POLIZZE ASSICURATIVE E CODICE DELLA CRISI DI IMPRESA, QUALI STRUMENTI ASSICURATIVI A TUTELA DEI VERTICI SOCIETARI

L’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. 14/2019, in attuazione della Legge 19 ottobre 2017, n. 155), rivoluzionerà il modo di condurre gli affari per moltissime Imprese – in parte lo ha già fatto per le norme già in vigore a partire dal 16 marzo 2019.

Diviene fondamentale comprenderne gli effetti, le novità e conoscere quali siano gli accorgimenti pratici e minimi per arrivare preparati, soprattutto in tema di responsabilità.

Le disposizioni di legge

Prevenire è meglio che curare, soprattutto se le ferite rischiano di essere davvero profonde. Questo è il senso che riassume l’obiettivo primario della riforma della legge fallimentare: prevenire l’insolvenza. Come fare ciò? Innanzitutto, le aziende devono dotarsi di modelli organizzativi adeguati e strutturati, finalizzati a limitare le situazioni in cui, dalle proprie azioni, possano scaturire effetti negativi tali da condurre la propria impresa ad uno stato di crisi irreversibile. Le aziende dovrebbero adoperarsi non solo per la salvaguardia della continuità aziendale ma anche e soprattutto son chiamate a rispondere in relazione alla responsabilità sociale derivante dagli effetti sul tessuto economico-sociale delle proprie azioni ed omissioni. Pertanto, appare ragionevole affermare che l’obiettivo primario della riforma in esame sia quello della prevenzione. Tre sono le macro finalità: 1) salvaguardare la continuità aziendale, 2) tutelare tutti gli stakeholders, 3) ridurre gli impatti negativi sull’economia generale.

Il Codice della Crisi ha aggiunto, in punto di responsabilità per i vertici societari, un nuovo comma all’articolo 2086 del Codice civile: “L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.” L’imprenditore deve, quindi, dotarsi di strumenti in grado di consentirgli di effettuare un monitoraggio costante del rischio di perdita della continuità aziendale. Il fondamentale presupposto del “going concern” assume una valenza diversa. Non solo rappresenta un criterio guida per le valutazioni di bilancio degli amministratori (come previsto dal Principio Contabile OIC 11) ma, in un’ottica di facilitazione dell’emersione precoce della crisi, diventa strumento molto utile. Il principale criterio di valutazione dell’adeguatezza degli assetti organizzativi è rinvenibile, infatti, nella loro capacità di garantire un monitoraggio costante della dinamica aziendale e della sua prospettica continuità nell’esercizio in corso. La vera sfida che gli adeguati assetti organizzativi sono chiamati ad affrontare è riuscire a verificare la sostenibilità della continuità aziendale. Valutazioni ed analisi da effettuarsi costantemente e non solo all’approvazione del bilancio di esercizio. Ciò comporta, in concreto, lo sviluppo di presidi volti a rilevare e misurare indicatori di natura quantitativa ma anche qualitativa, con responsabilità omissiva in capo ai vertici aziendali. Allo stesso modo, l’articolo 14 del Codice della Crisi amplia il ventaglio di responsabilità in capo all’organo di controllo.

Quali strumenti assicurativi?

In questo contesto è degna di menzione una copertura assicurativa conosciuta, tra gli operatori del settore specializzati nel Financial Line, come Polizza D&O (Directors and Officers). Si tratta di uno strumento di nicchia che garantisce una copertura assicurativa ad hoc per la responsabilità civile di amministratori, dirigenti e organi di controllo nel caso di violazioni accertate degli obblighi previsti dalla legge in materia di responsabilità per la crisi di impresa, nonché delle norme del codice civile. Scopo principale della polizza è di proteggere il patrimonio personale dei beneficiari e dei loro congiunti – nel caso in cui questi ultimi fossero chiamati a rispondere qualora sussistessero i presupposti di legge – da eventuali pretese risarcitorie proposte da terzi (dipendenti, fornitori, venditori, concorrenti, investitori ecc.) per fatti illeciti compiuti nella gestione dell’azienda. È bene rammentare, infatti, che le possibili richieste di risarcimento da parte di terzi nei confronti dei vertici societari possono essere avanzate in conseguenza di fatti anche colposi, commissivi od omissivi, compiuti in violazione dei doveri previsti da leggi o dallo statuto.

Polizza D&O – SIDE A o B?

Prima di sottoscrivere qualsiasi contratto è buona prassi effettuare un’analisi preliminare delle condizioni in esso contenute. Nel caso specifico, ancor prima di esaminare i testi di polizza è necessario verificare attentamente i documenti interni all’azienda (ad esempio: statuto, deliberazioni dell’assemblea dei soci, deliberazioni del consiglio di amministrazione ecc.) rilevando se sia contemplato l’obbligo di manleva della società nei confronti dei suoi amministratori e/o dirigenti.

