Fusioni e acquisizioni, Avv. Mennato Fusco: “Le nostre PMI soffrono la concorrenza del mercato straniero”

Il mercato straniero domina in Italia su quello nostrano e fusioni, acquisizioni e private equity soffrono la concorrenza senza, apparentemente, riuscire a reagire. «Anche se ci stiamo evolvendo, grazie anche al cambiamento di mentalità degli imprenditori, su dieci operazioni oggi almeno sette sono ad appannaggio di fondi private equity o strategici oltreconfine», spiega Mennato Fusco, responsabile del dipartimento M&A e Capital market di Mainini & Associati. «Nel 2020 questo tipo di operazioni sono valse 48 miliardi d’euro nel nostro Paese, in linea con i dati del 2019 nonostante la crisi scatenata dal Coronavirus. Per il solo Merger e Acquisition gli investimenti sono stimabili in 39 miliardi d’euro, dato in salita del 6% rispetto l’anno precedente. Tale crescita può passare anche da realtà estere, il problema è che lo scenario italiano non è sviluppato come quello europeo o americano. Questo implica che diversi soggetti acquisiscono società in Italia che hanno grande spazio e poca concorrenza».

Con il golden power da una parte si vogliono tutelare le società strategiche dalle cosiddette scalate ostili straniere, ma dall’altra non si rischia di scoraggiare gli investimenti in Italia?

«Il problema è che le aziende italiane non solo non investono su quelle straniere, ma non sono in grado di farlo neanche sulle italiane stesse. Motivo che ha spinto il legislatore a intervenire anche in materia di incentivi».

Quali incentivi sono previsti per questo tipo di operazione?

«La quotazione in borsa, per esempio, è molto incentivata dal punto di vista fiscale. Sulle aziende gravano molto le spese professionali, quindi il legislatore ha previsto la deducibilità, un credito del 50% nella fattispecie, per spese notarili, fiscali, legali e via dicendo. Poi bisogna tenere presente tutte quelle norme che consentono di ottenere crediti d’imposta, deduzioni e detrazioni per chi investe in aumento di capitale».

Per quale motivo una piccola media impresa, soprattutto in un momento come questo, dovrebbe orientarsi verso strumenti come l’M&A, il private equity o la quotazione in borsa?

«È proprio in un momento di incertezza come questo che ha più senso. L’Italia è composta da tante piccole imprese eccellenti. L’aggregazione tra queste, in termini di M&A o private equity, potrebbe renderle competitive sul mercato globale. Per esempio l’ingresso di un fondo di private equity nel capitale di una Pmi non solo apporterebbe liquidità, ma anche know how, relazioni, network. Così facendo si potrebbero fronteggiare i grossi player internazionali, che molte volte sono gli avversari delle realtà non strutturate. Da parte nostra notiamo comunque una crescita del numero di operazioni che interessano le società più piccole».

Di quanto sono aumentate?

«Rispetto al 2017/18 almeno di un 20%. Non solo i fondi guardano sempre con più attenzione alle aziende di dimensioni minori, ma c’è un approccio diverso degli imprenditori, che stanno cambiando mentalità. Solitamente c’è una certa reticenza da parte delle imprese familiari ad aprire il capitale a terzi, a divulgare informazioni. Esistono realtà eccellenti nelle province italiane che non conoscono l’impatto positivo che queste operazioni potrebbero avere».

Una Pmi quale strumento dovrebbe scegliere?

«Dipende dal tipo di azienda, dal momento che sta attraversando. Immagiamo un imprenditore che non ha eredi. Se vuole fa sopravvivere la sua società lo strumento migliore è la cessione a un fondo di private equity, che sarà in grado, grazie alle competenze manageriali, di farla sopravvivere al proprietario a prescindere dalla sua presenza».

Avv. Mennato Fusco

Fusioni e acquisizioni, Fusco: «Le nostre PMI soffrono la concorrenza del mercato straniero» – il Bollettino , Ilbollettino

 

I limiti dell’intelligenza artificiale: le emozioni, l’umanità delle azioni e soluzioni per il futuro

L’ intelligenza artificiale è  in grado di comprendere i sentimenti o esprimere emozioni?

Nonostante la tecnologia si sia evoluta molto negli anni e abbia dato soluzioni efficienti a problemi fino a poco tempo fa impossibili, i sistemi di intelligenza artificiale non sono ancora in grado di provare emozioni. Si sostiene, infatti, che i computer non siano dotati di uno stato di coscienza, intesa come consapevolezza del proprio essere e della propria realtà mentale, e che pertanto non sarebbero in grado di elaborare quei complicati processi che integrano le informazioni, dandone un significato.

D’altra parte invece, l’essere umano è per definizione dotato di forte intelligenza emotiva. Le emozioni, infatti,  sono esperienze soggettive complesse che variano a seconda della nostra storia, cultura e contesto di riferimento. Tra le tante, ad esempio, la rabbia svolge un ruolo molto importante nella nostra vita in quanto genera una naturale predisposizione alla lotta contro le ingiustizie; allo stesso modo, l’empatia è cruciale in quanto permette l’instaurazione di relazioni trasparenti e positive: “mettersi nei panni dell’altro”, comprendere le fragilità altrui e agire di conseguenza.

L’infinità di sentimenti e emozioni che caratterizzano l’essere umano, sembrerebbe rappresentare un presupposto per la costruzione di un rapporto fiducia tra simili. Pertanto, è evidente che la mancanza di emotività e umanità nei sistemi intelligenti potrebbe rappresentare in futuro un insormontabile ostacolo per una solida interazione tra IA e esseri umani.

