La limitazione alla circolazione del Contante

Premessa

A seguito della riduzione della soglia per i trasferimenti di denaro contante non è più possibile effettuare pagamenti tra soggetti diversi in un’unica soluzione in contante di importo pari o superiore a € 1.000. I trasferimenti eccedenti tale limite vanno eseguiti tramite intermediari abilitati (banche, Poste, ecc.). Il divieto esiste indipendentemente dalla natura (lecita o illecita) dell’operazione alla quale il trasferimento si riferisce ed è stato introdotto per dirottare transazioni ritenute significative verso gli intermediari abilitati, perché negli archivi tenuti ne resti traccia.

Conseguenze

La limitazione all’utilizzo del contante comporta delle rilevanti conseguenze nella quotidianità delle operazioni fra privati. Un contratto di compravendita o prestazione di servizi comporta infatti diverse modalità di pagamento che possono essere così riassunte:

  • Contante:

→    è il metodo di pagamento utilizzato per gli acquisti al dettaglio o di basso importo. Come sopraindicato la normativa anti-riciclaggio, ha posto come limite massimo ai pagamenti in contanti l’importo di 999 euro;

  • Moneta bancaria:

→    è il metodo di pagamento più utilizzato dalle aziende. Consente di effettuare i pagamenti senza contante. Gli strumenti inclusi nella moneta bancaria sono vari e molto diversi tra loro. Ne citiamo alcuni: assegno, bonifico bancario, giroconto se le parti hanno un conto nello stesso istituto di credito ecc;

  • Moneta elettronica:

→    la moneta elettronica è uno strumento della moneta bancaria per effettuare pagamenti e incassi. Solitamente gli importi sono medio-bassi. I principali strumenti appartenenti alla moneta elettronica sono i seguenti: bancomat, carta di credito, POS (Point of Sale). La parte cedente (venditore) riceve l’importo direttamente sulle coordinate bancarie del proprio conto corrente;

  • Titolo di credito:

→    il titolo di credito è un documento di pagamento mediante il quale il debitore sottoscrive un’obbligazione nei confronti del creditore. Nel titolo è indicata la prestazione, la durata e le modalità di erogazione.

Pagamento di una fattura

Per quanto riguarda il pagamento di una fattura le limitazioni all’uso del contante e l’aumento dell’uso degli strumenti tracciabili comporterà un incremento dell’uso delle modalità di pagamento che esporremo di seguito. In particolare, al fondo del documento fattura o in taluni casi sulla parte superiore della fattura nella parte descrittiva si trovano le “modalità di pagamento”.

Le modalità di pagamento indicano:

– termini di scadenza della fattura, a volte la data precisa della scadenza;

– la tipologia di pagamento (Assegno, Bonifico Bancario, Ricevuta Bancaria, contanti).

Le limitazioni all’uso del contante vedranno l’incremento dei pagamenti delle fatture con le seguenti modalità:

  • presso gli sportelli bancari tramite bonifico bancario;
  • presso qualsiasi ufficio postale tramite bollettino postale;
  • tramite Rid bancario o postale;
  • tramite Bonifico bancario da Remote Banking o Home Banking;
  • pagamento tramite Assegno Bancario o Assegno Postale;
  • pagamento tramite Assegno Circolare;
  • pagamento tramite cambiali o tratte;
  • pagamento a mezzo Ricevuta Bancaria.

Pagamento retribuzioni di un dipendente

L’obbligo dell’uso di strumenti diversi dalle banconote, si riscontrerà anche nelle modalità di pagamento delle retribuzioni.

In genere, il pagamento del corrispettivo erogato a fronte del lavoro svolto (che può essere subordinato o parasubordinato) segue le regole stabilite dall’articolo 1277 del Codice civile.

Al riguardo si fa presente che:

  • si tratta di un debito pecuniario per cui lo stesso si estingue “con moneta legale avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale”;
  • gli operatori hanno sempre ritenuto che non possa essere imposto al dipendente di accettare il pagamento con mezzi diversi dal denaro, al contrario tale condizione deve essere condivisa dal lavoratore;
  • con le nuove limitazioni alla circolazione del contante per i cedolini paga il cui netto supera 999 euro, al datore di lavoro non resta altra scelta se non quella di disporre un bonifico bancario oppure consegnare al lavoratore un assegno (di conto corrente o circolare).

Anche per la corresponsione delle somme al dipendente per le spese che si devono affrontare per effettuare la trasferta il datore di lavoro deve mettere a disposizione le somme in contante presso una banca che verserà l’importo direttamente al dipendente.

Casi

Acconti su stipendi

D. È possibile, nel commercio al dettaglio, erogare acconti sugli stipendi in contanti con saldo a fine mese?

R. Sì. A condizione che l’importo complessivo dovuto a titolo di stipendio per il mese considerato risulti complessivamente inferiore ai mille euro.