Come noto, con il patto di manleva (contratto atipico in quanto non previsto dalla legge) una parte (il mallevatore) assume su di sé gli effetti patrimoniali negativi derivanti dalla responsabilità di un altro soggetto (mallevato). Lo strumento giuridico in esame viene spesso utilizzato, nell’ambito dei rapporti societari, nelle relazioni tra amministratore e soci e amministratore e società. In tal modo, gli amministratori sono tenuti indenni dalle responsabilità derivanti dall’attività gestoria svolta durante un determinato periodo di tempo.

È evidente, dunque che l’operatività della polizza D&O varierà a seconda della presenza o meno di detta clausola. Nel primo caso l’assicuratore, nei limiti ed alle condizioni previste dal contratto, si obbligherà a tenere indenne la Società e si impegnerà pertanto a rimborsare quanto da questa sia stato indennizzato alle persone assicurate a seguito di richieste risarcitorie avanzate nei confronti di queste ultime (SIDE B). Nella seconda ipotesi, l’assicuratore si obbliga a tenere indenne le persone assicurate da qualunque perdita patrimoniale in conseguenza di una richiesta di risarcimento presentata da terzi nei loro confronti, come pattuito nel contratto di polizza (SIDE A).

 

CONCLUSIONI

La diligenza richiesta ad amministratori, direttori generali ed organi di controllo è sempre più caratterizzata da elementi di professionalità e, dunque, soggetta ad essere valutata con più severità da tutti gli stakeholders.

La situazione pandemica, inoltre, ha aggravato di ulteriori adempimenti in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro e la congiuntura internazionale, caratterizzata da un’aggressiva concorrenza tra le imprese, la continua evoluzione della normativa italiana ed europea (D.lgs. 231/2001 e GDPR ecc.) e l’attenzione sempre maggiore sulla responsabilità personale dei vertici societari, stanno rendendo il ruolo degli amministratori e dei dirigenti sempre più rischioso.

Tutto ciò si ripercuote negativamente sui processi decisionali e, di conseguenza, sulle performance delle imprese. Considerate le molteplici fonti di responsabilità, i rischi a cui sono soggetti gli organi amministrativi e direttivi delle imprese nello svolgimento dei loro incarichi (rischi che non possono essere eliminati del tutto, ma solo in parte) diventa fondamentale – nonché strategico – adottare anche strumenti assicurativi in grado di tutelare i vertici societari e di incentivare l’assunzione di tali cariche.

In tal senso, un contratto D&O, stipulato con un professionista qualificato e costruito “su misura” rispetto alle proprie esigenze, può rappresentare una valida difesa rispetto al rischio “giuridico” di mala gestio ampiamente intesa.

 

dott. Simone Gritti, Commercialista

dott. Aldo Mainini - Senior Associate

Settore Commercialistico -Studio Mainini & Associati

pubblicato su:

Codice della crisi di impresa: strumenti assicurativi a tutela dei vertici societari (economia.news)

 

Vigilanza durante la crisi d’impresa: rapporti tra sindaci e amministratore unico

Vigilanza durante la crisi d’impresa: rapporti tra sindaci e amministratore unico

Il collegio sindacale di società non quotate è tenuto a richiedere all’amministratore unico specifiche informazioni sull’andamento della società con periodicità almeno semestrale. Lo ha previsto il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili nella Norma di comportamento 4.3.

 La Norma di comportamento 4.3 rappresenta una novità tra le norme rivolte al collegio sindacale emanate dal CNDCEC: è in vigore dal 1° gennaio 2021 ed è rivolta alle numerose società che affidano la gestione e la rappresentanza ad un organo monocratico, anziché collegiale.

L’amministratore unico, in questi casi, agisce autonomamente e non è tenuto a redigere il libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione: ciò significa che il compito di controllo dei sindaci è più arduo a causa della difficoltà di acquisire le informazioni gestionali circolarizzate nelle riunioni del CdA.

In tale ambito si colloca la nuova Norma 4.3: il collegio sindacale può richiedere informazioni all’amministratore unico, almeno con cadenza semestrale con riferimento alle decisioni più rilevanti, e con cadenza trimestrale qualora il collegio sindacale valuti che la situazione della società o il verificarsi di fatti ed eventi particolarmente significativi per la stessa, possano essere fonte di rischi significativi.

Secondo la norma in commento le informazioni devono essere richieste all’amministratore unico:  1) in forma scritta, a mezzo PEC inviata dal sindaco unico, oppure dal presidente del collegio sindacale previo accordo con gli altri membri dell’organo di controllo o a maggioranza, all’amministratore unico; 2) attraverso la consultazione, anche via mail, del libro delle determine dell’amministratore unico, se istituito; 3) nel corso delle ispezioni periodiche. Il collegio sindacale può comunicare all’amministratore il proprio verbale, che riepiloga i dati e le informazioni acquisiti, oppure può chiedere all’amministratore la sottoscrizione del verbale del collegio, contestualmente redatto, così che egli confermi che quanto trascritto coincida con le informazioni da lui fornite.

