, va individuata nel principio di libera concorrenza, esclusa ogni qualificazione della stessa come norma antielusiva»).

Per inciso, va rilevato che le attuali linee guida OCSE, in termini non dissimili da quanto previsto sin dagli anni ’70, sono univoche nel chiarire (Capitolo VII delle linee guida del 2010, par. 7.14 e 7.15 in ordine all’individuazione e remunerazione dei finanziamenti come servizi infragruppo, nonché 7.19, 7.29 e 7.31 con riguardo alla determinazione del pagamento), che la remunerazione di un finanziamento infragruppo deve avvenire, di norma, attraverso la corresponsione di un tasso di interesse corrispondente a quello che sarebbe stato previsto tra imprese indipendenti in circostanze comparabili.

4.3. Orbene, nella vicenda in esame la CTR ha escluso l’applicazione dell’istituto sull’assunto che “l’interesse più favorevole concesso ad una controllata per l’acquisizione di una società operante nello stesso settore in Spagna non ha necessariamente carattere elusivo” e, dunque, pur a fronte del dato oggettivo della divergenza rispetto al valore normale, ne ha escluso la rilevanza in base ad un presupposto irrilevante ed estraneo alla disposizione, di cui ha fatto errata applicazione, derivandone, in parte qua, la cassazione della sentenza.

5. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 68 (ora 103) tuir per aver la CTR ritenuto ammortizzabili le spese di acquisto del software applicativo gestionale, pagate tra il 1998 e il 2002 e capitalizzate, a partire dal 2003, anno di messa in funzione, in cinque quote annuali, mentre l’importo era deducibile in quote costanti. di 1/3 a partire dall’esercizio di sostenimento del costo.

5.1. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 74 (ora 108) tuir per aver la CTR negato che le spese di adeguamento alle esigenze aziendali del software applicativo gestionale acquisito dalla contribuente fossero qualificabili come spese di ricerca e sviluppo, ritenendo corretta la deducibilità, per quote costanti di 1/5 a partire dall’entrata in funzione dell’applicativo così adattato anziché dall’esercizio di sostenimento.

6. I motivi terzo e quarto postulano una unitaria questione, sicché vanno esaminati congiuntamente: il primo è inammissibile, il secondo infondato.

6.1. Occorre premettere che l’art. 68, commi 1 e 2, (ora 103) tuir, ratione temporis vigente, stabilisce «1. Le quote di ammortamento del costo dei diritti di utilizzazione di opere dell’ingegno, dei brevetti industriali, dei processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite in campo industriale, commerciale o scientifico sono deducibili in misura non superiore a un terzo del costo; quelle relative al costo dei marchi d’impresa sono deducibili in misura non superiore ad un decimo del costo. 2. Le quote di ammortamento del costo dei diritti di concessione e degli altri diritti iscritti nell’attivo del bilancio sono deducibili in misura corrispondente alla durata di utilizzazione prevista dal contratto o dalla legge».

La disposizione regola, specificamente, l’ammortamento delle immobilizzazioni costituite dai beni immateriali che consistono in idee, ovvero prodotti dell’attività intellettuale dell’uomo, suscettibili di utilizzazione economica, tra cui rientrano anche i software, cioè i programmi per l’utilizzo degli apparati elettronici; in ragione di ciò le categorie dei beni sono distinte secondo i diritti acquisiti dal soggetto economico che intende operare la deduzione. Giova sottolineare, per quanto interessa il presente giudizio, che la normativa sulle opere dell’ingegno, dettata in tema di programmi per elaboratore dall’art. 64-bis della I. n. 633 del 1941, prevede “fatte salve le disposizioni dei successivi articoli 64-ter e 64-quater, i diritti esclusivi conferiti dalla presente legge sui programmi per elaboratore comprendono il diritto di effettuare o autorizzare; a) la riproduzione, permanente o temporanea, totale o parziale, del programma per elaboratore con qualsiasi mezzo o in qualsiasi forma. Nella misura in cui operazioni quali il caricamento, la visualizzazione, l’esecuzione, la trasmissione o la memorizzazione del programma per elaboratore richiedano una riproduzione, anche tali operazioni sono soggette all’autorizzazione del titolare dei diritti; b) la traduzione, l’adattamento, la trasformazione e ogni altra modificazione del programma per elaboratore, nonché la riproduzione dell’opera che ne risulti, senza pregiudizio dei diritti di chi modifica il programma; c) [..]».

Si tratta di disposizione che rende bene l’idea dell’ampiezza dei diritti cedibili e trasferibili e delle facoltà incluse nei diritti stessi. Infine, il Principio contabile n. 24, redatto dall’OIC, include í software tra i beni immateriali strumentali all’attività d’impresa e distingue, con riguardo agli applicativi funzionali a specifiche esigenze dell’utente (come nella specie), tra acquisto proprietario (cui è assimilato l’acquisto della licenza d’uso a tempo indeterminato) e produzione del software ad uso interno (tutelato o non tutelato).

Mentre per nel primo caso l’ammortamento, trattandosi di prodotto funzionante, è imputato, per quote, dall’esercizio di acquisto, nella diversa ipotesi le quote sono imputate a ciascun esercizio con decorrenza «dal momento in cui l’immobilizzazione è disponibile e pronta per l’uso».

6.2. Dalla lettura del quadro normativo su delineato, opportunamente coordinata con la disciplina civilistica in tema di bilancio, appare dunque evidente che l’intera fattispecie – acquisto di software applicativo; adattamento modifica e trasformazione del medesimo software – resta compiutamente disciplinata nell’alveo dell’art. 68 tuir, ratione temporis vigente.

6.3. Alla stregua dei principi sopra esposti ne deriva, in primo luogo, l’inammissibilità del terzo motivo.

L’Agenzia, infatti, nel considerare, in termini singolari, l’acquisto del software, con individuazione delle caratteristiche proprie del diritto immateriale e della correlata disciplina di ammortamento, ha inammissibilmente modificato – in sede di legittimità – l’originaria contestazione che riguardava, in termini unitari, «costi indeducibili relativi ad un ammortamento software: nel processo verbale viene contestata la capitalizzazione e il relativo ammortamento di costi relativi a “studi e ricerche” e quindi deducibili ex art. 74 tuir nell’esercizio in cui sono state sostenute o in quote costanti nell’esercizio stesso e nei successivi» (v. avviso di accertamento). Nello stesso pvc, del resto, mentre i costi per l’adattamento del software sono oggetto di disamina sotto la voce «consulenze e costi indiretti per il personale» (e ricondotti alla disciplina di cui all’art. 74 tuir), l’acquisto originario del software è trattato nella diversa sezione «licenze – anno 1998» (e con richiamo della disciplina di cui all’art. 68 tuir), la quale, tuttavia, non è stata trasfusa né nella contestazione, né, quindi, nei successivi atti (v. anche atto di gravame).

6.4. Il quarto motivo è invece infondato poiché l’attività in oggetto non va ricondotta a studi e ricerche ma integra una ipotesi di «adattamento, trasformazione e ogni altra modificazione del programma», suscettibile, dunque, di ammortamento (nei limiti indicati dall’art. 68, comma 1, tuir atteso il carattere proprietario del bene) dal momento della sua effettiva utilizzabilità.

7. Il sesto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 17 d.P.R. n. 633 del 1972, 10 I. n. 212 del 2000 e 6 d.lgs. n. 472 del 1997 per non aver la contribuente emesso autofattura per prestazioni di servizi imponibili rese in Italia da soggetto comunitario.