Limite busta paga

 D. Si possono dare acconti inferiori ai mille euro in contanti, e poi esporre l’avvenuto pagamento in busta paga?

R. La norma prescinde dalla motivazione sottostante il trasferimento. Se l’importo complessivo dovuto, esposto in busta paga e corrisposto in contanti risulta superiore al limite, è vietato l’uso del contante.

Saldo fornitura

D. Un “compro oro” può pagare una fornitura di 1.500 euro con contante per 900 euro e assegno per i restanti 600?

R. Sì, perché il trasferimento in contanti è inferiore alla soglia, mentre il saldo avviene con uno strumento tracciabile di pagamento.

Pagamento fattura

D. Una fattura di importo superiore al limite di 999,99 euro può essere saldata secondo i normali usi commerciali, cioè in contanti a 30-60-90 giorni?

R. Sì, purché il frazionamento risulti da una dilazione risultante da un accordo preventivo tra le parti, fermo restando in ogni caso il potere discrezionale dell’autorità amministrativa procedente di verificare se la dilazione configuri un frazionamento artificioso e, in quanto tale, vietato.

Assegno colf

D. Se lo stipendio alla colf è superiore alla soglia si può pagare con assegno non trasferibile? E la colf è tenuta ad aprire un conto corrente?

R. Si può pagare la colf, per importi oltre soglia, con assegno non trasferibile, in quanto è garantita la tracciabilità dei pagamenti. La beneficiaria dell’assegno potrà recarsi presso un istituto bancario e ottenere il cambio in contanti dell’assegno.

 

LAVORO A PROGETTO – I chiarimenti del Ministero

Il Ministero del Lavoro ha fornito importanti chiarimenti relativi alla disciplina del contratto a progetto, recentemente modificata dalla Riforma Fornero.

In sintesi, l’intervento del legislatore ha seguito 4 linee direttive, oggetto dei chiarimenti ministeriali, tranne che per quanto concerne i profili del recesso:

  1. ulteriori limitazioni nell’utilizzo del contratto a progetto;
  2. nuova disciplina del compenso dei collaboratori;
  3. nuova disciplina del recesso;
  4. profili sanzionatori e nuove presunzioni.

 Nuove limitazioni per l’utilizzo del contratto a progetto

In primo luogo è stato eliminato, stante la sua difficile conformazione e i notevoli rischi di legittimità, il “programma di lavoro”: fatte salve le specifiche esclusioni (agenti di commercio, mini co.co.co) ora i rapporti di collaborazione devono essere ricondotti ad uno o più progetti. Il progetto, inoltre, deve essere funzionalmente collegato ad un determinato risultato finale, che costituisce parte integrante del progetto e allo stesso tempo elemento necessario ai fini della sua validità.

La Riforma del Lavoro ha inoltre specificato, recependo gli orientamenti giurisprudenziali consolidatisi sul tema, che il progetto non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente. Tale disposizione deve essere intesa come necessità che il progetto sia autonomo e specifico rispetto all’oggetto sociale, non come divieto di stipulare progetti che riguardino attività connesse con l’oggetto sociale: come riporta, a titolo di esempio, il Ministero del Lavoro, nell’ambito di un’azienda di software può costituire un progetto la creazione di un programma informatico avente particolari caratteristiche.

Ulteriore limite è costituito dalle attività meramente esecutive o ripetitive: nel primo caso, la collaborazione a progetto non potrà riguardare attività caratterizzate dalla mera attuazione di quanto impartito, anche di volta in volta, dal committente, senza alcun margine di autonomia anche operativa da parte del collaboratore; viceversa, per attività ripetitive, sempre escluse dalla possibilità di costituire oggetto della collaborazione a progetto, si intendono quelle attività rispetto alle quali non è necessaria alcuna indicazione da parte del committente, tali da non richiedere specifiche indicazioni di carattere operativo fornite di volta in volta dal committente.

Il Ministero del Lavoro, a titolo esemplificativo, ritiene difficilmente inquadrabili nel contratto a progetto le seguenti attività:

  • addetti alla distribuzione di bollette o alla consegna di giornali, riviste ed elenchi telefonici;
  • addetti alle agenzie ippiche;
  • addetti alle pulizie;
  • autisti e autotrasportatori;
  • baristi e camerieri;
  • commessi e addetti alle vendite;
  • custodi e portieri;
  • estetiste e parrucchieri;
  • facchini;
  • istruttori di autoscuola;
  • letturisti di contatori;
  • magazzinieri;
  • manutentori;
  • muratori e qualifiche operaie dell’edilizia;
  • piloti e assistenti di volo;
  • prestatori di manodopera nel settore agricolo;
  • addetti alle attività di segreteria e terminalisti;
  • addetti alla somministrazione di cibi o bevande;
  • prestazioni rese nell’ambito di call center per servizi c.d. in bound.

