Paola Cavallero e Roberto De Vito: contributi propositivi di modifica del Decreto

Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta. Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici e per molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019. Su queste coraggiose imprese “neocostituite” proponiamo un contributo propositivo di modifica al Decreto.

Leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse ma la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Sono note a tutti le parole con il quale il Presidente Mario Draghi ha annunciato il via libera da parte del Consiglio dei Ministri alla bozza del Decreto Sostegni, approvato nella serata di venerdì 19 marzo 2021:

  • “Questo decreto è una risposta significativa e molto consistente alle povertà, al bisogno che hanno le imprese e ai lavoratori, è una risposta parziale ma il massimo che abbiamo potuto fare all’interno di questo stanziamento”
  • “I capisaldi di questo decreto sono gli aiuti alle imprese, il sostegno al lavoro e la lotta contro la povertà” 
  • “L’obiettivo di questo decreto è dare più soldi a tutti, darli velocemente e dare il massimo possibile”
  • “E’ necessario accompagnare le imprese e i lavoratori nel percorso di uscita dalla pandemia, questo è un anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi, verrà il momento di guardare al debito ma non è questo il momento, di pensare al Patto di stabilità”

Ed ancora: “una grandissima iniezione di fiducia per le attività e le partite iva colpite dalle chiusure degli ultimi mesi. Il Governo c’è e ci sarà”, ha commentato il Ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà.

Se leggendo le norme del decreto e valutando le misure attuate dal Governo è apprezzabile l’impegno profuso nell’andare incontro anche ad attività sinora costrette a rimanere completamente chiuse, si registrano alcuni obiettivi raggiunti, purtroppo quella tanto attesa boccata d’ossigeno e di iniezione di ristoro per le imprese non è arrivata o, quantomeno, non nei termini auspicati.

Il rischio è che si giunga al “colpo di grazia” definitivo per alcuni comparti economici: arriveranno, ma non a tutti, contributi minimi a fondo perduto.

Aiutare in questo modo produce solo una forte criticità: aumento del debito, per chi se lo potrà permettere, e chiusura delle attività nella peggiore delle ipotesi.

Nello scenario attuale gli imprenditori di alcune categorie non possono più “sopravvivere” ma devono agire, è cruciale se non vogliono compromettere ulteriormente la loro situazione.

Ed in questa prospettiva la risposta del Governo non è adeguata alle necessità, all’altezza delle loro aspettative perchè il sostegno alle attività con formule calibrate esclusivamente sulle perdite di fatturato, peraltro con iniquo rapporto tra calo di incassi e ristori, è lontano dall’essere un contributo risolutivo.

Da qui la necessità e l’opportunità – il cui allarme è stato lanciato a più voci – di segnalare alcuni contributi propositivi di modifica al Decreto.

In particolare, tra le “maglie” dello stesso, all’art. 1 comma 4 si legge che “il contributo a fondo perduto spetta a condizione che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 sia inferiore almeno del 30 per cento rispetto all’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2019. Al fine di determinare correttamente i predetti importi, si fa riferimento alla data di effettuazione dell’operazione di cessione di beni o di prestazione dei servizi. Ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1° gennaio 2019 il contributo spetta anche in assenza dei requisiti di cui al presente comma”.

Invero, i molti soggetti che hanno intrapreso un’attività economica in forma societaria nel 2019 hanno certamente costituito la società ed attivato la partita Iva in data antecedente al 1 gennaio 2019. Così come hanno effettuato ingenti investimenti nel 2018 e durante il 2019, nonostante l’attività sia poi iniziata in epoca successiva, nel 2019, con la presentazione della formale segnalazione di inizio attività.

Sarà utile un esempio.

Una S.r.l. viene costituita nel 2018, epoca in cui si sottoscrive un contratto di locazione per attività di ristorazione, si paga la fee al precedente inquilino, si iniziano onerose opere di ristrutturazione, si fanno progettare e realizzare costosi arredi e si acquistano i preziosi strumenti di lavoro, si chiedono i numeri permessi per aprire l’attività. Nel 2019, finalmente, terminati (e non ancora pagati) lavori, arredi ed attrezzature, professionisti, ottenuti gli innumerevoli permessi, finalmente la S.r.l. presenta la scia per iniziare a lavorare. Il fatturato del 2019 è quello di una nuova attività senza avviamento, fatturato prodotto solo nei mesi di apertura effettiva dell’anno, con la pressione (sarebbe più corretto scrivere con l’angoscia) dell’ammortamento dell’investimento.

Dopo pochi mesi le autorità dispongono le prime chiusure, chiusure a singhiozzo, che dopo dodici mesi sono ancora in corso.

Intanto, durante quest’anno e mezzo di lavoro a singhiozzo, l’imprenditore ha subito diversi accessi della Guardia di Finanza durante l’orario di affluenza di clientela per il controllo degli scontrini e dei documenti (fermando anche i clienti fuori dal locale), nonché verifiche della ASL, durante l’orario di affluenza di clientela , ispezioni della polizia annonaria in uniforme, durante l’orario di affluenza di clientela, un furto dell’incasso, ha dovuto anticipare la cassa integrazione ai collaboratori e pagare l’affitto dell’appartamento di un dipendente che era stato garantito con fidejussione personale, ha avuto questioni con il proprietario dei muri che non intendeva abbassare il canone, ha continuato a pagare assicurazioni, vigilanza privata, utenze (oltre 600,00 euro al mese per un’attività di 80 mq), contratti di noleggio ed assistenza, commercialista, consulente del lavoro, medico competente,  spese condominiali, leasing, (etc.), nonostante la chiusura forzata.

In questo quadro, nel quale sono state omesse le intuibili voci di costo personali e della famiglia dell’imprenditore (si pensi solo all’acquisto di un computer per ogni figlio in DAD…), tra il 2020 e il 2021 lo Stato ha continuato pervicacemente ad escludere la società da qualsiasi forma di ristoro a fondo perduto.

Non hai avuto la flessione di fatturato tra il 2020 e il 2019 perché nel 2019 hai lavorato solo cinque mesi? 

Hai iniziato l’attività nel 2019, hai emesso il primo scontrino fiscale a luglio 2019 ma hai aperto la partita Iva nel 2018? 

Ti hanno costretto a chiudere e ad aprire numerose volte, con un preavviso indegno per qualsiasi programmazione aziendale? 

L’unica nota positiva nel quadro descritto è stata la disponibilità dei fornitori a spalmare su un tempo maggiore il pagamento delle forniture, con ciò attuando una forma solidaristica tra privati.

Ebbene, i danni imposti agli imprenditori del commercio e dei servizi sono inestimabili e vedono le proprie prospettive di vita e lavoro appese all’incertezza presente e alla volatilità futura.

Per consentire un’equa distribuzione delle risorse nonché un pari trattamento tra i consociati, andrebbe quantomeno emendato il testo del comma 4 dell’art. 1 sostituendo la parte “ai soggetti che hanno attivato la partita IVA dal 1 gennaio 2019 il contributo spetta […]” con “ai soggetti che hanno dichiarato l’inizio dell’attività dal 1 gennaio 2019 spetta anche in assenza […]”.

In questo modo, la platea di operatori – spesso giovaniche hanno operato onerosi investimenti ed iniziato l’attività nel 2019 (bar, ristoranti, etc.), rimasti ingiustificatamente esclusi da qualsiasi forma di ristoro dall’inizio della pandemia ad oggi – potrebbe ricevere un pò di ossigeno e scongiurare il fallimento.

Da qui la richiesta di ri-aprire al più presto un tavolo di lavoro per scongiurare il collasso.

Verrebbe da richiamare la scommessa pascaliana (trascriviamo da google un intervento): “La scommessa di Pascal riguarda l’esistenza di Dio. Non possiamo sapere se Dio esiste o no però possiamo provare a scommettere. Possiamo scommettere sull’esistenza di Dio e alla fine, se avremo torto, avremo vissuto una vita seguendo i principi della fede per niente.

Ma se avremo ragione, ci saremo guadagnati il Paradiso. Possiamo scommettere sulla non esistenza di Dio e allora, se avremo ragione, ci saremo goduti una vita dissoluta senza alcuna conseguenza. Ma se avremo torto, ci saremo persi il Paradiso. Secondo Pascal è molto più vantaggioso credere all’esistenza di Dio”. 

