#Accapparramento della Clientela

202/14 R.G. RD n. 139/17

CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio Nazionale Forense, riunito in seduta pubblica, nella sua sede presso il Ministero

della Giustizia, in Roma, presenti i Signori:

– Avv. Francesco LOGRIECO                                                     Presidente f.f.

– Avv. Maria MASI                                                                           Segretario f.f.

– Avv. Giuseppe PICCHIONI                                                      Componente

– Avv. Giuseppe Gaetano IACONA                                                “

– Avv. Fausto AMADEI                                                                         “

– Avv. Francesco CAIA                                                                        “

– Avv. Davide CALABRO’                                                                    “

– Avv. Antonio DE MICHELE                                                              “

– Avv. Lucio Del PAGGIO                                                                    “

– Avv. Angelo ESPOSITO                                                                    “

– Avv. Antonino GAZIANO                                                                  “

– Avv. Anna LOSURDO                                                                       “

– Avv. Enrico MERLI                                                                             “

– Avv. Carlo ORLANDO                                                                       “

– Avv. Michele SALAZAR                                                                    “

– Avv. Salvatore SICA                                                                          “

– Avv. Priamo SIOTTO                                                                          “

– Avv. Vito VANNUCCI                                                                        “

con l’intervento del rappresentante il P.G. presso la Corte di Cassazione nella persona del Sostituto Procuratore Generale dott. Francesco Mauro Iacoviello ha emesso la seguente

SENTENZA

sul ricorso presentato dall’ avv. [RICORRENTE], nato a [OMISSIS] il [OMISSIS] Codice fiscale: [OMISSIS], avverso la decisione in data 16/7/12, con la quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia gli infliggeva la sanzione disciplinare della censura; Il ricorrente, avv. [RICORRENTE] è comparso personalmente;

Per il Consiglio dell’Ordine, regolarmente citato, nessuno è presente;

Udita la relazione del Consigliere avv. Francesco Logrieco;

Inteso il P.G., il quale ha concluso chiedendo il parziale accoglimento del ricorso limitatamente alla riduzione della sanzione;

Inteso il ricorrente, il quale ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso o, in subordine, la riduzione della sanzione all’avvertimento;

FATTO

Con ricorso depositato il 01/02/2013 nella segreteria del Consiglio dell’Ordine di Venezia, l’avv. [RICORRENTE] impugnava la decisione pronunziata nel procedimento disciplinare n. 47/2011 il 16/7/2012, depositata il 10/12/2012, notificata il 17/01/2013, che lo aveva ritenuto responsabile limitatamente all’illecito disciplinare contestatogli nel primo capoverso del capo di incolpazione ed applicato la sanzione della censura, prosciogliendolo invece in relazione alla condotta descritta nel secondo capoverso dello stesso capo di incolpazione.

Il procedimento disciplinare prende le mosse da un esposto pervenuto al Consiglio territoriale di Venezia dal Sindaco del Comune di [OMISSIS].

In particolare, in data 01.07.2010, l’avvocato [RICORRENTE] inoltrava a mezzo fax una comunicazione al Comune di [OMISSIS] con la quale si dichiarava disponibile ad assumere la difesa dell’Ente qualora avesse deliberato di costituirsi parte civile nel procedimento penale per disastro ambientale aggravato (ex art. 487, comma 2, c.p.) attivato dalla Procura della Repubblica di Venezia, a carico delle società [OMISSIS] srl e [OMISSIS] snc. L’avv. [RICORRENTE] nella missiva anzidetta rappresentava, altresì, di essere un avvocato penalista “qualificato in materia”, elencando in nota alcuni procedimenti penale nei quali difendeva altri Comuni, e con riferimento agli onorari si dichiarava “disponibile ad applicare i minimi tariffari”.

Vista la missiva, il Sindaco del Comune di [OMISSIS], nel riscontrarla, inviava in data 15.07.2010 all’avvocato [RICORRENTE], e per conoscenza al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia, una lettera nella quale precisava che il Comune era già assistito da altro professionista e che trattandosi di atti processuali “non dovrebbero essere nella libera disponibilità di terzi estranei al processo”.

Il COA di Venezia, ricevuta la comunicazione del Sindaco, richiedeva chiarimenti dall’avvocato [RICORRENTE], ottenuti i quali riteneva che la vicenda fosse meritevole di approfondimento dibattimentale, per cui con delibera del 24.11.2011 apriva il procedimento disciplinare n. 47/2011, formulando il seguente capo di incolpazione: “violazione degli articoli 5, 9, 19 e 60 del Codice Deontologico Forense approvato dal Consiglio Nazionale Forense in data 17.04.1997 e dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia in data 02.06.1997 e successive modificazioni ed integrazioni, in relazione all’art. 38 R.D.L. 27/11/1933 n. 1578, convertito con modificazioni nella legge 22.10.1934, perché:

– di propria iniziativa si proponeva con lettera 01/07/2010 come difensore del Comune di [OMISSIS], con il quale non aveva in precedenza intrattenuto alcun rapporto professionale, per la costituzione di parte civile in un processo pendente avanti la Procura

della Repubblica di Venezia n. 7434/2007 RGNR, rappresentando tale attività processuale come doverosa e, nel contempo, poco dispendiosa, per l’effetto dell’applicazione dei soli minimi tariffari;

– allegava alla lettera, senza cautela alcuna per assicurarne la riservatezza, il testo integrale della richiesta di rinvio a giudizio ancora prima della sottoscrizione del Sostituto Procuratore e, quindi, apparentemente proveniente da canali non istituzionali o, quanto meno, violando l’obbligo di segretezza, nell’ipotesi che il documento fosse provenuto dalla Provincia di Venezia.

In Venezia 01.07.2010.

In esito alla fase dibattimentale disciplinare, il COA procedente con la impugnata decisione proscioglieva l’avvocato [RICORRENTE] dall’addebito di cui all’art. 9 del Codice Deontologico Forense, descritto nel secondo capoverso del capo di incolpazione, ritenendo, al contrario, provati i fatti violativi delle disposizioni deontologiche di cui agli artt. 5, 19 e 60 descritti nel primo capoverso del capo di incolpazione, e per l’effetto applicava la sanzione della censura.