Il corrispettivo nel contratto a progetto

In base alle modifiche introdotte dalla Riforma Fornero, il compenso minimo del collaboratore a progetto va individuato, dalla contrattazione collettiva, in applicazione dei principi di cui all’art.36 Cost.; stante la difficoltà nell’imporre tale obbligo, in attesa che la contrattazione collettiva raggiunga specifiche intese, il Ministero del Lavoro esclude che i propri ispettori possano intervenire sulla materia, in occasione di accessi ispettivi, mediante la diffida accertativa.

In assenza di contrattazione collettiva specifica, il committente dovrà garantire compensi non inferiori ai minimi tabellari previsti dai Ccnl.

 Nuove presunzioni

L’art.69, co.1, dispone che la mancata individuazione del progetto determina la costituzione di un rapporto di lavoro di natura subordinata a tempo indeterminato: tale presunzione deve essere intesa come presunzione assoluta (il committente non potrà provare che, pur in assenza del progetto, il contratto fosse comunque di lavoro autonomo). Ad essa la Riforma Fornero ha agganciato una nuova presunzione, legata all’ipotesi in cui il collaboratore a progetto esegua le prestazioni con modalità analoghe a quelle dei lavoratori subordinati. In questo caso, essendo fatta salva la prova contraria, opera una presunzione relativa di subordinazione. Quest’ultima presunzione (relativa) non si applica per le prestazioni di elevata professionalità meglio declinate dalla contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa sul piano nazionale mediante specifiche clausole.

 

 

 

 

 

CESSIONE DEI CREDITI VANTATI NEI CONFRONTI DELLA P.A.

Per cessione del credito si fa riferimento a quel negozio giuridico con cui il creditore (cedente) trasferisce il suo credito nei confronti del debitore (ceduto) ad un altro soggetto (cessionario), così realizzando una modificazione soggettiva del rapporto obbligatorio dal lato attivo. Ai sensi dell’art. 1260 c.c. i diritti di credito sono di norma liberamente trasferibili, ad eccezione dei crediti c.d. intrasferibili, la cui cedibilità  è esclusa dalla legge ovvero dalla volontà delle parti, nonché quelli aventi carattere strettamente personale (es. prestazioni alimentari, stipendi, pensioni, ecc.).

L’incedibilità legale o convenzionale del credito è, tuttavia, derogabile: il debitore, mediante una propria dichiarazione di volontà, può rimuovere il vincolo d’intrasferibilità, consentendo così alla cessione di produrre tutti i propri effetti (1). In assenza di detta dichiarazione qualora il cessionario fosse reso edotto della natura incedibile del credito, il negozio di cessione non sarà produttivo di effetti nei confronti del debitore ceduto, mentre sarà efficace tra le parti (2).

Poste queste necessarie precisazioni  sui principi civilistici in materia, per entrare nel merito della specifica questione oggetto della  presente trattazione è indispensabile  delineare, sebbene sommariamente in questa sede, gli aspetti normativi della cessione del credito vantato nei confronti della pubblica amministrazione, risultando la specifica materia regolata da un coacervo di disposizioni:

  • l’art. 69 della Legge di Contabilità dello Stato (R.D. 18 novembre 1923 n. 2440) secondo cui le cessioni devono risultare da atto pubblico o da scrittura autenticata da notaio; (3)
  • l’art. 70 della Legge di Contabilità dello Stato che si riferisce alle cessioni derivanti da somministrazioni, forniture e appalti, tutti riconducibili nella più ampia categoria dei contratti di durata; (4)
  • l’art. 9 L. 20.03.1865, n. 2248 all. E nel quale è previsto che nessuna cessione può aver efficacia se non vi aderisce l’amministrazione; (5)
  • l’art. 117 del d.lgs. n. 163 del 2006 in ragione del quale le cessioni di crediti da corrispettivo di appalto, concessione, concorso di progettazione, sono efficaci ed opponibili alle stazioni appaltanti che sono amministrazioni pubbliche qualora queste non le rifiutino con le comunicazioni da notificarsi al cedente ed al cessionario entro 45 giorni dalla notifica della cessione. (6)

Dalla combinata operatività di queste norme emerge che:

  • sul piano della forma dell’atto di cessione è necessario il ricorso all’atto pubblico o alla scrittura privata autenticata;
  • il limite alla cedibilità sussiste solo fino a quando il contratto è in corso di esecuzione e cessa alla conclusione del rapporto contrattuale e che, quindi, in deroga al principio generale dell’art. 1260 del c.c., se il contratto tra cedente e ceduto è in corso, il creditore cedente deve chiedere il previo consenso al debitore ceduto, segnatamente la P.A., per poter cedere il credito. In particolare la norma di cui all’art. 9 L.A.C. vuole evitare che durante l’esecuzione del contratto, possano venire a mancare i mezzi finanziari al soggetto obbligato alla prestazione in favore della pubblica amministrazione(Cass. n. 13261 del 2000);
  • ex artt. 69 e 70 del r.d. 18 novembre 1923, n. 2440 le cessioni relative a somme dovute dallo Stato debbono essere notificate all’amministrazione centrale ovvero all’ente ovvero ufficio o funzionario cui spetta ordinare il pagamento. In deroga al principio generale del codice non vi è la possibilità per il cessionario di dimostrare in altro modo, diverso dalla notificazione, l’avvenuta conoscenza della cessione da parte della P.A.;
  • per l’ipotesi che il cessionario non sia una banca o un intermediario finanziario così come prescritto dall’art. 117 cod. degli appalti, si applica non già la disciplina del codice civile, bensì quella speciale di cui all’art. 9 L.A.C. e agli artt. 69 e 70 R,D, 18.11.1923, n. 2440 (V. Cass, civ, sez. I, sent, 24/09/2007, n. 19571.

Per completezza espositiva si aggiunga che nell’ipotesi in cui la cessione del credito sia stata notificata alla p.a. a cura del cedente, la Circolare ministeriale n. 29/2009 ha chiarito che, al momento della notifica, il soggetto pubblico effettuerà una verifica volta ad accertare se il cedente risulti inadempiente rispetto al pagamento di cartelle esattoriali per un ammontare almeno pari ad € 10.000,00.

Dalla lettura congiunta delle norme sopra citate si può concludere che:

–  in materia di cessione dei crediti vige il principio della “libera cedibilità” degli stessi;

–  il principio sopra indicato subisce delle deroghe nel caso in cui debitore ceduto sia la pubblica amministrazione;

–  tali deroghe implicano che se il contratto tra cedente e pubblica amministrazione ceduta è in corso di esecuzione, il creditore non solo deve stipulare la cessione del credito per atto pubblico o scrittura privata autenticata ma deve anche ottenere il consenso dalla P.A. alla cessione del credito, mentre se è conclusa l’esecuzione del contratto tra le stesse parti, il creditore ha facoltà di cedere il suo credito sempre mediante atto pubblico, o scrittura privata autenticata, che andrà notificata alla pubblica amministrazione.

Avv. Irene Sciarrotta /07.02.2013

[1] PERLINGIERI, “Della cessione dei crediti”, in Comm. Scialoja, Branca, sub artt. 1260-1267, Bologna-Roma, 1982, p. 66

[2] DOLMETTA, “Cessione dei crediti”, in “Digesto Civile”, II, Torino, 1988.

[3] Art. 69: “Le cessioni, le delegazioni, le costituzioni di pegno, i pignoramenti, i sequestri e le opposizioni relative a somme dovute dallo Stato, nei casi in cui sono ammesse dalle leggi, debbono essere notificate all’amministrazione centrale ovvero all’ente, ufficio o funzionario cui spetta ordinare il pagamento. La notifica rimane priva di effetto riguardo agli ordini di pagamento che risultino già emessi. Potrà, per altro, il creditore fare tale notificazione all’ufficiale, tesoriere o agente incaricato di eseguire il pagamento degli ordini o di effettuare la consegna degli assegni di cui all’art. 54, lettera a). Le cessioni, le delegazioni, le costituzioni di pegno e gli atti di revoca, rinuncia o modificazione di vincoli devono risultare da atto pubblico o da scrittura privata, autenticata da notaio. I pignoramenti, i sequestri e le opposizioni hanno efficacia soltanto se fatti nei modi e nei casi espressamente stabiliti dalla legge. Nessun impedimento può essere costituito mediante semplici inibitorie o diffide. Qualora un’amministrazione dello Stato che abbia, a qualsiasi titolo ragione di credito verso aventi diritto a somme dovute da altre amministrazioni, richieda la sospensione del pagamento, questa deve essere eseguita in attesa del provvedimento definitivo.”

[4] Art. 70: “Gli atti considerati nel precedente articolo 69, debbono indicare il titolo e l’oggetto del credito verso lo Stato, che si intende colpire, cedere o delegare. Con un solo atto non si possono colpire, cedere o delegare crediti verso amministrazioni diverse. Per le somme dovute dallo Stato per somministrazioni, forniture ed appalti, devono essere osservate le disposizioni dell’art. 9, allegato E, della L. 20 marzo 1865, n. 2248, e degli artt. 351 e 355, allegato F, della legge medesima”.

[5] Art. 9 L.A.C.: Sul prezzo dei contratti in corso non potrà avere effetto alcun sequestro, né convenirsi cessione, se non vi aderisca l’amministrazione interessata.”