Il settimo e l’ottavo (rubricato come “9”) motivo denunciano, rispettivamente, omessa pronuncia e omessa motivazione.

7.1. L’Agenzia delle entrate, in sostanza, lamenta che la CTR, nel ritenere esistente il diritto a detrazione dell’Iva per le suddette operazioni, abbia anche escluso la sanzione irrogata per la mancata emissione di autofattura.

7.2. I motivi, da esaminare unitariamente per connessione logica, sono fondati nei termini che seguono.

7.3. Va disattesa, preliminarmente, l’eccepita inammissibilità, risultando inalterati i fatti costitutivi della pretesa sanzionatoria (l’omessa autofatturazione).

7.4. La CTR si è limitata ad affermare «pure il rilievo n. 8 riguardante l’obbligo della autofatturazione va annullato essendo intervenuta sul punto la Corte Europea che ha dichiarato sussistere il diritto alla detrazione anche in assenza di auto fatturazione».

La CTR, dunque, sì è pronunciata esplicitamente sul diritto a detrazione della contribuente, così implicitamente statuendo, atteso il tenore della doglianza in appello dell’Agenzia (che cumulava recupero dell’imposta e sanzione), anche sulle sanzioni. Né la motivazione è omessa, riferendosi la giustificazione posta a riferimento della pretesa sostanziale anche alla sanzione. Va peraltro rilevato, con riguardo agli acquisiti intracomunitari, che il principio fondamentale della neutralità dell’Iva esige sì che «la detrazione dell’imposta a monte sia accordata, nonostante l’inadempimento di taluni obblighi formali, se sono soddisfatti tutti gli obblighi sostanziali, di cui le violazioni formali non impediscano la prova certa» (v. Cass. n. 7576 del 15/04/2015; Cass. n. 3586 del 24/02/2016), ma da esso non deriva, di necessità, anche la caducazione della sanzione per omessa autofatturazione, la quale, anzi, costituisce modalità di adempimento degli obblighi in materia di Iva idonea a consentire i controlli e gli accertamenti fiscali. Il riconoscimento del diritto di detrazione pur nell’inosservanza dI fatturazioni e registrazioni, infatti, non conduce a ritenere, al contempo, meramente formale la violazione del reverse charge e, dunque, non punibile in base all’art. 10 della I. n. 212 del 2000 (Cass. n. 7576 del 15/04/2015; Cass. n. 9505 del 12/04/2017; Cass. n. 20806 del 06/09/2017).

8. Passando al ricorso incidentale, il primo motivo denuncia violazione degli artt. 75 (ora 109) tuir, ratione temporis applicabile, e 2697 c.c. per aver la CTR confermato la ripresa dei costi delle royalties pagate dalla società per l’utilizzo del marchio F. della H.I., nonostante la totale inerenza della quota di ammortamento dell’utilizzo del marchio stesso.

8.1. Il motivo è infondato ed ai limiti dell’inammissibilità.

Secondo la società ricorrente la sottoscrizione apposta dalle altre società del gruppo al contratto relativo all’utilizzo del marchio F. era solo “per presa conoscenza”; l’assunto è stato disatteso dalla CTR poiché «la sottoscrizione delle altre società per presa conoscenza non risulta provata non essendo agli atti il documento da cui risulti che le sottoscrizioni erano per mera conoscenza». Tale affermazione, peraltro, è contestata in termini meramente generici ed assertivi. Né può addossarsi il mancato assolvimento dell’onere probatorio in capo all’Ufficio poiché «la prova dell’inerenza di un costo quale atto d’impresa, ossia dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe sul contribuente in quanto tenuto a provare l’imponibile maturato» (da ultimo Cass. n. 18904 del 17/07/2018), sicché legittimamente la CTR ha ritenuto la correttezza della ripresa.

9. Il secondo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c., vizio di motivazione nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 24 della Convenzione italo-francese del 5.10.1989, 15 e 96 bis tuir quanto al mancato riconoscimento del credito d’imposta dI € 49.925,50 su dividendi percepiti dalla controllata francese.

9.1. Il motivo non è fondato.

9.2. La questione è già stata oggetto di approfondita disamina da parte di questa Corte con la sentenza n. 2257 del 31/01/2011 (che, tra l’altro, vedeva come parte la medesima contribuente), i cui principi, condivisi dal Collegio, sono stati recentemente ribaditi, con specifico riguardo all’applicazione della Convenzione italofrancese in esame, dalla sentenza Cass. n. 23367 del 06/10/2017 (v. anche Cass. n. 27111 del 28/12/2016 in motivazione).

9.3. L’interpretazione letterale e sistematica delle norme di riferimento induce a ritenere che la società non abbia diritto al credito d’imposta richiesto. Non si comprende, infatti, per quale ragione le imposte che incidono sui dividendi tassati all’estero – che non entrano nella formazione della base imponibile in Italia e quindi sono esenti da imposta in Italia (per cui non sussiste il rischio della doppia imposizione) – dovrebbero essere recuperate in Italia, attraverso il meccanismo del credito/detrazione d’imposta, con la conseguenza non tanto di evitare la doppia imposizione, ma di fare ottenere al contribuente addirittura la totale esenzione sui dividendi, che dopo essere stati tassati all’estero vengono “detassati” in Italia, attraverso il meccanismo della detrazione d’imposta. L’art. 15, comma 1, tuir, vigente ratione temporis, disponeva testualmente che “Se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta fino alla concorrenza della quota di imposta italiana corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero e il reddito complessivo al lordo delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione”.

Dalla lettera della legge risulta chiaramente che per usufruire del credito di imposta occorre che il contribuente sia titolare di redditi prodotti e tassati all’estero e che tali redditi concorrano alla formazione del reddito complessivo tassabile in Italia. Soltanto dopo che sia stato determinato il reddito complessivo tassabile in Italia entra in gioco il limite di detraibilità derivante dal rapporto tra i redditi prodotti all’estero e il reddito complessivo al lordo delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione.

In altri termini, il diritto alla detrazione dell’imposta pagata all’estero opera nei limiti in cui il reddito di fonte estera entra a far parte della base imponibile in Italia, fatto salvo l’ulteriore limite stabilito dalla legge. Ne deriva che il prelievo fiscale su redditi esteri che non concorrono alla formazione del reddito complessivo, non dà diritto a detrazione. La norma mette al riparo i contribuenti dalla doppia imposizione in senso giuridico (che, notoriamente, è quella che colpisce più volte lo stesso presupposto d’imposta in capo allo stesso soggetto o in capo a soggetti differenti), in quanto l’imposta pagata all’estero sulla parte di reddito che sia tassabile anche in Italia da diritto alla corrispondente detrazione. Non è così, ovviamente, per i redditi prodotti e tassati all’estero che non siano tassabili anche in Italia (in quanto non entrano a far parte della base imponibile), perché in tal caso non v’è rischio di doppia imposizione e, addirittura, il meccanismo della detrazione porterebbe alla vanificazione dell’imposta pagata all’estero, che verrebbe detratta indebitamente in Italia.