In particolare, il COA di Venezia riteneva che l’istruttoria dibattimentale avesse consentito di:

– escludere che l’avvocato [RICORRENTE] si fosse reso responsabile della violazione della disposizione deontologica di cui all’art. 9, avendo allegato alla lettera inviata al Comune di [OMISSIS] il testo integrale della richiesta di rinvio a giudizio ancora prima della sottoscrizione del Sostituto Procuratore, essendo ciò stato smentito come da prove documentali acquisite al fascicolo disciplinare;

– appurare che l’avvocato [RICORRENTE], per sua stessa ammissione per altro, si era proposto quale difensore al Comune di [OMISSIS] con ciò violando il dovere di decoro nell’esercizio della professione forense e il divieto di accaparramento di clientela.

Con il suindicato ricorso depositato il 01/02/2013 l’avv. [RICORRENTE] dopo essersi soffermato sullo svolgimento del procedimento davanti al Consiglio territoriale, ed esaminato sinteticamente la decisione impugnata, la censurava deducendo la insussistenza della rilevanza deontologica dei fatti, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, non avendo lui inteso perseguire assolutamente l’intento di acquisire il Comune di [OMISSIS] come nuovo cliente, e dovendosi escludere la volontarietà della condotta addebitata.

All’odierna udienza, constatata la regolarità e la tempestività delle notifiche, il ricorrente concludeva come da separato verbale.

Il Procuratore generale concludeva chiedendo l’accoglimento parziale dell’impugnazione limitatamente all’attenuazione della sanzione applicata in quella dell’avvertimento.

DIRITTO

Il ricorso non è fondato, per cui deve essere respinto.

Con l’unica censura posta a fondamento del ricorso, l’avv. [RICORRENTE], in relazione all’art. 5 del Codice deontologico Forense, deduceva la insussistenza della violazione dei doveri di dignità, probità e decoro per avere lui proposto al Comune di [OMISSIS] di assumerne la difesa penale nel processo per disastro ambientale aggravato pendente davanti al GUP del Tribunale di Venezia, dimostrando al contrario tale comportamento uno specifico interesse etico, prima ancora che giuridico, di tutelare il bene giuridico dell’ambiente, senza aver inteso ledere la reputazione della classe forense né l’immagine della stessa. L’avv. [RICORRENTE], in relazione all’art. 19 del previgente Codice deontologico, deduceva la insussistenza della violazione del divieto di accaparramento di clientela, e ciò in ragione del significato complessivo della disposizione deontologica che, in qualche modo, si pone a baluardo del raggiungimento di fini di stretto utilitarismo individuale, ciò che non si riscontrava nel caso di specie, avendo lui inviato la comunicazione al Comune di [OMISSIS] solo ed esclusivamente per scongiurare che l’anzidetto Ente perdesse la possibilità, quale parte offesa, di costituirsi parte civile in un processo di così rilevante interesse sociale. Il ricorrente deduceva, infine l’assenza di volontarietà della commissione dell’illecito disciplinare.

La censura non appare meritevole di accoglimento in ogni sua articolazione, in quanto i fatti oggetto del capo di incolpazione risultano pienamente provati sulla base delle risultanze dibattimentali, di cui viene dato conto nella decisione impugnata in modo congruo e coerente.

Ed invero la lettera datata 1/7/2010 a firma dell’avv. [RICORRENTE] perseguiva sicuramente la finalità di offrire la prestazione professionale al Comune di [OMISSIS] in vista della probabile costituzione di parte civile dello stesso Ente nel procedimento penale pendente davanti al GUP del Tribunale di Venezia, udienza del 13/10/2010, nei confronti dei soci e/o coamministratori di alcune società ritenute responsabili di un grave disastro ambientale.

In tale direzione conduce il contenuto della suddetta lettera, laddove il [RICORRENTE] dopo avere informato l’Ente locale della pendenza del procedimento penale n. 7434/07 r.g.n.r. Procura della Repubblica di Venezia; della particolare gravità del reato ambientale contestato agli imputati, a causa dello sversamento di una notevole quantità di cromo e nichel sul suolo e nella falda acquifera; e della possibilità di formalizzare la costituzione di parte civile nei confronti degli imputati anche ai fini della citazione delle Società come responsabili civili; si dichiarava “Avvocato Penalista qualificato in materia”, indicando nella nota in calce alla lettera un elenco di incarichi professionali affidatigli da altri Enti per

questioni più o meno analoghe, ed offriva la propria prestazione professionale al Comune, dichiarandosi disponibile ad applicare i minimi tariffari.

Insomma, la lettera datata 1/7/2010 costituisce chiaramente un’offerta di prestazione professionale indirizzata al Comune di [OMISSIS], al fine di acquisire un nuovo rapporto di clientela, con modalità non conformi alla correttezza e decoro professionale, comportamento questo disciplinarmente rilevante in riferimento agli artt. 5 e 19 del previgente codice deontologico.

In verità l’affidamento dell’incarico nel suindicato procedimento penale era stato sollecitato dall’avv. [RICORRENTE] anche alla Provincia di [OMISSIS], come si evince dalla email datata 23/6/2010, allegata alla memoria difensiva depositata il 6/7/2012 nel procedimento disciplinare n. 47/2011. L’incolpato, infatti, dopo avere informato il dirigente dell’ufficio legale della Provincia di [OMISSIS] della pendenza del ridetto procedimento penale e della fissazione dell’udienza preliminare, concludeva testualmente: “Anche questa vicenda si configura come uno straordinario attentato all’ambiente e ritengo quindi che la Provincia debba intervenire. Fammi sapere se sei d’accordo e posso occuparmene (secondo i soliti accordi)”. Tale documento ancorchè non esaminato dal COA veneziano, dimostra ulteriormente che l’obiettivo perseguito dall’avv. [RICORRENTE] era di acquisire l’incarico defensionale, sia dalla Provincia di [OMISSIS], che era già suo cliente, sia dal Comune di [OMISSIS], con ciò acquisendo anche un nuovo rapporto di clientela.

In conclusione, l’attività istruttoria espletata dal Consiglio territoriale appare correttamente e congruamente motivata, in quanto la valutazione disciplinare è avvenuta non già solo ed esclusivamente sulla base delle dichiarazioni dell’esponente (cfr. lettera del Sindaco di [OMISSIS]), ma altresì dell’analisi delle risultanze documentali acquisite agli atti del procedimento, individuando e motivando la rilevanza deontologica del comportamento dello [RICORRENTE] in riferimento al previgente art. 19, canoni II, III, IV (cfr. CNF 12/3/2015 n. 27; CNF 24/11/2014 n. 162).