[6] Art. 117 (Cessione dei crediti derivanti dal contratto): “1. Le disposizioni di cui alla legge 21 febbraio 1991, n. 52, sono estese ai crediti verso le stazioni appaltanti derivanti da contratti di servizi, forniture e lavori di cui al presente codice, ivi compresi i concorsi di progettazione e gli incarichi di progettazione. Le cessioni di crediti possono essere effettuate a banche o intermediari finanziari disciplinati dalle leggi in materia bancaria e creditizia, il cui oggetto sociale preveda l’esercizio dell’attività di acquisto di crediti di impresa. 2. Ai fini dell’opponibilità alle stazioni appaltanti che sono amministrazioni pubbliche, le cessioni di crediti devono essere stipulate mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata e devono essere notificate alle amministrazioni debitrici. 3. Le cessioni di crediti da corrispettivo di appalto, concessione, concorso di progettazione, sono efficaci e opponibili alle stazioni appaltanti che sono amministrazioni pubbliche qualora queste non le rifiutino con comunicazione da notificarsi al cedente e al cessionario entro quarantacinque giorni dalla notifica della cessione. (Comma modificato dal D.Lgs. 152/2008) 4. Le amministrazioni pubbliche, nel contratto stipulato o in atto separato contestuale, possono preventivamente accettare la cessione da parte dell’esecutore di tutti o di parte dei crediti che devono venire a maturazione. 5. In ogni caso l’amministrazione cui è stata notificata la cessione può opporre al cessionario tutte le eccezioni opponibili al cedente in base al contratto relativo a lavori, servizi, forniture, progettazione, con questo stipulato.”

 

 

 

LEGGE DI STABILITA’ 2012 in materia costi di giustizia

Le misure della “legge di stabilità 2013” in materia di costi di giustizia: il definitivo naufragio del diritto alla tutela giurisdizionale

Roma, 12 dicembre 2012

Scheda di analìsi a cura dell’Ufficio studi del Consiglio nazionale forense

Le schede di analisi dell’Ufficio studi del Consiglio nazionale forense n. 4/2012

Le schede di analisi dell’Ufficio studi del Consiglio nazionale forense sono strutturate in due livelli: un primo, sintetico e di pronta consultazione; un secondo costituito da un’analisi più dettagliata al quale è dedicato un maggior approfondimento.

CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE PRESSO IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Ufficio studi

Le schede di analisi dell’Ufficio studi del Consiglio nazionale forense n. 4/2012  Roma, 12 dicembre 2012

Sommario: 1. L’art. 1, commi 14-23 del disegno di legge stabilità. – 2. Le disposizioni sanzionatorie relative ai giudizi di impugnazione. – 3. Ulteriori aumenti del contributo unificato. – 4. (Amare) Considerazioni conclusive. – Allegato: le norme rilevanti.

1. L’art. 1, commi 14-23 del disegno di legge stabilità.

La c.d. legge di stabilità per il 2013 (ddl AS 5334) attualmente in discussione in Commissione Bilancio al Senato e destinata alla trattazione in Aula a partire dal 17 dicembre reca ulteriori disposizioni volte a “far cassa” attorno alla giurisdizione. L’art. 1, commi 14-23, intervenendo sul T.U. sulle spese di giustizia (d.p.r. n. 115/2002), con disposizioni applicabili ai ricorsi notificati dopo l’entrata in vigore del testo normativo:

1) condanna chi abbia proposto un’impugnazione dichiarata infondata, inammissibile o improcedibile, al pagamento di «un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione […]» (comma 15). La disposizione si applica anche alle impugnazioni incidentali.

2) prevede un ulteriore aumento del contributo unificato per le controversie amministrative di cui al comma 6-bis del T.U. spese di giustizia, con riferimento:

a) ai riti abbreviati di cui al Titolo V, Libro IV del Codice del Processo amministrativo per i quali l’importo passa da 1500 a 1800 euro (comma 20, lett. a), n. 1)1;

b) al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica; più in generale per tutti i casi non previsti da disposizioni specifiche, l’importo passa da 600 a 650 euro (comma 20, lett. a), n. 3);

c) ai giudizi di impugnazione, per cui si prevede che il contributo dovuto sia aumentato della  metà (comma 21). Il novero di norme appena analizzate continua a seguire, drammaticamente, la strada di appesantimento dei costi e di riduzione delle garanzie che sta interessando la giustizia civile e amministrativa a partire dal luglio scorso. L’impatto di ciascuna disposizione, difatti, è ancora più incisivo ove le si collochi nell’attuale contesto storico e normativo. Nel medesimo atto normativo, invece, lo “Stato debitore” sottrae all’azione esecutiva dei propri creditori «i fondi destinati al pagamento di spese per servizi e forniture aventi finalità giudiziaria o penitenziaria, nonché le aperture di credito a favore dei funzionari delegati degli uffici centrali e periferici del Ministero della giustizia, degli uffici giudiziari e della Direzione nazionale antimafia e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, destinati al pagamento di somme liquidate a norma della legge 24 marzo 2001, n. 89 di emolumenti e pensioni a qualsiasi titolo dovuti al personale amministrato dal Ministero della giustizia e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri» (art. 1, comma 19).