Ebbene, perché lo Stato non intende scommettere sulle imprese e sulle persone, persone che danno lavoro ad altre persone? Se si conducono all’”asfissia” le imprese sarà lo Stato a doversi occupare delle ferite, pena il conflitto sociale, conflitto che ucciderebbe il padre (il leviatano) e la classe dirigente che lo rappresenta.

Solo con partnership di progetto che includano le rappresentanze delle organizzazioni di categoria (a proposito, dove sono finite le associazioni di categoria? Hanno ancora la capacità di svolgere la loro funzione o sono solo luoghi di piccolo potere, di scambio, di  prebende?) e prevedano una collaborazione e sinergia con le istituzioni sarà possibile affrontare e risolvere nell’immediato le questioni rimaste ancora aperte per garantire alla platea di imprenditori appena citati, vulnerabili e oramai ridotti allo stremo, di riappropriarsi del diritto di scegliere se chiudere l’azienda o tornare a lavorare ed essere competitivi nel settore di mercato.

Gli imprenditori chiedono di essere considerati e ascoltati dallo Stato e dalle istituzioni perché è inadatta la misura del tetto del fatturato per avere dei sostegni, perché la chiusura imposta alle loro attività, con tutte le conseguenze che ne derivano, è vissuta come una tragedia prima di tutto in termini di dignità personale prima ancora che economica.

La loro è una richiesta di sopravvivenza e di quel rilancio minimo che consentirebbe di non perdere irrimediabilmente il contributo che queste aziende possono dare all’economia e all’immagine del nostro Paese.

Gli imprenditori non chiedono solo aiuti, oramai non più differibili, ma di poter continuare a lavorare dopo l’auspicato ritorno alla next normal post Covid.

La crisi ha generato un fabbisogno di liquidità che ha trovato una prima risposta nel corso 2020 nell’indebitamento nei confronti del settore bancario, che oggi però assume una particolare rilevanza alla luce delle nuove regole sul default.

Serve quindi un ulteriore cambio di marcia a favore di tutti quei settori che hanno investito per poter restare aperti e che chiedono sia loro restituita la dignità di una prospettiva certa di riapertura, stabile e basata sull’effettiva possibilità di lavoro.

Se non sarà loro consentito di accedere ai contributi a fondo perduto certamente non riusciranno, per mancanza assoluta di liquidità, a pagare dipendenti, fornitori, servizi e ogni forma di tassazione.

Il dott. Franco De Stefano, in un articolo dal titolo “La pandemia aggredisce anche il diritto” pubblicato il 2 aprile 2020 sulla rivista Giustizia Insieme, ha sollecitato la riflessione di quattro giuristi  Corrado Caruso, Giorgio Lattanzi, Gabriella Luccioli e Massimo Luciani, due professori di diritto costituzionale, un presidente emerito della Corte costituzionale ed una presidente emerita della Corte di cassazione, sull’impatto della magmatica legislazione emergenziale sul diritto e, in particolare, sui diritti fondamentali di libertà di ogni individuo, in questo periodo acuto compressi con modalità mai prima sperimentate e foriere di mutamenti radicali”.

“L’ampiezza delle considerazioni degli intervistati” ha offerto questi autorevoli, lucidi e acuti spunti che ci piace poter condividere a conclusione di questo nostro contributo:

“Se l’assoluta priorità, in questo momento, è il superamento dell’offensiva del contagio con un impegno e con soluzioni senza precedenti, fin d’ora possiamo almeno tentare di mettere contemporaneamente in sicurezza qualcuno di quei valori che fino a ieri avevamo dati per scontati, per evitare che, passata o attenuata la furia dell’uragano che ancora imperversa, non ci sia più nulla da ricostruire; per attenuare il pericolo che in modo più o meno cosciente si sia minato per sempre il suolo su cui riedificare la nostra civiltà del terzo millennio; che, avvelenati i pozzi, siano irreversibilmente cambiate, col modo stesso di intendere la socialità e le modalità Ci si deve chiedere se l’Italia abbia posto in campo soluzioni adeguate, tanto a livello di rapporti col Parlamento che in ordine ai diversi livelli di governo; se l’interazione tra diritti fondamentali, molti dei quali definiti inviolabili dalla Costituzione, abbia sempre rispettato i principi di adeguatezza e proporzionalità e le garanzie procedimentali costituzionalizzate; se gli interventi normativi a livelli spesso eccessivamente differenziati siano avvenuti, sia pure con la necessaria flessibilità indotta dalla peculiarità di un’emergenza in tumultuosa e imprevedibile evoluzione, con altrettanta chiarezza.

Ci si deve interrogare sull’esistenza di una gerarchia di valori all’interno della Costituzione e, quindi, di una pretesa primazia del diritto alla vita ed alla salute, in nome del quale limitare – sia pure solo in via temporanea – alcuno degli altri, anziché dell’indispensabilità del riferimento alla nostra Carta fondamentale; ed in questo quadro occorre verificare la tenuta dell’imprescindibilità dei diritti inviolabili garantiti comunque e, quindi, anche in tempi di emergenza, salve le sole limitate e precise deroghe imposte da questa.

Rimane poi un capitolo tutto da scrivere quello del futuro di questa nostra società e, nel suo seno, dei rapporti tra diritto e forza, soprattutto una volta perdute da questa, nella sua manifestazione economica immediata, ogni sovrastruttura idealistica e tutte le remore o cautele formali: un ambito nel quale, abbandonati atteggiamenti autoreferenziali, il giurista di questo millennio può avere ancora un ruolo importante.

Insieme, ci si può forse augurare di lavorare, condividendo quest’utopia, per una solidarietà concreta ed effettiva, in una cornice minimale di sicurezza intesa non più quale coppia dialettica protezione-prevaricazione, ma quale espressione di un diritto che sappia rendere davvero effettive, con serietà ed all’occorrenza con rigore, le tutele promesse, a presidio dalla prepotenza della forza bruta, economica o ideologica o altro: una condizione di partenza affinché ognuno possa ancora, pure cambiate le regole dell’interazione coi suoi simili ed accettato perfino un distanziamento fisico permanente, perseguire i suoi obiettivi di evoluzione e soddisfazione che non siano in contrasto con quelli degli altri, in una reciproca limitazione, nel reciproco rispetto”.

 

Paola Cavallero, Senior Associate Mainini & Associati

Roberto De Vito, Of Counsel Mainini & Associati

 

Detrazione al 50% o al 30%: guida per chi punta sull’innovazione tramite il crowdfunding

Detrazioni fiscali per gli investimenti in start-up e pmi innovative al test di convenienza. Meglio l’agevolazione al 50% o quella ordinaria al 30%? Per scegliere, soprattutto se per investire tramite una piattaforma di equity crowdfunding, è necessaria un’attenta pianificazione del momento dell’investimento nella consapevolezza che la detrazione del 50% è alternativa rispetto a quella del 30%.

Procedendo con ordine, la detrazione per investimenti in piccole e medie imprese innovative e start-up, con riferimento agli investimenti effettuati dalle persone fisiche, è stata innalzata al 50% dall’articolo 38, commi 7 ed 8, del cosiddetto decreto Rilancio (il dl n. 34/2020, convertito nella legge 77/2020). Per dare piena attuazione alle norme, il quadro è stato completato con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale n. 13 del 15 febbraio 2021 del decreto attuativo del Mise-Mef del 28/12/2020.

In cosa consiste il bonus? Si tratta della possibilità di fruire di una detrazione fiscale pari al 50% dell’investimento effettuato nelle start-up innovative fino a un massimo di 100 mila euro e nelle Pmi innovative fino a un massimo di 300 mila euro per ciascun periodo di imposta e nel rispetto dei limiti fissati dal cosiddetto regime de minimis. Oltre tale soglia è comunque possibile godere della detrazione fiscale pari al 30%. Ferma restando la possibilità di godere dell’agevolazione fiscale anche in caso di investimenti effettuati in start-up e Pmi innovative per il tramite delle piattaforme di Equity Crowdfunding, va evidenziata la presenza di alcuni limiti operativi che potrebbero rendere farraginoso il processo di investimento tramite i suddetti portali ai fini dell’applicazione della detrazione del 50%: è quindi necessaria un’attenta pianificazione del momento dell’investimento.