Anche per quanto riguarda l’ulteriore profilo della censura concernente la mancanza di volontarietà della condotta, la decisione impugnata non appare meritevole di riforma. Il COA, infatti, ha ravvisato la “volontarietà della condotta” nella circostanza che l’avv. [RICORRENTE] avesse consapevolmente redatto la lettera datata 1/7/2010 per offrire al Comune di [OMISSIS] la prestazione professionale nel ridetto procedimento penale, tanto è vero, ha sottolineato il Consiglio territoriale, “che nei successivi scritti l’ha difesa nel contenuto. In questo quadro non appaiono sussistenti i presupposti per invocare un istituto, quale quello della putatività, che non è comunque applicabile all’elemento volitivo”.

Occorre aggiungere soltanto che al fine di integrare l’illecito disciplinare sotto il profilo soggettivo è sufficiente l’elemento psicologico della suità della condotta inteso come volontà

consapevole dell’atto che si compie, giacché ai fini dell’imputabilità dell’infrazione disciplinare non è necessaria la consapevolezza dell’illegittimità dell’azione, dolo generico e specifico, essendo sufficiente la volontarietà con la quale l’atto deontologicamente scorretto è stato compiuto (CNF, sentenza 6/6/2017 n. 77)

Per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio, occorre subito precisare che ai sensi dell’art. 3, co. 3 della legge n. 247/2012, il nuovo Codice Deontologico, approvato dal C.N.F. il 31 gennaio 2014, pubblicato il 16.10.2014 sulla G.U. n. 241 ed entrato in vigore il 16.12.2014, avrebbe dovuto per quanto possibile “…individuare tra le norme in esso contenute quelle che, rispondendo alla tipologia di un interesse pubblico al corretto esercizio della professione hanno rilevanza disciplinare. Tali norme, per quanto possibile, devono essere caratterizzate dall’osservanza del principio della tipizzazione della condotta e contenere l’espressa indicazione della sanzione applicabile”. Il Codice Deontologico vigente è stato quindi strutturato attribuendo ad ogni singola previsione una rilevanza disciplinare con l’indicazione della relativa sanzione, pur nella consapevolezza di non potere arrivare ad una completa tipizzazione per la variegata e potenzialmente illimitata casistica di tutti i comportamenti costituenti illecito disciplinare legati allo status anche privato dell’avvocato. Nel caso di specie vengono in rilievo l’art. 9 “Doveri di lealtà e correttezza verso i colleghi e le istituzioni forensi”e l’art. 19 “Doveri di probità, dignità, decoro ed indipendenza” del Codice deontologico forense (che contengono il riferimento ai doveri di probità, dignità e decoro già previsti dall’art.5 del codice previgente), e l’art. 37, commi 1-3­4-5 “Divieto di accaparramento della clientela” (che prescrive il divieto di qualsiasi comportamento finalizzato all’acquisizione di rapporti di clientela con modi non conformi alla correttezza ed al decoro, divieto già prescritto dall’art. 19 del previgente codice) che prevede come sanzione edittale base la censura.

L’art. 65, comma 5, della Legge n. 247/2012 prevede a sua volta che le norme del nuovo Codice Deontologico, nelle more entrato in vigore, si applicano ai procedimenti disciplinari in corso se più favorevoli per l’incolpato. Ne consegue la necessità di valutare la condotta costituente illecito disciplinare prima alla luce delle norme deontologiche così come previste dal Codice in vigore al tempo del compimento dell’illecito; successivamente, di valutare la medesima condotta alla luce del Nuovo Codice attualmente vigente, per poi applicare la norma che, in concreto, risulta più favorevole all’incolpato (C.N.F. 29/7/2016 n. 287, CNF 29/7/2916 n. 274, Cass. SS.UU. 29/7/2016 n. 15819).

La determinazione della sanzione deve avvenire, quindi, alla luce della disciplina sopravvenuta (cfr. Cass. Sez. Unite 16 febbraio 2015, n. 3023).

Tutto ciò premesso, valutati gli elementi tutti acquisiti al procedimento, questo Consiglio ritiene equo confermare la sanzione della censura applicata dal COA di Venezia, che corrisponde alla sanzione base prevista dal vigente art. 37 ncdf.

P.Q.M.

visti gli artt. 50 e 54 del RDL 27/11/1933, n. 1578 e gli artt. 59 e segg. del RD 22/1/1934, n. 37,

Il Consiglio Nazionale Forense rigetta il ricorso proposto dall’avv. [RICORRENTE].

Dispone che in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma per finalità di informazione su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati riportati nella sentenza.

Così deciso in Roma nella Camera di Consiglio del 13 luglio 2017

IL SEGRETARIO f.f.                                                            IL PRESIDENTE f.f.

    f.to Avv. Maria Masi                                                     f.to Avv. Francesco Logrieco

Depositata presso la Segreteria del Consiglio nazionale forense, oggi 10 ottobre 2017

LA CONSIGLIERA SEGRETARIA f.to Avv. Rosa Capria

 

GDPR obbligo anche per #federazioni e società sportive

Le Federazioni e le società sportive sono state sottoposte a numerosi adempimenti da mettere in atto per allinearsi alle nuove disposizioni. È evidente come la questione sia stata presa sottogamba soprattutto dai titolari del trattamento dei dati personali.

Anche  il settore sportivo dilettantistico nonne è esente. Vista l’assenza di remunerazione per gli atleti, si è stati portati a pensare, erroneamente, che le norme del GDPR non avessero applicabilità in questo settore.

Nell’incertezza alcune Società o enti pubblici o privati hanno preferito munirsi della figura del DPO. Il DPO è, in sostanza, il responsabile della protezione dei dati personali. Anche se le Federazioni dovessero essere legalmente inquadrate come soggetti privati, la scelta di nominare comunque un DPO è legata all’enorme mole di dati sensibili che vengono trattati e che riguardano non solo gli atleti, ma tutti i tesserati in generale. Si tratta dunque di una scelta legata al rispetto del tanto sbandierato principio di responsabilità. In base allo stesso principio, è fortemente consigliato tenere un registro dei trattamenti, anche se non espressamente previsto dal regolamento in questi casi.

Molto spesso i dati personali dei medesimi soggetti, sono trattati i dati per scopi diversi e con differenti modalità. Il loro rapporto pertanto, pur prevedendo diverse fasi di collaborazione, ha alla base la netta distinzione di ruoli e funzioni. Lo stesso rapporto tra federazioni e comitati regionali, nel calcio, può variare a seconda del fatto che i comitati rappresentino sedi decentrate della federazione o enti autonomi. Nel secondo caso, difatti, anche a loro si applicano le nuove normative introdotte dal GDPR.