La disposizione introduce un’irragionevole disparità di trattamento tra creditori in totale spregio del principio generale della parità tra gli stessi.

* La presente scheda è stata realizzata da Silvia Izzo, con la supervisione di Giuseppe Colavitti.

1 Al contempo viene rivisto il c.u. relativo ai ricorsi di cui agli artt. 119 e 120 dello stesso Codice amministrativo (provvedimenti relativi ad appalti e lavori pubblici e provvedimenti delle Autorità indipendenti). Dalla somma fissa di € 4.000, il comma 20, lett. a), n. 2, lo stabilisce in 2000 € per le cause fino a 200.000, in 4.000 per le cause tra 200.000e 1.000.000, in 6.000 per le cause di valore superiore ad 1.000.000.

2. Le disposizioni sanzionatorie relative ai giudizi di impugnazione.

Si comincia con la previsione del comma 15 dell’art. 1, che, con la previsione della condanna della che abbia proposto un’impugnazione, principale o incidentale, integralmente rigettata ovvero dichiarata inammissibile o improcedibile, costituisce l’ultimo capitolo (per ora, è da temere) di una manovra di disincentivazione della proposizione delle impugnazioni che si è mossa su due fronti. Per un verso si è avuto uno straordinario aumento dei costi di questi giudizi, per altro verso se ne è modificata la disciplina in maniera da limitarne la praticabilità ed ostacolarne l’utilizzo. Con riferimento al primo profilo va ricordato che il contributo unificato in materia di impugnazioni ha subito un considerevole aumento con la legge di stabilità per il 2012 (l. 183/2011). In quella sede, difatti, con l’inserimento del comma 1-bis all’art. 13 del T.U. in materia di spese di giustizia, il contributo unificato è stato aumentato, a partire dal primo gennaio di quest’anno, «della metà per i giudizi di appello» e «raddoppiato dinanzi alla Corte di cassazione».

Si tenga presente, poi, che la condanna prevista dalla disposizione di nuovo conio è applicabile anche alle impugnazioni incidentali. E’ appena il caso di ricordare che queste ultime seguono cronologicamente, e in alcuni casi logicamente, quella principale e, il più delle volte, ad essa semplicemente reagiscono. Si pensi alle impugnazioni incidentali tardive ovvero a quelle proposte su questioni pregiudiziali o preliminari dal convenuto vittorioso: in queste ipotesi la proposizione del rimedio impugnatorio costituisce una reazione all’impugnazione proposta dall’avversario. Nel caso di quelle tardive, oltretutto, la dichiarazione di inammissibilità (o di improcedibilità secondo il diritto pretorio) della principale contamina della stessa sorte quella incidentale. Ebbene, anche in tutte queste ipotesi la disposizione comporta l’applicazione della misura sanzionatoria in danno della malcapitata parte!

Con riferimento al secondo profilo evidenziato, ossia alle modifiche introdotte alla disciplina delle impugnazioni, va menzionato, tra tutti, il decreto-legge 22 giugno 2012 n. 83 (recante “Misure urgenti per la crescita del Paese”) convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012 n. 134, in vigore dallo scorso 12 agosto. Novellando il codice di procedura civile si è introdotto un “filtro” alla trattazione dell’appello. A norma dell’art. 348-bis c.p.c., perciò, l’impugnazione di merito – da corollario del diritto di azione costituzionalmente garantito – è divenuta una sorta di graziosa e, perché no, fantasiosa concessione del giudice adito che non la esaminerà se, a suo insindacabile avviso, la stessa «non ha una ragionevole probabilità di essere accolta».

E’ elementare la constatazione secondo la quale le pronunce di inammissibilità dell’appello aumenteranno esponenzialmente rispetto al passato. Stessa presumibile sorte subiranno le pronunce di rigetto o di inammissibilità rese dalla Corte di cassazione, il carico della quale si arricchisce – in forza dell’art. 348-ter – dei ricorsi avverso le sentenze di primo grado il cui appello è stato dichiarato inammissibile (e, perché no, delle ordinanze di inammissibilità ex art. 348-bis). Difatti, oltre al filtro dell’art. 360-bis, il d.l. n. 83/2012 ha riscritto in maniera restrittiva il vizio di motivazione. In questo contesto è agevole comprendere che l’impatto – economico e non solo – della disposizione del comma 15 è particolarmente consistente nonché del tutto inaccettabile.