In particolare, il decreto prevede che per poter fruire della detrazione al 50% l’impresa beneficiaria dell’investimento presenti un’apposita istanza tramite piattaforma informatica denominata «Incentivi fiscali in regime «de minimis» per investimenti in Start-up e Pmi innovative», gestita dal Mise e, solo a seguito di esito positivo del controllo da parte dello stesso ministero, l’investitore potrà godere dell’agevolazione. Nel caso di campagne di equity crowdfunding che di prassi coinvolgono anche centinaia di investitori, i tempi della procedura burocratica, che tra l’altro non ha termini perentori,non si conciliano con i tempi delle campagne di equity crowdfunding la cui chiusura richiede, nella maggior parte dei casi, non più di 60 giorni.

Da qui la necessità per l’investitore di pianificare con attenzione il momento dell’investimento e verificare l’opportunità di non godere dell’agevolazione del 50% bensì quella del 30%, per la fruizione della quale non è necessario presentare alcuna domanda preventiva al Mise né da parte dell’investitore né da parte dell’impresa beneficiaria dell’investimento.

Sempre al fine della detrazione del 50%, particolare attenzione va posta sulla pianificazione della modalità di investimento. Infatti, il decreto Mise non contempla la possibilità dell’investimento indiretto attraverso veicoli societari ma esclusivamente mediante Organismi di investimento collettivo del risparmio (Oicr), soggetti giuridici poco diffusi nell’investimento mediante equity crowdfunding. In questo caso la persona fisica che intendesse investire tramite veicoli societari dovrebbe accontentarsi della detrazione fiscale del 30%.

Ultima questione che si evince dalla lettura del decreto Mise riguarda la possibilità di applicare l’agevolazione del 50% anche agli investimenti già effettuati nel 2020 a condizione che le società beneficiarie degli investimenti propongano le domande di «autorizzazione» entro il mese di aprile 2021. In questo caso il lasso temporale concesso potrebbe non essere sufficiente a evadere tutte le richieste anche in considerazione del fatto che gli investimenti tramite equity crowdfunding effettuati nel 2020 sono stati molto numerosi. Qualora le società beneficiarie non riuscissero a presentare nei termini le domande, il dettato normativo prevede comunque la possibilità per l’investitore di godere, in alternativa, della detrazione fiscale pari al 30% dell’investimento già effettuato.

Avv. Andrea Filippo Mainini - Avv. Mennato Fusco

#Studiomainini&Associati  

 

#pmi #startup #agevolazioni #fiscale #equitycrowdfunding

 

Idee in movimento per una ri-costruzione del Paese nell’era del Covid

Questo il titolo dell’iniziativa del giornale www.economia.news per dare un messaggio di positività per il futuro. Pur tra mille e oggettive difficoltà, bisogna avere fiducia e guardare con speranza al futuro, anche facendo tesoro delle esperienze positive e perché no degli errori del passato.

Il Covid, nella sua brutalità, ha tracciato una situazione molto difficile. Ma non è la fine del mondo, anche se stiamo vivendo una crisi epocale che si insinua nella memoria collettiva delle persone.

Ma quali sono le conseguenze di questa crisi economica nel breve-medio periodo per le imprese?

Un esempio semplice: le attività ricettive, i ristoranti, i cinema, i teatri, le discoteche, etc. (la lista sarebbe lunga e infinita!) che riaprono non hanno a che fare con una domanda che si è accumulata, la gente che torna in questi luoghi non “consumerà” tutto quello che non ha “consumato” nei mesi in cui non si è potuto.

Nel medio termine le imprese dovranno evolvere, dovranno adattarsi ad un contesto competitivo che sarà completamente mutato. Sarà necessario capire come adeguarsi a questo “nuovo” mondo per rimanere in vita e crescere poi dopo.

professionisti, i manager giocheranno un ruolo chiave e strategico per far ripartire le aziende di ogni dimensione ma ancor di più per le PMI che versano in condizioni di difficoltà.

Da qui l’idea di continuare nel percorso avviato l’8 marzo, con lo speciale che abbiamo dedicato alla giornata internazionale dei diritti della donna, che ha visto grande partecipazione di articoli e contributi firmati da donne che vivono quotidianamente, ognuna a modo suo e con le proprie più intime emozioni, il confrontarsi nei vari campi, siano essi politicisociali ed economici.

E allora proviamo a capire come e se è possibile rimediarecontrastare gli effetti della crisitrovare soluzioni alternative alle anomalie della società economica nella quale viviamo, all’incapacità di garantire un’occupazione piena.

Avv. Paola Cavallero

Studio Mainini&Associati

Le PMI verso una ripartenza flessibile

Per #ripartire non si può navigare a vista: occorre avere chiara la volontà di #programmare e alzare lo sguardo oltre la pandemia, avendo bene in mente che l’incertezza e/o il non agire può avere conseguenze ancora più gravi. Per fare ciò occorre un #cambiodipasso che non potrà che avvenire nella direzione di nuovi #modelli di #business, più agili e orientati ad aziende sempre meno piramidali e sempre più guidate da #logiche di #rete.
Dal periodico: Economia e Finanza
Paola Cavallero Mainini & Associati  

POLIZZE ASSICURATIVE E CODICE DELLA CRISI DI IMPRESA, QUALI STRUMENTI ASSICURATIVI A TUTELA DEI VERTICI SOCIETARI

L’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. 14/2019, in attuazione della Legge 19 ottobre 2017, n. 155), rivoluzionerà il modo di condurre gli affari per moltissime Imprese – in parte lo ha già fatto per le norme già in vigore a partire dal 16 marzo 2019.

Diviene fondamentale comprenderne gli effetti, le novità e conoscere quali siano gli accorgimenti pratici e minimi per arrivare preparati, soprattutto in tema di responsabilità.

Le disposizioni di legge

Prevenire è meglio che curare, soprattutto se le ferite rischiano di essere davvero profonde. Questo è il senso che riassume l’obiettivo primario della riforma della legge fallimentare: prevenire l’insolvenza. Come fare ciò? Innanzitutto, le aziende devono dotarsi di modelli organizzativi adeguati e strutturati, finalizzati a limitare le situazioni in cui, dalle proprie azioni, possano scaturire effetti negativi tali da condurre la propria impresa ad uno stato di crisi irreversibile. Le aziende dovrebbero adoperarsi non solo per la salvaguardia della continuità aziendale ma anche e soprattutto son chiamate a rispondere in relazione alla responsabilità sociale derivante dagli effetti sul tessuto economico-sociale delle proprie azioni ed omissioni. Pertanto, appare ragionevole affermare che l’obiettivo primario della riforma in esame sia quello della prevenzione. Tre sono le macro finalità: 1) salvaguardare la continuità aziendale, 2) tutelare tutti gli stakeholders, 3) ridurre gli impatti negativi sull’economia generale.

Il Codice della Crisi ha aggiunto, in punto di responsabilità per i vertici societari, un nuovo comma all’articolo 2086 del Codice civile: “L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.” L’imprenditore deve, quindi, dotarsi di strumenti in grado di consentirgli di effettuare un monitoraggio costante del rischio di perdita della continuità aziendale. Il fondamentale presupposto del “going concern” assume una valenza diversa. Non solo rappresenta un criterio guida per le valutazioni di bilancio degli amministratori (come previsto dal Principio Contabile OIC 11) ma, in un’ottica di facilitazione dell’emersione precoce della crisi, diventa strumento molto utile. Il principale criterio di valutazione dell’adeguatezza degli assetti organizzativi è rinvenibile, infatti, nella loro capacità di garantire un monitoraggio costante della dinamica aziendale e della sua prospettica continuità nell’esercizio in corso. La vera sfida che gli adeguati assetti organizzativi sono chiamati ad affrontare è riuscire a verificare la sostenibilità della continuità aziendale. Valutazioni ed analisi da effettuarsi costantemente e non solo all’approvazione del bilancio di esercizio. Ciò comporta, in concreto, lo sviluppo di presidi volti a rilevare e misurare indicatori di natura quantitativa ma anche qualitativa, con responsabilità omissiva in capo ai vertici aziendali. Allo stesso modo, l’articolo 14 del Codice della Crisi amplia il ventaglio di responsabilità in capo all’organo di controllo.

Quali strumenti assicurativi?