NEWSLETTER&PRIVACY: la sentenza della Cassazione

Con la sentenza n. 17278 02.07.2018, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Garante della privacy, sanzionando i siti web che condizionano l’invio di notizie, di solito gratuite, alla prestazione di un generico consenso a ricevere “informazioni promozionali”. Viene riconosciuta la violazione della privacy del consumatore essendogli impedito di sapere preventivamente a cosa sta acconsentendo.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 11 maggio – 2 luglio 2018, n. 17278

Il caso deciso dalla Cassazione spiega meglio di qualsiasi altro esempio cosa l’editore non può fare. In sostanza, una società titolare di un sito internet «offriva per il tramite di un portale un servizio di newsletter su tematiche legate alla finanza, al fisco, al diritto, al lavoro» e «per accedere alla newsletter era richiesto l’inserimento, da parte dell’utente, del proprio indirizzo email e, in calce al form di raccolta dati, era presente una casella di spunta con cui il contraente poteva esprimere il proprio consenso al trattamento dei dati personali», ma – ecco il dettaglio decisivo – «inviando la richiesta di iscrizione senza che vi sia contezza che l’interessato l’abbia consultata». In definitiva, per essere “specifico”, il consenso deve essere riferito «ad un trattamento chiaramente individuato, il che comporta la necessità, almeno, dell’indicazione dei settori merceologici o dei servizi cui i messaggi pubblicitari saranno riferiti». Per accedere alla newsletter era richiesto l’inserimento, da parte dell’utente, del proprio indirizzo email e, in calce al form di raccolta dati, era presente una casella di spunta con cui il contraente poteva esprimere il proprio consenso al trattamento dei dati personali», ma – ecco il dettaglio decisivo – «inviando la richiesta di iscrizione senza validare la casella del consenso non era possibile accedere al servizio e appariva il messaggio “è richiesta la selezione della casella”», e, in aggiunta, «non era evidenziato direttamente dalla pagina in cosa consistesse il trattamento dei dati personali e quali effetti producesse» in concreto

Si rimettono gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sez. U della questione di massima di particolare importanza, oggetto altresì di contrasto, riguardante la proponibilità dell’azione revocatoria nei confronti di un soggetto già fallito.

Presidente: A. Didone
Relatore: M. Cristiano

1.- A. M., nella veste di assuntore del concordato del Fallimento INFRA s.r.l., ricorre per cassazione nei confronti del Fallimento Società Turistica Armonia coop. a r.I., svolgendo due motivi avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Catania in data 14 luglio 2011.
Con tale decisione, la Corte siciliana ha accolto l’appello presentato dal Fallimento della Società Turistica contro la sentenza resa nel primo grado del giudizio dal Tribunale di Siracusa, 27 aprile 2004. Pronuncia, quest’ultima, che per contro ha accolto la domanda revocatoria ex art. 66 legge fall. intentata dall’allora Fallimento INFRA nei confronti del Fallimento della Società Turistica, con riferimento all’alienazione di un’azienda a prezzo (assunto come) vile, a suo tempo intercorsa tra le due società, entrambe in bonis. Nei confronti del ricorso resiste il Fallimento della Società Turistica, che ha depositato apposito controricorso. Lo stesso ha pure depositato memoria.
2. I motivi di ricorso evocano i vizi che qui di seguito vengono richiamati.
Il primo motivo assume, in specie, «violazione e falsa applicazione degli artt. 183 e 345 cod. proc. civ.».
Il secondo motivo adduce, poi, «violazione e falsa applicazione dell’art. 51 r.d. 16/3/1942 n. 267 – Insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio».
3. Entrambi i motivi di ricorso investono il punto in cui la sentenza della Corte territoriale ha accolto l’eccezione di «improponibilità e/o inammissibilità dell’azione revocatoria esercitata», sollevata dal Fallimento della Società Turistica in relazione al fatto che la detta azione è stata per l’appunto rivolta nei diretti confronti di una Procedura concorsuale.
In proposito, la Corte ha osservato, in particolare, che l’«azione revocatoria ordinaria», esercitata in sede fallimentare, si pone «come azione esecutiva individuale e come tale soggetta al divieto di cui all’art. 51 legge fall.». «Infatti, l’azione esecutiva, di cui all’art. 2908 cod. civ. e quella conservativa di cui all’art. 2905 cod. civ., che costituiscono le modalità tipiche della garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 cod. civ., non potrebbero affatto essere esercitate, in considerazione dell’avvenuto assoggettamento alla massa fallimentare dei beni della fallita società cessionaria e dell’operatività del richiamato divieto». «In definitiva» – conclude la Corte – «la natura dichiarativa e non recuperatoria dell’azione de qua … trova un limite insormontabile nella peculiarità rappresentata dal fatto che il soggetto passivo sia anch’esso assoggettato alla dichiarazione di fallimento».
Nel confronto con questi passi, il primo motivo portato dal ricorrente assume in specie che l’eccezione sollevata dalla Procedura è da ritenere tardiva, in quanto svolta solo con l’atto di citazione in appello, con spregio dunque della norma dell’art. 345. cod. proc. civ. Con il secondo motivo, il ricorrente contesta invece la stessa fondatezza del merito dell’eccezione in quanto tale.
L’esame del secondo motivo di ricorso si manifesta prioritario sotto il profilo logico, stante la natura di eccezione rilevabile di ufficio di quella concernente la proponibilità stessa della domanda.
4. In proposito, prima di tutto va rilevato come recenti pronunce di questa Corte abbiano affermato che «non è ammissibile un’azione revocatoria, ordinaria o fallimentare, nei confronti di un fallimento». Così si è espressa, in particolare, la sentenza di Cass., 12 maggio 2011, n. 10486, a cui ha poi fatto seguito l’ordinanza di Cass., 8 marzo 2012, n. 3672.
Secondo queste decisioni, la proponibilità della revocatoria contro un Fallimento viene, in via segnata, a urtare contro il «principio di cristallizzazione della massa passiva alla data di apertura del concorso», così come stabilito dalle norme di cui agli artt. 51 e 52 legge fall.: «posto che l’effetto giuridico favorevole all’attore in revocatoria si produce soltanto a seguito della sentenza che accoglie la domanda» – così si sottolinea -, «il medesimo effetto non potrà essere invocato contro la massa». E viene altresì a urtare – così pure si segnala – contro il «carattere costitutivo» della detta azione.
5. Ciò posto, va tuttavia rilevato altresì che – secondo un diverso orientamento di questa Corte, da stimare risalente nel tempo – il giudizio revocatorio ben può «proseguire» (avanti allo stesso giudice)