Rispetto all’art. 15, che contiene una norma di carattere generale, che stabilisce quali siano i presupposti per beneficiare della detrazione d’imposta (titolarità di redditi prodotti e tassati all’estero ma che entrino a far parte della base imponibile in Italia), gli artt. 96 e 96 bis tuir, nel testo vigente ratione temporis, dettavano uno speciale regime fiscale per un particolare tipo di reddito di provenienza estera, quali i dividendi esteri, prevedendo che dovessero entrare a far parte della base imponibile in Italia soltanto nella percentuale del 40% e del 5%. Infatti, l’art. 96 TUIR, vigente stabiliva che gli utili distribuiti da società collegate, ai sensi dell’art. 2359 c.c. non residenti nel territorio dello Stato concorrevano a formare il reddito soltanto per il 40 per cento del loro ammontare. L’art. 96 bis tuir invece prevedeva che gli utili distribuiti, in occasione diversa dalla liquidazione, da società non residenti aventi particolari requisiti concorressero alla formazione del reddito soltanto nella misura del 5% del loro ammontare, in presenza di particolari condizioni.

In base a tali disposizioni, soltanto una percentuale dei dividendi esteri concorre alla formazione della base imponibile in Italia. Ne consegue che soltanto per questa percentuale si pone il problema della doppia imposizione, che viene risolto con il sistema della detrazione dell’imposta pagata all’estero sulla frazione di dividendi che entrano nella base imponibile in Italia.

9.4. Come ha rilevato la CTR, è evidente che se il 95% dei dividendi esteri non subisce tassazione in Italia, ma solo all’estero, su tale percentuale non può verificarsi alcuna doppia imposizione.

10. Accolti, nei termini di cui in motivazione, il secondo, quinto, sesto, settimo e ottavo motivo del ricorso principale, rigettati il primo e il quarto ed inammissibile il terzo, e rigettato il ricorso incidentale, la sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese, alla CTR competente, in diversa composizione, per l’ulteriore esame.

P.Q.M.

Accoglie, nei termini di cui in motivazione, il secondo, il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo motivo del ricorso principale, rigettati il primo e il quarto, inammissibile il terzo; rigetta il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla CTR della Lombardia in diversa composizione.

 Si conclude perciò che l’indennità suppletiva di clientela spettante agli agenti è inclusa tra le “indennità per la cessazione di rapporti di agenzia” – cui fa riferimento l’attuale articolo 17, comma 1, lett. d) del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, richiamato dall’attuale articolo 105, comma 4 del citato Testo Unico – locuzione che si riferisce alla materia regolata dall’art. 1751 c.c., modificato dal D.Lgs. n. 303 del 1991, di attuazione della Dir. n. 86/653/CEE, che prescinde dall’origine codicistica o contrattuale dell’indennità stessa, pertanto, dal primo gennaio 1993, data di entrata in vigore della nuova regolamentazione, l’indennità è deducibile secondo il principio di competenza e non per cassa, essendo irrilevante il carattere aleatorio della stessa.

Equo Compenso – Ordine avvocati di Milano

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, nella seduta del 14 febbraio 2019

premesso che

– risultano frequenti iniziative da parte della committenza pubblica e privata di rilevanti dimensioni, di proporre accordi professionali contenenti clausole vessatorie lesive sia della necessaria proporzione tra il compenso e la quantità e qualità della prestazione professionale sia dei parametri indicati dal D.M. 10 marzo 2014 n. 55 e s.m.i.;

CONSIDERATO

– che le menzionate clausole vessatorie appaiono tra l’altro in contrasto con l’articolo 13 bis della legge professionale vigente per i seguenti profili:

  •  una remunerazione per gli Avvocati iniqua e notevolmente inferiore a quella prevista dal d.M. n. 55/14 come integrato dal d.M. n. 37/18;
  • l’imposizione agli avvocati, a pena di esclusione dal rapporto professionale, della prestazione di alcune attività gratuite e/o con compenso forfettario irrisorio;
  • la determinazione del valore della pratica, ai fini dello scaglione tariffario, secondo metodi difformi dal disposto ex D.M. 10 marzo 2014 n. 55 e s.m.i.;
  • il mancato riconoscimento del rimborso spese generali previsto dalla legge professionale e regolato dai precitati decreti ministeriali;

– che la questione appare d’interesse generale per l’avvocatura e di primaria rilevanza, anche costituzionale, in quanto la giusta retribuzione concreta uno dei principi cardine del diritto del lavoro sia dipendente che autonomo;

– che la situazione di soggezione e di debolezza contrattuale nella quale spesso si trovano gli avvocati rispetto ai grandi committenti, pubblici e privati, che impongono contratti difformi dalle disposizioni sull’equo compenso può indurli ad accettarli per una sorta di “stato di necessità”, senza sufficiente consapevolezza e considerazione che tale comportamento potrebbe, ricorrendone i presupposti, concretare pure una violazione disciplinare degli avvocati stessi, sanzionabile in forza del vigente codice deontologico (cfr. articoli 9, 19, 25 e 29);

– che è quindi opportuno e necessario che questo Ordine deliberi in argomento per chiarire ai propri iscritti la portata dei loro obblighi in punto di pattuizione dei compensi per l’opera professionale, rammentandone il dovere di osservanza e, pertanto,

richiamati

– l’articolo 13 bis della legge n. 247/2012, che impone il riconoscimento all’avvocato di un compenso equo e proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, al contenuto e alle caratteristiche della prestazione e, comunque, almeno conforme ai parametri ministeriali;

– l’articolo 19 quaterdecies comma 3 del decreto legge n. 148/2017, convertito con modificazioni in legge n. 172/2017, che estende espressamente la disciplina ex articolo 13 bis della legge n. 247/2012 anche a tutti i soggetti della pubblica amministrazione;

– la circostanza che già diverse amministrazioni pubbliche hanno formalmente stabilito con atti d’indirizzo ai propri dirigenti di improntare l’attività amministrativa all’integrale rispetto della normativa sull’equo compenso;

– le decisioni del Giudice Amministrativo che hanno già sanzionato l’illegittimità della fissazione di compensi non in linea con le tariffe professionali e, comunque, in contrasto con il principio di equo compenso, nei rapporti con le amministrazioni pubbliche nonché le convergenti indicazioni delle Linee Guida ANAC in materia di affidamento dei servizi legali approvate il 24 ottobre 2018;

– che analoghi principi debbono informare l’attività delle società private di rilevanti dimensioni;

– gli articoli 9, 19, 25 e 29 del vigente codice deontologico forense che stabiliscono in via generale il divieto di accettazione di un compenso iniquo o lesivo della dignità e del decoro professionale e, così, in contrasto anche con i principi di leale concorrenza tra colleghi

delibera all’unanimità

1) di invitare formalmente:

  1. gli enti pubblici, le società private non rientranti nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese e ogni altro soggetto destinatario delle disposizioni in materia, nonché l’ISVAP e l’ABI a:
  2. astenersi dal proporre e, comunque, dallo stipulare con gli avvocati convenzioni o accordi di rapporto professionale comportanti la violazione o l’elusione delle vigenti disposizioni sull’equo compenso indicate nelle premesse e successive modifiche e integrazioni;
  3. garantire agli Avvocati un compenso proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale, compenso quanto meno non inferiore ai parametri del regolamento di cui al decreto del Ministro della Giustizia adottato ai sensi dell’articolo 13, comma 6 della legge n. 247/2012, astenendosi dal proporre e comunque dallo stipulare clausole vessatorie ai sensi dei commi 6 e 8 dell’art. 13-bis della L. 31 dicembre 2012, n. 247 e riconoscendo agli avvocati il rimborso delle spese generali nella misura percentuale stabilita dal D.M. di cui all’art. 13 della legge professionale forense n. 247/2012;
  4. tutti gli iscritti all’Ordine degli Avvocati di Milano a osservare nei propri rapporti professionali con i committenti destinatari della normativa in esame il pieno rispetto dei richiamati principi in tema di diritto a un compenso “equo”, d’inderogabilità dei minimi tariffari di cui al D.M. n. 55 del 2014, di decoro e dignità professionale.