In questo contesto è degna di menzione una copertura assicurativa conosciuta, tra gli operatori del settore specializzati nel Financial Line, come Polizza D&O (Directors and Officers). Si tratta di uno strumento di nicchia che garantisce una copertura assicurativa ad hoc per la responsabilità civile di amministratori, dirigenti e organi di controllo nel caso di violazioni accertate degli obblighi previsti dalla legge in materia di responsabilità per la crisi di impresa, nonché delle norme del codice civile. Scopo principale della polizza è di proteggere il patrimonio personale dei beneficiari e dei loro congiunti – nel caso in cui questi ultimi fossero chiamati a rispondere qualora sussistessero i presupposti di legge – da eventuali pretese risarcitorie proposte da terzi (dipendenti, fornitori, venditori, concorrenti, investitori ecc.) per fatti illeciti compiuti nella gestione dell’azienda. È bene rammentare, infatti, che le possibili richieste di risarcimento da parte di terzi nei confronti dei vertici societari possono essere avanzate in conseguenza di fatti anche colposi, commissivi od omissivi, compiuti in violazione dei doveri previsti da leggi o dallo statuto.

Polizza D&O – SIDE A o B?

Prima di sottoscrivere qualsiasi contratto è buona prassi effettuare un’analisi preliminare delle condizioni in esso contenute. Nel caso specifico, ancor prima di esaminare i testi di polizza è necessario verificare attentamente i documenti interni all’azienda (ad esempio: statuto, deliberazioni dell’assemblea dei soci, deliberazioni del consiglio di amministrazione ecc.) rilevando se sia contemplato l’obbligo di manleva della società nei confronti dei suoi amministratori e/o dirigenti.

Come noto, con il patto di manleva (contratto atipico in quanto non previsto dalla legge) una parte (il mallevatore) assume su di sé gli effetti patrimoniali negativi derivanti dalla responsabilità di un altro soggetto (mallevato). Lo strumento giuridico in esame viene spesso utilizzato, nell’ambito dei rapporti societari, nelle relazioni tra amministratore e soci e amministratore e società. In tal modo, gli amministratori sono tenuti indenni dalle responsabilità derivanti dall’attività gestoria svolta durante un determinato periodo di tempo.

È evidente, dunque che l’operatività della polizza D&O varierà a seconda della presenza o meno di detta clausola. Nel primo caso l’assicuratore, nei limiti ed alle condizioni previste dal contratto, si obbligherà a tenere indenne la Società e si impegnerà pertanto a rimborsare quanto da questa sia stato indennizzato alle persone assicurate a seguito di richieste risarcitorie avanzate nei confronti di queste ultime (SIDE B). Nella seconda ipotesi, l’assicuratore si obbliga a tenere indenne le persone assicurate da qualunque perdita patrimoniale in conseguenza di una richiesta di risarcimento presentata da terzi nei loro confronti, come pattuito nel contratto di polizza (SIDE A).

 

CONCLUSIONI

La diligenza richiesta ad amministratori, direttori generali ed organi di controllo è sempre più caratterizzata da elementi di professionalità e, dunque, soggetta ad essere valutata con più severità da tutti gli stakeholders.

La situazione pandemica, inoltre, ha aggravato di ulteriori adempimenti in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro e la congiuntura internazionale, caratterizzata da un’aggressiva concorrenza tra le imprese, la continua evoluzione della normativa italiana ed europea (D.lgs. 231/2001 e GDPR ecc.) e l’attenzione sempre maggiore sulla responsabilità personale dei vertici societari, stanno rendendo il ruolo degli amministratori e dei dirigenti sempre più rischioso.

Tutto ciò si ripercuote negativamente sui processi decisionali e, di conseguenza, sulle performance delle imprese. Considerate le molteplici fonti di responsabilità, i rischi a cui sono soggetti gli organi amministrativi e direttivi delle imprese nello svolgimento dei loro incarichi (rischi che non possono essere eliminati del tutto, ma solo in parte) diventa fondamentale – nonché strategico – adottare anche strumenti assicurativi in grado di tutelare i vertici societari e di incentivare l’assunzione di tali cariche.

In tal senso, un contratto D&O, stipulato con un professionista qualificato e costruito “su misura” rispetto alle proprie esigenze, può rappresentare una valida difesa rispetto al rischio “giuridico” di mala gestio ampiamente intesa.

 

dott. Simone Gritti, Commercialista

dott. Aldo Mainini - Senior Associate

Settore Commercialistico -Studio Mainini & Associati

pubblicato su:

Codice della crisi di impresa: strumenti assicurativi a tutela dei vertici societari (economia.news)

 

Vigilanza durante la crisi d’impresa: rapporti tra sindaci e amministratore unico

Vigilanza durante la crisi d’impresa: rapporti tra sindaci e amministratore unico

Il collegio sindacale di società non quotate è tenuto a richiedere all’amministratore unico specifiche informazioni sull’andamento della società con periodicità almeno semestrale. Lo ha previsto il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili nella Norma di comportamento 4.3.

 La Norma di comportamento 4.3 rappresenta una novità tra le norme rivolte al collegio sindacale emanate dal CNDCEC: è in vigore dal 1° gennaio 2021 ed è rivolta alle numerose società che affidano la gestione e la rappresentanza ad un organo monocratico, anziché collegiale.

L’amministratore unico, in questi casi, agisce autonomamente e non è tenuto a redigere il libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione: ciò significa che il compito di controllo dei sindaci è più arduo a causa della difficoltà di acquisire le informazioni gestionali circolarizzate nelle riunioni del CdA.

In tale ambito si colloca la nuova Norma 4.3: il collegio sindacale può richiedere informazioni all’amministratore unico, almeno con cadenza semestrale con riferimento alle decisioni più rilevanti, e con cadenza trimestrale qualora il collegio sindacale valuti che la situazione della società o il verificarsi di fatti ed eventi particolarmente significativi per la stessa, possano essere fonte di rischi significativi.

Secondo la norma in commento le informazioni devono essere richieste all’amministratore unico:  1) in forma scritta, a mezzo PEC inviata dal sindaco unico, oppure dal presidente del collegio sindacale previo accordo con gli altri membri dell’organo di controllo o a maggioranza, all’amministratore unico; 2) attraverso la consultazione, anche via mail, del libro delle determine dell’amministratore unico, se istituito; 3) nel corso delle ispezioni periodiche. Il collegio sindacale può comunicare all’amministratore il proprio verbale, che riepiloga i dati e le informazioni acquisiti, oppure può chiedere all’amministratore la sottoscrizione del verbale del collegio, contestualmente redatto, così che egli confermi che quanto trascritto coincida con le informazioni da lui fornite.

Le informazioni da richiedere all’amministratore dipenderanno dal settore in cui opera la società, dal suo ciclo produttivo e dalla situazione gestionale che la stessa sta attraversando.

Fra le informazioni più rilevanti possono rientrare: notizie in merito all’adeguatezza dell’assetto organizzativo richiesto dall’art. 2086 c.c., nuove aree di rischio, se si siano innescati contenziosi, se si siano avute ispezioni da parte di organi accertativi (fiscali, previdenziali o di altro genere), se la società abbia stipulato nell’ultimo periodo contratti di mutuo o di finanziamento o, infine, se siano stati ottenuti finanziamenti dai soci o programmate operazioni sul capitale.

Qualora l’amministratore unico rifiuti di fornire le informazioni e i dati richiesti sulla gestione e sulle principali operazioni aziendali, i sindaci potranno esercitare i poteri di indagine e potranno adottare concrete iniziative dirette a impedire atti di mala gestio, come la segnalazione all’assemblea e/o la denunzia al tribunale ex art. 2409 c.c.

È infatti utile ricordare che il collegio sindacale ha l’obbligo di denunzia ex art. 2409 c.c. qualora, a seguito dell’attività di vigilanza, riscontri situazioni di grave irregolarità nella gestione, di inosservanza delle norme di legge e dello statuto e/o di disposizioni regolamentari, nonché di violazione dei principi di corretta amministrazione e adeguatezza e funzionamento dell’assetto organizzativo e amministrativo-contabile rispetto alla capacità di rilevare tempestivamente indizi di crisi o segnali e circostanze in cui la continuità sia messa in pericolo (art. 2086 del codice civile, da poco modificato a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Codice della crisi di impresa).