Le informazioni da richiedere all’amministratore dipenderanno dal settore in cui opera la società, dal suo ciclo produttivo e dalla situazione gestionale che la stessa sta attraversando.

Fra le informazioni più rilevanti possono rientrare: notizie in merito all’adeguatezza dell’assetto organizzativo richiesto dall’art. 2086 c.c., nuove aree di rischio, se si siano innescati contenziosi, se si siano avute ispezioni da parte di organi accertativi (fiscali, previdenziali o di altro genere), se la società abbia stipulato nell’ultimo periodo contratti di mutuo o di finanziamento o, infine, se siano stati ottenuti finanziamenti dai soci o programmate operazioni sul capitale.

Qualora l’amministratore unico rifiuti di fornire le informazioni e i dati richiesti sulla gestione e sulle principali operazioni aziendali, i sindaci potranno esercitare i poteri di indagine e potranno adottare concrete iniziative dirette a impedire atti di mala gestio, come la segnalazione all’assemblea e/o la denunzia al tribunale ex art. 2409 c.c.

È infatti utile ricordare che il collegio sindacale ha l’obbligo di denunzia ex art. 2409 c.c. qualora, a seguito dell’attività di vigilanza, riscontri situazioni di grave irregolarità nella gestione, di inosservanza delle norme di legge e dello statuto e/o di disposizioni regolamentari, nonché di violazione dei principi di corretta amministrazione e adeguatezza e funzionamento dell’assetto organizzativo e amministrativo-contabile rispetto alla capacità di rilevare tempestivamente indizi di crisi o segnali e circostanze in cui la continuità sia messa in pericolo (art. 2086 del codice civile, da poco modificato a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Codice della crisi di impresa).

Una delle prime applicazioni del dovere di denuncia dei sindaci ex art. 2409 c.c. per l’inosservanza da parte degli amministratori dei nuovi obblighi previsti dall’art. 2086 c.c si ritrova nella sentenza n. 9119/19 del Tribunale di Milano. La sentenza in esame offre lo spunto per svolgere alcune interessanti riflessioni sull’efficacia degli strumenti di allerta e prevenzione interni al diritto societario, già in vigore, in relazione alle misure esterne di allerta previste dal Codice della crisi, la cui entrata in vigore è rinviata al 1° settembre 2021, a causa dell’emergenza Covid-19.

La condotta dell’amministratore che si limiti a verificare lo stato di crisi dell’impresa, senza attivarsi prontamente per adottare i necessari rimedi per il superamento dello stesso, non è di per sé in linea con i doveri gestori oggi predicati dall’art. 2086 c.c..

Il Tribunale di Milano accoglieva infatti la denunzia per gravi irregolarità nella gestione presentata dal collegio sindacale ex art. 2409 c.c. di due società per azioni (controllante e controllata), gestite dal medesimo amministratore unico, al quale viene addebitata la violazione degli obblighi di istituire adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili idonei alla verifica della continuità aziendale e di attivarsi senza indugio per adottare i rimedi per il superamento della crisi. Il Tribunale, constatata la situazione di crisi delle società e l’inerzia dell’amministratore unico, ne ha disposto la revoca, ritendendo che gli interventi predisposti dall’amministratore, in assenza di un piano industriale o di ristrutturazione del debito, configurassero “mere possibilità” di superamento della crisi: “condotte di per sé non in linea con i doveri gestori oggi predicati dall’articolo 2086 c.c.”.

La sentenza conferma che la sussistenza di un sistema di monitoraggio e gestione della crisi interno alla società presuppone la pianificazione degli interventi e delle operazioni necessarie a ripristinare le condizioni di equilibrio economico patrimoniale: non è sufficiente che l’amministratore si limiti alla ricerca di finanziatori ovvero alla valutazione della possibilità di cessione di alcuni rami aziendali.

In conclusione, diventa sempre più importante per i sindaci non considerare il proprio ruolo come semplice verifica annuale ex post, bensì come un dialogo continuo con la società vigilata e il suo organo amministrativo in considerazione del fatto che, inoltre, le Norme di comportamento sono destinate a disciplinare l’attività dei componenti del Collegio sindacale della maggioranza delle società presenti sul mercato: tutte le società non quotate, tutte le S.r.l. con sindaco unico che non siano stati incaricati della revisione legale, le S.a.p.a. e le società cooperative – ferme restando le ulteriori attribuzioni che l’ordinamento affida all’organo di controllo in considerazione della peculiarità del modello cooperativo.

Riferimenti normativi

  • CNDCEC, versione aggiornata al 12 gennaio 2021 con le disposizioni introdotte dalla Legge 30 dicembre 2020 n. 178 “Norme di comportamento del collegio sindacale di società non quotate”
  • 2380-bis c.c.
  • 2086 c.c.
  • 2409 c.c.
  • Codice della Crisi, D.Lgs. n. 14/2019

Dott.ssa Silvia Crespi e Dott. Aldo Mainini,

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