2)   di evidenziare a tutti gli iscritti all’Ordine che la presente delibera assolve anche ad una funzione di tutela e di esatta applicazione delle disposizioni sull’equo compenso, con la finalità di interesse generale di garantire la riconduzione a diritto degli accordi contrattuali già in essere e l’allineamento con la normativa di quelli di futura stipula;

3)   di rammentare a tutti gli iscritti che la violazione della normativa sull’equo compenso è sanzionata con la nullità delle pattuizioni difformi e assume rilevanza di illecito deontologico.

Il Consiglio dichiara la presente delibera immediatamente esecutiva e dispone che la stessa sia comunicata agli iscritti, tramite pubblicazione sul sito web istituzionale dell’Ordine.

La Consigliera Segretario                                                   Il Presidente

Avv. Cinzia Preti                                                                       Avv. Remo Danovi

Regime di tassazione: cedolare secca per gli affitti

La cedolare secca è un regime di tassazione che consente di assoggettare l’importo del canone versato dall’affittuario non con le aliquote Irpef ordinarie (che variano dal 23% al 43%), ma con un’imposta sostitutiva al 10% per i contratti a canone concordato o al 21% per quelli a canone libero. Chi la sceglie non deve pagare l’imposta di bollo né di registro. Ovviamente l’aliquota al 10% è particolarmente vantaggiosa, ma si applica solo a quei particolari contratti in cui il valore dell’affitto viene stabilito dalla normativa in base alla tipologia di appartamento e a seconda del quartiere, e che rimane fisso per tutta la durata della locazione in quanto non risente delle rivalutazioni Istat.

Nel caso dell’aliquota al 21%, invece, il reddito fondiario è parte integrante di quello complessivo ai fini del calcolo dei requisiti previsti per ottenere agevolazioni e detrazioni.

 A differenza della tassazione ordinaria, chi opta per la cedolare secca non solo non dovrà versare alcuna cifra per la registrazione del contratto, ma potrà anche pagare l’acconto in due tranche (se è superiore a 257,52 euro): la prima, pari al 40% (del 95%) entro il 16 giugno, la seconda, del restante 60%, entro il 30 novembre. Il saldo si dovrà poi versare entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello di riferimento.

#LEGGE BILANCIO 2019: OPPORTUNITÀ DI FINANZIAMENTO PER LE IMPRESE: intervento avv. Mennato Fusco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Governo approva la riforma della Legge Fallimentare, il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

Il  Governo approva la riforma della Legge Fallimentare, il Nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Della riforma della Legge Fallimentare, attuata dal nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, si è discusso nel Convegno di sabato 2 Febbraio al Palazzo di Giustizia a Milano – Sala Valente.

Il Consiglio dei Ministri riunitosi giovedì 10 gennaio 2019 ha, di fatto, approvato, in esame definitivo, il decreto legislativo che, in attuazione della legge 19 ottobre 2017, n. 155, introduce il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Il Codice ha l’obiettivo di riformare in modo organico la disciplina delle procedure concorsuali, con due principali finalità

  • consentire una diagnosi precoce dello stato di difficoltà delle imprese e
  • salvaguardare la capacità imprenditoriale di coloro che vanno incontro a un fallimento di impresa dovuto a particolari contingenze.

Ecco sintetizzate le più importanti novità messe in campo:

Si sostituisce il termine fallimento con l’espressione “liquidazione giudiziale” in conformità a quanto avviene in altri Paesi europei, come la Francia o la Spagna, al fine di evitare il discredito sociale anche personale che anche storicamente si accompagna alla parola “fallito”;

Si introduce un sistema di allerta finalizzato a consentire la pronta emersione della crisi, nella prospettiva del risanamento dell’impresa e comunque del più elevato soddisfacimento dei creditori;

Si dà priorità di trattazione alle proposte che comportino il superamento della crisi assicurando continuità aziendale;

Si privilegiano, tra gli strumenti di gestione delle crisi e dell’insolvenza, le procedure alternative a quelle dell’esecuzione giudiziale;

Si uniforma e si semplifica la disciplina dei diversi riti speciali previsti dalle disposizioni in materia concorsuale;

Si prevede la riduzione della durata e dei costi delle procedure concorsuali;

Si istituisce presso il Ministero della giustizia un albo dei soggetti destinati a svolgere su incarico del tribunale funzioni di gestione o di controllo nell’ambito di procedure concorsuali, con l’indicazione dei requisiti di professionalità esperienza e indipendenza necessari all’iscrizione;

Si armonizzano le procedure di gestione della crisi e dell’insolvenza del datore di lavoro con forme di tutela dell’occupazione e del reddito di lavoratori.

Avv. Pier Angelo Mainini

#LEGGE DI BILANCIO 2019: NUOVE OPPORTUNITÀ DI FINANZIAMENTO PER LE IMPRESE

Si ringrazia per la collaborazione al Convegno:

NOTE WORKSHOP ASSOLOMBARDA_PRESIDIO MONZA 31 GENNAIO 2019
L’intervento si inquadra nell’ambito del workshop Assolombarda finalizzato ad informare le imprese delle modalità complementari di finanziamento rispetto al finanziamento bancario, con prevalente ruolo della dinamica del mercato del debito.

  1. Questa ultima accezione non deve essere letta in chiave sostitutiva, ma in un’ottica di complementarietà. Sull’evoluzione del mercato dei capitali ed in particolare lo sviluppo del mercato del debito privato, soprattutto di società non quotate ovvero di società quotate NO FTSE MIB, hanno influito diversi fattori. In particolare:
    a..    Evoluzione/integrazione della normativa, che ha influito sulla possibilità delle imprese non quotate – sia SpA che Srl – di emettere strumenti di debito oltre determinati limiti di bilancio imposti dal codice civile, nel caso gli strumenti siano quotati ovvero sottoscritti da investitori qualificati;
    b..   Costituzione di infrastrutture di negoziazione, nello specifico Sistemi Multilaterali di Negoziazione – SMN, tra cui l’AIM per l’equity – capitale di rischio e l’ExtraMot Pro per il debito – capitale di debito;
    c.  Legge di Bilancio 2018 e Legge di Bilancio 2019, con la quale sono stati definiti dei “contenitori” di risorse finanziarie, appunto i PIR, con l’intenzione di potenziare l’afflusso di risorse verso il sistema delle imprese – soprattutto NON QUOTATE (con limitazione dell’investimento del patrimonio: almeno il 21% in imprese NO FTSE MIB), oltre al restante 49% da destinare a tutto il sistema delle imprese, e da ultimo, con la Legge di Bilancio 2019, anche se si è in attesa dei decreti attuativi, di vincolare il 3,5% del PIR a strumenti emessi da PMI e quotati su SMN (appunto AIM e ExtraMot Pro, parlando solo dei sistemi multilaterali italiani).
  2. Il ruolo di BFE nel workshop è quello di dimostrare, attraverso il ruolo di Advisor che svolge per realtà corporate, prevalentemente NON QUOTATE ovvero QUOTATE NO FTSE MIB, e rientranti nella definizione di PMI, di come l’evoluzione del mercato dei capitali abbia fornito supporto per il reperimento di risorse finanziarie strumentali allo sviluppo di impresa. In particolare a pag. 20 dell’intervento sono riportate le operazioni che classificano gli strumenti emessi come “strumenti finanziari qualificati”, quindi PIR compliant, emessi da parte di imprese NON QUOTATE ovvero QUOTATE NO FTESE MIB

Nell’ambito dell’intervento sono riportate le seguenti informazioni:
1. Evoluzione strumenti di debito (prestiti obbligazionari) sul totale dell’attivo delle imprese – pag. 8: PASSATI DAL 6,8% – 2011 AL 13,3% – 2017, NONOSTANTE IL TASSO DI CRESCITA DEI PRESTITI DELLE BANCHE ALLE IMPRESE SIA POSITIVO E IN CRESCITA.
Ruolo degli investitori istituzionali italiani/esteri con riferimento alla sottoscrizione degli strumenti emessi da PMI e Grandi imprese – pag. 9: NEGLI ULTIMI ANNI L’INTERESSE DEGLI INVESTITORI ISTITUZIONALI PER I TITOLI OBBLIGAZIONARI DI PMI ITALIANE È AUMENTATO. TRA IL 2013 E LA METÀ DEL 2017 LE QUOTE DETENUTE DA INVESTITORI ISTITUZIONALI
2
ESTERI E ITALIANI SONO CRESCIUTE, RISPETTIVAMENTE, DALL’8% AL 41% E DAL 18% AL
25%, MENTRE LA QUOTA DELLE FAMIGLIE SI È RIDOTTA DAL 58% AL 19%.
2. Andamento mercato Extra Mot Pro – pag. 10: PASSATO DA 2,9 MD – 2013 A 22,6 – 2018.
Cosa è stato finanziato con l’emissione – pag.11: CRESCITA INTERNA (73% PMI – 63%
GRANDI IMPRESE), CRESCITA ESTERNA (16% GI – 12% PMI).
Quali sono i principali elementi di appetibilità e i requisiti per l’emissione – pag. 11/12:
– PERFORMANCE SOPRA MEDIA DI MERCATO;
– PIANO STRATEGICO DI CRESCITA IN CORSO;
– RAPPORTI DI PATERNARIATO CLIENTI E FORNITORI;
– PREVISIONI E FLUSSI STORICI POSITIVI;
– RAPPORTI STABILI CON OPERATORI BANCARI/FINANZIARI;
– ADEGUATO LIVELLO TECNOLOGICO E QUALITATIVO;
– CLIENTI PRIMARIO STANDING;
– PROGRAMMA DI INVESTIMENTI DETTAGLIATO;
– INTERNAZIONALIZZATO.

3. Focus emissioni di importo inferiore ai 50M: 1,7 MD RACCOLTI (54,7 PMI – 45,3% GI)
Caratteristiche – pag. 14: 296 EMISSIONI
Andamento controvalore medio – pag. 16: DECRESCENTE CON VALORE MEDIO PARI A 6 M
Rendimento – pag. 16: ANDAMENTO DESCRESCENTE CON PRINCING MEDIO 5,1%.

4. Confronto (rendimento, durata, importo medio) fra strumenti quotati e operazioni
effettuate dai fondi (generalmente non quotate) – pag. 17: EMISSIONI PUBBLICHEQUOTATE
DI IMPORTO MEDIO INFERIORE, CON DURATA MEDIA INFERIORE E CON
COSTO/PRICING PIU’ BASSO.

5. Alcuni esempi di operazione – pag. 20: 5 CASE STUDY, TUTE OPERAZIONI QUALIFICABILI
COME STRUMENTI FINANZIARI QUALIFICATI E SOTTOSCRIVIBILI DAI PIR, ANCHE PER IL
RISPETTO DEI LIMITI PATRIMONIALI.
– SOCIETA’ NON QUOTATA/STRUMENTO NON QUOTATO;
– SOCIETA’ NO FTSE MIB/STRUMENTO DI DEBITO QUOTATO SMN;
– SOCIETA’ NO FTSE MIB/STRUMENTO DI DEBITO NON QUOTATO;
– SOCIETA’ NO FTSE MIB/STRUMENTO DI DEBITO QUOTATO SMN.
IN PREVALENZA PMI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OMAGGI NATALIZI: TRATTAMENTO FISCALE

In particolari occasioni, a maggior ragione in occasione di festività natalizie, è consuetudine offrire omaggi ai propri clienti, fornitori, dipendenti e collaboratori. La finalità è quella certamente di fidelizzare la clientela ed acquisirne nuova (qualora gli omaggi sono concessi ai clienti) e di premiare dipendenti e collaboratori per il ruolo ricoperto e/o per i risultati raggiunti.
Il trattamento fiscale varia a seconda che i beni/servizi omaggiati rientrino o meno nell’oggetto dell’attività aziendale.


Sulla pagina facebook dello studio troverete delle immagini esplicative molto interessanti: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1919698394787515&id=253125491444822

FATTURAZIONE ELETTRONICA:come muoversi

Come organizzarsi per tempo alla fatturazione elettronica? 


Coloro che fra i propri clienti hanno Enti della Pubblica Amministrazione,
già conoscono gli adempimenti connessi alla fatturazione elettronica (essendo in quei casi già obbligatoria dal 2015), ma la Legge n.205/2017 ha stabilito l’estensione di tale modalità anche alla fatturazione verso tutti i clienti italiani dotati o meno di partita IVA (fanno infatti eccezione le sole fatture verso clienti esteri) con un impatto generalizzato e profondo nelle procedure amministrative.
L’obbligo decorre dal 1 gennaio 2019, tuttavia questa circolare non è prematura poiché le implicazioni tecniche, gestionali ed organizzative sono molteplici e complesse, quindi vanno affrontate per tempo al fine di prevenire problemi per le vostre aziende.
Riepiloghiamo i punti fondamentali di questa importante novità. 