Una delle prime applicazioni del dovere di denuncia dei sindaci ex art. 2409 c.c. per l’inosservanza da parte degli amministratori dei nuovi obblighi previsti dall’art. 2086 c.c si ritrova nella sentenza n. 9119/19 del Tribunale di Milano. La sentenza in esame offre lo spunto per svolgere alcune interessanti riflessioni sull’efficacia degli strumenti di allerta e prevenzione interni al diritto societario, già in vigore, in relazione alle misure esterne di allerta previste dal Codice della crisi, la cui entrata in vigore è rinviata al 1° settembre 2021, a causa dell’emergenza Covid-19.

La condotta dell’amministratore che si limiti a verificare lo stato di crisi dell’impresa, senza attivarsi prontamente per adottare i necessari rimedi per il superamento dello stesso, non è di per sé in linea con i doveri gestori oggi predicati dall’art. 2086 c.c..

Il Tribunale di Milano accoglieva infatti la denunzia per gravi irregolarità nella gestione presentata dal collegio sindacale ex art. 2409 c.c. di due società per azioni (controllante e controllata), gestite dal medesimo amministratore unico, al quale viene addebitata la violazione degli obblighi di istituire adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili idonei alla verifica della continuità aziendale e di attivarsi senza indugio per adottare i rimedi per il superamento della crisi. Il Tribunale, constatata la situazione di crisi delle società e l’inerzia dell’amministratore unico, ne ha disposto la revoca, ritendendo che gli interventi predisposti dall’amministratore, in assenza di un piano industriale o di ristrutturazione del debito, configurassero “mere possibilità” di superamento della crisi: “condotte di per sé non in linea con i doveri gestori oggi predicati dall’articolo 2086 c.c.”.

La sentenza conferma che la sussistenza di un sistema di monitoraggio e gestione della crisi interno alla società presuppone la pianificazione degli interventi e delle operazioni necessarie a ripristinare le condizioni di equilibrio economico patrimoniale: non è sufficiente che l’amministratore si limiti alla ricerca di finanziatori ovvero alla valutazione della possibilità di cessione di alcuni rami aziendali.

In conclusione, diventa sempre più importante per i sindaci non considerare il proprio ruolo come semplice verifica annuale ex post, bensì come un dialogo continuo con la società vigilata e il suo organo amministrativo in considerazione del fatto che, inoltre, le Norme di comportamento sono destinate a disciplinare l’attività dei componenti del Collegio sindacale della maggioranza delle società presenti sul mercato: tutte le società non quotate, tutte le S.r.l. con sindaco unico che non siano stati incaricati della revisione legale, le S.a.p.a. e le società cooperative – ferme restando le ulteriori attribuzioni che l’ordinamento affida all’organo di controllo in considerazione della peculiarità del modello cooperativo.

Riferimenti normativi

  • CNDCEC, versione aggiornata al 12 gennaio 2021 con le disposizioni introdotte dalla Legge 30 dicembre 2020 n. 178 “Norme di comportamento del collegio sindacale di società non quotate”
  • 2380-bis c.c.
  • 2086 c.c.
  • 2409 c.c.
  • Codice della Crisi, D.Lgs. n. 14/2019

Dott.ssa Silvia Crespi e Dott. Aldo Mainini,

 #Mainini & Associati

 

#sindaci #collegiosindacale #responsabilità #commercialista

Permessi e visti post-Brexit: funziona così per gli italiani che sognano la Gran Bretagna

DIRITTO INTERNAZIONALE

Permessi e visti post-Brexit: funziona così per gli italiani che sognano la Gran Bretagna

Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto rispetto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo

ANDREA FILIPPO MAININI E MELISSA TREVISAN PALHAVAN

Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved

12 marzo 2021 • 16:55

  • Per chi fosse intenzionato a continuare la propria permanenza in UK sarà necessario registrarsi attraverso un sistema online e gratuito (il cd. EU-Settlement Scheme) entro il 30 giugno 2021.
  • Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto rispetto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo.
  • Ci sono quindi varie tipologie di visti tra cui districarsi, sulla base di requisiti negoziabili e obbligatori: dallo “standard visitor” alla “Skilled worker visa”.

A distanza di quasi quattro anni e mezzo del referendum popolare inglese con il quale Il Regno Unito aveva deciso di “lasciare” l’Unione Europea, a fine dicembre 2020, dopo lunghe e interminabili trattive, le parti del più importante negoziato degli ultimi tempi hanno raggiunto un accordo destinato a disciplinare l’uscita del paese della Regina dalla Comunità Europea, dopo ben 47 anni di adesione.

LO STATUS SETTLED E PRE-SETTLED

L’accordo di recesso tutela ampiamente i diritti dei cittadini europei giù residenti nel Regno Unito prima del 31/12/2020.

Per chi fosse intenzionato a continuare la propria permanenza in UK sarà necessario registrarsi attraverso un sistema online e gratuito (il cd. EU-Settlement Scheme) entro il 30 giugno 2021. Inoltrata la propria domanda, in caso di esito positivo,il cittadino europeo (quindi anche italiano) riceverà il permesso di settled o pre-settled (una sorta di permesso di soggiorno): la tipologia di permesso non può essere scelta dal richiedente ma viene assegnato in base agli anni di permanenza in suolo inglese.

Solitamente, il primo tipo di permesso (settled) si consegue avendo abitato in Regno Unito per un periodo continuativo di 5 anni (noto come “residenza continua” ovvero continuous residence). Se invece il tempo di permanenza nel Regno è inferiore a 5 anni è molto probabile che venga assegnata lo status di pre-settled.  La richiesta del permesso dovrà necessariamente essere corredata da 3 elementi fondamentali:

1) la prova valida della propria identità;

2) la prova valida di residenza continuativa nel Regno Unito;

3) il superamento del controllo dei precedenti penali. Nell’ipotesi di assenza pari o superiore a cinque anni dal territorio inglese, è prevista la perdita del settled status mentre il pre-settled status si perde con un’assenza dal paese pari o superiore a due anni.

Contrariamente, i cittadini italiani che arriveranno nel Regno Unito a partire dal 2021, non potranno beneficiare del settled o pre-settled status ma saranno soggetti alle nuove leggi sull’immigrazione.

LAVORARE IN UK

A partire dal 1° febbraio 2021 il Regno Unito ha implementato un sistema di immigrazione a punti (il cd. points-based immigration system) che prevede il raggiungimento di una serie di requisiti (obbligatori e “negoziabili”).

Lo schema è destinato a privilegiare le competenze e il talento di un soggetto riseptto alla sua provenienza geografica: il governo inglese, dunque, ha deciso che gli europei e i non-europei dovranno essere trattati allo stesso modo. Sulla base di queste prime indicazioni è evidente come tale nuovo meccanismo si presenti come altamente restrittivo per i lavoratori non specializzati: svanisce quasi completamente la possibilità di trasferirsi in UK per imparare l’inglese o svolgere lavori più o meno saltuari (ad esempio, il cameriere).

Sul sito del Governo inglese, nella sezione “Check if you need a UK visa” è possibile verificare, sulla base della nazionalità di provenienza, del motivo della permanenza nonché della durata del soggiorno, la necessità o meno di richiedere un visto per entrare in Regno Unito.

I TIPI DI VISTI

Sulla base di tali permesse, si possono analizzare alcune tipologie di  visti:

Standard Visitor, che permette a un cittadino italiano di visitare il Regno Unito per un determinato periodo di tempo (solitamente 6 mesi) e per scopi generalmente collegati al turismo, alla visita ad amici o familiari, allo svolgimento di un breve corso di studio e comunque attività non coperti da altri visti.

È necessario precisare sin da subito che questa tipologia di regime non consente in alcun modo lo svolgimento di attività lavorativa retribuita in UK. Tra i documenti necessari, oltre a un valido passaporto, sarà necessario indicare: lo scopo della visita, i mezzi di sostegno economico durante il soggiorno, l’alloggio, l’assicurazione medica e dimostrare la propria intenzione di lasciare il Regno Unito una volta conclusa la propria visita (ad esempio, esibendo i biglietti di andata e ritorno).

Skilled worker visa: si tratta di un visto dedicato a lavoratori qualificati e per ottenerlo servono 70 punti. Per il raggiungimento dei primi 50 punti l’individuo deve soddisfare tre requisiti obbligatori: disporre di un’offerta di lavoro da uno sponsor autorizzato dall’Home Office; il lavoro offerto deve essere al livello RQF 3 o superiore e attestare una conoscenza della lingua inglese a livello B1 o superiore.