pur se sopravviene, nelle more di questo, il fallimento del soggetto che è stato convenuto in revocatoria.
Si tratta, per la verità, di un orientamento assai folto, oltre che tradizionale. In questa direzione si vedano così, tra gli altri interventi, Cass., 14 ottobre 1963, n. 2746 (con una Procedura già attore originario); Cass., 30 agosto 1994, n. 7583 (lo stesso); Cass., 21 luglio 1998, n. 7119 (azione svolta da singolo creditore); Cass., 28 febbraio 2008, n. 5272 (lo stesso); Cass., 19 marzo 2009, n. 6709 (attore originario un Fallimento); Cass., 27 ottobre 2015, n. 21810 (azione promossa da singolo creditore); Cass., 4 ottobre 2016, n. 19795 (attore originario Fallimento). Ma pure si veda, e in modo particolare, la pronuncia delle Sezioni Unite, 17 dicembre 2008, n. 29421 (attore singolo creditore), che tra l’altro è venuta ad annotare: «che sia consentito al curatore proseguire il giudizio intrapreso prima del fallimento dal singolo creditore, subentrando nella posizione processuale di costui, è affermazione sulla quale … non vi è alcun contrasto nella giurisprudenza».
E’ importante notare, inoltre, come questo orientamento abbia sempre avuto cura di osservare – sin dalle sue prime espressioni ¬che il «conflitto ravvisabile tra l’art. 24 legge fall. (secondo cui il tribunale, che ha dichiarato il fallimento, è competete a conoscere delle azioni che ne derivano) e l’art. 52 legge fall. (per il quale, aperto il fallimento, ogni credito deve essere accertato secondo le norme previste per la insinuazione e la verificazione dello stato passivo) deve essere risolto nel senso che, mentre il tribunale che ha dichiarato il fallimento resta competente a decidere circa la inefficacia (o meno) dell’atto, le terzo, secondo le modalità stabilite per l’accertamento del passivo» (la frase è tratta da Cass., n. 7583/1994).
6. Nel negare la proponibilità in quanto tale dell’azione revocatoria contro una Procedura concorsuale, la sentenza di Cass. n. 10486/2011 ha affermato che la proseguibilità dell’azione iniziata prima del fallimento della parte convenuta «può spiegarsi con la considerazione (generalmente accettata …) che gli effetti restitutori conseguenti alla revoca retroagiscono alla data della domanda, per il generale principio che la durata del processo non deve recar danno a chi ha ragione».
Sembra peraltro ragionevole dubitare dell’effettiva forza persuasiva di simile rilevazione. Nel senso che la stessa si preoccupa propriamente di reperire una giustificazione per il punto della proseguibilità della revocatoria iniziata prima del fallimento del convenuto, là dove il tema – che, per contro, rimane pur sempre di base – è quello della predicata non proponibilità dell’azione revocatoria nei confronti di un soggetto già fallito.
Del resto, la tendenziale opinabilità di una soluzione che intenda differenziare tra proseguibilità dell’azione verso il fallito e promuovibilità della stessa è resa manifesta proprio dalla norma dell’art. 51 legge fall., che per l’appunto in modo espresso parifica ¬in relazione alle azioni individuali di tipo esecutivo e cautelare – il proseguimento dell’azione al suo inizio.
Non mancano, d’altro canto, delle ragioni che risultano atte a indicare che, con specifico riferimento all’azione revocatoria, la segnalata convergenza vada individuata nel senso dell’esperibilità in ogni caso della azione.
7. Secondo l’insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, l’esercizio vittorioso dell’azione revocatoria ha effetto retroattivo: pur
pronunzie consequenziali alla dichiarazione di inefficacia competono al tribunale che ha dichiarato il fallimento del intrinsicamente valido, l’atto – che sia stato revocato – manca ab imo di efficacia nei confronti del fallimento che l’ha esperita (cfr., di recente, Cass., 24 aprile 2012, n. 6270). Secondo quanto comunemente si ritiene, d’altro canto, il debito restitutorio del soggetto, che la revoca ha subito, è debito di valore (cfr. già Cass. SS. UU., 28 aprile 1973, n. 1169); gli interessi sulla somma da restituire, poi, vengono a correre anche prima della domanda giudiziale, se vi è stato atto di costituzione in mora (Cass., 25 giugno 2009, n. 14896). Non sembra, di conseguenza, che l’azione in esame sia destinata a incidere sul c.d. principio di cristallizzazione della massa passiva.
Non pare, per altro verso, che la azione revocatoria possa essere ricondotta al divieto «di inizio» e «di proseguimento» delle azioni esecutive e cautelari disposto dall’art. 51 legge fall. Secondo una convincente opinione, emersa in dottrina, l’azione revocatoria si manifesta piuttosto come azione di accertamento con effetti costitutivi: rispetto alla quale chi la propone non chiede l’accertamento né di un diritto di credito, né di un diritto reale o personale di godimento; chiede, per contro, una pronuncia che ricostituisca la garanzia patrimoniale del proprio debitore. Secondo quanto, del resto, è compito precipuo delle procedure concorsuali di fare (cfr., per tutte, Cass., n. 21810/2015).
Né sembrerebbe potere assumere pregio, in proposito, il rilievo ¬fatto proprio pure dalla sentenza impugnata dal ricorrente – che l’azione revocatoria viene considerata azione strumentale all’esercizio di azioni esecutive sul patrimonio del debitore. La giurisprudenza di questa Corte ha già fermato l’attenzione sull’oggettiva esigenza di non procedere a frettolosi accostamenti e azioni che rimangono strutturalmente e funzionalmente distinte tra loro e separate. Nel caso di convenuto in revocatoria che sia fallito, le azioni esecutive – successive all’esito vittorioso di questa – non risulteranno comunque esercitabili, giusta appunto il divieto di cui all’art. 51 legge fall.: lo sbocco naturale e proprio dell’esito vittorioso consistendo – come si è già visto essere insegnamento tradizionale di questa Corte – nell’insinuazione del credito da restituzione (come in sostanza relativo al valore del bene di cui alla revoca) nel passivo fallimentare del convenuto perdente.
Ma da tenere in adeguato conto, sotto il profilo sistematico in specie, è pure la norma dell’art. 91 del d.lgs. n. 270/1999, dedicato alla regolamentazione della procedura di amministrazione straordinaria, che ammette la c.d. revocatoria aggravata nei confronti appartenenti al medesimo gruppo di quella dichiarata insolvente.
8. Segnalato in tal modo il contrasto esistente nella giurisprudenza di questa Corte, va ancora rilevato che il tema della proponibilità della revocatoria contro convenuto (già) fallito si pone pure come «questione di massima di particolare importanza» ex art. 374 cod. proc. civ.
Nel senso che l’operatività attuale presenta, in particolare, casi frequenti di spostamenti patrimoniali intervenuti tra società facenti parte di un medesimo gruppo e in avanzato stato di decozione, con lo scopo di «favorire», in prospettiva, una massa creditoria piuttosto che un’altra.