3. Ulteriori aumenti del contributo unificato.

Come già rilevato la “legge di stabilità” incide nuovamente sulla misura del contributo unificato. Dopo quelli disposti dalla c.d. “manovra di luglio» (d.l. n. 98/2011, convertito in legge n. 111/2011), si assiste ad un ulteriore aumento, da 1500 a 1800 euro, per le controversie assoggettate al rito abbreviato previsto dal Libro IV, Titolo V, del Codice del Processo amministrativo (comma 20, lett. a), n. 1), tra le quali sono comprese quelle concernenti le procedure di affidamento di pubblici lavori, servizi e forniture e l’impugnazione dei provvedimenti adottati dalle Autorità amministrative indipendenti.

Viene nuovamente aumentato, tra l’altro, anche il contributo dovuto per il ricorso straordinario al Capo dello Stato (da 600 a 650 euro, a tenore del comma 20, lett. a), n. 3). E’ bene ricordare che quest’ultimo, rimedio amministrativo e non giurisdizionale, è stato per la prima volta inspiegabilmente assoggettato al c.u. dalla citata manovra economica di luglio. Sulla linea della legge di stabilità dello scorso anno, peraltro, viene disposto un aumento del contributo tutt’altro che simbolico per i giudizi di impugnazione (art. 1, comma 21), pari alla metà del contributo dovuto in base all’art. 13, comma 6-bis T.U. spese di giustizia, mettendo sempre più a rischio l’effettività della garanzia costituzionale del diritto di azione.

4. (Amare) Considerazioni conclusive.

Il Consiglio nazionale forense denuncia ormai da tempo la gravissima pratica messa in atto al presunto scopo di rilanciare l’economia e la crescita del Paese, ovvero per dargli “stabilità”, in danno della giustizia. Il costante e ripetuto incremento dei costi per l’accesso alla giustizia indebolisce fortemente, se non addirittura vanifica, la garanzia del diritto di azione costituzionalmente tutelato. Quella giurisdizionale da funzione finisce così per divenire merce, bene costoso, articolo di lusso. L’incremento del costo della giustizia ha superato quello del tabacco: la tutela giurisdizionale è diventata più costosa e lucrativa del vizio per eccellenza.

Il trend sembra inarrestabile. La speranza – a dir vero flebile – è che il Senato intervenga sulle disposizioni in commento e le espunga dal testo.

ALLEGATO DISEGNO DI LEGGE

presentato dal Ministro dell’economia e delle finanze (GRILLI) (V. Stampato Camera n. 5534) approvato dalla Camera dei deputati il 22 novembre 2012 Trasmesso dal Presidente della Camera dei deputati alla Presidenza il 26 novembre 2012 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013) […]

14. Concorrono al raggiungimento degli obiettivi di riduzione della spesa del Ministero della giustizia le disposizioni di cui ai commi da 15 a 23.

15. All’articolo 13 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n.115, dopo il comma 1-ter è inserito il seguente:

«1-quater. Quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso».

16. Le disposizioni di cui al comma 15 si applicano ai procedimenti iniziati dal trentesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della presente legge.

17. All’articolo 96 del codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1º agosto 2003, n.259, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il comma 2 è sostituito dal seguente:

«2. Con decreto del Ministro della giustizia e del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono determinati:

a) le prestazioni previste al comma 1, le modalità e i tempi di effettuazione delle stesse e gli obblighi specifici degli operatori;

b) il ristoro dei costi sostenuti e le modalità di pagamento in forma di canone annuo forfetario, determinato anche in considerazione del numero e della tipologia delle prestazioni complessivamente effettuate nell’anno precedente»;

b) il comma 4 è abrogato.

18. L’abrogazione del comma 4 dell’articolo 96 del codice di cui al decreto legislativo 1º agosto 2003, n.259, ha effetto a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 2 del medesimo articolo 96, come da ultimo sostituito dal comma 17, lettera a), del presente articolo.

19. All’articolo 1 della legge 23 dicembre 2005, n.266, e successive modificazioni, il comma 294- bis è sostituito dal seguente:

«294-bis. Non sono soggetti ad esecuzione forzata i fondi destinati al pagamento di spese per servizi e forniture aventi finalità giudiziaria o penitenziaria, nonché le aperture di credito a favore dei funzionari delegati degli uffici centrali e periferici del Ministero della giustizia, degli uffici giudiziari e della Direzione nazionale antimafia e della Presidenza del Consiglio dei ministri, destinati al pagamento di somme liquidate a norma della legge 24 marzo 2001, n.89, ovvero di emolumenti e pensioni a qualsiasi titolo dovuti al personale amministrato dal Ministero della giustizia e dalla Presidenza del Consiglio dei ministri».