Gli altri 20 punti si possono ottenere mediante requisiti “negoziabili”. Facciamo alcuni esempi: il possesso di un dottorato in materia di scienze, tecnologie, ingegneria o matematica (10 punti), un’offerta di lavoro in un settore dove sussiste carenza di personale, come quello sanitario (20 punti), un salario che supera le 25.600,00 sterline annue (20 punti), un salario che varia tra le 23.040,00 e 25.999,00 sterline (10 punti). Invece chi ha un reddito inferiore a 23.039,00 sterline annue non ottiene alcun punto aggiuntivo.

Intra-company transfers: si tratta di un visto dedicato ai trasferimenti interni a una società e che permette lo spostamento di personale esclusivamente all’interno di aziende multinazionali o tra diverse filiali della stessa organizzazione.

L’iltra-company trasfers si presenta come valida alternativa per esportare lavoratori stranieri in Regno Unito e così incrementare la forza lavoro. Per ottenere questo visto si devono rispettare alcuni requisiti: disporre di un certificato di sponsorship, di un lavoro ad un livello di competenza adeguato e di un salario al livello richiesto.

I posted workers sono lavoratori che vengono indirizzati in UK dalla propria azienda per brevi periodi di tempo allo scopo di procedere alla realizzazione di un progetto specifico e i quali restano soggetti al sistema di sicurezza sociale del Paese di origine. Lo status di questa tipologia di lavoratori è ancora incerto e si attendono risposte e indicazioni da parte del Governo britannico.

Global talent: si tratta di un visto destinato a soggetti in possesso di specializzazioni in ambito tecnologico, artistico e scientifico. Si dispone, inoltre, che gli individui più qualificati potranno accedere in Regno Unito senza un’offerta di lavoro purché siano supportati da un ente inglese approvato dall’Home Office (ad esempio, la The Royal Society in materia di scienza e medicina).

Start up: si tratta di una particolare forma di visto dedicata a individui che intendono creare un business innovativo nel Regno Unito. È necessario il raggiungimento di particolari requisiti: essere supportato da un ente autorizzato dall’Home Office; dimostrare che la propria idea sia nuova, innovativa e con potenziale di crescita; avere un’età superiore a 18 anni; buona conoscenza della lingua inglese (almeno a livello B2) e, infine, se il richiedente non è ancora entrato nel Regno Unito, oppure risiede in Regno Unito da meno di 12 mesi, è necessario dimostrare di avere fondi sufficienti per sopportare l’attività.

In conclusione, è lampante quale sia lo scopo del Regno Unito dopo la Brexit: maggiore competenza, specializzazione e rafforzamento dei settori più carenti e rinascita del paese. “The United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland remains open for business!” D’altronde non si può negare che per il resto del mondo, compreso l’Italia, il sogno inglese, fino a poco tempo fa possibile, attualmente appare molto più lontano e difficoltoso.

Tuttavia, è evidente che siano ancora tanti gli aspetti da approfondire e chiarire

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ANDREA FILIPPO MAININI E MELISSA TREVISAN PALHAVAN

Andrea Filippo Mainini, avvocato, 
Junior Partner di Mainini & Associati. 
Laureato in giurisprudenza all'Università Cattolica del 
Sacro Cuore di Milano. Ha frequentato un corso di specializzazione
di un anno in diritto di impresa all'Università Bocconi 
di Milano. Iscritto al terzo anno di Economia e Legislazione
di Impresa all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. 
Assistente di diritto privato all'Università Statale di Milano
facoltà di Scienze Politiche. Autore su diverse riviste 
scientifiche e giuridiche.

Melissa Trevisan Palhavan: praticante avvocato presso Mainini
& Associati di Monza. Laureata in giurisprudenza presso 
l’Università degli Studi di Milano Bicocca. 
Appassionata degli strumenti di ADR, (particolarmente 
mediazione e arbitrato) e dell’utilizzo della tecnologia nel 
mondo della giustizia.

Processo civile: TPF e AI, una moda passeggera o il futuro?

https://www.filodiritto.com/processo-civile-tpf-e-ai-una-moda-passeggera-o-il-futuro

Abstract

Dagli antichi romani alle ultime novità in tema di Intelligenza Artificiale, il processo civile ha ormai tanti anni di vita. Durante tutta la sua storia è stato bistrattato e criticato ma rimane l’unico baluardo di libertà e civiltà. Le spinte evolutive arrivano da ogni dove. Il Legislatore è intervenuto negli anni sulla scorta delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di condanna all’Italia sulla durata dei contenziosi ma è il mondo stesso a far pressioni al sistema giuridico affinché qualcosa cambi.

Indice:

  1. Introduzione
  2. TPF
  3. AI
  4. Conclusioni
  5. Introduzione

Il processo civile è stato oggetto, negli anni, di molti interventi ad opera del Legislatore volti, da un lato, a velocizzare e snellire la procedura e, dall’altra, finalizzati a ridurre l’utilizzo stesso del procedimento civile vero e proprio a favore delle cosiddette ADR – alternative dispute resolution – quali la mediazione, la negoziazione assistita, la conciliazione o gli arbitrati. Gli operatori del diritto sono tuttavia consci del fatto che il Legislatore molte volte introduca una norma sulla scorta di prassi, più o meno condivise, che si fanno largo nel substrato dei Tribunali italiani.

Portando all’estremo questo concetto e mutuando alcuni fenomeni che già sono presenti nel panorama giuridico dei paesi di common law e in alcuni paesi di civil law europei, è utile evidenziare due novità che potrebbero rivestire un ruolo rilevante all’interno dell’impianto procedurale italiano. Stiamo parlando dei TPF, ossia i Third party funding e di AI, ovvero Artificial Intelligence. Come ogni novità, questi strumenti sono sconosciuti ai più e sono invece sulla bocca di molti, più o meno esperti, che ritengono che possano essere la soluzione di ogni male. Ora, ognuno può trarre le proprie conclusioni in merito ma un giudizio di qualsivoglia sorta deve seguire una conoscenza degli argomenti in oggetto.

  1. TPF

Attore, convenuto, organo giudicante. Questi sono i soggetti necessari affinché, tranne alcune eccezioni, si possa incardinare un giudizio. Parte attrice può rivestire forme giuridiche diverse o essere parte plurisoggettiva. Può capitare, a volte, che parte attrice abbia diritto per intentare un’azione giudiziaria ma sia restia a farlo per alcune motivazioni che esulano dall’aspetto prettamente giuridico della domanda giudiziaria. I motivi sono vari. L’attore non dispone delle risorse economiche necessarie per iniziare e proseguire un lungo contenzioso. L’attore, pur avendo la disponibilità economia per pagare la parcella dell’avvocato, non ha invece la disponibilità per assumere i consulenti tecnici che sarebbe necessario nominare nel corso di una causa con elementi decisionali di elevata tecnicalità (pensiamo al campo della responsabilità medica o finanziaria). Può, ancora, essere la natura stessa del soggetto a rappresentare un ostacolo per l’inizio di un giudizio: pensiamo ad un curatore fallimentare che vorrebbe intentare azioni legali di responsabilità contro ex organi della società ovvero azioni revocatorie potenzialmente di importo elevato ma l’alea del giudizio, la durata dello stesso ovvero la mancanza di liquidità per far fronte alle spese fanno propendere il giudice delegato per chiudere la procedura più velocemente possibile e liquidare il poco attivo ai creditori privilegiati. Oppure, l’ufficio legale di una società, anche multinazionale, ha raggiunto il tetto massimo di spesa e non ha budget per nuovi giudizi.

Ecco che, proprio in queste occasioni, nei paesi anglosassoni ma ormai anche in molti paesi europei come ad esempio la Spagna, intervengono i TPF. Si tratta di soggetti presenti sul mercato che “finanziano” il contenzioso. Sorge però necessaria una precisazione: il termine “finanziare” viene utilizzato in questo contesto in senso atecnico. Il “finanziamento” del TPF non deve essere restituito, i TPF saranno soddisfatti da una quota parte dell’importo liquidato dal giudice a favore dell’attore. A fronte di un finanziamento erogato a parte attrice per dare avvio, per esempio, ad un’azione di responsabilità medica, il fondo “guadagna” un importo che varia tra il 30% e il 40% della condanna giudiziale – nell’esempio appena delineato, il risarcimento sarebbe corrisposto dalla compagnia assicurativa del medico condannato. L’utilità del fondo sarebbe quindi rappresentata dalla differenza tra quanto corrisposto per le spese legali e la percentuale decisa con la parte finanziata in caso di soccombenza del convenuto.