9. In conclusione, il Collegio ritiene di rimettere la causa al Primo presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite di questa Corte.
P.Q.M.

dispone la trasmissione del procedimento al Primo presidente per l’eventuale rimessione alle Sezioni Unite civili.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione civile.
assimilazioni in materia.

IMU

Soggetti obbligati al pagamento dell’IMU: situazioni particolari

“…in vista della scadenza del 18 giugno, chiariamo quali sono i soggetti obbligati al pagamento dell’IMU, con particolare focus su alcune situazioni particolari quali cittadini italiani residenti all’estero, eredi, diritto di abitazione del coniuge superstite e diritto di abitazione del coniuge separato, contratto preliminare di compravendita ed espropriazione…”

#PRIVACY CLIENTI- Documento informativo articolo 13 Reg. UE 2016/679- #GDPR – Informativa per trattamento di dati personali raccolti presso l’interessato

 

 

Nel rispetto di quanto previsto dal Reg. UE 2016/679 (Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali) Le forniamo le dovute informazioni in ordine al trattamento dei dati personali forniti. Si tratta di un’informativa che è resa ai sensi dell’art. 13 della Reg. UE 2016/679 (Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali)
Dati personali trattabili: «dato personale»: qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile («interessato»); si considera identificabile la persona fisica che può essere identificata, direttamente o
indirettamente, con particolare riferimento a un identificativo come il nome, un numero di identificazione, dati relativi all’ubicazione, un identificativo online o a uno o più elementi caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale; (C26, C27, C30)
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Tributaria, Guardia di Finanza, Ispettorato del Lavoro, ed in genere a tutti gli organi preposti a verifiche e controlli circa la regolarità degli adempimenti di cui alle finalità anzi indicate.
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Diritto all’#oblio e #diritto di #cronaca: le nuove regole della Cassazione

Il quadro giurisprudenziale nazionale ed europeo sul principio della riservatezza si apprende che il diritto all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti presupposti:

  1. contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico;
  2. interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia;
  3. elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese;
  4. modalità impiegate per ottenere e dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali;
  5. la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.

 Così Cassazione, Ordinanza n. 6919 del 20/03/2018:

[…] 3. Da tale quadro normativo – desumibile da un reticolo di norme nazionali (artt. 2 Cost., 10 cod. civ., 97 legge n. 633 del 1941) ed europee (artt. 8 e 10, comma 2 CEDU, 7 e 8 della Carta di Nizza) – e giurisprudenziale di riferimento deve, pertanto, inferirsi che il diritto fondamentale all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza di specifici e determinati presupposti: 1) il contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) l’interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali), da reputarsi mancante in caso di prevalenza di un interesse divulgativo o, peggio, meramente economico o commerciale del soggetto che diffonde la notizia o l’immagine; 3) l’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica e, segnatamente, nella realtà economica o politica del Paese; 4) le modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera (poiché attinta da fonti affidabili, e con un diligente lavoro di ricerca), diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al grande pubblico. In assenza di tali presupposti, la pubblicazione di una informazione concernente una persona determinata, a distanza di tempo da fatti ed avvenimenti che la riguardano, non può che integrare, pertanto, la violazione del fondamentale diritto all’oblio, come configurato dalle disposizioni normative e dai principi giurisprudenziali su esposti […] 

Fonte: www.cortedicassazione.it

Spese Universitarie- detrazioni

Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 17 marzo 2018 il decreto che fissa le soglie di spesa per l’università pubblica e privata che i contribuenti, per il 2017, devono utilizzare per il proprio modello 730/2018 o modello Redditi 2018. Ecco un riepilogo delle novità.
Gli importi fissati dal Miur rappresentano, come noto, la spesa massima detraibile riconosciuta per tasse e contributi di iscrizione versati dai contribuenti per la frequenza di corsi di laurea, laurea magistrale e laurea magistrale a ciclo unico delle Università non statali ovvero per la partecipazione a corsi di dottorato, di specializzazione e a master universitari di primo e secondo livello.
Analogamente a quanto previsto lo scorso anno, gli importi oggetto di detrazione sono modulati a seconda dell’area disciplinare di afferenza e della zona geografica in cui ha sede l’Ateneo.
Si ricorda che il decreto in esame è adottato poiché l’articolo 15, comma 1, lettera e) del Tuir prevede espressamente che ai contribuenti compete la detrazione Irpef del 19% delle spese sostenute “per la frequenza di corsi di istruzione universitaria presso università statali e non statali,
in misura non superiore, per le università non statali, a quella stabilita annualmente per ciascuna facoltà con decreto del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca (Miur) da emanare entro il 31 dicembre, tenendo conto degli importi medi delle tasse e contributi dovuti alle università
statali e considerando la disciplina e dell’area geografica”.
Di seguito si propone la tabella che indica i limiti di spesa ammessa all’agevolazione sopra ricordata:

 

Sono stati confermati, inoltre, i limiti di detrazione anche per i corsi post-laurea.
Da ultimo si ricorda che per il calcolo della detrazione, come previsto dal provvedimento, agli importi sopra esposti deve essere aggiunta anche la tassa regionale per il diritto allo studio.