Tuttavia, la realtà potrebbe cambiare radicalmente attraverso la creazione di un processo di costruzione di fiducia nei sistemi di intelligenza artificiale.

A tal proposito, l’IA ha già dimostrato un notevole successo nel trattamento di pazienti/veterani affetti di DPTS (Disturbo post traumatico da stress): si tratta di una terapista virtuale creata dall’Institute for Creative Technologies della University of Southern California e finanziata dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA). Ellie, così si chiama, è molto brava ad ascoltare senza pregiudizi, a fornire adeguate risposte ai paziente ed è in grado di abbattere i muri che si possono creare nel rapporto medico/paziente, determinati dalla riluttanza di un soggetto a rivelare informazioni sensibili a un altro essere umano: i veterani hanno dimostrato più disponibilità ad aprirsi e ad avere fiducia nell’IA!

Infine, non mancano i tentativi nel mondo della robotica di creazione di sistemi di “intelligenza artificiale emotiva” ovvero macchine in grado di comprendere lo stato d’animo dell’essere umano (ad esempio, Affectiva e Empath).

In conclusione, i sistemi intelligenti dovranno ancora superare molti ostacoli, tra cui la mancanza di emozioni e quindi di “umanità”; tuttavia i progressi nel mondo della tecnologia continuano a dare ampia prova dell’elevata capacità dell’IA, che tende a migliorare con il passare del tempo.

Dopo tutto, “il vero pericolo non è che i computer inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come i computer(Sydney Harris).

Melissa Trevisan Palhavan e Andrea Filippo Mainini

Studio Mainini & Associati, avvocati e commercialisti

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Mancata partecipazione del litisconsorte necessario al giudizio di primo grado e ragionevole durata del processo

Il litisconsorte necessario pretermesso che interviene nel giudizio di impugnazione accettando lo stato degli atti preclude il rimedio di cui all’art. 354 c.p.c.

In relazione alla mancata partecipazione del litisconsorte necessario al giudizio di primo grado, l’art. 354 c.p.c. predispone, quale rimedio necessario alla integrazione del contraddittorio, la rimessione del giudizio al primo grado. La ratio della disposizione risiede nella esigenza di tutelare il diritto di difesa della parte che, pur avendone diritto, non è stata chiamata a partecipare al giudizio e nei cui confronti la decisione produce effetti (art. 102 c.p.c.). Mediante la rimessione (artt. 353-354 c.p.c.), infatti, si determina la parziale nullità del giudizio di primo grado, limitato dalla mancata partecipazione di un contraddittore necessario. A quest’ultimo, si deve infatti assicurare la parità di armi difensive consentendogli, con la riapertura del giudizio di primo grado, di articolare le proprie difese analogamente a quanto garantito alle controparti.

Occorre precisare che il rimedio ex art. 354 c.p.c., con riferimento all’ipotesi del litisconsorte pretermesso, è da intendersi quale norma posta ad esclusiva protezione della parte in questione e non già delle altre che astrattamente potrebbero contestare la lesione del proprio diritto di difesa da farsi valere nei confronti della parte pretermessa. Difatti, la fattispecie in commento poggia sulla duplice necessità di garantire il contraddittorio ed anche  ragionevole durata del processo. Sul punto, l’orientamento granitico della Corte di Cassazione è diretto a ritenere che il giudice non possa rilevare d’ufficio il difetto di contraddittorio né rimettere la causa al giudice di primo grado, nell’ipotesi di intervento volontario in appello del litisconsorte necessario pretermesso qualora la parte accetti la causa nello stato in cui si trova. Tale tesi, come anticipato, poggia sul principio fondamentale della ragionevole durata del processo (espresso all’art. 111 co. 2 Cost. e all’art. 6 CEDU), principio che verrebbe compromesso da comportamenti ostativi ad una celere definizione della controversia, come nel caso in cui, per espressa accettazione della parte pretermessa, debba decidersi la causa in conformità con quanto statuito in primo grado. Il predetto indirizzo, attestato da oltre vent’anni (ex plurimis Cass. 4883/1993; Cass. 5674/1997; Cass. 16504/2005; Cass. 9117/2015) trova conferma, da ultimo, nelle più recenti pronunce di legittimità (si veda Cass. 26631/2018; Cass. 10660/2020).

Pertanto, in ossequio al principio di ragionevole durata del processo, nell’applicazione della fattispecie in esame occorre evitare comportamenti che si concretino in dispendio di attività processuale e inconcludenti formalità. In ossequio al menzionato principio, la Corte ritiene che insistere per la rimessione in primo grado nei casi in cui la riapertura del giudizio non soccorra esigenze difensive del litisconsorte determini un ingiustificato e inutile appesantimento e retrocessione della controversia.

Concludendo, il litisconsorte necessario pretermesso che intervenga volontariamente nel giudizio di impugnazione accettando lo stato della causa nonché gli atti compiuti senza la sua partecipazione e domandando che la stessa sia decisa in conformità a quanto già statuito sana la precedente irregolarità. La parte pretermessa recupera la garanzia del diritto di difesa, precludendo, così, l’applicazione del rimedio di cui all’art. 354 c.p.c., divenuto ormai superfluo. La giurisprudenza, costante nell’esposizione della citata impostazione reputa, secondo un giudizio astratto, che nessuna delle altre parti venga lesa nelle proprie facoltà processuali nel caso di mancata rimessione per accettazione da parte del litisconsorte. Un eventuale pregiudizio sofferto in concreto potrebbe, dunque, essere in grado di smuovere la radicata tendenza del diritto vivente che, ad oggi, non incontra dissensi.

Dott.ssa Clara Cimino

Avv. Andrea Filippo Mainini