Senza scomodare i TPF americani più capienti, possiamo correttamente affermare che in Italia un TPF è interessato a finanziare contenziosi che possano avere un rapporto tra spese di giudizio e risarcimento finale di 1:3 o 1:6; il risarcimento deve essere maggiore delle spese di almeno tre, massimo sei volte. Nel caso in cui a soccombere dovesse essere l’attore? Il fondo si assume il rischio della soccombenza nella sua totalità, facendosi carico di ogni spesa. Molte volte, infatti, il fondo può farsi coprire il rischio soccombenza da un’assicurazione.

Il fondo si assume il rischio del finanziamento ma un “investimento” oculato può garantire un profitto anche sei volte la somma investita. Parte attrice si trova nella condizione di poter far valere un proprio diritto che, in caso contrario, non avrebbe potuto far valere.

Ricordiamo inoltre che le decisioni rimangono in capo alla parte: quali professionisti nominare, se transare o rinunciare all’azione, se appellare.

Il fondo interviene nel finanziamento di contenziosi da incardinarsi avanti alle corti italiane di ogni grado e specialità nonché nei procedimenti arbitrali nazionali ed esteri. A tal proposito, la Camera arbitrale di Milano ha deciso di predisporre un documento guida per regolare la prassi nel caso in cui dovesse intervenire un terzo finanziatore nell’arbitrato.

  1. AI

La conclusione del paragrafo precedente è uno spunto per affrontare il tema dell’intelligenza artificiale nel processo civile e nell’arbitrato. Una domanda che spesso si pongono gli operatori del diritto è: l’intelligenza artificiale potrà mai essere protagonista in una decisione giuridica?

In linea puramente teorica un sistema imperniato su norme giuridiche precise sulla cui base un organo giudicante emette una decisione dovrebbe essere l’ambiente ideale per l’utilizzo della tecnologia. Sappiamo invece che l’affermazione precedente è molto lontana dalla realtà. Le norme, purtroppo, non sono affatto precise né tantomeno chiare. Sorgono innumerevoli interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali che il giudice deve tenere in considerazione. A ciò si aggiunga la competenza dell’avvocato nel riuscire ad argomentare la propria tesi in modo vincente, “non sempre chi ha ragione vince”.

Nonostante queste premesse, il progresso tecnologico è riuscito a farsi strada anche nel diritto dei Tribunali, soprattutto con riferimento agli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, compreso l’arbitrato.

L’arbitrato e le nuove tecnologie condividono una relazione reciprocamente vantaggiosa: da una parte le nuove tecnologie possono apportare diversi miglioramenti al procedimento arbitrale come una maggiore efficienza e una riduzione dei costi. In che modo quindi l’AI può trovare sede nell’arbitrato? Si può pensare a due distinte modalità:

1) procedure arbitrali completamente online e

2) procedimenti arbitrali tradizionali che fanno ricorso e utilizzo di strumenti informatici/telematici per il loro svolgimento.

Esempio concreto del secondo caso è rappresentato dalla camera arbitrale del Piemonte o di Milano (in vigore dal 1 luglio 2020) e dalla procedura di arbitrato rapido. Infinite sono invece le modalità con cui l’uomo può predisporre un’intelligenza artificiale a decidere in un arbitrato completamente online.

Possiamo prevedere tre differenti gradi di interazione con riferimento, per esempio, alla figura dell’arbitro:

1) l’IA può sostituire gli arbitri umani che compongono il collegio arbitrale;

2) l’IA può lavorare in combinazione con gli arbitri umani;

3) gli arbitri umani possono consultarsi con l’IA.

Se pensiamo invece all’AI unitamente alla blockchain, un interessante esempio è rappresentato da Jur, l’ecosistema decentralizzato di risoluzioni di dispute online lanciato a fine 2019. Si tratta di una tradizionale procedura arbitrale sulla blockchain progettata per controversie complesse e di medio/alto valore, nella quale gli Admins – Istituzioni arbitrali o studi legali – possono creare i c.d. “Arbitration Hubs”, equivalenti alle camere arbitrali.

Diversi studi in ambito giudiziario hanno dimostrato come l’intelligenza artificiale possa essere applicata per prevedere ex ante il contenuto di una decisione, esempi significativi sono rappresentati dall’algoritmo elaborato nel 2016 ad opera dell’University College of London che aveva ad oggetto le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ovvero l’algoritmo elaborato nel 2017 ad opera di alcuni ricercatori inerente alle decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America di ben due secoli – dal 1861 al 2015. L’obiettivo dello studio era quello di prevedere l’accoglimento o il rigetto dell’appello della Corte nonché il voto del singolo giudice. I risultati furono assolutamente soddisfacenti.

4. Conclusioni

Nonostante il ricorso ai TPF e all’AI faccia sorgere questioni molto delicate sotto il profilo giuridico ed etico, si tratta di strumenti che rispondono alle esigenze delle Parti che necessitano di fondi, di certezza e di velocità del processo.

Al momento è difficile prevedere lo sviluppo di queste nuove realtà all’interno di un impianto normativo antico e poco propenso all’innovazione. Ad ognuno la propria valutazione. Tuttavia, le esigenze del mercato e gli sviluppi tecnologici non posso essere ignorati a lungo ed anzi, se il Legislatore interviene con una regolamentazione organica e chiara è in grado prevenire derive patologiche dell’utilizzo di questi strumenti. È inoltre dovere di tutti gli operatori del diritto essere sempre consci di come si sta muovendo il mondo attorno a loro. Dopo tutto, “Il vero pericolo non è che inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come i computer.” (cit. Sidney J. Harris)

Avv. Andrea Filippo Mainini

Junior Partner - Studio Mainini&Associati 

La leva fiscale a sostegno della quotazione in Borsa delle PMI Innovative

L’agenzia delle Entrate con la circolare n. 32/2020 chiarisce che le PMI innovative che potranno continuare a beneficiare della disciplina fiscale di natura agevolativa ad esse riservata.

La quotazione in Borsa e l’accesso al mercato dei capitali in generale non è prerogativa esclusiva delle grandi imprese. Le Piccole Medie Imprese (PMI) spesso ritengono di essere troppo “piccole” per avviare un processo di quotazione in Borsa: si tratta di un pregiudizio degli imprenditori privo di una reale giustificazione.

Il nostro Paese conosce moltissime PMI eccellenti in possesso dei requisiti richiesti dal mercato per essere considerate “appealing” dagli investitori. In sostanza, la quotazione altro non è che una forma di finanziamento per l’impresa e al tempo stesso un processo di “rivoluzione” aziendale per mezzo del quale l’impresa è chiamata a modificarsi sotto il profilo manageriale, proprietario e delle relazioni con i terzi interessati (stakeholders). E’ un momento di crescita! Le motivazioni che spingono una impresa ad intraprendere un processo di quotazione possono essere diverse (passaggio generazionale, pianificazione di nuovi ingenti investimenti, monetizzazione del valore da parte degli azionisti): si tratta di una scelta di natura strategica che necessita di una attenta valutazione in relazione all’impatto che può avere sull’impresa stessa. I vantaggi derivanti dalla quotazione in Borsa vanno dalla raccolta di nuovo capitale da investire per lo sviluppo fino all’accrescimento della visibilità e reputazione aziendale, passando per il miglioramento del merito creditizio e della efficienza operativa. Le società quotate, infatti, essendo sottoposte ad un regime di trasparenza informativa devono avere sistemi di controllo adeguati che risultano utili anche al management aziendale per monitorare l’operato e valutare gli obiettivi e i risultati raggiunti.

Fatta questa doverosa premessa, preme evidenziare che il nostro legislatore è stato molto attento alla tematica della quotazione delle PMI, sia dal punto di vista della disciplina legale e regolamentare che dal punto di vista della incentivazione fiscale. In particolare, con la creazione del sistema multilaterale di negoziazione denominato Alternative Investment Market (Aim Italia), gestito da Borsa Italiana S.p.A, si è voluto dare la possibilità alle PMI di quotarsi in Borsa pur non rispettando i requisiti per accedere al Mercato regolamentato MTA di Borsa italiana: vi è un match tra le esigenze delle imprese in termini di semplificazione degli adempimenti e la tutela degli investitori, assicurata dalla presenza di un operatore specializzato (c.d. Nomad – Nominated Adviser) che assiste e supporta la società nell’assolvimento dei compiti e degli adempimenti previsti dalla legge e dal Regolamento di Borsa italiana S.p.A.