Quando scatta l’obbligo della fatturazione elettronica?
L’obbligo scatta con il 01 gennaio 2019. Per quanto riguarda l’obbligo per le cessioni di carburante per autotrazione (con la scomparsa della scheda carburante) previsto il 01 luglio 2018, è in corso di emanazione un decreto legge del governo che prorogherà di 6 mesi la partenza di questa novità, spostandone l’obbligo al 1° gennaio 2019. Nel frattempo sarà possibile continuare ad utilizzare la scheda carburante.
Resta invariato invece l’obbligo del 01 luglio 2018 per i subappaltatori di contratti con Enti Pubblici (l’obbligo si ferma al primo subappaltatore e non si estende agli eventuali subappaltatori di quest’ultimo).
Cos’è una fattura elettronica?
· La fattura elettronica di cui parliamo non è una fattura che viene inviata o trasmessa al Cliente in formato PDF o JPG, bensì una fattura emessa ed inviata in formato XML, un tracciato ministeriale standardizzato; 
· Necessita di un apposito software per la compilazione;
· Deve essere firmata digitalmente, quindi bisogna disporre di una smart card con apposito lettore o di una business key;
· La trasmissione delle fatture elettroniche avviene attraverso la piattaforma Web della Agenzia delle Entrate SDI (sistema di interscambio), un gestore della Pubblica Amministrazione che riceve le fatture dalle aziende emittenti, effettua un controllo tecnico-formale e le invia ai rispettivi destinatari.
· La trasmissione può avvenire sia ad opera del soggetto obbligato all’emissione, sia per il tramite di un intermediario. I soggetti passivi (anche tramite intermediari) possono comunicare all’Agenzia, mediante apposito servizio di registrazione, l’indirizzo telematico presso il quale intendono ricevere i documenti elettronici. Esso è costituito da una PEC o da un “codice destinatario”.
· Le fatture elettroniche devono essere conservate con modalità informatiche stabilite per legge per dieci anni (da ricordare l’apposizione delle marche temporali) o in house o in outsourcing mediante operatori autorizzati, in modo da garantirne la validità legale nel tempo.
Le fatture tradizionali, cioè quelle cartacee o in formato digitale (pdf, word, Excel, ecc.), stampate su carta intestata e secondo un layout di proprio gradimento, potranno continuare ad essere utilizzate, ma solo al fine di dare avviso ai propri clienti dell’avvenuta emissione della fattura elettronica, che sarà l’unico formato ad avere valore legale.
Chi sono i soggetti obbligati alla emissione della fattura elettronica?
Sono obbligati alla emissione della fattura elettronica tutti i soggetti IVA (imprese e liberi professionisti) operanti sul territorio nazionale e con riferimento ad operazioni svolte nei confronti di imprese e liberi professionisti (settore B2B) e nei confronti di privati consumatori (B2C).
Chi è escluso dall’obbligo della emissione della fattura elettronica?
Non obbligati alla emissione della fattura elettronica sono tutti gli imprenditori ed i liberi professionisti che adottano un regime speciale (minimi, forfetari ecc.) e gli agricoltori in regime di esonero (volume d’affari max. 7.000,00 Euro). 
Cosa si deve fare?
Occorre sin da subito analizzare i propri flussi operativi attuali per la produzione delle fatture cartacee, valutare la disponibilità delle risorse tecniche necessarie e quindi organizzare il nuovo assetto. In pratica prima di tutto bisognerà:
· Quantificare il numero di fatture emesse nell’anno;
· Verificare la disponibilità di un adeguato computer, di un software per l’emissione delle fatture in formato xml e di una ottima connessione internet;
· Verificare la funzionalità del proprio indirizzo PEC;
· Ottenere un dispositivo di firma elettronica (se ancora non se ne dispone).
In alternativa all’utilizzo dell’indirizzo PEC, per ricevere ed inviare la fatture elettroniche attraverso la piattaforma SDI è possibile utilizzare un codice di identificazione.(modalità consigliata)
Se utilizzate un software per la fatturazione sarete già stati sicuramente contattati dal produttore per gli opportuni aggiornamenti.
In caso contrario il nostro Studio da sempre si affida ad un software specifico dedicato alle esigenze degli studi commercialisti, il quale produce anche gestionali per aziende e fra questi i moduli di fatturazione che, oltre ad essere naturalmente integrati con il ns. software, sono in grado di fornire tutte le utilità sopra riportate, offrendo inoltre una formazione iniziale per gli operatori e un’assistenza online continuativa. Tale software viene fornito tramite cloud senza bisogno di installazioni presso l’azienda, provvedendo direttamente ai backup, agli aggiornamenti tecnici e
normativi ed alla conservazione sostitutiva.
Come funzionerà l’invio delle fatture elettroniche con il software del nostro studio?
Sarà sufficiente inviare le Vostre fatture in formato XML attraverso il portale a vostra disposizione (un unico file per tutte le fatture emesse), il sistema provvederà in automatico, attraverso il nostro Provider di servizi (IntegraSDI di Datev) ad inviare le fatture ai Vostri clienti attraverso la piattaforma SDI.
Come funzionerà la ricezione della fatture di acquisto dai vostri fornitori ?
Anche la fatture dei Vs. fornitori verranno messe a vostra disposizione sul portale a voi dedicato, e sarete avvisati dell’arrivo di una nuova fattura tramite e-mail. Attraverso Internet o una App sul Vs. telefonino sarete in grado di accettare o rifiutare la fattura. Le fatture accettate saranno a ns.
disposizione sul portale per la contabilizzazione.
Per i Clienti che emettono poche fatture, che non dispongono di un supporto amministrativo interno o semplicemente che non si trovano a proprio agio con i sistemi informatici, si può valutare la possibilità di continuare a consegnare allo studio i documenti cartacei e delegare allo stesso l’intero nuovo flusso operativo. Ciò da una parte obbligherà necessariamente i Clienti alla consegna dei documenti allo Studio contestualmente all’emissione, mentre dall’altra comporterà un
maggiore impegno per lo Studio a causa della ricezione ed emissione delle fatture elettroniche in modalità frammentata e non programmabile, nonché per lo svolgimento delle varie fasi dei flussi
successivi e per la responsabilità connessa alla conservazione sostitutiva.
Rappresentazione grafica del flusso con il software dello studio:
Rimaniamo naturalmente a disposizione per un confronto individuale in modo da valutare insieme la migliore soluzione. Ci permettiamo di suggerirvi di giungere ad una decisione in tempi brevi in modo
da programmare con tranquillità le attività da porre in essere, la formazione del rispettivo personale e l’introduzione dei nuovi flussi operativi.
 Il previsto 1 gennaio 2019 è già un termine prorogato di un anno, tale normativa infatti doveva entrare in vigore il 1 gennaio 2018.

#Accapparramento della Clientela

202/14 R.G. RD n. 139/17

CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio Nazionale Forense, riunito in seduta pubblica, nella sua sede presso il Ministero

della Giustizia, in Roma, presenti i Signori:

– Avv. Francesco LOGRIECO                                                     Presidente f.f.

– Avv. Maria MASI                                                                           Segretario f.f.

– Avv. Giuseppe PICCHIONI                                                      Componente

– Avv. Giuseppe Gaetano IACONA                                                “

– Avv. Fausto AMADEI                                                                         “

– Avv. Francesco CAIA                                                                        “

– Avv. Davide CALABRO’                                                                    “

– Avv. Antonio DE MICHELE                                                              “

– Avv. Lucio Del PAGGIO                                                                    “

– Avv. Angelo ESPOSITO                                                                    “

– Avv. Antonino GAZIANO                                                                  “

– Avv. Anna LOSURDO                                                                       “

– Avv. Enrico MERLI                                                                             “

– Avv. Carlo ORLANDO                                                                       “

– Avv. Michele SALAZAR                                                                    “

– Avv. Salvatore SICA                                                                          “

– Avv. Priamo SIOTTO                                                                          “

– Avv. Vito VANNUCCI                                                                        “

con l’intervento del rappresentante il P.G. presso la Corte di Cassazione nella persona del Sostituto Procuratore Generale dott. Francesco Mauro Iacoviello ha emesso la seguente

SENTENZA

sul ricorso presentato dall’ avv. [RICORRENTE], nato a [OMISSIS] il [OMISSIS] Codice fiscale: [OMISSIS], avverso la decisione in data 16/7/12, con la quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia gli infliggeva la sanzione disciplinare della censura; Il ricorrente, avv. [RICORRENTE] è comparso personalmente;

Per il Consiglio dell’Ordine, regolarmente citato, nessuno è presente;

Udita la relazione del Consigliere avv. Francesco Logrieco;

Inteso il P.G., il quale ha concluso chiedendo il parziale accoglimento del ricorso limitatamente alla riduzione della sanzione;

Inteso il ricorrente, il quale ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso o, in subordine, la riduzione della sanzione all’avvertimento;

FATTO

Con ricorso depositato il 01/02/2013 nella segreteria del Consiglio dell’Ordine di Venezia, l’avv. [RICORRENTE] impugnava la decisione pronunziata nel procedimento disciplinare n. 47/2011 il 16/7/2012, depositata il 10/12/2012, notificata il 17/01/2013, che lo aveva ritenuto responsabile limitatamente all’illecito disciplinare contestatogli nel primo capoverso del capo di incolpazione ed applicato la sanzione della censura, prosciogliendolo invece in relazione alla condotta descritta nel secondo capoverso dello stesso capo di incolpazione.

Il procedimento disciplinare prende le mosse da un esposto pervenuto al Consiglio territoriale di Venezia dal Sindaco del Comune di [OMISSIS].

In particolare, in data 01.07.2010, l’avvocato [RICORRENTE] inoltrava a mezzo fax una comunicazione al Comune di [OMISSIS] con la quale si dichiarava disponibile ad assumere la difesa dell’Ente qualora avesse deliberato di costituirsi parte civile nel procedimento penale per disastro ambientale aggravato (ex art. 487, comma 2, c.p.) attivato dalla Procura della Repubblica di Venezia, a carico delle società [OMISSIS] srl e [OMISSIS] snc. L’avv. [RICORRENTE] nella missiva anzidetta rappresentava, altresì, di essere un avvocato penalista “qualificato in materia”, elencando in nota alcuni procedimenti penale nei quali difendeva altri Comuni, e con riferimento agli onorari si dichiarava “disponibile ad applicare i minimi tariffari”.

Vista la missiva, il Sindaco del Comune di [OMISSIS], nel riscontrarla, inviava in data 15.07.2010 all’avvocato [RICORRENTE], e per conoscenza al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia, una lettera nella quale precisava che il Comune era già assistito da altro professionista e che trattandosi di atti processuali “non dovrebbero essere nella libera disponibilità di terzi estranei al processo”.

Il COA di Venezia, ricevuta la comunicazione del Sindaco, richiedeva chiarimenti dall’avvocato [RICORRENTE], ottenuti i quali riteneva che la vicenda fosse meritevole di approfondimento dibattimentale, per cui con delibera del 24.11.2011 apriva il procedimento disciplinare n. 47/2011, formulando il seguente capo di incolpazione: “violazione degli articoli 5, 9, 19 e 60 del Codice Deontologico Forense approvato dal Consiglio Nazionale Forense in data 17.04.1997 e dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia in data 02.06.1997 e successive modificazioni ed integrazioni, in relazione all’art. 38 R.D.L. 27/11/1933 n. 1578, convertito con modificazioni nella legge 22.10.1934, perché:

– di propria iniziativa si proponeva con lettera 01/07/2010 come difensore del Comune di [OMISSIS], con il quale non aveva in precedenza intrattenuto alcun rapporto professionale, per la costituzione di parte civile in un processo pendente avanti la Procura

della Repubblica di Venezia n. 7434/2007 RGNR, rappresentando tale attività processuale come doverosa e, nel contempo, poco dispendiosa, per l’effetto dell’applicazione dei soli minimi tariffari;

– allegava alla lettera, senza cautela alcuna per assicurarne la riservatezza, il testo integrale della richiesta di rinvio a giudizio ancora prima della sottoscrizione del Sostituto Procuratore e, quindi, apparentemente proveniente da canali non istituzionali o, quanto meno, violando l’obbligo di segretezza, nell’ipotesi che il documento fosse provenuto dalla Provincia di Venezia.

In Venezia 01.07.2010.

In esito alla fase dibattimentale disciplinare, il COA procedente con la impugnata decisione proscioglieva l’avvocato [RICORRENTE] dall’addebito di cui all’art. 9 del Codice Deontologico Forense, descritto nel secondo capoverso del capo di incolpazione, ritenendo, al contrario, provati i fatti violativi delle disposizioni deontologiche di cui agli artt. 5, 19 e 60 descritti nel primo capoverso del capo di incolpazione, e per l’effetto applicava la sanzione della censura.

In particolare, il COA di Venezia riteneva che l’istruttoria dibattimentale avesse consentito di:

– escludere che l’avvocato [RICORRENTE] si fosse reso responsabile della violazione della disposizione deontologica di cui all’art. 9, avendo allegato alla lettera inviata al Comune di [OMISSIS] il testo integrale della richiesta di rinvio a giudizio ancora prima della sottoscrizione del Sostituto Procuratore, essendo ciò stato smentito come da prove documentali acquisite al fascicolo disciplinare;

– appurare che l’avvocato [RICORRENTE], per sua stessa ammissione per altro, si era proposto quale difensore al Comune di [OMISSIS] con ciò violando il dovere di decoro nell’esercizio della professione forense e il divieto di accaparramento di clientela.

Con il suindicato ricorso depositato il 01/02/2013 l’avv. [RICORRENTE] dopo essersi soffermato sullo svolgimento del procedimento davanti al Consiglio territoriale, ed esaminato sinteticamente la decisione impugnata, la censurava deducendo la insussistenza della rilevanza deontologica dei fatti, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, non avendo lui inteso perseguire assolutamente l’intento di acquisire il Comune di [OMISSIS] come nuovo cliente, e dovendosi escludere la volontarietà della condotta addebitata.

All’odierna udienza, constatata la regolarità e la tempestività delle notifiche, il ricorrente concludeva come da separato verbale.

Il Procuratore generale concludeva chiedendo l’accoglimento parziale dell’impugnazione limitatamente all’attenuazione della sanzione applicata in quella dell’avvertimento.

DIRITTO

Il ricorso non è fondato, per cui deve essere respinto.

Con l’unica censura posta a fondamento del ricorso, l’avv. [RICORRENTE], in relazione all’art. 5 del Codice deontologico Forense, deduceva la insussistenza della violazione dei doveri di dignità, probità e decoro per avere lui proposto al Comune di [OMISSIS] di assumerne la difesa penale nel processo per disastro ambientale aggravato pendente davanti al GUP del Tribunale di Venezia, dimostrando al contrario tale comportamento uno specifico interesse etico, prima ancora che giuridico, di tutelare il bene giuridico dell’ambiente, senza aver inteso ledere la reputazione della classe forense né l’immagine della stessa. L’avv. [RICORRENTE], in relazione all’art. 19 del previgente Codice deontologico, deduceva la insussistenza della violazione del divieto di accaparramento di clientela, e ciò in ragione del significato complessivo della disposizione deontologica che, in qualche modo, si pone a baluardo del raggiungimento di fini di stretto utilitarismo individuale, ciò che non si riscontrava nel caso di specie, avendo lui inviato la comunicazione al Comune di [OMISSIS] solo ed esclusivamente per scongiurare che l’anzidetto Ente perdesse la possibilità, quale parte offesa, di costituirsi parte civile in un processo di così rilevante interesse sociale. Il ricorrente deduceva, infine l’assenza di volontarietà della commissione dell’illecito disciplinare.

La censura non appare meritevole di accoglimento in ogni sua articolazione, in quanto i fatti oggetto del capo di incolpazione risultano pienamente provati sulla base delle risultanze dibattimentali, di cui viene dato conto nella decisione impugnata in modo congruo e coerente.

Ed invero la lettera datata 1/7/2010 a firma dell’avv. [RICORRENTE] perseguiva sicuramente la finalità di offrire la prestazione professionale al Comune di [OMISSIS] in vista della probabile costituzione di parte civile dello stesso Ente nel procedimento penale pendente davanti al GUP del Tribunale di Venezia, udienza del 13/10/2010, nei confronti dei soci e/o coamministratori di alcune società ritenute responsabili di un grave disastro ambientale.