Spese scolastiche fino al liceo – detrazioni

Visto che abbiamo trattato nella circolare precedente delle spese universitarie in questa ci occuperemo delle spese scolastiche per studenti non universitari.
La Legge 107/2015 che all’art.1 c.151 lett. a) modifica l’art. 15 c.1 del TUIR, ha consentito la detrazione del 19%, oltre che delle spese sostenute per la frequenza alle scuole secondarie, anche delle spese sostenute per la frequenza alle scuole dell’infanzia del primo ciclo d’istruzione, sia pubbliche che private.
OSSERVA
– il primo ciclo comprende la scuola materna, la scuola primaria, della durata di cinque anni (c.d. scuola elementare) e la scuola secondaria di primo grado (c.d. scuola media);
– il secondo ciclo riguarda la scuola secondaria di secondo grado (c.d. scuola superiore).
La detrazione spetta anche in caso di iscrizione ai corsi presso i Conservatori di Musica e gli Istituti musicali pareggiati, in base all’ordinamento antecedente il DPR n. 212 del 2005.
Quali spese detrarre
Tra le spese sostenute, rientrano in detrazione, in quanto connesse alla frequenza scolastica:
· le tasse di iscrizione e di frequenza;
· i contributi obbligatori;
· i contributi volontari;
· le erogazioni liberali deliberate dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenuti per la frequenza scolastica.
Nella Circolare 7/E/2017 dell’Agenzia delle Entrate viene fatta una vera e propria distinzione tra quello che è considerato contributo volontario e quella che è l’erogazione liberale erogata agli istituti scolastici, detraibile con il codice 12, con quanto invece viene inteso per erogazione liberale finalizzata all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento
dell’offerta formativa, detraibile, ai sensi dell’art. 15, comma 1, lett. i-octies) del TUIR, con il codice 31.
Rientrano tra le spese detraibili con il codice 12 (contributi volontari ed erogazioni liberali deliberate dagli istituti) le spese sostenute per:
· la mensa scolastica;
· i servizi scolastici integrativi quali l’assistenza al pasto e il pre e post scuola, anche se reso dal Comune;
· le gite scolastiche;
· l’assicurazione della scuola;
· ogni altro contributo scolastico finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa deliberato dagli organi d’istituto (corsi di lingua, teatro, ecc., svolti anche al di fuori dell’orario scolastico e senza obbligo di frequenza).
La detrazione non spetta per le spese relative all’acquisto di materiale di cancelleria e di testi scolastici e per il servizio di trasporto scolastico.
Quanto detrarre e quale documentazione è necessaria?
Per l’anno d’imposta 2017 la detrazione massima spettante per ogni figlio fiscalmente a carico è pari a euro 717,00.
Per le spese relative alla mensa scolastica va presentata (e conservata) la ricevuta del bollettino postale o del bonifico bancario intestata al soggetto destinatario del pagamento – scuola, Comune o altro – che deve riportare nella causale l’indicazione del servizio mensa, la scuola di frequenza e il
nome e cognome dell’alunno.
Il contribuente deve inoltre esibire e conservare le ricevute o le quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti a tale titolo nel corso del periodo d’imposta.
Nel caso in cui sia previsto il pagamento in contanti o con altre modalità(diverse da quelle sopra indicate) o nel caso di acquisto di buoni mensa in formato cartaceo o elettronico, la spesa potrà essere documentata mediante attestazione, rilasciata dal soggetto che ha ricevuto il pagamento o dalla scuola, che certifichi l’ammontare della spesa sostenuta nell’anno e i dati
dell’alunno / studente.
Per le spese relative a gite scolastiche, corsi di lingua, di teatro, assicurazione della scuola e altri contributi scolastici finalizzati all’ampliamento dell’offerta formativa va presentata (e conservata) la ricevuta o la quietanza di pagamento contente gli importi sostenuti nel corso dell’anno d’imposta e i dati dell’alunno – studente.
Se il pagamento è stato effettuato nei confronti di soggetti terzi il documento comprovante la spesa consiste nell’attestazione dell’istituto scolastico, dalla quale risulti anche la delibera di approvazione e i dati dell’alunno / studente. Visto che abbiamo trattato nella circolare precedente delle spese universitarie in questa ci occuperemo delle spese scolastiche per studenti non universitari.
La Legge 107/2015 che all’art.1 c.151 lett. a) modifica l’art. 15 c.1 del TUIR, ha consentito la detrazione del 19%, oltre che delle spese sostenute per la frequenza alle scuole secondarie, anche delle spese sostenute per la frequenza alle scuole dell’infanzia del primo ciclo d’istruzione, sia pubbliche che private.
OSSERVA
– il primo ciclo comprende la scuola materna, la scuola primaria, della durata di cinque anni (c.d. scuola elementare) e la scuola secondaria di primo grado (c.d. scuola media);
– il secondo ciclo riguarda la scuola secondaria di secondo grado (c.d. scuola superiore).
La detrazione spetta anche in caso di iscrizione ai corsi presso i Conservatori di Musica e gli Istituti musicali pareggiati, in base all’ordinamento antecedente il DPR n. 212 del 2005.
Quali spese detrarre
Tra le spese sostenute, rientrano in detrazione, in quanto connesse alla frequenza scolastica:
· le tasse di iscrizione e di frequenza;
· i contributi obbligatori;
· i contributi volontari;
· le erogazioni liberali deliberate dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenuti per la frequenza scolastica.
Nella Circolare 7/E/2017 dell’Agenzia delle Entrate viene fatta una vera e propria distinzione tra quello che è considerato contributo volontario e quella che è l’erogazione liberale erogata agli istituti scolastici, detraibile con il codice 12, con quanto invece viene inteso per erogazione liberale finalizzata all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento
dell’offerta formativa, detraibile, ai sensi dell’art. 15, comma 1, lett. i-octies) del TUIR, con il codice 31.
Rientrano tra le spese detraibili con il codice 12 (contributi volontari ed erogazioni liberali deliberate dagli istituti) le spese sostenute per:
· la mensa scolastica;
· i servizi scolastici integrativi quali l’assistenza al pasto e il pre e post scuola, anche se reso dal Comune;
· le gite scolastiche;
· l’assicurazione della scuola;
· ogni altro contributo scolastico finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa deliberato dagli organi d’istituto (corsi di lingua, teatro, ecc., svolti anche al di fuori dell’orario scolastico e senza obbligo di frequenza).
La detrazione non spetta per le spese relative all’acquisto di materiale di cancelleria e di testi  scolastici e per il servizio di trasporto scolastico.
Quanto detrarre e quale documentazione è necessaria?
Per l’anno d’imposta 2017 la detrazione massima spettante per ogni figlio fiscalmente a carico è pari a euro 717,00.
Per le spese relative alla mensa scolastica va presentata (e conservata) la ricevuta del bollettino postale o del bonifico bancario intestata al soggetto destinatario del pagamento – scuola, Comune o altro – che deve riportare nella causale l’indicazione del servizio mensa, la scuola di frequenza e il
nome e cognome dell’alunno.
Il contribuente deve inoltre esibire e conservare le ricevute o le quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti a tale titolo nel corso del periodo d’imposta.
Nel caso in cui sia previsto il pagamento in contanti o con altre modalità(diverse da quelle sopra indicate) o nel caso di acquisto di buoni mensa in formato cartaceo o elettronico, la spesa potrà essere documentata mediante attestazione, rilasciata dal soggetto che ha ricevuto il pagamento o dalla scuola, che certifichi l’ammontare della spesa sostenuta nell’anno e i dati
dell’alunno / studente.
Per le spese relative a gite scolastiche, corsi di lingua, di teatro, assicurazione della scuola
e altri contributi scolastici finalizzati all’ampliamento dell’offerta formativa va presentata (e conservata) la ricevuta o la quietanza di pagamento contente gli importi sostenuti nel corso dell’anno d’imposta e i dati dell’alunno / studente.
Se il pagamento è stato effettuato nei confronti di soggetti terzi il documento comprovante la spesa consiste nell’attestazione dell’istituto scolastico, dalla quale risulti anche la delibera di approvazione e i dati dell’alunno / studente.