Dal punto di vista fiscale il legislatore ha previsto diverse misure agevolative al fine di incentivare sia le aziende a quotarsi ma anche gli investitori ad investire in esse. Innanzitutto, per le società emittenti è previsto un credito di imposta pari al 50% delle spese sostenute fino al 31 dicembre 2021 e fino ad un massimo di 500.000 euro. In tali spese rientrano i costi di consulenza legale, fiscale, finanziaria e tutti quei costi inerenti il processo di quotazione. Il credito di imposta può essere utilizzato in compensazione a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in cui è stata ottenuta la quotazione.

Lato investitori va segnalata l’agevolazione per gli investimenti in PMI Innovative, vale a dire tutte quelle società che, ricorrendone i requisiti, sono iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. L’investimento in queste società è incentivato mediante la previsione di una detrazione per le persone fisiche del 50% per investimenti nel capitale sociale fino ad euro 300.000 e nella misura del 30% sopra tale soglia e fino a 1.300.000 di euro. Per le persone giuridiche soggette ad IRES (società, fondi di private equity, venture capitale etc.) è prevista una deduzione dal reddito imponibile ai fini IRES nella misura del 30% per investimenti nel capitale sociale fino a 1.800.000 euro. Le agevolazioni fiscali si applicano agli investimenti in PMI innovative effettuati in sede di costituzione o a seguito di una delibera di aumento di capitale. Resta inteso che l’agevolazione spetta anche in caso di sottoscrizione di quote o azioni mediante Initial Public Offering (IPO), ovverossia la quotazione in Borsa.

È di tutta evidenza come il legislatore, con le predette norme, abbia voluto fortemente incentivare gli investimenti nelle PMI innovative anche attraverso i processi di quotazione e consideri la leva fiscale un volano importantissimo sia per le imprese che per gli investitori per avvicinare il mondo delle PMI al mercato dei capitali. A tale riguardo, è da leggere con estremo favore anche l’orientamento dell’Agenzia delle Entrate che, con la recente circolare n. 32/2020 relativa alla nozione di mercato regolamentato rilevante – in materia di imposte sui redditi – ha chiarito alcune criticità, prontamente evidenziate dagli operatori del settore in sede di consultazione pubblica sulla bozza di circolare, che avrebbero potuto compromettere quanto di buono è stato fatto fino ad ora per lo sviluppo del sistema multilaterale di negoziazione Aim e disincentivare il ricorso ai processi di quotazione da parte delle PMI innovative e l’investimento da parte degli investitori. In particolare, nella bozza di circolare, l’Agenzia delle Entrate riconduceva, ai fini fiscali, i sistemi multilaterali di negoziazione (Aim, ad esempio) alla nozione di mercato regolamentato senza prevedere eccezioni o casi particolari.

Ai fini che qui interessano, la conseguenza sarebbe stata la perdita delle agevolazioni fiscali per gli investimenti in PMI innovative. Per espressa previsione normativa, per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali è necessario che le PMI siano innovative e, per essere tali, tra gli altri requisiti, vi è la necessita che le azioni o quote non siano quotate in un mercato regolamentato. Secondo le definizioni del T.U.F (Testo Unico della Finanza) non vi è assimilazione tra mercato regolamentato e sistema multilaterale di negoziazione; sono due mercati distinti. Per l’Agenzia delle Entrate, ai fini fiscali, i due mercati sono assimilabili. Di conseguenza, equiparando tout court i sistemi multilaterali di negoziazione alla nozione di mercato regolamentato, qualora una PMI innovativa decida di quotarsi sull’Aim (sistema multilaterale di negoziazione) perde il requisito dell’”innovatività” e quindi, gli investitori non potrebbero beneficiare (o li perderebbero nel caso in cui abbiano precedentemente investito) dei benefici fiscali.

Con la pubblicazione della versione definitiva della Circolare, fortunatamente, l’agenzia ha corretto il tiro e previsto alcune eccezioni e casi particolari. Pur riconducendo i sistemi multilaterali di negoziazione alla nozione di mercato regolamentato ha previsto che l’assimilazione non opera nel caso di PMI innovative, con la conseguenza che queste resteranno innovative anche in caso di quotazione su un sistema multilaterale di negoziazione (ad esempio AIM) e, in quanto innovative, ad esse continueranno ad applicarsi le norme fiscali di natura agevolativa.

Mennato Fusco
Partner responsabile del dipartimento M&A e Capital Market
di Mainini & Associati

Andrea Filippo Mainini
Junior Partner di Mainini & Associati

 

Avv. Paola Cavallero: smettere di pensare che non ci diano spazio

pubblicato su EconomiaNews  08.03.2021

Le donne non hanno ancora gli spazi che meritano ma questo non solo  per “colpa” degli uomini, sarebbe riduttivo semplificare la realtà lavorativa/professionale femminile in un discorso polarizzante donne/uomini. La transazione verso un modello paritario è economicamente rilevante oltre che necessaria sul piano sociale: occorre una sempre più netta inclusione finanziaria al femminile, promuovendo la partecipazione attiva delle donne

Nella giornata internazionale delle donne non possiamo non celebrare il protagonismo femminile nell’economia, nell’impresa, nella finanza e nella società.

Nel mercato del lavoro e delle imprese sono ancora innegabili i gap di carriera e di stipendio tra uomini e donne, in termini di occupazione, di segregazione orizzontale (posizioni di line o in quelle di staff) e verticale (fare carriera con le proprie competenze), di pay gap (differenza di stipendio e benefit).

Le donne non hanno ancora gli spazi che meritano ma questo non solo per ‘colpa’ degli uomini, sarebbe riduttivo semplificare la realtà lavorativa/professionale femminile in un discorso polarizzante donne/uomini.

Tanto si è fatto per promuovere la leadership e l’empowerment del talento femminile verso il raggiungimento della cd. parità di genere: molte donne ricoprono ruoli di board member di società quotate, posizioni apicali d’impresa e di istituzioni ma per impattare in modo ancora più decisivo sulla ‘rivoluzione’ in atto dobbiamo abbandonare la competizione e rivalità perché i tempi sono maturi affinché anche le donne acquisiscano un ruolo leader nell’impresa, nella società civile, nella politica e in tutti gli altri ambiti.

Ma tanto si può e deve ancora fare …

E per far ciò le donne devono imparare a fare squadra’: la complicità, la solidarietà non è mai stata un nostro punto di forza, raramente abbiamo fatto fronte comune affinché una donna emergesse, vuoi perché in parte insito nel mostro modo di essere vuoi perché per decenni nel mondo del lavoro siamo state ‘relegate’ senza aver modo di ricoprire ruoli di responsabilità, omologate al modello maschile.

Oggi più che mai è necessario cambiare (ma occorre averne voglia !) il modo di pensare, ma non bastano le parole, ci vuole coraggio e dare/creare fiducia: ci saranno più donne a ricoprire ruoli di responsabilità ma bisogna lavorare tutti insieme affinché questo avvenga.

La transizione verso un modello paritario è economicamente rilevante oltre che necessaria sul piano sociale: occorre una sempre più piena inclusione finanziaria al femminile, promuovendo la partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro attraverso investimenti, agevolando l’accesso al credito delle imprese femminili, creando opportunità e liberando le donne da quanto potrebbe ostacolare la loro indipendenza economica e realizzazione professionale.

Il mondo femminile, per accedere a ruoli chiave e aprirsi l’accesso ai luoghi in cui si ‘decide’, deve però progredire al pari degli uomini, potendo maturare esperienza senza bruciare le tappe: le donne possono fare la differenza includendo in questo percorso gli uomini ma devono aver modo di dimostrare la loro professionalità, competenza, expertise e quanto la loro presenza possa essere un valore aggiunto e un volano di crescita per l’economia del nostro Paese.

Avv. Paola Cavallero - studiomainini&associati

Paola Cavallero: smettere di pensare che non ci danno spazio (economia.news)