In tale direzione conduce il contenuto della suddetta lettera, laddove il [RICORRENTE] dopo avere informato l’Ente locale della pendenza del procedimento penale n. 7434/07 r.g.n.r. Procura della Repubblica di Venezia; della particolare gravità del reato ambientale contestato agli imputati, a causa dello sversamento di una notevole quantità di cromo e nichel sul suolo e nella falda acquifera; e della possibilità di formalizzare la costituzione di parte civile nei confronti degli imputati anche ai fini della citazione delle Società come responsabili civili; si dichiarava “Avvocato Penalista qualificato in materia”, indicando nella nota in calce alla lettera un elenco di incarichi professionali affidatigli da altri Enti per

questioni più o meno analoghe, ed offriva la propria prestazione professionale al Comune, dichiarandosi disponibile ad applicare i minimi tariffari.

Insomma, la lettera datata 1/7/2010 costituisce chiaramente un’offerta di prestazione professionale indirizzata al Comune di [OMISSIS], al fine di acquisire un nuovo rapporto di clientela, con modalità non conformi alla correttezza e decoro professionale, comportamento questo disciplinarmente rilevante in riferimento agli artt. 5 e 19 del previgente codice deontologico.

In verità l’affidamento dell’incarico nel suindicato procedimento penale era stato sollecitato dall’avv. [RICORRENTE] anche alla Provincia di [OMISSIS], come si evince dalla email datata 23/6/2010, allegata alla memoria difensiva depositata il 6/7/2012 nel procedimento disciplinare n. 47/2011. L’incolpato, infatti, dopo avere informato il dirigente dell’ufficio legale della Provincia di [OMISSIS] della pendenza del ridetto procedimento penale e della fissazione dell’udienza preliminare, concludeva testualmente: “Anche questa vicenda si configura come uno straordinario attentato all’ambiente e ritengo quindi che la Provincia debba intervenire. Fammi sapere se sei d’accordo e posso occuparmene (secondo i soliti accordi)”. Tale documento ancorchè non esaminato dal COA veneziano, dimostra ulteriormente che l’obiettivo perseguito dall’avv. [RICORRENTE] era di acquisire l’incarico defensionale, sia dalla Provincia di [OMISSIS], che era già suo cliente, sia dal Comune di [OMISSIS], con ciò acquisendo anche un nuovo rapporto di clientela.

In conclusione, l’attività istruttoria espletata dal Consiglio territoriale appare correttamente e congruamente motivata, in quanto la valutazione disciplinare è avvenuta non già solo ed esclusivamente sulla base delle dichiarazioni dell’esponente (cfr. lettera del Sindaco di [OMISSIS]), ma altresì dell’analisi delle risultanze documentali acquisite agli atti del procedimento, individuando e motivando la rilevanza deontologica del comportamento dello [RICORRENTE] in riferimento al previgente art. 19, canoni II, III, IV (cfr. CNF 12/3/2015 n. 27; CNF 24/11/2014 n. 162).

Anche per quanto riguarda l’ulteriore profilo della censura concernente la mancanza di volontarietà della condotta, la decisione impugnata non appare meritevole di riforma. Il COA, infatti, ha ravvisato la “volontarietà della condotta” nella circostanza che l’avv. [RICORRENTE] avesse consapevolmente redatto la lettera datata 1/7/2010 per offrire al Comune di [OMISSIS] la prestazione professionale nel ridetto procedimento penale, tanto è vero, ha sottolineato il Consiglio territoriale, “che nei successivi scritti l’ha difesa nel contenuto. In questo quadro non appaiono sussistenti i presupposti per invocare un istituto, quale quello della putatività, che non è comunque applicabile all’elemento volitivo”.

Occorre aggiungere soltanto che al fine di integrare l’illecito disciplinare sotto il profilo soggettivo è sufficiente l’elemento psicologico della suità della condotta inteso come volontà

consapevole dell’atto che si compie, giacché ai fini dell’imputabilità dell’infrazione disciplinare non è necessaria la consapevolezza dell’illegittimità dell’azione, dolo generico e specifico, essendo sufficiente la volontarietà con la quale l’atto deontologicamente scorretto è stato compiuto (CNF, sentenza 6/6/2017 n. 77)

Per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio, occorre subito precisare che ai sensi dell’art. 3, co. 3 della legge n. 247/2012, il nuovo Codice Deontologico, approvato dal C.N.F. il 31 gennaio 2014, pubblicato il 16.10.2014 sulla G.U. n. 241 ed entrato in vigore il 16.12.2014, avrebbe dovuto per quanto possibile “…individuare tra le norme in esso contenute quelle che, rispondendo alla tipologia di un interesse pubblico al corretto esercizio della professione hanno rilevanza disciplinare. Tali norme, per quanto possibile, devono essere caratterizzate dall’osservanza del principio della tipizzazione della condotta e contenere l’espressa indicazione della sanzione applicabile”. Il Codice Deontologico vigente è stato quindi strutturato attribuendo ad ogni singola previsione una rilevanza disciplinare con l’indicazione della relativa sanzione, pur nella consapevolezza di non potere arrivare ad una completa tipizzazione per la variegata e potenzialmente illimitata casistica di tutti i comportamenti costituenti illecito disciplinare legati allo status anche privato dell’avvocato. Nel caso di specie vengono in rilievo l’art. 9 “Doveri di lealtà e correttezza verso i colleghi e le istituzioni forensi”e l’art. 19 “Doveri di probità, dignità, decoro ed indipendenza” del Codice deontologico forense (che contengono il riferimento ai doveri di probità, dignità e decoro già previsti dall’art.5 del codice previgente), e l’art. 37, commi 1-3­4-5 “Divieto di accaparramento della clientela” (che prescrive il divieto di qualsiasi comportamento finalizzato all’acquisizione di rapporti di clientela con modi non conformi alla correttezza ed al decoro, divieto già prescritto dall’art. 19 del previgente codice) che prevede come sanzione edittale base la censura.

L’art. 65, comma 5, della Legge n. 247/2012 prevede a sua volta che le norme del nuovo Codice Deontologico, nelle more entrato in vigore, si applicano ai procedimenti disciplinari in corso se più favorevoli per l’incolpato. Ne consegue la necessità di valutare la condotta costituente illecito disciplinare prima alla luce delle norme deontologiche così come previste dal Codice in vigore al tempo del compimento dell’illecito; successivamente, di valutare la medesima condotta alla luce del Nuovo Codice attualmente vigente, per poi applicare la norma che, in concreto, risulta più favorevole all’incolpato (C.N.F. 29/7/2016 n. 287, CNF 29/7/2916 n. 274, Cass. SS.UU. 29/7/2016 n. 15819).

La determinazione della sanzione deve avvenire, quindi, alla luce della disciplina sopravvenuta (cfr. Cass. Sez. Unite 16 febbraio 2015, n. 3023).

Tutto ciò premesso, valutati gli elementi tutti acquisiti al procedimento, questo Consiglio ritiene equo confermare la sanzione della censura applicata dal COA di Venezia, che corrisponde alla sanzione base prevista dal vigente art. 37 ncdf.

P.Q.M.

visti gli artt. 50 e 54 del RDL 27/11/1933, n. 1578 e gli artt. 59 e segg. del RD 22/1/1934, n. 37,

Il Consiglio Nazionale Forense rigetta il ricorso proposto dall’avv. [RICORRENTE].

Dispone che in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma per finalità di informazione su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati riportati nella sentenza.

Così deciso in Roma nella Camera di Consiglio del 13 luglio 2017

IL SEGRETARIO f.f.                                                            IL PRESIDENTE f.f.

    f.to Avv. Maria Masi                                                     f.to Avv. Francesco Logrieco

Depositata presso la Segreteria del Consiglio nazionale forense, oggi 10 ottobre 2017

LA CONSIGLIERA SEGRETARIA f.to Avv. Rosa Capria