Contributi previdenziali ed assistenziali: istruzioni per la deducibilità

Nel liquidare le imposte, in sede di Dichiarazione dei Redditi, occorre tener in considerazione, al fine di beneficiare degli “sconti” riconosciuti dall’Agenzia delle Entrate anche degli oneri deducibili. Gli Oneri deducibili vengono dedotti dal reddito complessivamente prodotto dal contribuente per determinare il reddito imponibile sul quale applicare le imposte. I contributi previdenziali ed assistenziali rientrano tra gli oneri deducibili ai fini della determinazione del reddito imponibile IRPEF. Quali sono gli oneri previdenziali e assistenziali che possono essere dedotti dal reddito? Quali sono i soggetti a cui compete la detrazione?
Premessa.
I contributi previdenziali ed assistenziali sono spese che vengono sostenute durante l’anno e che permettono di avere un risparmio di imposta sia nel caso di soggetti che dovranno compilare il modello 730 sia per coloro che compileranno il modello Redditi. Nello specifico, per il modello 730 si tratta della compilazione del quadro E (rigo E21) mentre nel caso del modello Redditi si tratterà del quadro RP (rigo RP21).
Va specificato che, nel caso di contribuenti che aderiscono al c.d. ‘Regime dei Minimi o Forfettario’ tale importo va riportato all’interno del riquadro LM al fine della deduzione dal reddito complessivo. Reddito complessivo meno Oneri deducibili uguale Reddito Imponibile.

Quali sono gli oneri previdenziali e assistenziali.
L’articolo 10 del TIUR disciplina gli oneri deducibili ai fini IRPEF ed identifica, per quanto riguarda i contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori o versati facoltativamente, due maxi aree, ovvero:
– quelli versati in ottemperanza a disposizioni di legge, cioè quelli il cui omesso
versamento comporta l’applicazione di sanzioni da parte dell’ente pensionistico di appartenenza;
– quelli versati facoltativamente alla gestione della forma pensionistica obbligatoria di appartenenza, in particolare per riscatti, prosecuzione volontaria del versamento dei contributi, ricongiunzione di periodi assicurativi maturati presso altre gestioni previdenziali obbligatorie.
Andiamo adesso a vedere, nello specifico, quali sono gli oneri previdenziali ed assistenziali che possono essere dedotti dal reddito:
· i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori per legge, cioè i contributi dovuti alla propria cassa di previdenza quali, ad esempio, i contributi versati all’INPS da artigiani e commercianti, i contributi versati all’ENASARCO dagli agenti e rappresentanti, i contributi versati alle rispettive Casse di previdenza dai professionisti, e quelli versati per il riscatto di laurea;
· i contributi per pensioni integrative, cioè destinati a forme di previdenza complementare (sono contributi versati ad un fondo pensione che integrerà la pensione ordinaria), nel limite di 5.164,47 euro;
· le spese mediche e di assistenza specifica per persone con disabilità (in caso di degenza presso un istituto, è deducibile la quota di spese, solitamente certificata dall’istituto stesso, relativa alle spese mediche e paramediche);
· i contributi previdenziali e assistenziali versati per voi e per badanti, colf, donne di servizio, baby sitter e assimilate limitatamente alla parte effettivamente rimasta a vostro carico.
A chi compete la deduzione.
È opportuno, inoltre, specificare che i soggetti a cui compete la deduzione sono coloro che sostengono la spesa anche nel caso in cui la spesa venga effettuata per familiari a carico. Inoltre, ciò che si evince dall’elenco appena letto è che saranno deducibili sia gli oneri imposti dalla legge sia quelli che vengono sostenuti volontariamente.

In merito alla deducibilità dei contributi versati, l’art. 8 comma 5 del D.Lgs n. 252 del 5 dicembre 2005 stabilisce che sono deducibili i contributi versati alle forme pensionistiche complementari nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico per la quota da questi ultimi non dedotta, fermo restando il limite massimo di deducibilità previsto, pari a 5.164,57 euro. Ne consegue che la parte di contributi che non può essere dedotta dal soggetto a carico, potrà essere portata in deduzione dal contribuente (cui quel soggetto risulta a carico). Nel caso di contribuenti che ricorrono al modello Redditi, va specificato che andrà fatto riferimento ai dati che verranno loro forniti dall’ente previdenziale a cui appartengono, mentre, nel caso dei contribuenti che ricorrono al modello 730, la procedura sarà molto più immediata grazie alla possibilità di attingere ai dati che l’Agenzia delle entrate utilizza per la creazione dei modelli precompilati.
ATTENZIONE
La deduzione compete esclusivamente per il periodo di imposta nel quale l’onere stesso, in tutto o in parte, viene sostenuto. Pertanto sono ammessi al beneficio fiscale soltanto gli oneri effettivamente pagati nel periodo di imposta per il quale viene chiesta la deduzione.

Ufficio Amministrazione e contabili.