20. All’articolo 37 del decreto-legge 6 luglio 2011, n.98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n.111, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 6, lettera s): 1) al capoverso c), le parole: «euro 1.500» sono sostituite dalle seguenti: «euro 1.800»;

2) il capoverso d) è sostituito dal seguente:

«d) per i ricorsi di cui all’articolo 119, comma 1, lettere a) e b), del codice di cui all’allegato 1 al decreto legislativo 2 luglio 2010, n.104, il contributo dovuto è di euro 2.000 quando il valore della controversia è pari o inferiore ad euro 200.000; per quelle di importo compreso tra 200.000 e 1.000.000 euro il contributo dovuto è di euro 4.000 mentre per quelle di valore superiore a 1.000.000 euro è pari ad euro 6.000;»;

3) al capoverso e), primo periodo, le parole: «euro 600» sono sostituite dalle seguenti: «euro 650»;

b) al comma 10:

1) dopo le parole: «commi 6,» sono inserite le seguenti: «lettere da b) a r),»;

2) le parole: «ad apposito fondo istituito nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze» sono sostituite dalle seguenti: «al pertinente capitolo dello stato di previsione del Ministero della giustizia»;

3) le parole: «e amministrativa» sono soppresse;

4) è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il maggior gettito derivante dall’applicazione delle disposizioni di cui al comma 6, lettera s), è versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al pertinente capitolo dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, alimentato con le modalità di cui al periodo precedente, per la realizzazione di interventi urgenti in materia di giustizia amministrativa»;

c) il comma 11 è sostituito dal seguente:

«11. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia, è stabilita la ripartizione in quote delle risorse confluite nel capitolo di cui al comma 10, primo periodo, per essere destinate, in via prioritaria, all’assunzione di personale di magistratura ordinaria, nonché all’incentivazione del personale amministrativo appartenente agli uffici giudiziari che abbiano raggiunto gli obiettivi di cui al comma 12, anche in deroga alle disposizioni di cui all’articolo 9, comma 2-bis, del decreto-legge 31 maggio 2010, n.78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n.122, e alle spese di funzionamento degli uffici giudiziari. La riassegnazione prevista dal comma 10, primo periodo, è effettuata al netto delle risorse utilizzate per le assunzioni del personale di magistratura ordinaria»;

d) dopo il comma 11 è inserito il seguente:

«11-bis. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, è stabilita la ripartizione in quote delle risorse confluite nel capitolo di cui al comma 10, secondo periodo, per essere destinate, per un terzo, all’assunzione di personale di magistratura amministrativa e, per la restante quota, nella misura del 50 per cento all’incentivazione del personale amministrativo appartenente agli uffici giudiziari che abbiano raggiunto gli obiettivi di cui al comma 12, anche in deroga alle disposizioni di cui all’articolo 9, comma 2-bis, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n.122, e nella misura del 50 per cento alle spese di funzionamento degli uffici giudiziari. La riassegnazione prevista dal comma 10, secondo periodo, è effettuata al netto delle risorse utilizzate per le assunzioni del personale di magistratura amministrativa»;

e) al comma 12, il primo e il secondo periodo sono sostituiti dai seguenti: «Ai fini dei commi 11 e 11-bis, il Ministero della giustizia e il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa comunicano alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Ministero dell’economia e delle finanze – – Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, entro il 30 aprile di ogni anno, l’elenco degli uffici giudiziari presso i quali, alla data del 31 dicembre, risultano pendenti procedimenti civili e amministrativi in numero ridotto di almeno il 10 per cento rispetto all’anno precedente.

Relativamente ai giudici tributari, l’incremento della quota variabile del compenso di cui all’articolo 12, comma 3-ter, del decreto-legge 2 marzo 2012, n.16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n.44, è altresì subordinato, in caso di pronuncia su una istanza cautelare, al deposito della sentenza di merito che definisce il ricorso entro novanta giorni dalla data di tale pronuncia»;

f) al comma 14, primo periodo, le parole: «fondo di cui al comma 10» sono sostituite dalle seguenti: «capitolo di cui al comma 10, secondo periodo»;

g) al comma 15, le parole: «del decreto di cui al comma 11» sono sostituite dalle seguenti: «dell’emanazione dei decreti di cui ai commi 11 e 11-bis».

21. Il contributo di cui all’articolo 13, comma 6-bis, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n.115, come da ultimo modificato dal comma 20, lettera a), del presente articolo, è aumentato della metà per i giudizi di impugnazione.

22. Il maggior gettito derivante dall’applicazione dei commi 20, lettera a), e 21 è versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al capitolo di cui all’articolo 37, comma 10, secondo periodo, del decreto-legge 6 luglio 2011, n.98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n.111, introdotto dal comma 20, lettera b), numero 4), del presente articolo.

23. Le disposizioni di cui ai commi 20, lettera a), e 21 si applicano ai ricorsi notificati successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge